Vermi del pomodoro

Non si può aspettare il primo pomodoro della stagione, ed ogni giorno si deve controllare il proprio eccezionale pomodoro rampicante, nell’attesa che il frutto si maturi. Durante la visita di un giorno nel proprio giardino si rimane scioccati nella scoprire che una parte delle foglie sta cadendo. Cosa potrebbe avere provocato tutto ciò? Un’occhiata più da vicino mostra degli escrementi neri sopra alcune delle foglie e per terra. Sorpresa – si ha un verme del pomodoro nascosto.

PRENDERE IL VERME PER LE CORNA

I vermi del pomodoro sono dotati di un’eccellente dote di mimetizzazione, cosa che li rende molto difficili da vedere ad un’occhiata superficiale. Basta rimanere immobili in un’area dove sono stati visti degli escrementi, e molto presto si vedrà un bruco immobile che pende sopra un gambo. Questi grossi bruchi possono essere controllati abbastanza bene selezionandoli accuratamente.

Un’infestazione più grande potrebbe richiedere un trattamento aggiuntivo. Un batterio disponibile in commercio (il Bacillus thuringiensis) è molto efficace contro questo tipo di vermi ed altri generi di bruchi, come i bruchi dei cavoli di geometride. Nel momento in cui vengono spruzzati sopra le piante, il batterio invade i bruchi uccidendoli. Funziona bene contro i bruchi piccoli, cosicché alcuni dei vermi più grossi non sono uccisi rapidamente ed avranno ulteriormente bisogno di essere raccolti con le mani.

Il verme con le corna trascorre l’inverno in uno stadio di pupa, sottoterra. Rivoltando il terreno dopo avere sradicato le piante aiuta a portare alla superficie queste grosse larve di colore marrone, dove possono essere scartate o lasciate essere cibo per gli uccelli.

Questi vermi hanno alcuni predatori naturali, come le vespe Trichogramma e Bracondiae. Per controllare se qualcuno di questi predatori naturali è presente nel proprio orto, esaminare le parti posteriori di questi vermi per vedere se qualche bozzolo è attaccato ed assomiglia a riso gonfio. Molto presto i bozzoli si apriranno spaccandosi per mostrare una piccola vespa che andrà alla ricerca di altri vermi che depositano le proprie uova. Quando queste uova si schiudono, le larve di vespa si nutriranno dei bruchi di questi vermi.

LA VITA DI UNA SFINGIDE

Il verme con le corna che fa paura è in realtà la forma non ancora matura della bella sfingide (Manduca quinquemaculata). Questa falena generalmente notturna è abbastanza grande, con una specie che ha un’apertura alare di 5 pollici o più. Hanno delle lunghe, e scure ali frontali, con un corpo pesante che si assottiglia ad entrambe le estremità. Le sfingidi sono state paragonate al colibrì e sono state anche chiamate le “falene colibrì” in alcune zone, perché il loro sistema di nutrimento assomiglia a quello di questi uccelli. Le sfingidi hanno una lunga proboscide, o tubo, che si estende dalla loro bocca, che è usato per succhiare il nettare dai fiori.

Le sfingidi depositano le loro uova di colore verde chiaro sopra le piante di pomodoro, di patata, e di tabacco. Presto le uova si schiudono rivelando dei vermi con le corna, la forma larvale. Fin qui non sappia mo se la struttura a forma di corna da cui questo tipo di verme prende il nome ha qualche scopo reale, tranne probabilmente quello di spaventare facendoli scappare i potenziali predatori. I vermi con le corna, le quali hanno anche un metodo di mimetizzazione tigrato, possono crescere fino ad una lunghezza di 4 pollici, cosicché non impiega molto tempo a distruggere completamente una pianta di pomodoro!

Avvelenamenti come non farli accadere

“Attenzione” , “Pericolo di morte”, “Tenere lontano dalla portata dei bambini”, “In caso di ingestione o contatto con gli occhi……consultare immediatamente un medico”, sono frasi entrate a far parte della nostra vita quotidiana, concetti che suonano come una sicura salvaguardia della salute. Una cosa è certa: se si accetta la definizione di veleno coniata nel XVI secolo da Paracelo, secondo cui tutte le sostanze sono veleni ed è solo la dose a determinare il processo di avvelenamento, ci si rende conto che forse, le “avvertenze” citate sopra, non sono poi così sufficienti a eliminare il problema. La realtà dei fatti è che i cosiddetti “Veleni”, sono delle sostanze alla nostra portata e di uso quotidiano, perciò moto più insidiose di quanto non si creda. Il processo definito avvelenamento richiede una certa quantità di sostanza nociva e una via di contatto adeguata. Parlando delle vie di contatto è necessario rendersi conto che sono diverse ad esempio: la cute, l’inalazione e soprattutto l’ingestione.

Con questa breve premessa, la conclusione alla quale giungiamo è seria: tanto il posto di lavoro, quanto il più “rassicurante” ambiente domestico, sono luoghi in cui la salute può essere messa seriamente in pericolo di intossicazione da comportamenti errati nell’uso di sostanze che non necessariamente incutono timore. Sono infatti i gesti quotidiani, semplici e banali, compiuti una quantità infinita di volte, che mettono a repentaglio la nostra preziosa salute. Facciamo alcuni esempi.

IL MODO DI GESTIRE LE SOSTANZE

Una delle notizie più sconvolgenti è quella tristemente comune di un bambino che, bevendo da una bottiglia di acqua, rimane intossicato. Ciò è dovuto ad una pratica diffusissima: il “travaso” di sostanze dal contenitore originale ad altro facilmente confondibile. Con l’obiettivo di prestare un prodotto perché molto efficace ad altri, la sostanza è finita in un contenitore “ingannevole”, creando così, anche se del tutto innocentemente, le condizioni adatte all’avvelenamento e cioè: una via di contatto (ingestione) e la dose adeguata all’avvelenamento (sorsata). Il tutto aggravato dalla difficoltà riguardo la diagnostica del problema e quindi la tempistica e l’adeguatezza delle cure da prestare all’intossicato, vista la difficoltà ad identificare il contenuto travasato nel contenitore inadeguato forse molto tempo prima.

Lo stoccaggio inadeguato, in luoghi accessibili a tutti e senza adeguate segnalazioni, di prodotti pericolosi (diserbanti o disinfestanti) è un’ altra causa comune di avvelenamenti gravi. Problema prevenibile mettendo in opera le strategie necessarie per ridurre al minimo la possibilità di contatto di tali sostanze con le persone che frequentano i luoghi in questione.
Merita anche una certa attenzione il lavoro in un luogo pubblico, altamente frequentato, dove, la scelta di prodotti da usare deve tener conto di un parametro importante: a parità di efficacia è più sicuro scegliere prodotti con una bassa tossicità. Inoltre, in tali condizioni lavorative, l’informazione preventiva circa il lavoro svolto e il tipo di sostanza che si utilizzerà, sarà utile per ridurre al minimo il rischio di incidenti oltre che a rendere più agevole e pronto il compito agli eventuali soccorritori.

COME PROTEGGERSI

Troppo spesso gli avvelenamenti sono causati da disinformazione o da un falso senso di sicurezza dovuto alla pratica. E’ pensiero comune che le sostanze siano pericolose solo se ingerite, peggio ancora, c’è chi si convince che si  possa acquisire un certo grado di immunità dovuta all’uso prolungato di certe sostanze. Niente di più falso e fuorviante! Soprattutto in ambito lavorativo, gli avvelenamenti più frequenti sono dovuti non all’ingestione, ma all’’inalazione e al contatto cutaneo. L’uso dei dispositivi di protezione idonei e a norma è senza dubbio la prevenzione migliore.

E’ quindi indispensabile che l’operatore sia correttamente equipaggiato (guanti, maschera, tuta ecc.) in modo limitare, o magari evitare il contatto con le sostanze potenzialmente pericolose. Una norma pratica e preziosa in tal senso è anche il controllo accurato di tali dispositivi. Guanti bucati ad esempio, i non solo non proteggono ma anzi generano l’ ambiente ideale per l’ assorbimento della sostanza favorendo la macerazione della cute.
Le maschere con filtri devono essere sottoposte a controlli periodici con relativa sostituzione dei filtri come indicato dalla casa produttrice. Un filtro saturo non trattiene infatti più alcuna sostanza e non protegge adeguatamente. Il lavaggio degli indumenti venuti a contatto con i veleni deve avvenire separatamente da altri capi di abbigliamento per evitare di contaminare altra biancheria.
Se una tuta non impermeabile si bagna, deve essere rimossa quanto prima possibile e l’operatore deve fare una doccia accurata tenendo conto che , aspettare la fine del lavoro, significa prolungare il contatto con l’agente tossico con relativo assorbimento cutaneo.

CONOSCERE LA SOSTANZA

I “Maniaci” dell’etichetta, forse non troppo simpatici in generale, in questo campo sono da definirsi saggi. Anche se tali etichette sono  piccole e poco attraenti,  fornisce la maggior parte delle informazioni necessarie per utilizzare il prodotto correttamente e in sicurezza per l’operatore e gli altri.

Principalmente si può  sull’etichetta la simbologia che ci fornisce una indicazione di massima sui pericoli legati all’utilizzazione della sostanza:
Tossico o molto Tossico: indica quelle sostanze o preparati che, per inalazione, ingestione o penetrazione cutanea possono comportare rischi gravi per la salute, acuti o cronici, perfino la morte.
Nocivo: indica sostanze o preparati che, per inalazione, ingestione o penetrazione cutanea possono comportare rischi per la salute.
Irritante: indica  sostanze e i preparati che non corrosivi, a contatto immediato prolungato o ripetuto con la pelle o le mucose, può provocare una reazione infiammatoria
Corrosivo: indica sostanze e i preparati che, a contatto con i tessuti vivi, possono esercitare su di essi una azione distruttiva

Sull’etichetta si trovano inoltre le modalità di diluizione, distribuzione, eventuale miscelazione ad altre sostanze, ecc.
”Leggere attentamente prima dell’uso” non è importante solo per preparati medici, è indispensabile per lavorare in sicurezza, evitando rischi inutili per la nostra salute, per chi ci sta intorno e per l’ambiente.

QUANDO PURTROPPO SUCCEDE…

Norme e comportamenti  fondamentali per gestire bene un’intossicazione e/o un avvelenamento:
Se l’intossicato è  privo di conoscenza o manifesta gravi sintomi chiamare il 118.

Cosa fare:
In caso di ingestione

  • Non somministrare latte o altre sostanze, non sono antidoti e possono facilitare l’assorbimento.
  • Non indurre il vomito.

In caso di inalazione

  • allontanarsi dalla fonte di esposizione. In ambienti contaminati si deve entrare con le adeguate protezioni per non  mettere a repentaglio la nostra sicurezza.

In caso di contatto cutaneo:

  • rimuovere gli indumenti bagnati
  • lavarsi con abbonante acqua e sapone.

In caso di contatto oculare lavare per almeno 15-20 minuti l’occhio (palpebra aperta) con acqua.
Tenere a portata di mano la confezione dell’etichetta, eventualmente la scheda tecnica del prodotto.
Contattare il Centro Antiveleni.

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LE BASI DELL’IGIENE NELLE CUCINE: DETERGENZA E SANIFICAZIONE

La prevenzione contro le infezioni e le intossicazioni alimentari è senza dubbio legata, in modo molto importante alla pulizia dell’ambiente e delle attrezzature. C’è da dire comunque, che la semplice “pulizia”, l’impressione visiva di pulito, non è sempre garanzia di igiene. Il concetto di sanificazione  infatti, necessita una distinzione tra la “detergenza”, consistente nella pura e semplice rimozione dello sporco evidente, e la disinfezione, che richiede invece, un processo molto più complesso, al fine di eliminare i microrganismi potenzialmente nocivi, che sono  presenti nell’ambiente, sulle attrezzature e sulle stoviglie.

LA DETERGENZA: IL PRIMO PASSO

Eliminare dalle superfici lo sporco visibile, ad esempio olio, grasso, zuccheri, costituisce la prima fase di sanificazione in cucina., e questo riguardo le superfici presenti nell’ambiente che possono essere di due tipi diversi: lisce (vetro, ceramica, materie plastiche); rugose (per esempio i metalli e il marmo), porose (il legno) e fibrose (i tessuti).

E’ il tipo di superficie e di sporco che determinano la corretta detergenza, la quale richiede che si presti attenzione a diversi fattori: la temperatura, il tempo di azione del detergente sulla superficie, l’azione meccanica ed infine il tipo e la concentrazione del detersivo.

Usare acqua calda consente di rendere lo sporco più molle, favorendo la decomposizione dei residui e facilitandone quindi la rimozione.
Nel caso di sporco abbondante e quindi di difficile distacco, il tempo in cui il detergente rimane in contatto con le impurità è un fattore fondamentale, così come nel caso di un  lavaggio eseguito dopo un intervallo di tempo lungo, forse parecchie ore (in quanto la sporcizia aderisce più tenacemente alla superficie). A livello domestico, la pratica più diffusa è la pulizia manuale che, se seguita da un’adeguata disinfezione, e  ben eseguita, dà ottimi risultati, in quanto permette di operare a temperatura sufficientemente elevata (soluzione a 40-45 °C), anche se con tempi di applicazione e concentrazione di detergente  più alti di quelli richiesti dall’ uso di metodologie meccaniche (lavastoviglie, lavatrice).

In ogni caso, la detergenza efficace deve tenere conto di una fase fondamentale: il risciacquo, che deve essere  svolto con la stessa attenzione con cui si svolge la fase di lavaggio. Per risciacquare un contenitore bisogna rivoltarlo e bagnarlo all’interno con un getto d’acqua così da permettere alla stessa di uscire rapidamente verso il basso, anziché riempire il suddetto contenitore di acqua e poi svuotarlo. In questo modo si risparmieranno tempo e acqua.

LA DISINFEZIONE: IL SECONDO PASSO

La detergenza, che ha lo scopo di eliminare lo sporco visibile, non è comunque efficace nell’eliminazione di germi nocivi, presenti sulle attrezzature a seguito del loro uso. E’quindi necessario compiere un’operazione complementare la disinfezione. Ciò ha lo scopo di provocare una significativa diminuzione del numero di germi nocivi presenti sulle attrezzature, sugli utensili e nell’ambiente. Da non confondere la pratica di disinfezione con quella di sterilizzazione; quest’ultima infatti, molto più complessa ed articolata, riguarda la completa eliminazione di ogni forma microbica vivente, comprese le spore. A  livello domestico, più che la sterilizzazione, si pratica la disinfezione, che non si applica tanto alle stoviglie e agli utensili di cucina, per i quali ci si limita a un’accurata detergenza, ma si rivolge piuttosto alla sanificazione di superfici di lavoro: tavoli, lavelli ecc..

Il processo di disinfezione richiede una semplice ma significativa attenzione alle procedure. Ad esempio: l’inversione dei due processi, quello di detergenza e disinfezione vanifica l’intero processo. Utilizzare un disinfettante prima d’aver eliminato completamente lo sporco visibile, non permette di raggiungere un livello di igiene accettabile, anzi vanifica il passo più importante la disinfezione.

I sistemi di disinfezione sono di due tipi: chimici e fisici.

Disinfettare utilizzando sistemi chimici significa essenzialmente usare disinfettanti liquidi, quelli di fatto più utilizzati nel settore alimentare. Questi disinfettanti possono essere sostanze di natura inorganica (acidi, alcali) od organica (per esempio l’alcol, i composti dell’ammonio quaternario) e agiscono danneggiando per contatto le strutture vitali dei microrganismi. Qualora i residui del disinfettante non siano eliminati in altro modo (per esempio, per evaporazione), è necessario procedere a un risciacquo finale con acqua potabile, da compiersi con particolare cura affinché non si depositino residui tossici di disinfettante sulla superficie che è stata pulita.

CAMPIONATORI D’ARIA

 

Campionatori aria Campionatore Aria

Monitorare l’ambiente, al fine di evitare contaminazioni da microbi con relativo danneggiamento della produzione o dei servizi prestati, è senza dubbio un aspetto primario per quelle industrie che operano in vari settori sensibili al problema. Industrie cerealicole, cosmetiche, farmaceutiche, alimentari ed altre, sono particolarmente interessate alla qualità dell’aria nei loro ambienti.

La Diessechem Srl, distributrice esclusiva per l’Italia dei prodotti Biotrace, propone per il 2005 interessanti novità: strumenti utili per la determinazione della contaminazione microbica nell’aria, l’AIR TRACE ENVIRONMENTAL, e nei gas compressi, l’AIR TRACE COMPRESSED GAS.

I sistemi AIR TRACE ENVIRONMENTAL e AIR TRACE COMPRESSED GAS sono una innovzione tecnologica capace di fondere insieme  tecnologie comprovate ed efficienti, capaci di rilevare numerosi microorganismi, ad un design innovativo e robusto con ridotte attività di manutenzione.

I sistemi utilizzano un disco di Petri del diametro di 140/150mm che viene posto nella parte superiore dello strumento che si dispone automaticamente secondo la posizione più idonea.

Gli operatori possono invece impostare i parametri del test da eseguire, come rotazione del disco o area d’esposizione, attraverso un semplice programma facilmente settabile usando la tastiera ubicata sulla parte frontale dello strumento. Il flusso analizza 28,3 litri per minuto ed è impostato automaticamente, mentre il tempo di campionamento è programmabile da 2 minuti a 4 ore percentuali di esposizione della piastra (fino a 100%, tipo di gas, locale, ID).

Ad ogni campionamento, il software associa un numero identificativo, registra lo username e la location; i dati raccolti possono essere visionati sullo schermo o stampati tramite una connessione seriale RS232. Le istruzioni del programma, per facilitarne l’utilizzo, sono visualizzabili in varie lingue tra cui l’italiano.

La tecnologia innovativa in termini di “flusso” per una migliore deposizione dei contaminanti sul terreno (Agar), associate ad una estrema semplicità d’uso, garantiscono risultati ottimali.

Campionatori aria Campionatore Aria

L’AIR TRACE ENVIRONMENTAL, inoltre, è certificato ISO 14698-1 mentre l’AIR TRACE COMPRESSED GAS segue le linee guida ISO 8573-7.

STRUMENTI E TEST RAPIDI PER CONTROLLI HACCP

Diessechem Srl, distributrice esclusiva per l’Italia dei prodotti Biotrace, dispone di strumenti, il nuovo bioluminometro UNI-LITE®NG, e kit utili per il controllo dell’igiene come il Clean-Trace, e Aqua-Trace, Protect e Check-It.

Il nuovo bioluminometro Biotrace UNI-LITE®NG offre la possibilità di testare in modo rapido ed affidabile l’igiene delle superfici e presenta indubbi vantaggi:

  • Risultati affidabili in 30 secondi
  • Portatile in quanto maneggevole e leggero
  • Docking Station per scaricare direttamente su PC i dati rilevati
  • Con un Menù comandi semplice e disponibile in sette lingue diverse compreso l’italiano Clean-Trace, è un test utile e preciso per controllare l’igiene delle superfici e presenta indubbie caratteristiche di velocità e sicurezza: in una “penna” sono contenuti i reagenti  necessari che a contatto con le superfici rivelano l’ATP in soli 30 secondi ; per mezzo di una semplice procedura di prelievo del campione e dell’utilizzo dell’UNI-LITE®NG per la misurazione del risultato, è garantita la possibilità di intervenire rapidamente e ripristinare le condizioni ottimali di igiene.Aqua-Trace, è un test utile per la rilevazione dell’ATP nelle acque di processo. Nei sistemi CIP dove non è possibile raggiungere le superfici da testare con un tampone, utilizzando questo test è comunque possibile effettuare controlli in modo rapido e sicuro prelevando un campione di acqua e utilizzando, anche in questo caso, l’UNI-LITE®NG per la misurazione del risultato.

    Campionatori aria Campionatore AriaProtect, è un test semiquantitativo utilizzato per la determinazione di residui proteici sulle superfici ma, a differenza del Clean-Trace, e Aqua-Trace, non necessita di alcuna strumentazione che misuri i risultati poiché la positività o negatività del test è rivelata dalla gradazione del colore sviluppato. Il test è estremamente utile per rilevare residui alimentari invisibili all’occhio ma che possono comunque contribuire alla crescita batterica.

    Check-It, ha lo scopo di determinare i residui proteici sulle superfici di lavoro e come il Protect, non necessita di strumentazioni aggiuntive. I vantaggi che presenta sono l’istantaneità del responso, pulito o sporco, e un costo decisamente vantaggioso che lo rendono accessibile anche ad aziende di piccole dimensioni.

DETRICOLI DELLE INDUSTRIE ALIMENTARI

Settembre è il periodo in cui con un occhio guardiamo al lavoro svolto e con l’altro cerchiamo di indovinare cosa ci riserverà l’anno che verrà. Nelle aziende del settore i product manager si cimentano con i budget 2006. Le domande sono più o meno queste: “Che fatturato riuscirò a realizzare?”. Mentre prendono forma pensieri del tipo: “Accidenti alla Direzione, non si accontentano mai! Ma dove vado a venderli tutti questi prodotti? Tenere le posizioni è già un successo”. Ma non basta, devo anche garantire un prezzo medio di realizzo e tenere il magazzino approvvigionato diminuendo i costi di gestione.

Per giunta il tempo atmosferico è diventato imprevedibile… se tengo basse le scorte di magazzino sono sicuro che avremo una stagione bellissima e piena di zanzare! I vacanzieri saranno contenti, io farò delle belle vacanze, ma va a finire che mi licenziano!” Intanto i moduli vengono compilati e, si spera, gli obiettivi raggiunti. Per le imprese di servizio le cose non cambiano di molto “Quest’anno è andata quasi bene, in ogni caso ora c’è il problema del recupero crediti!”.

Per i pochi appalti “importanti” in scadenza si crea un clima di attesa: “Quest’anno mi organizzo, devo fare un sopralluogo circostanziato e preparare una relazione tecnica a cinque stelle. Ho chiesto di vedere le offerte, le ho lette con attenzione e ora voglio proprio vedere… rivedo i miei conteggi e faccio uno sconto da compra tre e paghi mezzo!!” Per fortuna il più delle volte questi pensieri restano delle intenzioni e prevale il buon senso. Da consulente un’esortazione ai compilatori di capitolati e ai vari controllori: “Vero è che i prodotti sono una realtà tangibile, ma rappresentano il 10% del problema. Ne deriva che si dovrebbe porre attenzione all’organizzazione del lavoro.

Se si contemplano programmi con pochi picchi di lavoro, magari concentrandosi sulla auspicata prevenzione, si riducono i costi con la possibilità di investire sulle risorse umane, che costituiscono il 90% del sistema…”. Le domande sono sempre:”Chi, che cosa, dove, con quali mezzi, perché, in qual modo, quando” Apriamo un’istruttoria che preceda la stesura del capitolato basandoci sulle sette circostanze che i latini enunciavano: “Quis, quid, ubi, quibus auxiliis, cur, quomodo, quando?”

Nell’effettuare un monitoraggio ambientale in un’industria alimentare (intesa nel senso della 155/97, ossia disporre di un “sistema” di ispezioni organizzato e in grado di allertare un “sistema” di interventi o addirittura procedure correttive), dobbiamo tenere conto non solo delle entità infestanti presenti o potenziali, ma anche delle caratteristiche strutturali e gestionali del luogo.

Infatti, ciascuna industria alimentare anche se appartiene alla stessa categoria (per esempio tutti i panifici, tutti i magazzini alimentari o tutte le industrie di conserva di pomodori, ecc) rappresenta sempre un caso a sé. Sia le caratteristiche strutturali che quelle gestionali influiscono sulla quantità di detriti presenti nell’ambiente; inoltre vi possono essere angoli, anfratti e fessurazioni in misura variabile, ristagni di umidità a causa di tubazioni rotte, microclimi favorevoli allo sviluppo di insetti, perdite di prodotto dagli impianti o dalla movimentazione, pulizia e ordine effettuati in maniera differente da un’industria a un’altra.

In relazione a tutte queste variabili cambia la quantità e la molteplicità delle specie di entomofauna presenti nell’ambiente che, oltre agli insetti propri delle derrate alimentari, si arricchisce di mangiatori di detriti, di residui di prodotto alterati, di muffe, di miceli, di spore.A catena giungono anche i divoratori di questi insetti sottoforma di predatori, parassitoidi o specie che semplicemente intergrano la propria dieta con spoglie di insetti.

In linea generale gli insetti che vivono sui detriti vengono chiamati detriticoli; sono in genere insetti comuni in natura, che penetrano e si sviluppano laddove trovano condizioni favorevoli. Diverse specie di detriticoli possono però spostarsi sulle derrate alimentari infestandole. Solitamente sono infestanti “secondari”, ovvero compaiono in seguito a un attacco già in corso, ma ovviamente incrementano i danni.

La maggior parte dei detriticoli più frequenti nel comparto alimentare e soprattutto nei magazzini, appartiene all’ordine dei Coleotteri e alle seguenti famiglie:
Criptofagidi
Cucuidi
Dermestidi
Latrididi
Micetofagidi Nitidulidi
Ptinidi
Silvanidi
Tenebrionidi

I CRIPTOFAGIDI

Insetti di piccole dimensioni, con elitre più o meno pelose e capo incassato nel protorace. I più comuni sono I’Henoticus cali fornicus, importato dal Nord America; si nutre di funghi (Aspergillus, Penicillium) che si sviluppano sui detriti o sulle derrate alimentari non ben conservate e le specie del genere Cryptophagus che si cibano di spore e ife fungine.

I CUCUIDI

Noti come coleotteri piatti dei grani sono minuscoli coleotteri depressi con antenne lunghe e sprovviste di clava. Vi appartengono i generi Leptophloeus, Planolestes e il più frequente Cryptolestes, tipicamente detriticolo, che si riscontra spesso anche sulle derrate vegetali conservate.

I LATRIDIDI
Insetti piccoli (1 a 3 mm), allungati, forniti di antenne clavate e di colore marrone o nero. Si enumerano almeno 35 specie rinvenute nei magazzini di tutto il mondo e molte di queste sono comuni anche nel nostro Paese. Si cibano di muffe e funghi e non attaccano direttamente le derrate conservate, la loro presenza è però da considerarsi un indice igienico negativo. Le specie più diffuse appartengono al genere Corticaria, Dienerella e Lathridius.

I MICETOFAGIDI
Sono coleotteri piccoli, ovali e pubescenti, con antenne clavate, di colore marrone o nero, spesso con macchie gialle o rossastre sulle elitre. Il loro nome indica chiaramente ciò di cui si nutrono: miceti, ovvero funghi. Anch’essi non attaccano direttamente le derrate conservate. Le specie Italiane più comuni sono Thyphaea stercorea e Mycetophagus quadriguttatus.

I NITIDULIDI

Si riconoscono molto facilmente perché sono piccoli (2 a 4,5mm), ovali, con elitre clavate come molti altri coleotteri, ma presentano le elitre raccorciate e dorsalmente si vedono 2 o 3 segmenti addominali. Adulti e larve si nutrono di alcune derrate conservate (frutti secchi, grano, spezie, semi) che però prediligono quando sono contaminate da funghi e muffe. Le specie più diffuse fanno parte del genere Carpophilus.

I SILVANIDI
Tra questi emerge l’Ahasverus advena che può svilupparsi in maniera abnorme nei depositi dove vi sono carenze nella gestione delle pulizie e quindi i residui non vengono asportati o permangono sui pallet o sulle strutture per troppo tempo. La presenza di derrate ammuffite o di elevata umidità ambientale incrementano parimenti il numero.

I DERMESTIDI
Non sono veri e propri detriticoli in quanto vivono anche in molti altri ambienti e substrati. Si cibano di sostanze animali e, alcuni, anche vegetali essiccate. La loro presenza tra i detriti delle derrate alimentari è però diffusa in quanto, in genere, vi trovano ciò che serve per vivere tra cui i resti di altri insetti. Gli Antrenus spp. e gli Attagenus spp. sono assai comuni; in natura incontriamo gli adulti sui fiori e le larve sui nidi di uccelli, nelle tane dei roditori e nelle carcasse di animali.

GLI PTINIDI

Detti Tarli ragno per il loro corpo tondeggiante e le lunghe zampe, presentano caratteristiche similari ai Dermestidi. Si sviluppano infatti su substrati vegetali e animali essiccati e vivono in una gran varietà di ambienti.

Gli Ptinus, soprattutto P.fur, si sviluppano sui detriti e la loro presenza nei magazzini è molto comune. Gibbium psilloides, Mezium affine e Niptus hololeucus possono trasferirsi e moltiplicarsi sulle derrate immagazzinate.

I TENEBRIONIDI
Sono più noti come infestanti delle derrate, iTriboli ne sono i principali rappresentanti, ma ricordiamo che alcune specie possono riscontrarsi tra i detriti alimentari dei magazzini: l’Alphitiphagus bifasciatus si nutre di muffe e i Palorus spp. prediligono le granaglie ammuffite.

GLI PSOCOTTERI

Un altro gruppo di insetti che si reperisce tra i detriti dei depositi alimentari è quello degli Psocotteri, volgarmente noti come pidocchi dei libri, dato che si sviluppano sui vecchi volumi ammuffiti. II loro sviluppo è associato ad una elevata umidità ambientale. Si nutrono di muffe, funghi, lieviti, alghe che si formano sulle derrate mal conservate e sui residui abbandonati sul pavimento, negli angoli, sulle scaffalature, dentro gli interstizi di macchinari. Sono di minuscole dimensioni (1 a 3 mm) e di colore smorto: bianco, giallo, grigio o marrone. Le specie più diffuse sono il Liposcelis divinatorium e altre dello stesso genere, il Trogium pulsatorium e alcune specie del genere Lepinotus.

SISTEMI DI LOTTA
Premesso che gli insetti detriticoli sono dannosi per le derrate alimentari quanto quelli specifici, anzi di più in quanto indici di una situazione igienica compromessa.

La lotta si basa su interventi di emergenza seguiti obbligatoriamente da un esame critico delle procedure di sanificazione: pulizia, disinfezione, microclima, manutenzione e, se il caso, riesame dei processi di produzione con particolare riferimento agli sfridi.

Il capitolo pulizie merita una precisazione: sono gli angoli nascosti quelli che devono essere puliti, generalmente le aree ben in vista sono mantenute ragionevolmente pulite.

Per gli interventi di disinfestazione è bene utilizzare prodotti abbattenti nella fase eradicante, evitando così il rischio di contaminazione da residui. Naturalmente si possono utilizzare anche prodotti residuali avendo cura di proteggere sia le derrate sia le superfici di lavoro, senza trascurare gli interventi di decontaminazione.

Ciò fatto, si procede ad accurati interventi di sanificazione, quindi si effettuano i trattamenti mirati, In questo caso si usano prodotti residuali esenti da odori, profumi e anche privi di vapor effect; se quest’ultima caratteristica fosse ritenuta necessaria è indispensabile attivare una serie di interventi di sicurezza, ad esempio l’arieggiamento.

Resta inteso che gli insetticidi devono essere utilizzati secondo le disposizioni e le avvertenze riportate in etichetta e, non sarebbe male, disporre di disciplinari circostanziati per ogni filiera o linea di produzione. Sottolineiamo in conclusione che il monitoraggio serve a guidare gli interventi, se ciò non fosse diventerebbe una pratica costosa senza un obiettivo logico: sarebbe come una analisi clinica che evidenziando una patologia non fosse seguita da una adeguata terapia.