VIRUS

I virus sono organismi microscopici, presenti in tutti gli ambienti ove siano presenti esseri viventi o vegetali; i virus vivono sia all’interno di organismi viventi sia su di essi ed hanno una grande capacità di adattamento ambientale. Presentano una struttura biologica semplice, sono formati da un capside ( rivestimento proteico che protegge l’acido ribonucleico) e da un filamento di acido ribonucleico o RNA, hanno una forma simile a un poliedro o un piccolo bastoncino, la loro dimensione va dai 200 ai 2.000 nanometri.

La loro scoperta risale al 1899, attualmente se ne conoscono più di 5.000 diverse tipologie, dalle innumerevoli differenze e caratteristiche, tali da creare notevoli difficoltà di classificazione.

I virus, essendo organismi incapaci di riprodursi in modo autonomo per mancanza di acido nucleico, devono introdursi nelle cellule di altri organismi viventi, in questo modo, ne compromettono le funzioni dando alle cellule dell’ospite, informazioni che inducono a duplicare il virus, tanto che, dopo poco tempo, la pianta inizia a produrre particelle virali alterando la crescita della stessa, se non addirittura facendola morire; la radice del nome virus “vis” deriva dal latino e significa veleno.

Trasmissione dei virus: anche nel caso dei virus, la trasmissione e propagazione avviene per mezzo di:

  • semi infetti
  • terreno infetto da nematodi e funghi
  • per contatto di strumenti di coltura
  • insetti
  • pollini.

Sintomatologia:le virosi non hanno una sintomatologia costante e distinta, virus diversi producono effetti simili oppure, lo stesso virus si manifesta dando sintomatologie diverse  a volte trattasi di infezioni latenti che non producono sintomi visibili sulla pianta ospite. Per i virus, le condizioni climatiche sono determinanti quindi temperatura, umidità, esposizione alla luce, la stessa composizione del terreno, la specie vegetale, periodo di infezione.

Altro aspetto importante è la somiglianza dei sintomi provocati dai virus con quelli provocati da funghi, micoplasmi, batteri ecc. ma l’identificazione esatta del ceppo del patogeno e indispensabile e grazie a moderne tecniche molecolari, microscopio elettronico questo è reso possibile.

In Italia la virosi del tabacco più evidenziate sono:

virosi complessa: sono virosi causate da più virus ed è la pianta del tabacco ad esserne colpita maggiormente: i sintomi di questo tipo di virosi provoca maggiori danni alle colture, i sintomi sono più gravi e più articolati: necrosi del fusto, sulle foglie mosaico con schiarimenti delle nervature, malformazioni e collosità. La virosi complessa provoca il rallentamento della crescita della pianta o addirittura lo blocca.

mosaico del tabacco > TMV ( piante di patate e di pomodoro sono attaccabili dal TMV)

  • maculatura clorotica che può cambiare con chiazze di verde intenso
  • bollosità
  • malformazioni del lembo

mosaico del cetriolo > CMV( piante ornamentali, cucurbitacee, pomodori e peperoni)

  • aree di colore verde pallido tendenti ad estendersi su tutta la foglia
  • fusione delle nervature fogliari
  • distorsione del lembo e delle foglie

Virus Y >PVY ( colpisce in modo particolare le piante di tabacco causando notevoli danni)

  • bardatura nervale
  • schiarimento delle nervature
  • incurvamento delle foglie
  • difficoltà di crescita della pianta stessa

PVYn  consiste in una variante necrotica del virus Y ma più pericolosa, i sintomi: bandatura nervale, schiarimento delle nervature, lieve mosaico, graduale decolorazione estesa tra le nervature, sviluppo rallentato, e foglie ripiegate verso il basso.

Maculatura anulare > TRSV ( Tabacco Ring-Spot Virus): i sintomi compaiono esclusivamente sulle foglie con minuscoli anelli di colore giallastro e graduali formazioni di altri cerchi concentrici all’interno. Progressivamente i sintomi diminuiscono anche se il virus rimane attivo e le nuove foglie nascono e crescono sane.

Necrosi> TNV oltre alle piante di tabacco colpisce piante di zucca, mais, orzo. I sintomi: in genere colpisce le piccole piantine; la necrosi attacca la base del fusto raggiungendo poi le foglie colpendo prima la nervatura mediana e poi quelle laterali e provocando la morte della piantina.

I sintomi sulle piante adulte sono: necrosi del fusto, sulle foglie aree necrotiche circolari, bollosità, nervature infossate.

Necrosi striata> TRV ( Tabacco Ratte Virus) sintomi: macchie sulle foglie giallastre che allargandosi, diventano necrotiche. Queste foglie si rompono se toccate, si arricciano e increspano. Anche sullo stelo si possono formare delle necrosi così come sulle nervature fogliari e sui piccioli.

Le dimensioni della pianta sono inferiori alla norma.

Mosaico dell’erba medica> AMV ( Alfalfa Mosaic Virus) sintomi: sulle foglie si formano necrosi allungate o a forma di anello, su foglie nuove, le nervature si schiariscono e i germogli sono piegati e presentano un mosaico giallastro. Questo virus si diffonde prevalentemente sull’erba medica, ma può colpire altri tipi di colture: piselli peperoni patata, sedano e trifoglio.

STRUMENTI DI LOTTA ALLA VIROSI

Il pericolo delle virosi è data dalla capacità dei virus, di mantenersi attivi in tutti gli ambienti: nel terreno, nei semi, nelle piante e anche in alcuni animali. Non sono ancora disponibili metodi antivirali curativi, pertanto, lo scopo degli strumenti di lotta è perlopiù di controllo e contenimento.

Spesso i danni maggiori che le virosi possono provocare dipendono dal ceppo di provenienza del virus, dal tipo di pianta e dal periodo di infestazione del virus.

Procedure colturali:

  • Effettuare la semina su terreni sterilizzati e che non siano stati precedentemente coltivate a solanacee e tabacco.
  • Prima di seminare disinfettare o estirpare dal terreno interno e circostante i semenzai con fungicidi o piretrine prima di seminare.
  • Controllo scrupoloso dei semenzai per eliminare eventuali piante ammalate.
  • Disinfezione degli attrezzi da lavoro con alcool a 90°.
  • Disinfezione delle mani con acqua saponata, o soluzione di fosfato di sodio al 10%, (immergere le mani nel latte prima di togliere le piantine dal semenzaio risulta essere un ottimo sistema per rendere i virus del mosaico del tabacco, inattivi e ridurne la diffusione).
  • È vietato fumare mentre si effettuano operazioni colturali in campo e in semenzaio per l’alto rischio di diffusione di virus tipo TMV.
  • Distruzione a mezzo fuoco dei residui di colture precedenti.
  • Evitare di interrare i residui di colture precedenti.
  • Fare delle rotazioni usando piante che non siano possibili piante ospiti di virus patogeni, soprattutto nei terreni dove si sono verificate delle forti infestazioni attendere almeno tre anni effettuando rotazioni con piante di frumento, leguminose, erbaio, prima di riutilizzare il terreno per piante di tabacco
  • Evitare di piantare in prossimità di piantagioni di tabacco, piante ospiti come patata, pomodoro, peperone, zucchino, melanzana ecc.

La prevenzione riguarda anche la lotta contro i vettori dei virus: nematodi, funghi, insetti, pollini e semi, questi ultimi sono i maggiori diffusori di virus. Per combattere i vettori è importante conoscere come si muovono e quali sono i fattori che contribuiscono alla loro diffusione:

  1. nematodi: sono presenti nel suolo, hanno un raggio di movimento ridotto e il tipo di terreno e l’acqua sono gli elementi che hanno un’influenza sulla loro attività.
  2. insetti e pollini e semi possono percorrere distanze più ampie fino a 10 km grazie all’aria e temperatura. Un metodo di lotta contro gli insetti, consiste nella copertura delle piante con pellicole isolanti.
  3. funghi anche questi presenti nel terreno sono aiutati dal PH del terreno e dall’acqua.

La validità dei sistemi di lotta e prevenzione dipende anche, da una valutazione corretta del coltivatore riguardanti fattori di carattere economico ed ecologico, ossia il rapporto fra costo dell’applicazione di un prodotto chimico in grado di contrastare i vettori dei virus, e il costo di varietà già geneticamente resistenti. Questi due fattori se uniti insieme possono prevenire efficacemente le infestazioni epidemiche dei virus.

A guardia della pulizia

Il titolo giusto per Ecolab è proprio “I guardiani della pulizia”, dato l’impegno costante e professionalmente elevato di questa multinazionale americana leader mondiale per la fornitura di soluzioni, sistemi, servizi e prodotti per l’igiene e il cleaning in campo professionale. Informazioni statistiche dicono che nel 2004 ha raggiunto 4,2 miliardi di dollari di fatturato (3,2 miliardi di euro), una garanzia di competenza e affidabilità.

Con il servizio come suo fiore all’occhiello, non si limita alla produzione di detergenti adatti ad tipo di esigenza delle imprese che operano nel settore dell’ospitalità e dell’alimentazione, ma si avvale di  tecnici e consulenti estremamente preparati, il cui solo compito è  di analizzare attraverso studi seri le esigenze di ogni cliente, al fine di fornire soluzioni globali, comprendenti anche l’addestramento la formazione e la qualificazione del personale, come anche l’assistenza periodica.

SERVIZIO E QUALITA’

Il servizio e la consulenza  al cliente sono la base dell’attività di  Ecolab, come anche i prodotti e i programmi. Una rete capillare di tecnici e partner professionali, è al servizio quotidiano del cliente con l’obiettivo di migliorare e mantenere i più elevati standard d’igiene con conseguenti risparmi di tempo, lavoro e costi.

La multinazionale in questione, si può definire quindi una  rete di specialisti altamente qualificati, sempre a disposizione per consulenza, supporto e formazione riguardanti i prodotti, le loro caratteristiche e le corrette modalità di uso; senza dimenticare né trascurare un costante impegno nella ricerca della qualità, cosa che crea un legame forte con i suoi clienti.

I suoi prodotti e i suoi servizi con standard elevati,  sono infatti all’altezza di soddisfare non solo le necessità dei clienti, ma pensati con lo scopo di rispondere esaurientemente alle esigenze della loro stessa committenza.

La certificazione ISO 9001 è garanzia di elevati livelli qualitativi di tutti i settori aziendali di Ecolab: ricerca e sviluppo, produzione e servizio.

ECOLOGIA E SICUREZZA

Il rispetto dell’ambiente e l’innovazione in fatto di sicurezza, è un fattore prioritaria che coinvolge molti aspetti, dalla scelta accurata delle materie prime allo sviluppo tecnico di confezioni e imballaggi  ecocompatibili. Ecolab esercita un accurato controllo affinché durante tutte le fasi di produzione vengano rispettati gli standard ISO 14001 per la salvaguardia dell’ambiente. L’uso di  formulati esclusivi da lei ideati e sviluppati a seguito di anni di ricerca e test sul campo, hanno permesso di realizzare, ad esempio,  prodotti solidi o liquidi ad altra concentrazione con elevatissime performance .

Le confezioni ideate con materiali facilmente riciclabili sono garanzia di riduzione riguardo il trasporto, prevengono inutili sprechi ed eliminano i problemi di smaltimento rifiuti.

Il programma di sviluppo scientifico perseguito da Ecolab rivolto ad un’ampia varietà di prodotti si concentra sugli aspetti chimici con l’obiettivo di raggiungere sempre il massimo risultato) sia su quelli normativi in modo che ci sia un continuo aggiornamento adeguato alle leggi vigenti, riguardanti il rispetto dell’ambiente e della sicurezza nei luoghi di lavoro.

SISTEMA HEALTHGUARD

Il sistema ospedaliero è senza dubbio il luogo migliore dove testare, con riscontri efficaci, tutte le ricerche e le professionalità acquisite grazie alla ricerca, indirizzata ad ottenere i migliori risultati possibili per la salute.

Che la pulizia abbia un ruolo fondamentale nell’ambiente ospedaliero, è una conclusione alla quale si giunge e per logica, ma anche grazie a statistiche allarmanti. In Italia su 9 milioni e mezzo di ricoverati ogni anno, circa 500 mila di essi si contraggono un qualche tipo di infezione proprio in ospedale.

Tutto ciò rende necessario un approccio serio, sistematico e ben strutturato a  garanzia di adeguati livelli di igiene in questo tipo di luoghi. E’ evidente quindi che, pulire e igienizzare le superfici in ambito ospedaliero è tra le misure più efficaci per prevenire tali tipi di infezioni contratte a seguito di ricovero.

Il Sistema Healthguard di Ecolab (Sistema Integrato Ecolab di pulizia e disinfezione per il settore ospedaliero) a cui fanno riferimento anche molte riviste specializzate nel settore, è stato  studiato e sviluppato per fornire uno strumento  efficace al perseguimento di tale obiettivo e riguarda un insieme di elementi, finalizzati ad offrire una risposta efficace e adattabile a tutte le esigenze e problematiche di pulizia in strutture sanitarie.

Healthguard, questo sistema integrato di pulizia e disinfezione, è senza dubbio  una soluzione innovativa non principalmente per i contenuti dei singoli elementi ma per la loro combinazione che riesce in modo innovativo ad ottimizzare risorse e processi.

UN SISTEMA INNOVATIVO ED EFFICACE

Si chiama  Metodo Pre-wash, ed unisce  materiali e procedure operative rappresentano i componenti del sistema di “nuova concezione”. Per mezzo di un semplice ed immediato processo di implementazione e verifica rende Healthguard un “sistema innovativo”.

Le procedure del Sistema Integrato Healthguard sono state studiate per effettuare in modo ottimale le operazioni di detergere e disinfettare i pavimenti e le superfici delle strutture sanitarie. Il sistema si basa sulla codifica di procedure dettagliate per tipologia e aree di intervento,  le quali permettono  un modo di operare semplice ed immediato. I risultati immediati sono, grazie a questa codifica delle operazioni,  l’addestramento del personale e la riduzione dei tempi di lavoro con i relativi risparmi di costi.

Il metodo Pre-wash che consiste nella preimpregnazione dei panni per la detersione e disinfezione, rappresenta una metodologia particolarmente indicata in ambienti ospedalieri dove la disinfezione delle superfici è svolta in presenza dei pazienti e contemporaneamente alle attività sanitarie quotidiane.

L’”igiene sicura” è il risultato di Flessibilità, modularità, razionalizzazione, ergonomia, praticità, semplicità d’uso, risparmio, personalizzazione, sicurezza e qualità dei materiali, caratteristiche peculiari del metodo in questione

Il Mobilette Healthguard integrato al metodo, garantisce  vantaggi importanti dal punto di vista organizzativo riguardanti tutele fasi del processo (quella precedente l’inizio del lavoro, quella di preparazione, quella operativa, la fase di effettiva sanificazione, e quella conclusiva di ricondizionamento).

Ecolab fornisce con il Sistema Healthguard una soluzione pronta all’uso: procedure, prodotti, attrezzature, programmi di noleggio di macchine lava-biancheria, lavasciuga, addestramento e formazione. Assolutamente niente è frutto di improvvisazione!

LA CARATTERISTICA COSTANTE: RICERCA

La pulizia delle superfici è oggi considerata un fattore ad altissime rilevanza  nel controllo e nella prevenzione delle infezioni in ospedale.

Con questo obiettiva in mente  Ecolab non si limita, ne si accontenta di aver sviluppato il Sistema Healthguard di sanificazione ospedaliera, ma fa della ricerca scientifica ad alto livello un punto fermo delle sue attività, ricerca volta a valutare l’efficacia del sistema in questione, nonché le migliori metodologie di pulizia come garanzia di igiene ed economicità di risultato.

La sperimentazione che è stata condotta dall’Università degli Studi di Ferrara – Cattedra di Citologia ed Istologia – ha interessato il reparto di Chirurgia Generale e d’Urgenza del Policlinico S. Orsola Malpigli di Bologna. La ricerca si è concentrata sulla decontaminazione dei pavimenti, paragonando i risultati derivanti da due differenti metodologie di sanificazione: quella tradizionale e quella adottata da Ecolab riguardo l’abbattimento della carica microbica.

I risultati ottenuti dal test (avvenuto durante il regolare svolgimento delle attività sanitarie al fine di riprodurre condizioni esattamente rispondenti alla realtà), hanno dimostrato la straordinaria superiorità dei metodi legati al Sistema Healthguard, per ottenere un’efficace sanificazione dei pavimenti.

Ecolab ha corredato inoltre il programma con un dettagliato manuale di procedure operative che si è dimostrato un utilissimo strumento, a disposizione sia delle direzioni sanitarie che sono così in grado di  definire  protocolli interni di pulizia e sanificazione) sia per gli uffici tecnici delle imprese che operano in questo delicato settore e che regolarmente  si trovano a preparare capitolati d’offerta.

note sui diritti e citazioni

AMIANTO, UN PERICOLO DA CONOSCERE

L’amianto, chiamato anche asbesto, è un minerale a struttura fibrosa del gruppo dei silicati. Etimologicamente deriva dalla terminologia greca e latina che significa «immacolato, incorruttibile, inestinguibile, pietra che non si consuma». Le sue caratteristiche chimico-fisiche possono subire alterazioni in seguito ad esposizione alle alte temperature e/o agli attacchi di acidi.

In natura si possono trovare due classi di amianto che a loro volta si suddividono in sei tipologie di minerale – identificate nei Serpentini (Crisotilo – utilizzato nelle fibre tessili) e negli Anfiboli (Actinolite, Tremolite, Amosite, Crocidolite, Antofillite – maggiore resistenza agli acidi rispetto agli asbesti di serpentino, maggiore durezza e bassa igroscopicità).

Le caratteristiche intrinseche del minerale sono la resistenza al fuoco, all’invecchiamento, alla trazione, alla flessione; possiede altresì capacità fonoassorbenti e termoisolanti.
La sua resistenza alla trazione può essere paragonata a quella dell’acciaio mentre rispetto al calore modifica la sua struttura fibrosa quando supera i circa 600 °C (Crisotilo), i circa 1000 °C (Crocidolite) o oltre (Amosite), perdendo però resistenza alla trazione.

Alla definizione delle caratteristiche concorre anche la sua particolare fibrosità che si può visivamente rappresentare allineando ipoteticamente fianco a fianco in un centimetro: 250 capelli, 500 fibre di lana, 1300 fibre di nylon, 30.000 fibre d’amianto che, scomposte, salgono a 335.000 fibrille di amianto.
Le fibre dell’amianto sono infatti estremamente fini e tendono progressivamente a suddividersi longitudinalmente in parti sempre più sottili denominate fibrille o placchette (in relazione alla tipologia del minerale di amianto), sino a giungere ad una dimensione non più percepibile sensorialmente.
L’amianto di Serpentino si compone di microscopiche fibrille (diametro da 0,02 a 0,04 micron) mentre l’amianto di Anfibolo ha una struttura a placchette (dimensione da 0,1 a 0,2 micron); entrambe hanno rilevante lunghezza (tra i 50 e gli 80 micron) rispetto alla sezione.

Le ripetute sollecitazioni meccaniche e gli agenti atmosferici agevolano lo sfaldamento della matrice d’amianto che determina il rilascio nell’ambiente di fibre e fibrille. I minerali di asbesto di maggiore impiego e di più ampia conoscenza sono il Crisotilo (silicato idrato di magnesio – denominato anche amianto bianco), la Crocidolite (silicato idrato di sodio e ferro – denominato anche amianto blu) e l’Amosite (silicato idrato di magnesio e ferro – denominato anche amianto bruno).

Il basso costo di produzione e di commercializzazione unitamente alle caratteristiche sopra esposte, ne ha permesso e consentito l’utilizzo nella produzione di ben oltre 3000 prodotti appartenenti a settori merceologici molto differenziati. Oltre l’80% dell’amianto prodotto è stato comunque utilizzato direttamente o indirettamente in edilizia ed in termini assoluti le quantità sono principalmente concentrate su manufatti di cemento amianto (in particolare coperture, tubazioni, serbatoi.

L’amianto compatto da nuovo e sino a quando mantiene le caratteristiche di prodotto integro, non rilascia fibre se non è lavorato con utensili meccanici. L’amianto friabile può invece rilasciare fibre in quantità elevata, anche solo per un effetto di danneggiamento provocato con la semplice pressione manuale.

LE LEGGI

La legge 257 del 27 Marzo 1992 riguardante le «Norme relative alla cessazione dell’amianto» vieta l’estrazione, la produzione e la commercializzazione dell’amianto e dei manufatti o materiali contenenti amianto. Quello esistente e già in uso può essere oggi mantenuto, ma osservando procedure specifiche ed idonee in relazione alla diversa tipologia di prodotto ed allo stato di conservazione del manufatto.

Il Decreto Ministeriale 6 Settembre 1994 indica le modalità di effettuazione degli interventi di bonifica in caso di incapsulamento, confinamento e rimozione mentre il successivo e più recente Decreto Ministeriale 20 Agosto 1999 stabilisce che il ricorso ai rivestimenti incapsulanti per la bonifica di manufatti in cemento amianto deve essere fatto sulla base di criteri e caratteristiche adeguate, come pure la scelta dei dispositivi di protezione individuale per le vie respiratorie deve essere fatta sulla base di oggettive idonee analisi tecniche.

L’articolo 34 del Decreto Legislativo 277/91 stabilisce che, in caso di bonifica (lavori di demolizione, di rimozione, di trattamenti superficiali o di sovracopertura di materiali appartenenti ad edifici di civile abitazione o industriali o comunque a strutture di qualsiasi genere), il soggetto attuatore deve informare dell’intervento l’Azienda Sanitaria Locale competente per territorio mediante l’invio di uno specifico piano di lavoro contenente le indicazioni di carattere generale riguardanti i soggetti coinvolti e la localizzazione dell’intervento, i dati relativi all’attività di bonifica, le metodologie operative, le norme di prevenzione che intende attuare, le caratteristiche tecniche degli impianti utilizzati ed attenderne l’approvazione che è previsto sia rilasciata entro 90 giorni dalla presentazione della documentazione; in difetto i lavori possono essere iniziati, ferma restando la responsabilità del datore di lavoro per l’osservanza delle norme in vigore e delle procedure previste.

Per quanto riguarda la protezione dei lavoratori dal rischio amianto il decreto prevede la notifica per le lavorazioni a rischio, la misurazione del rischio, la pianificazione degli interventi di rimozione e demolizione di materiali contenenti amianto, il rispetto di opportune misure igieniche, il controllo sanitario degli esposti e la tenuta di un registro per i medesimi, le misure tecniche ed organizzative da adottare nelle lavorazioni ed ancora i valori limite da rispettare e le misure di emergenza da adottare in caso di superamento.

Il Decreto Legislativo 626 del 19 Settembre 1994, che recepisce otto diverse direttive comunitarie, definisce un nuovo modello di prevenzione che coinvolge i datori di lavoro ed i lavoratori per il miglioramento delle condizioni di salute e di sicurezza nei cantieri di lavoro (intendendo come tali ogni ambito lavorativo) con particolare attenzione al controllo dei rischi sia specifici che di ordine generale. In particolare il Decreto indica le misure da adottare per la protezione da agenti cancerogeni, che debbono essere identificati dall’etichettatura che riporta «R45 – può provocare il cancro» o «R49 – può provocare il cancro per inalazione».

In tempi più recenti, nella seduta plenaria del 15 Gennaio 2004, la Commissione per la valutazione dei problemi ambientali e dei rischi sanitari connessi all’impiego dell’amianto – di cui all’articolo 4 comma 1 della citata legge 257/92 – ha approvato i disciplinari tecnici sulle modalità per la classificazione, il trasporto ed il deposito dei rifiuti di amianto, introducendoli nella normativa di riferimento da osservare.

Il disciplinare in questione è stato altresì recepito con Decreto del Ministero dell’Ambiente del 29 Luglio 2004 numero 248 riguardante il regolamento relativo alla determinazione ed alla disciplina delle attività di recupero dei prodotti e dei beni di amianto e contenenti amianto. Nel corso del 2004, completando così tutti gli adempimenti normativi previsti dalla Legge 257/92, ha infine trovato attuazione la norma che prevede l’obbligo di iscrizione delle ditte che effettuano bonifiche da amianto all’Albo Nazionale delle Imprese che fanno la Gestione dei Rifiuti, nella categoria 10. L’iscrizione distingue le ditte inidonee ad interventi di bonifica per materiali in matrice compatta (categoria l0A), ed inidonee ad interventi di bonifica per materiali in matrice sia compatta che friabile (108).

LA PREVENZIONE

Il rilascio di fibre nell’ambiente è conseguenza delle azioni di rimozione, di degrado o di danneggiamento dei materiali, del taglio o della foratura di manufatti, indipendentemente dalla tipologia del prodotto. Infatti in tutte le tipologie di impiego, l’amianto è contenuto in matrici a base cementizia, resinoide, gessata o con altri leganti che ne determinano la consistenza. Eventuali rimozioni di materiali contenenti amianto, specie se in matrice friabile, indipendentemente dal loro eventuale aspetto esteriore anche consistente, debbono essere eseguite solamente da personale specializzato ed appositamente preparato. La preparazione professionale degli operatori deve essere assicurata attraverso una adeguata formazione professionale impartita nel rispetto dei vincoli di legge.

Eventuali rimozioni di materiali contenenti amianto in matrice compatta possono essere anche fatti dal singolo Proprietario (limitatamente alle tipologie di intervento gestibili singolarmente) purché vengano osservate le indicazioni tecniche, le procedure e gli obblighi normativi previsti dalle disposizioni vigenti (si richiama la pubblicazione «Indicazioni tecniche di intervento su materiali contenenti amianto in forma compatta – Procedure per la rimozione e l’incapsulamento di materiali con amianto in matrice compatta» predisposta con il concorso del Gruppo di Lavoro amianto della Regione Liguria).

Non sempre comunque la rimozione è la scelta migliore o quantomeno la più idonea o quella necessaria. I Decreti Ministeriali del Settembre 1994 prima in modo più grezzo e dell’Agosto 1999 successivamente in modo più puntuale ed articolato, distinguono fra i materiali per i quali è opportuna la rimozione e quelli che possono essere mantenuti al loro posto, sia senza intervento alcuno, sia dopo opportuni ed adeguati interventi di ripristino e di trattamento superficiale. In ognuno dei casi nei quali si interviene occorre comunque porre attenzione agli aspetti di prevenzione ambientale e personale. In ordine alla prevenzione ambientale è necessario ad esempio provvedere a rimuovere i materiali coibenti in ambienti protetti, pulire accuratamente le coibentazioni danneggiate, bonificare le coibentazioni in amianto e/o altri materiali amiantosi (solo quando si rende necessaria la scoibentazione), identificare con cartelli le zone a rischio, isolare l’area di lavoro ed evitare di pulire le pavimentazioni o le zone interessate con scope o aria compressa.

In ordine alla prevenzione personale occorre che gli operatori delle Ditte che operano in presenza di amianto adottino le misure preventive quali l’uso di idoneo vestiario monouso e di respiratori approvati per l’amianto, evitino di fumare, mangiare e bere durante i lavori che espongono a polveri contenenti amianto e provvedano ad una accurata pulizia personale dopo le lavorazioni, evitando di contaminare il vestiario con quello utilizzato per la rimozione dell’amianto. Inoltre occorre che i lavoratori tuttora esposti, trattandosi di persone a rischio anche se solamente potenziale, si sottopongano ad accertamenti sanitari periodici.

L’INVECCHIAMENTO

L’invecchiamento dei leganti, il danneggiamento accidentale o conseguente ad interventi di manutenzione, le infiltrazioni d’acqua, gli effetti eolici, producono la progressiva disgregazione dei materiali contenenti amianto che ha come effetto il possibile rilascio di fibre d’amianto nell’aria e la conseguente contaminazione ambientale. Per effetto delle loro ridottissime dimensioni le fibre (la fibra d’amianto regolamentata ha lunghezza maggiore di 5 micron, larghezza o diametro inferiore a 3 micron, il rapporto tra lunghezza e larghezza o diametro è maggiore di 3 ad 1- 1 micron corrisponde ad 1/1000 di millimetro), la cui lunghezza peraltro può raggiungere anche alcuni centimetri, si presentano leggere ed aerodinamiche e potendosi disperdere agevolmente nell’atmosfera restano a lungo sospese nell’aria per la bassissima velocità di sedimentazione che ne favorisce la diffusione nell’ambiente (l’aria, il vento, il traffico veicolare, la movimentazione della terra, ecc., concorrono a trasferirle anche in luoghi lontani dalla sorgente di emissione).

La notevole resistenza agli agenti fisico-chimici ambientali che possiedono le fibre d’amianto, anche se in misura differenziata a seconda della matrice, permette alle medesime di restare a lungo in condizioni pressoché inalterate e ne favorisce la permanenza nell’ambiente con la sola possibile variabile di una semplice loro ridistribuzione. L’inalterabilità e la volatilità concorrono a far superare alle fibre d’amianto le normali difese dell’organismo umano con effetti, in ragione di una eventuale prolungata esposizione, che possono essere nocivi, causando l’insorgere di malattie – che a loro volta possono essere anche mortali – dopo un periodo di latenza anche molto lungo (sino a 25 – 30 anni).

L’inalazione di fibre d’amianto può dare origine a quadri clinici di natura patologica del polmone (asbestosi) e della pleura (placche, ispessimenti diffusi, versamenti recidivanti) ed a malattie neoplastiche del polmone (carcinoma), della pleura – ed anche del peritoneo – (mesotelioma), della laringe (carcinoma). La malattia maggiormente diffusa è la «asbestosi» (termine introdotto nel 1927 dopo studi già avviati nel 1899 da medici inglesi) che identifica una fibrosa polmonare che determina nei soggetti colpiti una reazione cronica infiammatoria del polmone. Le probabilità di contrarre l’asbestosi sono direttamente proporzionali alle quantità di amianto respirato. Per diagnosticare l’asbestosi, conoscendo la storia lavorativa della persona, è necessario effettuare una radiografia del torace mentre per quantificare il danno al polmone si ricorre alla spirometria.

Agli inizi degli anni sessanta viene riconosciuta scientificamente una connessione causale tra particolari forme di tumore polmonare e l’estrazione d’amianto; tra queste il «mesotelioma» con manifestazioni pleuriche che viene associato all’esposizione da amianto non solamente di tipo professionale ma anche indiretta o paraoccupazionale. L’azione cancerogena delle fibre di amianto può essere conseguenza anche di una esposizione limitata.

Attualmente le persone maggiormente a rischio possono essere considerate gli addetti alle opere di bonifica dall’amianto i quali, peraltro, svolgendo la loro attività nel rispetto dell’uso dei dispositivi di protezione individuale e di cantiere, vengono correttamente ed adeguatamente tutelati. La percentuale di rischio di questi, come del resto di tutti gli interessati, si incrementa se sono fumatori. Le persone esposte ad amianto devono essere sottoposte a visita medica ed a radiografia toracica per l’accertamento di eventuali sofferenze che potrebbero peggiorare con l’esposizione ad amianto; tali accertamenti devono essere ripetuti annualmente al fine di accertare precocemente l’insorgenza di malattie, con possibilità di sostituire la radiografia al torace con prove di funzionalità respiratoria, valutazione della presenza di crepiti ispiratori alle basi polmonari e ricerca di corpuscoli di amianto nell’escreato. Coloro che hanno cessato l’esposizione ad amianto devono proseguire nel tempo i controlli sanitari. Fondamentale, in presenza di amianto, è la prevenzione che deve tradursi nella limitazione dell’esposizione e dei rischi aggiuntivi (fumo di sigaretta).

Al rilascio di fibre volatili d’amianto nell’ambiente, oltre ai materiali friabili che possono sbriciolarsi con maggiore facilità e rilasciare più agevolmente il contenuto di fibre (o fibrille o placchette) d’amianto, possono anche concorrere i materiali o i manufatti contenenti amianto realizzati con matrici definite compatte, installati in edifici prefabbricati ed in muratura in genere (coperture – lastre, pannelli, tegole, – tubazioni – di scarico fumi vapori e liquami -, serbatoi contenitori di liquidi, pavimenti in vinilamianto – da non generalizzare con la terminologia linoleum che identifica anche un prodotto realizzato dopo il 1973 biodegradabile al 97% ed ecologico – pareti divisorie, controsoffittature, pareti o strutture metalliche rivestite per protezioni fonoassorbenti o termoisolanti, ecc.), in edifici con intonaci contenenti amianto applicato a spruzzo o a cazzuola, in impianti civili ed industriali con tubazioni per liquidi e fluidi, caldaie e serbatoi rivestiti, per guarnizioni di tenuta di porte tagliafuoco, in stabilimenti per la produzione di amianto-cemento dismessi, in treni e mezzi di trasporto marittimo, in tessuti antifiamma.

Altre forme di impiego dell’amianto – che si sono rivelate fonte di inquinamento e dispersione di fibre nell’ambiente – hanno riguardato l’impasto con resine sintetiche per ottenere i ferodi usati per frizioni e freni, le corde, i nastri, le guaine, le funi utilizzate per fasciare le tubazioni calde e rivestire cavi elettrici vicini a fonti di calore. Concorrono altresì alla dispersione di fibre la carta ed i cartoni, i filtri, le barriere antifiamma ed i rivestimenti protettivi da fonti di calore che, se usurati, rilasciano facilmente le fibre d’amianto; le coppelle ed i pannelli di fibre grezze compresse. Infine un ulteriore apporto può essere rappresentato dalla presenza del minerale lavorato e mescolato con leganti in alcuni elettrodomestici, all’interno degli asciugacapelli, in forni e stufe, prese e guanti da forno, in teli da stiro.

L’elencazione di cui sopra, pur nella sua specificità, non è peraltro da considerare di per sè esaustiva, esistendo ulteriori possibili situazioni anche particolari nelle quali si possono riscontrare presenze anche significative di minerali d’amianto.
Volendo riassumere quali sono stati i principali impieghi dell’amianto in base alla tipologia possono essere individuati, quali esemplificazioni maggiormente significative, i seguenti:

  • Amianto greggio – isolante termico e acustico, carica inerte in pitture e materie plastiche, cemento-amianto, guarnizioni, frizioni, freni, ecc.
  • Filati di Amianto – tessuti, guarnizioni, filtri, rivestimenti, indumenti, ecc.
  • Cartoni in Amianto – rivestimenti in lavorazioni edili, porte e pareti antifiamma, coibentazioni di generatori di calore, ecc. Analogamente, riassumendo gli ambiti di utilizzo, possono essere elencati i seguenti:
  • Edifici civili ed industriali – applicazione su strutture metalliche prefabbricate; pareti e soffitti (amianto floccato fonoassorbente); tetti (cemento amianto); altri impieghi (canne fumarie, pluviali, porte tagliafuoco, condotte aerazione, cartoni, ecc.)
  • Impianti tecnologici – coppelle per tubazioni, serbatoi, caldaie confinate con garze, nastri o guaine, corde e trecce; guarnizioni di flange, valvole e sportelli; impianti protetti con pannelli (cartoni con leganti organici ed inorganici)
  • Rotabili – mezzi di trazione elettrica o diesel, elettromotrici, carrozze passeggeri e letto, trasporto merci deperibili (frigo).Premesso quanto sopra esposto è comunque giusto e doveroso richiamare l’attenzione sul concetto, se ancora ce ne fosse la necessità, della differenza che esiste tra la presenza di manufatti contenenti amianto e gli effetti sanitari provocati dall’amianto.

    LA VERIFICA DELLA PRESENZA

    Perplessità più o meno fondata circa la presenza di materiali contenenti amianto in un edificio od in un impianto, comporta un opportuno quanto necessario accertamento per sciogliere il dubbio, in particolare se si è in presenza di situazioni che evidenziano un eventuale possibile rilascio dì fibre per il cattivo stato di conservazione del prodotto installato. L’accertamento della presenza e la conseguenze verifica dell’esistente deve seguire una procedura semplice ma efficace che consta dell’ispezione degli edifici, dei locali e degli impianti, l’eventuale prelievo e le conseguenti analisi dei materiali che si ritiene debbano essere sottoposti ad accertamento, la valutazione della possibilità di rilascio di fibre da parte dei manufatti in osservazione, la valutazione del contesto urbanistico e strutturale.

    La verifica – che è bene sia documentata con una attestazione scritta – può essere inizialmente fatta ricercando la documentazione tecnica disponibile riguardante la struttura o l’impianto, ricorrendo alla memoria «storica» dei residenti o di chi ha operato in quel luogo, interpellando il costruttore per accertare l’epoca della realizzazione o delle eventuali ristrutturazioni o rifacimenti, svolgendo un sopralluogo con conseguente verbalizzazione da parte di personale tecnico esperto (di manutenzione o di conduzione impianto) che attesti o accerti l’eventuale presenza (con apposizione di avvisi ed avvertenze nei posti nei quali viene rilevata) o assenza di prodotti contenenti amianto; nei casi dubbi o di particolare preoccupazione bene è approfondire la conoscenza facendo effettuare una analisi strumentale.

    L’analisi strumentale deve essere fatta su significativi campioni di materiale per il cui prelievo è necessario osservare una procedura ben definita, che prevede l’applicazione di impregnante nella zona interessata dopo aver indossato apposita tuta e guanti monouso nonché maschera facciale filtrante o con filtro classe P3 ed il prelevamento con attrezzi manuali (pinze, forbici, ecc.) in aree già degradate (per quanto possibile) di un adeguato campione di materiale (5 cmq. 10 grammi); il campione, con le indicazioni delle caratteristiche del prelievo, deve essere inserito in una busta di plastica sigillabile ed inviato al laboratorio di analisi; a prelievo effettuato vengono adeguatamente sigillate le parti esposte.

    La presenza di materiali contenenti amianto in un edificio non determina automaticamente un pericolo per la salute degli occupanti o di coloro che frequentano lo stabile, il capannone, i locali, purché essi siano in uno stato di conservazione buono oppure risultino adeguatamente protetti, incapsulati o confinati.
    Detta presenza comporta però per il Proprietario, l’Amministratore o il Rappresentante Legale – ai sensi e per gli effetti del DM 6 Settembre 1994 – la designazione della figura del «responsabile del problema amianto» che, a sua volta, dovrà:

  • controllare periodicamente lo stato di conservazione dei materiali installati (con comunicazione di avvenuto accertamento all’ente preposto fatta almeno una volta all’anno per i materiali friabili ed almeno una volta ogni tre anni per i materiali compatti), al fine di valutare il rischio connesso al rilascio di fibre e coordinare gli eventuali programmi di controllo e manutenzione sino a giungere agli interventi di bonifica;
  • tenere una documentazione relativa all’ubicazione dei manufatti, con particolare riferimento alle installazioni che necessitano di frequenti interventi di manutenzione;
  • predisporre le procedure di sicurezza per gli interventi di manutenzione e di pulizia ed informare gli occupanti dell’edificio sui rischi di quella presenza e sui comportamenti da adottare.L’accertamento della presenza – sulla base degli orientamenti che hanno informato il piano regionale di protezione dall’amianto e che hanno determinato i contenuti della fase di censimento della presenza di materiale friabile o compatto conclusa a Dicembre 1998 – ha riguardato le zone di interesse collettivo (pubbliche, private aperte al pubblico, condominiali, ecc.) e quelle private che possono avere effetti sull’ambiente esterno; sono state invece escluse dalla rilevazione le presenze di materiali interne alle unità di uso privato.Il censimento regionale di fatto non si è mai comunque interrotto avendo la Regione dato facoltà ai ritardatari, o a coloro che hanno inteso regolarizzare la loro posizione successivamente, o ancora nei confronti di coloro che hanno individuato la presenza di manufatti contenenti amìanto solo successivamente a seguito di accertamenti più approfonditi o individuazioni causate da interventi di manutenzione, di segnalare comunque la presenza senza incorrere nell’applicazione di sanzioni ma a fronte solamente dell’applicazione di una penalità. Obiettivo della Regione infatti non è quello di punire bensì di conoscere per meglio concorrere a governare la presenza.

L’ARTE DEL RICICLO

Si fa sempre un gran parlare dei valori nella nostra società e l’argomento diventa ogni giorno più scottante in proporzione al crescere del diario con altre culture e con il disagio sociale provocato dal vuoto lasciato dalla cancellazione dei punti di riferimento.
Anche lo scarto fa parte dei punti di riferimento: infatti è l’ombra concreta di qualcosa che è esistito ed è custode dell’esperienza vissuta.

Pochi giorni fa un vecchio negozio con i pavimenti in legno che suonano sotto i passi delle persone, il soffitto basso, una scaletta di legno massiccio che porta ad un soppalco, l’arredamento formato da mobili antichi, è stato sventrato per fare posto ad un’agenzia commerciale e ogni suo piccolo ricordo è stato raccolto e mandato ad una discarica.

In questi ultimi anni ci sono stati mutamenti radicali nel modo di produrre e di arredare e nello stesso tempo è aumentata, in modo esponenziale, la varietà dei materiali utilizzati. Si è creata in questo modo un’enorme discarica fatta di oggetti e di materiali che gradualmente circonda il cosiddetto mondo civile e industrializzato, che prima o poi dovrà confrontarsi con le tensioni sociali e con la fame che spinge all’emigrazione masse sempre più consistenti.

Per affrontare questa situazione occorre dare spazio all’espressione vibrante e tangibile delle idee e promuovere iniziative mirate alla soluzione di quei temi che riguardano l’umanità nel suo complesso.

L’ARTE COME STRUMENO DI CAMBIAMENTO

È in questa ottica che diventa indispensabile un incontro tra tutti coloro che si occupano delle tematiche ambientali, compresi gli artisti, per dare vita ad una nuova dimensione nella quale le attività possano interagire per elaborare nuove soluzioni.

In questo contesto la corrente artistica Trash Art dimostra come con la fantasia e la creatività si possano realizzare opere di grande spessore artistico pur utilizzando materiali obsoleti e destinati alla discarica.

Ma occorre fare di più, utilizzare questa enorme energia artistica per aiutare gli addetti ai lavori a rimuovere questa situazione di stallo e riprendere la marcia a favore dell’ambiente.

Situazione di stallo che può essere superata solo con il coinvolgimento di tutti, e per farlo occorre coinvolgere gli artisti della corrente Trash Art, in grado di incontrare un vastissimo pubblico dando luogo ad un’esperienza spaziale da cui può nascere un flusso, un movimento che può trovare riscontri in ogni parte del globo, poiché la creatività e i rifiuti sono una presenza costante della nostra quotidianità.

E’ in questa prospettiva che è in fase di organizzazione l’allestimento di un’esposizione internazionale della “Trash Art” (arte del riciclo). L’Esposizione Internazionale di questa particolare corrente artistica è una ribalta che pone al centro dell’attenzione il “rifiuto”, aprendo intorno ad esso dibattiti e confronti affinché tutto ciò che ha terminato la sua funzione primaria possa trovare una nuova dimensione.

UN NO ALL”‘USA E GETTA”

L’Esposizione Internazionale di Trash Art non è solo un’esposizione delle opere o installazioni realizzate sul posto dagli artisti, ma intende promuovere idee per la soluzione dei vari temi della raccolta, del riciclo e dello smaltimento dei rifiuti.

L’augurio che ci facciamo è che tutti coloro che vi parteciperanno (da protagonisti o da visitatori), percepiscano l’enorme possibilità che offre l’attività di riciclaggio adattando così il proprio sistema di vita perché la stessa possa raggiungere gli obiettivi e i risultati possibili.

L’Esposizione Internazionale di Trash Art vuole anche essere punto d’incontro tra uomini di scienza, artisti, politici e tecnici addetti ai lavori, affinchè la salvaguardia dell’ambiente coinvolga tutti.

Lo stesso catalogo, realizzato per l’occasione, rappresenterà uno strumento di grande utilità in particolare per gli addetti ai lavori, perché renderà possibile un’interpretazione contemporanea della situazione e del livello di sensibilità su cui operare ritrovando affinità, mescolando le diversità, producendo una metamorfosi sulle forme di pressione con cui fino ad oggi si è affrontato il tema.

L’Esposizione Internazionale dell’arte del riciclo può rinnovare il ruolo che l’arte ha nel tessuto sociale, rendendo più accessibili i linguaggi artistici e la mondializzazione della cultura della creatività.

La scelta del luogo è ricaduta su Genova per due motivi: il primo perché la vista di Genova è favolosa da aprile a luglio con la sua luce continuamente mutevole, il vento che increspa la superficie dell’acqua, i vicoli con i suoi tetti di ardesia ora bagnati dalla pioggia ora arsi dalla luce cangiante, che entrano nel cuore velandolo di malinconia per le cose passate e che scivolano ora su uno ora sull’altro come nuvole, simbolo del cambiamento incessante che rendono misteriosa la sostanza di questa città.

Il secondo tiene conto della forte contrapposizione alla cultura del ‘usa e getta” insita nel genovese che ama rielaborare materiali e oggetti che portano impresse le impronte del vissuto o la storia personale. L’Esposizione Internazionale riconsegna a Genova il ruolo di esploratrice di nuove realtà, smentendo la fama di cinica dissacratrice della fantasia e di schiava del pragmatismo economico, aprendosi ad una forma espressiva che diventa ogni giorno più importante tra le forme d’arte tradizionali.

Per quanto riguarda la città di Genova, gli spazi destinati alla mostra possono rappresentare l’opportunità sia per i genovesi sia per i visitatori italiani e stranieri di seguire un percorso turistico e culturale tra le varie concezioni architettoniche, le ville e i parchi della città.

L’esposizione internazionale nasce con la connotazione di una biennale infatti, ogni due anni, artisti e tecnici rinnoveranno il loro appuntamento con incontri per confrontarsi sugli sviluppi della ricerca in questo settore.

Esposizione internazionale che può espandersi e realizzarsi in ogni parte del mondo, perché ovunque è necessario formare la coscienza e la convinzione che con creatività e fantasia si possa fornire un più alto ordine di complessità, di utilità e di vitalità trasformando oggetti ritenuti non più utili nella realtà. Contrapporsi alla cultura dell”‘usa e getta” è un’espressione di civiltà e sensibilità: l’esasperazione del consumismo, oltre a creare un’eccessiva quantità di rifiuti che invade gli spazi vitali, inculca nell’individuo la convinzione che ogni cosa che ha svolto la sua funzione è destinata al rifiuto.

Un abito mentale che, i dati statistici lo confermano, si è esteso all’essere umano e in particolare a quelle persone anziane che, per motivi di salute, sono di intralcio alla quotidianità.

L’EDUCAZIONE AMBIENTALE COMINCIA A SCUOLA

Tra le varie iniziative previste occuperanno un ruolo rilevante quelle svolte nell’ambiente scolastico per orientare i giovani ad una maggiore attenzione alle problematiche ambientali, attenzione che deve attivarsi attraverso i confronti tra la quotidianità e il ciclo della vita umana con lo spazio che ci circonda e l’ecosistema nel suo complesso.

L’educazione ambientale deve innanzitutto evidenziare il mondo che abitiamo, le sue contraddizioni e l’immensa articolazione di pregiudizi, di luoghi comuni e la necessità che abbiamo di ripagare i vecchi debiti che abbiamo nei confronti dello spazio che ci circonda.

Gli artisti e gli addetti ai lavori metteranno a disposizione la loro competenza per attivare laboratori atti a sviluppare la creatività e la fantasia, aprendo nuovi sbocchi e collaborazioni con le istituzioni scolastiche.

Questi laboratori diverranno un nucleo operativo dedicato all’interazione tra arte ed ambiente, in quanto i progetti e le attività si svilupperanno a partire dal sentimento degli stessi interessati e rappresenteranno un invito aperto alla costituzione di una società multiecologica.

Tutti sono invitati a collaborare portando il contributo delle proprie competenze e professionalità per partecipare ad una trasformazione sociale responsabile che diventa sempre più urgente.

L’esposizione internazionale propone numerose ed interessanti iniziative anche nei mesi che la precedono, per la divulgazione e per aumentare la sensibilità e predisporre il tessuto socio-economico a recepire nella sua interezza questo grande avvenimento.

Avvenimento che fa parte di strategie per affrontare una situazione ambientale così compromessa: la prima consiste nel continuare incessantemente a denunciare le situazioni a rischio, sottolineare gli abusi, gli errori, le carenze del sistema pubblico e privato, usando la paura dell’evento catastrofico, del danno eccessivo, del rischio per la salute dell’individuo come deterrente e come stimolante affinché le istituzioni prendano prowedimenti drastici assicurando nel contempo la collaborazione attiva della popolazione.

Il secondo modo è quello propositivo, che affianca alla denuncia il coinvolgimento di tutti gli addetti ai lavori su scala mondiale attraverso la realizzazione di incontri nel corso dei quali vengono messe a confronto le iniziative e i risultati raggiunti, ma ancor più attraverso una campagna di sensibilizzazione che stimoli l’amore per lo spazio che ci circonda come parte integrante della vita stessa, adoperandosi per un cambiamento della cultura dell’usa e getta, sottolineando l’enorme possibilità che offre l’attività di riciclaggio e l’opportunità di adattare il proprio sistema di vita affinché questa attività possa svilupparsi per raggiungere gli obiettivi previsti.

E’ nostra profonda convinzione che l’energia prodotta dalla creatività e dalla fantasia di un’artista sia tale che può non solo materializzarsi attraverso le opere, ma può fornire, se sapientemente amalgamata al pragmatismo degli addetti ai lavori, elementi di novità e spazi per soluzioni di grosso spessore tecnico.

Borreliosi di lyme

A causa della comparsa di numerosi casi di artrite in modo del tutto inaspettato nella contea di Old Lyme (Connecticut, USA), il dr. Allen Steere, epidemiologo e reumatologo identificò i primi casi di Malattia di Lyme, era l’anno 1975. Una spirocheta risultò essere la causa di questa malattia. Fu chiamata Borrelia burgdorferi, dal nome del dr. Willy Burgdorfer, che nel 1982 nel Rocky Mountain Laboratories, (Montana, USA), scoprì la correlazione tra la malattia e questo agente patogeno.

Da allora il numero dei casi è andato aumentando estendendo le zone interessate  fino a tutto l’emisfero nord, dove nei nostri giorni, la borreliosi di lyme, risulta essere la più diffusa malattia infettiva trasmessa da vettori. In Europa non era del tutto sconosciuta, anche se non si era accertato l’agente eziologico a causa della mancanza dei mezzi tecnologici. Questa è uno dei motivi per cui si preferisce chiamare questa patologia Borreliosi di Lyme (BL) invece che Malattia di Lyme: Buchwald (Germania 1883), Afzelius (Svezia 1909), Garin (Francia 1922), Bafverstedt (Svezia 1943).

I primi casi registrati in Italia furono accertati in Liguria nel 1983, a ciò, seguirono altri casi a Trieste dove nel 1986 fu isolato il germe patogeno. Per questo motivo fu fondato il GISML – Gruppo Italiano per lo Studio della Malattia di Lyme.

La suddetta malattia è seria e quindi da non sottovalutare visto e considerato che è responsabile di gravi danni permanenti  e che tanto il vettore quanto il microrganismo responsabile della patologia si stanno ampiamente diffondendo sia in natura che negli ambienti antropizzati. Ecco perché vale la pena conoscere i fattori di rischio e la modalità di prevenzione. Questo coinvolge sia la popolazione in generale che, in particolare i lavoratori e i datori di lavoro sulla base alla normativa in materia di sicurezza e salute sui luoghi di lavoro.

Il decreto legislativo 626/94, in materia di sicurezza e salute sui luoghi di lavoro, dedica infatti il Titolo VIII al rischio di esposizione ad agenti biologici e prevede che venga effettuata una valutazione dei rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori.
Il datore di lavoro deve poi fornire ai lavoratori informazioni ed istruzioni, in relazione ai rischi per la salute dovuti agli agenti biologici presenti, ed a sottoporli a sorveglianza sanitaria da un medico competente.

L’obiettivo che si intende raggiungere con questo articolo, è quello di provvedere informazioni le più corrette possibili al riguardo, è sfatare alcuni tra i miti più diffusi che avvolgono questa patologia.

Al riguardo crediamo sia importante ricordare che:

  • nel emisfero nord è divenuta tra le più diffuse malattie infettiva trasmesse a mezzo di vettori;
  • gran parte della popolazione risulta essere a rischio di esposizione;
  • spesso non è  facile da diagnosticare o, al contrario, viene erroneamente diagnoisticata;
  • una informazione chiara e corretta consente di evitarla o comunque affrontarla con successo al fine di evitare la progressione fino alle fasi tardive, con i relativi disturbi cronici invalidanti a cui rende soggetti.

Schematicamente si può dire che esistono due famiglie di zecche: le Argasidae o molli e le Ixodidae o dure. E’ solamente in queste ultime che si trova la zecca, vettore della BL e più specificamente si tratta dell’Ixodes ricinus.

Questo tipo di zecca e la relativa presenza dell’infezione da lei causate sono fenomeni diffusi. Due sono le aree a più elevata endemia e cioè la penisola Scandinava e il gruppo dei Paesi dell’ex blocco socialista con l’aggiunta di Austria e Germania meridionale. In Italia dopo i casi a cui abbiamo già fatto riferimento avvenuti in Liguria e nel Friuli, se ne sono progressivamente riscontrati degli altri interessando in particolare regioni come lo stesso Friuli Venezia Giulia,la Liguria, il Veneto, l’ Emilia Romagna e il Trentino Alto Adige. Risultano comunque alcuni casi anche in Piemonte e Lombardia, soprattutto nella zona dei laghi.

In Italia la BL, come previsto dal DM 15/12/90, è soggetta a notifica obbligatoria in classe V, anche se come nel caso di altre patologie, questo obbligo sociale è ampiamente disatteso. Ciò impedisce di  avere un quadro preciso della situazione in atto e del suo evolversi. Un’indagine epidemiologica effettuata dal GISML ha preso in esame le regioni più colpite dal problema, e in conseguenza di ciò sono emersi dati non troppo incoraggianti. Nel periodo dal 1986 al 1997 i casi di BL erano stati 1171 circa con una costante tendenza all’aumento.

IL VETTORE

La BL è una zoonosi trasmessa all’uomo dalla puntura di una zecca infetta del tipo Ixodidae, più specificamente in Europa trasmessa dalla Ixodes ricinus, generalmente nota in Europa centrale anche come “zecca dei boschi”. Si tratta di zecche presenti in vari ambienti del territorio, di dimensioni variabili da 2 ad 8 mm in base al loro stadio di sviluppo (larva, ninfa, adulto), molto resistenti a condizioni ambientali sfavorevoli e caratteristicamente distribuite a “macchia di leopardo” con zone infestate divise da zone indenni.

L’ attività di questo tipo di zecca si svolge prevalentemente  dalla primavera all’autunno avanzato, anche se, in caso di inverni miti si è riscontrata una certa attività. Sono parassiti di numerosi animali selvatici e domestici ed a volte anche dell’uomo. Si nutrono del sangue del loro ospite, un pasto che dura anche diversi giorni, con l’obiettivo di completare il proprio ciclo di sviluppo. Le femmine adulte, alla fine del pasto, si lasciano cadere a terra per morire solo dopo aver deposto numerose uova. La puntura generalmente non viene rilevata dalla vittima a causa di una sostanza anestetica presente nella saliva del parassita.

Lo stadio in cui le zecche sono maggiormente coinvolte nella trasmissione dell’infezione è quello ninfale, e questo perché, coincide con il periodo di massima attività del parassita associato al periodo di  massima attività dell’uomo all’aperto. La zecca  è un acaro e non un insetto, non può volare né saltare, si limita a camminare,  attendendo sull’erba e attaccandosi all’ospite quando questi gli passa accanto. Al fine di non creare inutili allarmismi c’è da dire che nelle nostre zone la percentuale di zecche infette risulta essere ancora bassa, ciò significa che essere punti da una zecca  non significa automaticamente ammalarsi di Bl.

LE ZONE A RISCHIO

L’ambiente ideale per le Ixodes ricinus è quello dove sussiste un alto tasso di umidità relativa. Predilige ambienti umidi, ombreggiati, con una bassa vegetazione ed ancor meglio un letto di foglie secche, Erba incolta,  zone di confine tra prato e bosco soprattutto se con presenza d’acqua risultano essere un Habitat adatto. Si riscontrano comunque un progressivo adattamento ed espansione in altri ambienti, cosa che rende a rischio anche i parchi urbani ed i giardini privati.

ANIMALI SERBATOIO E VETTORE

I Serbatoi d’infezione sono soprattutto i  topolini di campagna da cui la zecca riceve il germe punge. L’Ixodes ricinus nel opera una selezione riguardo il suo ospite  ed attacca quindi chiunque le passi accanto, tutti gli animali possono fungere da vettore compresi quelli a sangue freddo.
Un ruolo rilevante a questo riguardo sono gli uccelli  che fungono da veicoli di trasporto aereo, a lunga – media distanza, determinando l’infestazione di aree che prima non contavano la presenza della zecca.  Ciò permette di comprendere l’impossibilità di operare  una disinfestazione su vasta scala con qualche possibilità di successo.

COME PREVENIRE LA PUNTURA

Non essendo praticabile, come già accennato, una adeguata disinfestazione risolutiva, la prevenzione principale è l’evitare di essere punti. Ovviamente ciò non vuol dire evitare le zone all’aperto, ma adottare delle misure semplici e pratiche come ad esempio quella di  coprirsi il più possibile indossando indumenti a maniche lunghe e pantaloni lunghi infilati dentro a scarponcini o comunque dotati di stringhe o, in alternativa, pantaloni lunghi infilati nei calzettoni.
Si deve cioè far sì che la zecca trovi difficile raggiungere zone di pelle scoperta. Sono da preferire vestiti di colore chiaro in modo che le zecche, essendo scure, possano essere identificate  facilmente  e quindi rimosse prima che si attacchino alla pelle. E’ buona norma camminare al centro dei sentieri, evitando di strusciarsi contro la vegetazione ai lati, e fare attenzione a non sedersi direttamente sull’erba. Per I cacciatori c’è da prestare attenzione nel maneggiare e trasportare la selvaggina perché questa può essere  infestata da zecche.

Esistono Repellenti a base di permetrina a bassa concentrazione che risultano essere efficaci ma non in commercio in Italia. Risultano limitatamente efficaci i repellenti a base di DEET applicati su vestiti e cute esposta, è importante però non eccedere nella quantità e frequenza d’uso, ricordando che potrebbero essere tossici nei bambini piccoli.
Anche i cani ed i gatti possono veicolare le zecche e quindi è buona norma controllarli spesso e ricorrere al consiglio del Veterinario per i prodotti repellenti più efficaci. Una efficace prevenzione riguardo le  zone residenziali consiste nel rimuovere attorno alle case i letti di foglie secche, gli arbusti e le cataste di legna come pure tenendo ben curati prati, siepi e cespugli. L’erba di prati e giardini va tenuta sempre ben tagliata per consentire una maggior penetrazione dei raggi solari.

IL CONTROLLO

Le probabilità d’infezione diminuiscono in modo sensibile se la zecca resta attaccata alla cute per meno di 36-48 ore, ciò rende importante il controllo del corpo per poter estrarre eventuali zecche il più velocemente possibile.

Dopo un’escursione i vestiti vanno lavati in lavatrice ad una temperatura il più alta possibile poi, prima di fare il bagno e completamente spogliati, si deve ispezionare accuratamente tutto il corpo con l’aiuto di un’altra persona per le zone difficilmente visibili.
Particolare attenzione deve essere rivolta al cuoio capelluto in modo particolare nei bambini che sono spesso colpiti in questa parte del corpo. Questo controllo preventivo deve essere fatto prima del bagno al fine di non urtare inavvertitamente una zecca, col risultato di spezzarne il corpo e lasciare il rostro conficcato nella pelle, rendendo così impossibile sapere che lì era presente una zecca. Questo è molto importante per le misure preventive che si devono invece adottare dopo l’estrazione.

LA CORRETTA ESTRAZIONE DELLA ZECCA

E’ importante la rimozione corretta di un’eventuale zecca infissa nella cute. Ciò va fatto afferrandola con una pinza a punte sottili il più aderente possibile alla cute e quindi tolta tirando verso l’alto. Va afferrata al suo apice, il più aderente possibile alla cute evitando attentamente di prenderla per il corpo con il rischio di schiacciarla e quindi, di iniettarsi il suo contenuto come con una siringa.
C’è comunque, anche se si opera con la massima attenzione, la possibilità che la zecca si rompa e che il rostro resti conficcato nella cute. In Tal caso si può estrarre il rostro scarificando delicatamente  il punto cutaneo dove era infissa usando un ago da siringa sterile. Una volta rimossa la zecca è necessario disinfettare la cute, senza però usare disinfettanti coloranti, e si può applicare una pomata antibiotica per uno-due giorni. La zecca non va gettata ma o deve essere conservata, per un successivo controllo, oppure va bruciata, il sistema migliore e più sicuro per eliminarla.

Per quanto riguarda le pinzette specifiche per zecche in Italia, fino a poco tempo fa, non si trovava nulla in commercio e molte persone si recavano in Austria o Svizzera per procurarsele. Adesso si comincia a trovarle anche in Italia, in qualche farmacia e in negozi di articoli per animali, dal momento che una delle ditte estere produttrici ha aperto una filiale italiana.

L’ERRATA ESTRAZIONE DELLA ZECCA

Molti metodi empirici e raccomandati dalla “saggezza popolare” risultano essere inefficaci e magari anche pericolosi. Non si deve applicare nulla sul acaro, l’estrazione deve essere fatta con l’unico e semplice utilizzo di una pinzetta a punte sottili. Da evitarsi assolutamente  metodi impropri di estrazione quali l’applicazione di fonti di calore quali ad esempio brace di sigaretta, fiammiferi spenti, aghi arroventati etc. o l’applicazione di sostanze varie come olio, petrolio, benzina, trielina, ammoniaca, acetone, etere etc.
Con questi metodi si può indurre nella zecca un riflesso di rigurgito con aumento esponenziale del rischio di infezione visto ché il germe patogeno, causa della Bl si localizza nel suo intestino e nelle sue ghiandole salivari. Si deve inoltre evitare di toglierla con le mani o di schiacciarla tra le dita in quanto, c’è il rischio, anche se remoto, di acquisire l’infezione attraverso piccole lesioni della pelle o per schizzi di sangue negli occhi, nella bocca o nel naso.

DOPO L’ESTRAZIONE

Una volta rimossa la zecca è fondamentale effettuare tutti i giorni, per un periodo di almeno 30-40 giorni, un controllo della zona interessata dalla puntura per cogliere l’eventuale comparsa del segno clinico  della malattia nella sua fase precoce localizzata e cioè l’Eritema Migrante: una chiazza rossastra tondeggiante in espansione centrifuga che, molto spesso, tende a schiarire al centro formando un’immagine ad anello che si espande sempre più fino a sparire e con cui possono coesistere sintomi non specifici come febbre, stanchezza, sintomatologia simil-influenzale ed ingrossamento linfonodale.

Solo a questo punto va iniziata una terapia antibiotica. Si deve prestare attenzione anche all’eventuale comparsa di un’improvvisa artrite acuta, in persone che non ne hanno mai sofferto in passato, oppure di una cefalea non abituale o di una sintomatologia neurologica non spiegabile in altro modo. Va ricordato però che, con l’esclusione della tipica lesione cutanea, tutti gli altri disturbi non sono sintomi di Malattia di Lyme se non in alcuni casi. Di fronte a questi sintomi perciò, prima di sospettare una Malattia di Lyme, vanno ricercate ed escluse eventuali patologie reumatologiche c/o neurologiche primitive, molto più frequenti e diffuse rispetto alla BL.

PROFILASSI ANTIBIOTICA

Non è indicata né raccomandata. L’assunzione di antibiotici maschererebbe i segni dell’eventuale infezione nel periodo di incubazione, va invece effettuato il controllo. Se durante i 30-40 giorni del periodo d’osservazione fosse necessario instaurare una terapia antibiotica, per intercorrenti patologie non correlate alla BL, si dovranno utilizzare farmaci efficaci per entrambe le patologie ma seguendo lo schema previsto per la BL. Questo per evitare di inibire le manifestazioni cliniche dell’eventuale BL presente.

Il mancato rispetto di questa regola e quindi l’uso di antibiotici, impedisce infatti il manifestarsi dell’Eritema Migrante, unica lesione patognomonica della BL, senza però la certezza di eliminare l’ infezione facilitandone invece il suo progresso alle fasi successive più difficili da diagnosticare.
La Borrelia burgdorferi infatti, oltre a collocarsi frequentemente a livello endocellulare, si caratterizza per un precoce attraversamento della barriera emato-encefalica come pure con sue localizzazioni in altre zone raggiungibili con difficoltà dai farmaci. Questa è una delle principali ragioni per le quali la terapia va prolungata per tre settimane e per la quale i Macrolidi non sono indicati.

SIEROLOGIA

Non va eseguito alcun test a seguito di una semplice puntura di zecca. Il test  da solo non è diagnostico. E’ gravato da scarsa sensibilità e specificità, non è standardizzato ed inoltre le metodiche utilizzate nei vari laboratori si differenziano l’una dall’altra e non sono spesso confrontabili. Vi sono molte false positività, false negatività e reazioni crociate. Nelle aree endemiche poi circa il 15% delle persone sane risulterà comunque positivo, in quelle non endemiche tale percentuale è intorno al 5-10%.
Il test inteso come esame di screening va quindi evitato: non si deve curare il test di laboratorio bensì la malattia. Anche per il Western blot, utilizzato come test di conferma in caso di ELISA od IFA positivi, vi sono grandi limitazioni: spesso può essere anch’esso negativo durante la fase Precoce Localizzata di malattia; una terapia antibiotica, anche incongrua, instaurata nella fase Precoce Localizzata può smorzare o bloccare la risposta immunitaria, portando ad una perdita di reattività, creando così una pericolosa causa di falsa siero-negatività anche nella fase Disseminata Precoce di malattia.

TERAPIA

I principi attivi da usare nella Fase Precoce sono Tetraciclina, Doxiciclina, Amoxicillina e, in caso di allergia, Cefuroxima acetile. Vanno assunti per sospensione orale e per un periodo di tre settimane. I Macrolidi sono attivi in vitro ma poco in vivo e sono da considerarsi farmaci da utilizzare come ultima chance in caso di intolleranza, raramente riscontrata, a tutti i precedenti. Nelle Fasi successive della malattia è indicata una terapia parenterale con Ceftriaxone per almeno due settimane.

VACCINO

Non esiste alcun vaccino. Un vaccino messo a punto negli USA, è stato ritirato dal commercio il 25 febbraio 2002. Anche se in Italia non è ancora commercializzato, esiste invece un vaccino per un’altra malattia trasmessa da zecche: la TBE (Tick Borne Encephalitis o meningoencefalite virale da zecche) presente in molti Paesi europei ma poco in Italia e, per il momento, solo in determinate aree del nord-est. Attenzione quindi a non confondere questo vaccino per la TBE con quello per la BL che, come detto, non esiste. Va inoltre ricordato che la BL non da luogo allo sviluppo di immunità specifica perciò un paziente, precedentemente trattato e guarito, si potrà riammalare se punto nuovamente da una zecca infetta.

NOTIFICA

Come già accennato in precedenza, in Italia la BL è soggetta a notifica obbligatoria da parte del Medico che effettua la diagnosi. Ciò assume importanza rilevante, sia per la sorveglianza epidemiologica e sia perché consente di poter predisporre interventi sanitari adeguati in tempi brevi. Purtroppo pero tale obbligo è ampiamente disatteso. In Emilia Romagna, in aggiunta alla notifica obbligatoria, è stata anche attivata una sorveglianza speciale dedicata a questa malattia.

Eritema Migrante – definizione. Macula o papula eritematosa che, nella sua forma tipica, si espande progressivamente, nell’arco di giorni o settimane, per formare una larga lesione tondeggiante, di diametro superiore ai 5 cm, che tende a risolvere al centro lasciando un margine periferico in espansione centrifuga.

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