AMIANTO, UN PERICOLO DA CONOSCERE

L’amianto, chiamato anche asbesto, è un minerale a struttura fibrosa del gruppo dei silicati. Etimologicamente deriva dalla terminologia greca e latina che significa «immacolato, incorruttibile, inestinguibile, pietra che non si consuma». Le sue caratteristiche chimico-fisiche possono subire alterazioni in seguito ad esposizione alle alte temperature e/o agli attacchi di acidi.

In natura si possono trovare due classi di amianto che a loro volta si suddividono in sei tipologie di minerale – identificate nei Serpentini (Crisotilo – utilizzato nelle fibre tessili) e negli Anfiboli (Actinolite, Tremolite, Amosite, Crocidolite, Antofillite – maggiore resistenza agli acidi rispetto agli asbesti di serpentino, maggiore durezza e bassa igroscopicità).

Le caratteristiche intrinseche del minerale sono la resistenza al fuoco, all’invecchiamento, alla trazione, alla flessione; possiede altresì capacità fonoassorbenti e termoisolanti.
La sua resistenza alla trazione può essere paragonata a quella dell’acciaio mentre rispetto al calore modifica la sua struttura fibrosa quando supera i circa 600 °C (Crisotilo), i circa 1000 °C (Crocidolite) o oltre (Amosite), perdendo però resistenza alla trazione.

Alla definizione delle caratteristiche concorre anche la sua particolare fibrosità che si può visivamente rappresentare allineando ipoteticamente fianco a fianco in un centimetro: 250 capelli, 500 fibre di lana, 1300 fibre di nylon, 30.000 fibre d’amianto che, scomposte, salgono a 335.000 fibrille di amianto.
Le fibre dell’amianto sono infatti estremamente fini e tendono progressivamente a suddividersi longitudinalmente in parti sempre più sottili denominate fibrille o placchette (in relazione alla tipologia del minerale di amianto), sino a giungere ad una dimensione non più percepibile sensorialmente.
L’amianto di Serpentino si compone di microscopiche fibrille (diametro da 0,02 a 0,04 micron) mentre l’amianto di Anfibolo ha una struttura a placchette (dimensione da 0,1 a 0,2 micron); entrambe hanno rilevante lunghezza (tra i 50 e gli 80 micron) rispetto alla sezione.

Le ripetute sollecitazioni meccaniche e gli agenti atmosferici agevolano lo sfaldamento della matrice d’amianto che determina il rilascio nell’ambiente di fibre e fibrille. I minerali di asbesto di maggiore impiego e di più ampia conoscenza sono il Crisotilo (silicato idrato di magnesio – denominato anche amianto bianco), la Crocidolite (silicato idrato di sodio e ferro – denominato anche amianto blu) e l’Amosite (silicato idrato di magnesio e ferro – denominato anche amianto bruno).

Il basso costo di produzione e di commercializzazione unitamente alle caratteristiche sopra esposte, ne ha permesso e consentito l’utilizzo nella produzione di ben oltre 3000 prodotti appartenenti a settori merceologici molto differenziati. Oltre l’80% dell’amianto prodotto è stato comunque utilizzato direttamente o indirettamente in edilizia ed in termini assoluti le quantità sono principalmente concentrate su manufatti di cemento amianto (in particolare coperture, tubazioni, serbatoi.

L’amianto compatto da nuovo e sino a quando mantiene le caratteristiche di prodotto integro, non rilascia fibre se non è lavorato con utensili meccanici. L’amianto friabile può invece rilasciare fibre in quantità elevata, anche solo per un effetto di danneggiamento provocato con la semplice pressione manuale.

LE LEGGI

La legge 257 del 27 Marzo 1992 riguardante le «Norme relative alla cessazione dell’amianto» vieta l’estrazione, la produzione e la commercializzazione dell’amianto e dei manufatti o materiali contenenti amianto. Quello esistente e già in uso può essere oggi mantenuto, ma osservando procedure specifiche ed idonee in relazione alla diversa tipologia di prodotto ed allo stato di conservazione del manufatto.

Il Decreto Ministeriale 6 Settembre 1994 indica le modalità di effettuazione degli interventi di bonifica in caso di incapsulamento, confinamento e rimozione mentre il successivo e più recente Decreto Ministeriale 20 Agosto 1999 stabilisce che il ricorso ai rivestimenti incapsulanti per la bonifica di manufatti in cemento amianto deve essere fatto sulla base di criteri e caratteristiche adeguate, come pure la scelta dei dispositivi di protezione individuale per le vie respiratorie deve essere fatta sulla base di oggettive idonee analisi tecniche.

L’articolo 34 del Decreto Legislativo 277/91 stabilisce che, in caso di bonifica (lavori di demolizione, di rimozione, di trattamenti superficiali o di sovracopertura di materiali appartenenti ad edifici di civile abitazione o industriali o comunque a strutture di qualsiasi genere), il soggetto attuatore deve informare dell’intervento l’Azienda Sanitaria Locale competente per territorio mediante l’invio di uno specifico piano di lavoro contenente le indicazioni di carattere generale riguardanti i soggetti coinvolti e la localizzazione dell’intervento, i dati relativi all’attività di bonifica, le metodologie operative, le norme di prevenzione che intende attuare, le caratteristiche tecniche degli impianti utilizzati ed attenderne l’approvazione che è previsto sia rilasciata entro 90 giorni dalla presentazione della documentazione; in difetto i lavori possono essere iniziati, ferma restando la responsabilità del datore di lavoro per l’osservanza delle norme in vigore e delle procedure previste.

Per quanto riguarda la protezione dei lavoratori dal rischio amianto il decreto prevede la notifica per le lavorazioni a rischio, la misurazione del rischio, la pianificazione degli interventi di rimozione e demolizione di materiali contenenti amianto, il rispetto di opportune misure igieniche, il controllo sanitario degli esposti e la tenuta di un registro per i medesimi, le misure tecniche ed organizzative da adottare nelle lavorazioni ed ancora i valori limite da rispettare e le misure di emergenza da adottare in caso di superamento.

Il Decreto Legislativo 626 del 19 Settembre 1994, che recepisce otto diverse direttive comunitarie, definisce un nuovo modello di prevenzione che coinvolge i datori di lavoro ed i lavoratori per il miglioramento delle condizioni di salute e di sicurezza nei cantieri di lavoro (intendendo come tali ogni ambito lavorativo) con particolare attenzione al controllo dei rischi sia specifici che di ordine generale. In particolare il Decreto indica le misure da adottare per la protezione da agenti cancerogeni, che debbono essere identificati dall’etichettatura che riporta «R45 – può provocare il cancro» o «R49 – può provocare il cancro per inalazione».

In tempi più recenti, nella seduta plenaria del 15 Gennaio 2004, la Commissione per la valutazione dei problemi ambientali e dei rischi sanitari connessi all’impiego dell’amianto – di cui all’articolo 4 comma 1 della citata legge 257/92 – ha approvato i disciplinari tecnici sulle modalità per la classificazione, il trasporto ed il deposito dei rifiuti di amianto, introducendoli nella normativa di riferimento da osservare.

Il disciplinare in questione è stato altresì recepito con Decreto del Ministero dell’Ambiente del 29 Luglio 2004 numero 248 riguardante il regolamento relativo alla determinazione ed alla disciplina delle attività di recupero dei prodotti e dei beni di amianto e contenenti amianto. Nel corso del 2004, completando così tutti gli adempimenti normativi previsti dalla Legge 257/92, ha infine trovato attuazione la norma che prevede l’obbligo di iscrizione delle ditte che effettuano bonifiche da amianto all’Albo Nazionale delle Imprese che fanno la Gestione dei Rifiuti, nella categoria 10. L’iscrizione distingue le ditte inidonee ad interventi di bonifica per materiali in matrice compatta (categoria l0A), ed inidonee ad interventi di bonifica per materiali in matrice sia compatta che friabile (108).

LA PREVENZIONE

Il rilascio di fibre nell’ambiente è conseguenza delle azioni di rimozione, di degrado o di danneggiamento dei materiali, del taglio o della foratura di manufatti, indipendentemente dalla tipologia del prodotto. Infatti in tutte le tipologie di impiego, l’amianto è contenuto in matrici a base cementizia, resinoide, gessata o con altri leganti che ne determinano la consistenza. Eventuali rimozioni di materiali contenenti amianto, specie se in matrice friabile, indipendentemente dal loro eventuale aspetto esteriore anche consistente, debbono essere eseguite solamente da personale specializzato ed appositamente preparato. La preparazione professionale degli operatori deve essere assicurata attraverso una adeguata formazione professionale impartita nel rispetto dei vincoli di legge.

Eventuali rimozioni di materiali contenenti amianto in matrice compatta possono essere anche fatti dal singolo Proprietario (limitatamente alle tipologie di intervento gestibili singolarmente) purché vengano osservate le indicazioni tecniche, le procedure e gli obblighi normativi previsti dalle disposizioni vigenti (si richiama la pubblicazione «Indicazioni tecniche di intervento su materiali contenenti amianto in forma compatta – Procedure per la rimozione e l’incapsulamento di materiali con amianto in matrice compatta» predisposta con il concorso del Gruppo di Lavoro amianto della Regione Liguria).

Non sempre comunque la rimozione è la scelta migliore o quantomeno la più idonea o quella necessaria. I Decreti Ministeriali del Settembre 1994 prima in modo più grezzo e dell’Agosto 1999 successivamente in modo più puntuale ed articolato, distinguono fra i materiali per i quali è opportuna la rimozione e quelli che possono essere mantenuti al loro posto, sia senza intervento alcuno, sia dopo opportuni ed adeguati interventi di ripristino e di trattamento superficiale. In ognuno dei casi nei quali si interviene occorre comunque porre attenzione agli aspetti di prevenzione ambientale e personale. In ordine alla prevenzione ambientale è necessario ad esempio provvedere a rimuovere i materiali coibenti in ambienti protetti, pulire accuratamente le coibentazioni danneggiate, bonificare le coibentazioni in amianto e/o altri materiali amiantosi (solo quando si rende necessaria la scoibentazione), identificare con cartelli le zone a rischio, isolare l’area di lavoro ed evitare di pulire le pavimentazioni o le zone interessate con scope o aria compressa.

In ordine alla prevenzione personale occorre che gli operatori delle Ditte che operano in presenza di amianto adottino le misure preventive quali l’uso di idoneo vestiario monouso e di respiratori approvati per l’amianto, evitino di fumare, mangiare e bere durante i lavori che espongono a polveri contenenti amianto e provvedano ad una accurata pulizia personale dopo le lavorazioni, evitando di contaminare il vestiario con quello utilizzato per la rimozione dell’amianto. Inoltre occorre che i lavoratori tuttora esposti, trattandosi di persone a rischio anche se solamente potenziale, si sottopongano ad accertamenti sanitari periodici.

L’INVECCHIAMENTO

L’invecchiamento dei leganti, il danneggiamento accidentale o conseguente ad interventi di manutenzione, le infiltrazioni d’acqua, gli effetti eolici, producono la progressiva disgregazione dei materiali contenenti amianto che ha come effetto il possibile rilascio di fibre d’amianto nell’aria e la conseguente contaminazione ambientale. Per effetto delle loro ridottissime dimensioni le fibre (la fibra d’amianto regolamentata ha lunghezza maggiore di 5 micron, larghezza o diametro inferiore a 3 micron, il rapporto tra lunghezza e larghezza o diametro è maggiore di 3 ad 1- 1 micron corrisponde ad 1/1000 di millimetro), la cui lunghezza peraltro può raggiungere anche alcuni centimetri, si presentano leggere ed aerodinamiche e potendosi disperdere agevolmente nell’atmosfera restano a lungo sospese nell’aria per la bassissima velocità di sedimentazione che ne favorisce la diffusione nell’ambiente (l’aria, il vento, il traffico veicolare, la movimentazione della terra, ecc., concorrono a trasferirle anche in luoghi lontani dalla sorgente di emissione).

La notevole resistenza agli agenti fisico-chimici ambientali che possiedono le fibre d’amianto, anche se in misura differenziata a seconda della matrice, permette alle medesime di restare a lungo in condizioni pressoché inalterate e ne favorisce la permanenza nell’ambiente con la sola possibile variabile di una semplice loro ridistribuzione. L’inalterabilità e la volatilità concorrono a far superare alle fibre d’amianto le normali difese dell’organismo umano con effetti, in ragione di una eventuale prolungata esposizione, che possono essere nocivi, causando l’insorgere di malattie – che a loro volta possono essere anche mortali – dopo un periodo di latenza anche molto lungo (sino a 25 – 30 anni).

L’inalazione di fibre d’amianto può dare origine a quadri clinici di natura patologica del polmone (asbestosi) e della pleura (placche, ispessimenti diffusi, versamenti recidivanti) ed a malattie neoplastiche del polmone (carcinoma), della pleura – ed anche del peritoneo – (mesotelioma), della laringe (carcinoma). La malattia maggiormente diffusa è la «asbestosi» (termine introdotto nel 1927 dopo studi già avviati nel 1899 da medici inglesi) che identifica una fibrosa polmonare che determina nei soggetti colpiti una reazione cronica infiammatoria del polmone. Le probabilità di contrarre l’asbestosi sono direttamente proporzionali alle quantità di amianto respirato. Per diagnosticare l’asbestosi, conoscendo la storia lavorativa della persona, è necessario effettuare una radiografia del torace mentre per quantificare il danno al polmone si ricorre alla spirometria.

Agli inizi degli anni sessanta viene riconosciuta scientificamente una connessione causale tra particolari forme di tumore polmonare e l’estrazione d’amianto; tra queste il «mesotelioma» con manifestazioni pleuriche che viene associato all’esposizione da amianto non solamente di tipo professionale ma anche indiretta o paraoccupazionale. L’azione cancerogena delle fibre di amianto può essere conseguenza anche di una esposizione limitata.

Attualmente le persone maggiormente a rischio possono essere considerate gli addetti alle opere di bonifica dall’amianto i quali, peraltro, svolgendo la loro attività nel rispetto dell’uso dei dispositivi di protezione individuale e di cantiere, vengono correttamente ed adeguatamente tutelati. La percentuale di rischio di questi, come del resto di tutti gli interessati, si incrementa se sono fumatori. Le persone esposte ad amianto devono essere sottoposte a visita medica ed a radiografia toracica per l’accertamento di eventuali sofferenze che potrebbero peggiorare con l’esposizione ad amianto; tali accertamenti devono essere ripetuti annualmente al fine di accertare precocemente l’insorgenza di malattie, con possibilità di sostituire la radiografia al torace con prove di funzionalità respiratoria, valutazione della presenza di crepiti ispiratori alle basi polmonari e ricerca di corpuscoli di amianto nell’escreato. Coloro che hanno cessato l’esposizione ad amianto devono proseguire nel tempo i controlli sanitari. Fondamentale, in presenza di amianto, è la prevenzione che deve tradursi nella limitazione dell’esposizione e dei rischi aggiuntivi (fumo di sigaretta).

Al rilascio di fibre volatili d’amianto nell’ambiente, oltre ai materiali friabili che possono sbriciolarsi con maggiore facilità e rilasciare più agevolmente il contenuto di fibre (o fibrille o placchette) d’amianto, possono anche concorrere i materiali o i manufatti contenenti amianto realizzati con matrici definite compatte, installati in edifici prefabbricati ed in muratura in genere (coperture – lastre, pannelli, tegole, – tubazioni – di scarico fumi vapori e liquami -, serbatoi contenitori di liquidi, pavimenti in vinilamianto – da non generalizzare con la terminologia linoleum che identifica anche un prodotto realizzato dopo il 1973 biodegradabile al 97% ed ecologico – pareti divisorie, controsoffittature, pareti o strutture metalliche rivestite per protezioni fonoassorbenti o termoisolanti, ecc.), in edifici con intonaci contenenti amianto applicato a spruzzo o a cazzuola, in impianti civili ed industriali con tubazioni per liquidi e fluidi, caldaie e serbatoi rivestiti, per guarnizioni di tenuta di porte tagliafuoco, in stabilimenti per la produzione di amianto-cemento dismessi, in treni e mezzi di trasporto marittimo, in tessuti antifiamma.

Altre forme di impiego dell’amianto – che si sono rivelate fonte di inquinamento e dispersione di fibre nell’ambiente – hanno riguardato l’impasto con resine sintetiche per ottenere i ferodi usati per frizioni e freni, le corde, i nastri, le guaine, le funi utilizzate per fasciare le tubazioni calde e rivestire cavi elettrici vicini a fonti di calore. Concorrono altresì alla dispersione di fibre la carta ed i cartoni, i filtri, le barriere antifiamma ed i rivestimenti protettivi da fonti di calore che, se usurati, rilasciano facilmente le fibre d’amianto; le coppelle ed i pannelli di fibre grezze compresse. Infine un ulteriore apporto può essere rappresentato dalla presenza del minerale lavorato e mescolato con leganti in alcuni elettrodomestici, all’interno degli asciugacapelli, in forni e stufe, prese e guanti da forno, in teli da stiro.

L’elencazione di cui sopra, pur nella sua specificità, non è peraltro da considerare di per sè esaustiva, esistendo ulteriori possibili situazioni anche particolari nelle quali si possono riscontrare presenze anche significative di minerali d’amianto.
Volendo riassumere quali sono stati i principali impieghi dell’amianto in base alla tipologia possono essere individuati, quali esemplificazioni maggiormente significative, i seguenti:

  • Amianto greggio – isolante termico e acustico, carica inerte in pitture e materie plastiche, cemento-amianto, guarnizioni, frizioni, freni, ecc.
  • Filati di Amianto – tessuti, guarnizioni, filtri, rivestimenti, indumenti, ecc.
  • Cartoni in Amianto – rivestimenti in lavorazioni edili, porte e pareti antifiamma, coibentazioni di generatori di calore, ecc. Analogamente, riassumendo gli ambiti di utilizzo, possono essere elencati i seguenti:
  • Edifici civili ed industriali – applicazione su strutture metalliche prefabbricate; pareti e soffitti (amianto floccato fonoassorbente); tetti (cemento amianto); altri impieghi (canne fumarie, pluviali, porte tagliafuoco, condotte aerazione, cartoni, ecc.)
  • Impianti tecnologici – coppelle per tubazioni, serbatoi, caldaie confinate con garze, nastri o guaine, corde e trecce; guarnizioni di flange, valvole e sportelli; impianti protetti con pannelli (cartoni con leganti organici ed inorganici)
  • Rotabili – mezzi di trazione elettrica o diesel, elettromotrici, carrozze passeggeri e letto, trasporto merci deperibili (frigo).Premesso quanto sopra esposto è comunque giusto e doveroso richiamare l’attenzione sul concetto, se ancora ce ne fosse la necessità, della differenza che esiste tra la presenza di manufatti contenenti amianto e gli effetti sanitari provocati dall’amianto.

    LA VERIFICA DELLA PRESENZA

    Perplessità più o meno fondata circa la presenza di materiali contenenti amianto in un edificio od in un impianto, comporta un opportuno quanto necessario accertamento per sciogliere il dubbio, in particolare se si è in presenza di situazioni che evidenziano un eventuale possibile rilascio dì fibre per il cattivo stato di conservazione del prodotto installato. L’accertamento della presenza e la conseguenze verifica dell’esistente deve seguire una procedura semplice ma efficace che consta dell’ispezione degli edifici, dei locali e degli impianti, l’eventuale prelievo e le conseguenti analisi dei materiali che si ritiene debbano essere sottoposti ad accertamento, la valutazione della possibilità di rilascio di fibre da parte dei manufatti in osservazione, la valutazione del contesto urbanistico e strutturale.

    La verifica – che è bene sia documentata con una attestazione scritta – può essere inizialmente fatta ricercando la documentazione tecnica disponibile riguardante la struttura o l’impianto, ricorrendo alla memoria «storica» dei residenti o di chi ha operato in quel luogo, interpellando il costruttore per accertare l’epoca della realizzazione o delle eventuali ristrutturazioni o rifacimenti, svolgendo un sopralluogo con conseguente verbalizzazione da parte di personale tecnico esperto (di manutenzione o di conduzione impianto) che attesti o accerti l’eventuale presenza (con apposizione di avvisi ed avvertenze nei posti nei quali viene rilevata) o assenza di prodotti contenenti amianto; nei casi dubbi o di particolare preoccupazione bene è approfondire la conoscenza facendo effettuare una analisi strumentale.

    L’analisi strumentale deve essere fatta su significativi campioni di materiale per il cui prelievo è necessario osservare una procedura ben definita, che prevede l’applicazione di impregnante nella zona interessata dopo aver indossato apposita tuta e guanti monouso nonché maschera facciale filtrante o con filtro classe P3 ed il prelevamento con attrezzi manuali (pinze, forbici, ecc.) in aree già degradate (per quanto possibile) di un adeguato campione di materiale (5 cmq. 10 grammi); il campione, con le indicazioni delle caratteristiche del prelievo, deve essere inserito in una busta di plastica sigillabile ed inviato al laboratorio di analisi; a prelievo effettuato vengono adeguatamente sigillate le parti esposte.

    La presenza di materiali contenenti amianto in un edificio non determina automaticamente un pericolo per la salute degli occupanti o di coloro che frequentano lo stabile, il capannone, i locali, purché essi siano in uno stato di conservazione buono oppure risultino adeguatamente protetti, incapsulati o confinati.
    Detta presenza comporta però per il Proprietario, l’Amministratore o il Rappresentante Legale – ai sensi e per gli effetti del DM 6 Settembre 1994 – la designazione della figura del «responsabile del problema amianto» che, a sua volta, dovrà:

  • controllare periodicamente lo stato di conservazione dei materiali installati (con comunicazione di avvenuto accertamento all’ente preposto fatta almeno una volta all’anno per i materiali friabili ed almeno una volta ogni tre anni per i materiali compatti), al fine di valutare il rischio connesso al rilascio di fibre e coordinare gli eventuali programmi di controllo e manutenzione sino a giungere agli interventi di bonifica;
  • tenere una documentazione relativa all’ubicazione dei manufatti, con particolare riferimento alle installazioni che necessitano di frequenti interventi di manutenzione;
  • predisporre le procedure di sicurezza per gli interventi di manutenzione e di pulizia ed informare gli occupanti dell’edificio sui rischi di quella presenza e sui comportamenti da adottare.L’accertamento della presenza – sulla base degli orientamenti che hanno informato il piano regionale di protezione dall’amianto e che hanno determinato i contenuti della fase di censimento della presenza di materiale friabile o compatto conclusa a Dicembre 1998 – ha riguardato le zone di interesse collettivo (pubbliche, private aperte al pubblico, condominiali, ecc.) e quelle private che possono avere effetti sull’ambiente esterno; sono state invece escluse dalla rilevazione le presenze di materiali interne alle unità di uso privato.Il censimento regionale di fatto non si è mai comunque interrotto avendo la Regione dato facoltà ai ritardatari, o a coloro che hanno inteso regolarizzare la loro posizione successivamente, o ancora nei confronti di coloro che hanno individuato la presenza di manufatti contenenti amìanto solo successivamente a seguito di accertamenti più approfonditi o individuazioni causate da interventi di manutenzione, di segnalare comunque la presenza senza incorrere nell’applicazione di sanzioni ma a fronte solamente dell’applicazione di una penalità. Obiettivo della Regione infatti non è quello di punire bensì di conoscere per meglio concorrere a governare la presenza.

L’ARTE DEL RICICLO

Si fa sempre un gran parlare dei valori nella nostra società e l’argomento diventa ogni giorno più scottante in proporzione al crescere del diario con altre culture e con il disagio sociale provocato dal vuoto lasciato dalla cancellazione dei punti di riferimento.
Anche lo scarto fa parte dei punti di riferimento: infatti è l’ombra concreta di qualcosa che è esistito ed è custode dell’esperienza vissuta.

Pochi giorni fa un vecchio negozio con i pavimenti in legno che suonano sotto i passi delle persone, il soffitto basso, una scaletta di legno massiccio che porta ad un soppalco, l’arredamento formato da mobili antichi, è stato sventrato per fare posto ad un’agenzia commerciale e ogni suo piccolo ricordo è stato raccolto e mandato ad una discarica.

In questi ultimi anni ci sono stati mutamenti radicali nel modo di produrre e di arredare e nello stesso tempo è aumentata, in modo esponenziale, la varietà dei materiali utilizzati. Si è creata in questo modo un’enorme discarica fatta di oggetti e di materiali che gradualmente circonda il cosiddetto mondo civile e industrializzato, che prima o poi dovrà confrontarsi con le tensioni sociali e con la fame che spinge all’emigrazione masse sempre più consistenti.

Per affrontare questa situazione occorre dare spazio all’espressione vibrante e tangibile delle idee e promuovere iniziative mirate alla soluzione di quei temi che riguardano l’umanità nel suo complesso.

L’ARTE COME STRUMENO DI CAMBIAMENTO

È in questa ottica che diventa indispensabile un incontro tra tutti coloro che si occupano delle tematiche ambientali, compresi gli artisti, per dare vita ad una nuova dimensione nella quale le attività possano interagire per elaborare nuove soluzioni.

In questo contesto la corrente artistica Trash Art dimostra come con la fantasia e la creatività si possano realizzare opere di grande spessore artistico pur utilizzando materiali obsoleti e destinati alla discarica.

Ma occorre fare di più, utilizzare questa enorme energia artistica per aiutare gli addetti ai lavori a rimuovere questa situazione di stallo e riprendere la marcia a favore dell’ambiente.

Situazione di stallo che può essere superata solo con il coinvolgimento di tutti, e per farlo occorre coinvolgere gli artisti della corrente Trash Art, in grado di incontrare un vastissimo pubblico dando luogo ad un’esperienza spaziale da cui può nascere un flusso, un movimento che può trovare riscontri in ogni parte del globo, poiché la creatività e i rifiuti sono una presenza costante della nostra quotidianità.

E’ in questa prospettiva che è in fase di organizzazione l’allestimento di un’esposizione internazionale della “Trash Art” (arte del riciclo). L’Esposizione Internazionale di questa particolare corrente artistica è una ribalta che pone al centro dell’attenzione il “rifiuto”, aprendo intorno ad esso dibattiti e confronti affinché tutto ciò che ha terminato la sua funzione primaria possa trovare una nuova dimensione.

UN NO ALL”‘USA E GETTA”

L’Esposizione Internazionale di Trash Art non è solo un’esposizione delle opere o installazioni realizzate sul posto dagli artisti, ma intende promuovere idee per la soluzione dei vari temi della raccolta, del riciclo e dello smaltimento dei rifiuti.

L’augurio che ci facciamo è che tutti coloro che vi parteciperanno (da protagonisti o da visitatori), percepiscano l’enorme possibilità che offre l’attività di riciclaggio adattando così il proprio sistema di vita perché la stessa possa raggiungere gli obiettivi e i risultati possibili.

L’Esposizione Internazionale di Trash Art vuole anche essere punto d’incontro tra uomini di scienza, artisti, politici e tecnici addetti ai lavori, affinchè la salvaguardia dell’ambiente coinvolga tutti.

Lo stesso catalogo, realizzato per l’occasione, rappresenterà uno strumento di grande utilità in particolare per gli addetti ai lavori, perché renderà possibile un’interpretazione contemporanea della situazione e del livello di sensibilità su cui operare ritrovando affinità, mescolando le diversità, producendo una metamorfosi sulle forme di pressione con cui fino ad oggi si è affrontato il tema.

L’Esposizione Internazionale dell’arte del riciclo può rinnovare il ruolo che l’arte ha nel tessuto sociale, rendendo più accessibili i linguaggi artistici e la mondializzazione della cultura della creatività.

La scelta del luogo è ricaduta su Genova per due motivi: il primo perché la vista di Genova è favolosa da aprile a luglio con la sua luce continuamente mutevole, il vento che increspa la superficie dell’acqua, i vicoli con i suoi tetti di ardesia ora bagnati dalla pioggia ora arsi dalla luce cangiante, che entrano nel cuore velandolo di malinconia per le cose passate e che scivolano ora su uno ora sull’altro come nuvole, simbolo del cambiamento incessante che rendono misteriosa la sostanza di questa città.

Il secondo tiene conto della forte contrapposizione alla cultura del ‘usa e getta” insita nel genovese che ama rielaborare materiali e oggetti che portano impresse le impronte del vissuto o la storia personale. L’Esposizione Internazionale riconsegna a Genova il ruolo di esploratrice di nuove realtà, smentendo la fama di cinica dissacratrice della fantasia e di schiava del pragmatismo economico, aprendosi ad una forma espressiva che diventa ogni giorno più importante tra le forme d’arte tradizionali.

Per quanto riguarda la città di Genova, gli spazi destinati alla mostra possono rappresentare l’opportunità sia per i genovesi sia per i visitatori italiani e stranieri di seguire un percorso turistico e culturale tra le varie concezioni architettoniche, le ville e i parchi della città.

L’esposizione internazionale nasce con la connotazione di una biennale infatti, ogni due anni, artisti e tecnici rinnoveranno il loro appuntamento con incontri per confrontarsi sugli sviluppi della ricerca in questo settore.

Esposizione internazionale che può espandersi e realizzarsi in ogni parte del mondo, perché ovunque è necessario formare la coscienza e la convinzione che con creatività e fantasia si possa fornire un più alto ordine di complessità, di utilità e di vitalità trasformando oggetti ritenuti non più utili nella realtà. Contrapporsi alla cultura dell”‘usa e getta” è un’espressione di civiltà e sensibilità: l’esasperazione del consumismo, oltre a creare un’eccessiva quantità di rifiuti che invade gli spazi vitali, inculca nell’individuo la convinzione che ogni cosa che ha svolto la sua funzione è destinata al rifiuto.

Un abito mentale che, i dati statistici lo confermano, si è esteso all’essere umano e in particolare a quelle persone anziane che, per motivi di salute, sono di intralcio alla quotidianità.

L’EDUCAZIONE AMBIENTALE COMINCIA A SCUOLA

Tra le varie iniziative previste occuperanno un ruolo rilevante quelle svolte nell’ambiente scolastico per orientare i giovani ad una maggiore attenzione alle problematiche ambientali, attenzione che deve attivarsi attraverso i confronti tra la quotidianità e il ciclo della vita umana con lo spazio che ci circonda e l’ecosistema nel suo complesso.

L’educazione ambientale deve innanzitutto evidenziare il mondo che abitiamo, le sue contraddizioni e l’immensa articolazione di pregiudizi, di luoghi comuni e la necessità che abbiamo di ripagare i vecchi debiti che abbiamo nei confronti dello spazio che ci circonda.

Gli artisti e gli addetti ai lavori metteranno a disposizione la loro competenza per attivare laboratori atti a sviluppare la creatività e la fantasia, aprendo nuovi sbocchi e collaborazioni con le istituzioni scolastiche.

Questi laboratori diverranno un nucleo operativo dedicato all’interazione tra arte ed ambiente, in quanto i progetti e le attività si svilupperanno a partire dal sentimento degli stessi interessati e rappresenteranno un invito aperto alla costituzione di una società multiecologica.

Tutti sono invitati a collaborare portando il contributo delle proprie competenze e professionalità per partecipare ad una trasformazione sociale responsabile che diventa sempre più urgente.

L’esposizione internazionale propone numerose ed interessanti iniziative anche nei mesi che la precedono, per la divulgazione e per aumentare la sensibilità e predisporre il tessuto socio-economico a recepire nella sua interezza questo grande avvenimento.

Avvenimento che fa parte di strategie per affrontare una situazione ambientale così compromessa: la prima consiste nel continuare incessantemente a denunciare le situazioni a rischio, sottolineare gli abusi, gli errori, le carenze del sistema pubblico e privato, usando la paura dell’evento catastrofico, del danno eccessivo, del rischio per la salute dell’individuo come deterrente e come stimolante affinché le istituzioni prendano prowedimenti drastici assicurando nel contempo la collaborazione attiva della popolazione.

Il secondo modo è quello propositivo, che affianca alla denuncia il coinvolgimento di tutti gli addetti ai lavori su scala mondiale attraverso la realizzazione di incontri nel corso dei quali vengono messe a confronto le iniziative e i risultati raggiunti, ma ancor più attraverso una campagna di sensibilizzazione che stimoli l’amore per lo spazio che ci circonda come parte integrante della vita stessa, adoperandosi per un cambiamento della cultura dell’usa e getta, sottolineando l’enorme possibilità che offre l’attività di riciclaggio e l’opportunità di adattare il proprio sistema di vita affinché questa attività possa svilupparsi per raggiungere gli obiettivi previsti.

E’ nostra profonda convinzione che l’energia prodotta dalla creatività e dalla fantasia di un’artista sia tale che può non solo materializzarsi attraverso le opere, ma può fornire, se sapientemente amalgamata al pragmatismo degli addetti ai lavori, elementi di novità e spazi per soluzioni di grosso spessore tecnico.

Controllo odori impianti trattamento rifiuti

C’è un sempre maggior interesse per l’uso del compostaggio allo scopo di dare una soluzione ecologica e conveniente dal punto di vista dei costi alla gestione dei riliuti solidi urbani. Storicamente però si sono avuti notevoli problemi nella localizzazione degli impianti dovuti alla difficoltà di realizzare sistemi efficaci di controllo degli odori.

Per risolvere il dilemma, Bord-NaMona lavora dalla metà degli anni novanta – in collaborazione con la Air Clean srl – con 1’0biettivo di sviluppare una competenza tecnica e un effettivo abbattimento dei costi nel controllo degli odori negli impianti di compostaggio

CRITERI DI SELEZIONE

I criteri di selezione per ottimizzare la scelta del processo per il trattamento odori devono considerare i seguenti fattori: tipo di applicazione, rendimenti richiesti, portata d’aria dell’emissione e temperatura di immissione, tipo di inquinante/solventi e carichi, localizzazione del sistema e disponibilità di spazio, valutazioni economiche, stima del valore dell’impianto.

Questo potenzialmente implica un ingente lavoro di laboratorio (dalla stima degli odori che verranno prodotti alla realizzazione di modelli che ne prevedano l’impallo) al fine di poter effettuare la scelta della tecnologia più appropriata.

Il compostaggio dei rifiuti comporta particolari problemi sia dal punto di vista del contenimento degli odori che del loro abbattimento. La movimentazione dei rifiuti e la rimozione del materiale composto espongono potenzialmente l’arca di trattamento dei rifiuti ad emissioni in atmosfera. Inoltre la dispersione di odori dagli edifici nei quali viene effettuato il compostaggio può provocare disagi olfattivi. Questi problemi tecnici possono essere risolti tramite una doppia porta di ingresso-uscita per veicoli e personale e creando una pressione negativa tra l’edificio ed il sistema di trattamento odori. È inoltre opportuno posizionare i ventilatori di aspirazione il più possibile in prossimità dell’unità di trattamento dell’aria in modo tale che ogni eventuale perdita delle canalizzazioni comporti un ingresso di aria pulita piuttosto che l’emissione di aria non trattata.

Per garantire la scelta della giusta soluzione per ogni particolare applicazione, Bord-NaMona assicura un ampio ventaglio di tecnologie, tra le quali la biofiltrazione, l’assorbimento su carbone e altre tecniche di scrubbing a secco, ossidazione termica e catalitica e scrubbers a umido.

Altre tecnologie includono la condensazione, la condensazione criogenica e la separazione a membrana.

L’utilizzo della condensazione criogenica è indicato nel caso in cui la maggior parte del processo debba essere mantenuto a bassa temperatura. Il flusso stesso o il fluido di raffreddamento può poi essere usato per ridurre la temperatura delle emissioni gassose di VOC in modo da abbassare il punto di ebollizione dei singoli componenti, abbattendo cosi i VOC che rimangono nella fase liquida.

C’è un crescente interesse per le tecnologie a membrana in merito ad applicazioni specifiche, normalmente dove è necessaria una elevata selettività nella rimozione. Il ventaglio di possibili applicazioni è in continua crescita in relazione al continuo sforzo volto alla riduzione del costo delle unità e al miglioramento dell’efficienza dei materiali di membrana e dei moduli completi. La valutazione di questo tipo di tecnologie è normalmente ottenuto dallo sviluppo di una matrice specifica per l’applicazione desiderata, la quale valuti gli aspetti tecnici fondamentali sulla base dei criteri di selezione elencati. Il punto di arrivo di questa valutazione costituisce la Best Available Technology (BAT).

Tale approccio è stato usato da Bord NaMona in una serie di applicazioni tra le quali gli impianti di trattamento delle acque di scarico e di trattamento rifiuti municipali, installazioni chimiche e farmaceutiche, verniciatura e finissaggio, attività connesse all’industria alimentare.

STIMA DEGLI ODORI

Controlli eseguiti ripetutamente sugli odori prodotti dagli impianti di compostaggio in Italia hanno mostrato che i principali inquinanti di origine organica sono costituiti da lunghe catene di idrocarburi, come il limonene, insieme ad altri composti inclusi l’acetone, il metilchetone, il cicloesano, lo xilene, il benzene ed altri idrocarburi cielici. Complessivamente una quantità totale di 50 mg/m3 di idrocarburi e una concentrazione in ingresso di 10.000 – 20.000 o.u. possono essere considerate tipiehe degli impianti di compostaggio: in queste condizioni è possibile conseguire una efficienza di rimozione degli inquinanti pari al 99%.

In occasione della selezione del processo per il controllo degli odori negli impianti di compostaggio, la biofiltrazione viene generalmente confrontata con gli scrubber chimici. Per queste applicazioni gli scrubber vengono utilizzati per ossidare i composti organici, e generalmente consistono in due o tre stadi. Il primo stadio utilizza acido solforico seguito da un secondo con acqua ossigenata. Talvolta viene previsto uno stadio finale con ipoclorito di sodio. La tecnologia degli scrubber chimici è ben conosciuta e ampiamente utilizzata: tuttavia essa presenta elevati costi di gestione e manutenzione e spesso mediante il suo impiego si riescono ad ottenere solamente basse percentuali di rimozione dei composti organici.

L’efficacia nel rimuovere i composti organici e l’assenza di reagenti chimici da smaltire a fine processo hanno quindi fortemente favorito la scelta della biofiltrazione. Tuttavia, fino a poco tempo fa, la bassa affidabilità dei materiali filtranti dei biofiltri (tipicamente cortecce di legno) ha teso a relegare il loro uso allo stadio finale di rimozione.

Storicamente le principali difficoltà sono nate dalla sovrasaturazione dei letti filtranti e quindi dal loro impaccamento, con conseguente incremento delle perdite di carico, diminuzione dell’aria estratta e rapido deterioramento del materiale filtrante. Le caratteristiche meccaniche estremamente povere di molti di questi materiali filtranti hanno inoltre imposto limitazioni nello spessore dei biofiltri, con conseguente necessità di impiegare superfici estremamente ampie.

Bord-NaMona ha affrontato il problema dell’affidabilità del materiale filtrante sviluppando un supporto specialistico a base di torba, in grado di offrire durata superiore e alta efficienza di rimozione. Il materiale, conosciuto come Monafil, è risultato essere il fattore chiave nella realizzazione di biofiltri in grado di garantire risultati soddisfacenti nel settore del compostaggio, dimostrando alte percentuali di rimozione per un vasto spettro di composti organici e durate del materiale filtrante di 5 anni. La selezione di questi biofiltri come BAT ha comportato l’elaborazione di specifiche tecniche di realizzazione degli impianti, non solo dal punto di vista del biofiltro ma anche del sistema di estrazione dell’aria.

PROGETTAZIONE IMPIANTI

Le analisi condotte presso gli impianti di trattamento rifiuti hanno consentito di individuare quattro zone chiave, le quali richiedono una particolare attenzione dal punto di vista del controllo degli odori.

Esse sono: la raffinazione, la maturazione la ricezione e fa zona di compostaggio. Tutte queste parti vengono confinate e messe in depressione. Gli odori estratti sono inviati al biofiltro e l’aria, una volta trattata, viene scaricata in atmosfera. Il numero di ricambi orari applicato dipende dalla sezione dell’impianto.

Tipicamente nella zona di ossidazione vengono applicati un massimo di 4 ricambi orari, mentre nelle altre zone dell’impianto essi vengono ridotti a 2.

I biofiltri rimuovono i composti organici grazie alla creazione di un ambiente confinato in cui batteri selezionati degradano rapidamente i composti.

I batteri vengono trattenuti grazie ad un appropriato mezzo di supporto, alloggiato all’interno del biofiltro. Il materiale brevettato Monafil viene prodotto da torba con un alto grado di maturazione, una elevata densità (500 kg/m3 al 50% di umidità) e una granulometria di 10 – 20 mm.

Queste caratteristiche consentono di realizzare letti filtranti dello spessore di 3 m, mentre materiali alternativi non consentono generalmente di superare 1 m di altezza a causa di problemi di compattamento.

note sui diritti e citazioni

GESTIONE DEI RIFIUTI

La gestione dei rifiuti in Italia è regolamentata dal Dlgs 5 febbraio 1997, n. 22 (cosiddetto “Decreto Ronchi”) e successive modificazioni, emanato in recepimento delle direttive comunitarie in materia di rifiuti, rifiuti pericolosi, imballaggi e rifiuti di imballaggio, al fine di assicurare un elevato grado di protezione dell’ambiente e tutela della salute dell’uomo.

Tale disciplina è ispirata ai principi di responsabilizzazione e cooperazione di tutti i soggetti coinvolti nella produzione, nella distribuzione, nell’utilizzo e nel consumo di beni da cui originano i rifiuti.

Particolare importanza riveste il principio in base al quale è vietato abbandonare e depositare incontrollatamente rifiuti sul suolo e nel sottosuolo, oltre che immettere rifiuti nelle acque superficiali e sotterranee. Si tratta di un divieto importante che sta alla base di tutta la normativa in tema di rifiuti, in quanto, proprio in virtù del fatto che non è consentito abbandonare i rifiuti o depositarli in maniera incontrollata, essi dovranno essere avviati, dai loro produttori o detentori, ad impianti di recupero o di smaltimento debitamente autorizzati, secondo le procedure indicate nel Dlgs 22/1997.

Il Legislatore ha inteso disciplinare le modalità di gestione dei rifiuti in modo tale da favorire la riduzione della produzione e della pericolosità dei rifiuti e di incentivarne il riciclaggio e il recupero per ottenere materia prima o come combustibile o altra fonte di energia. In questo contesto sono previsti diversi strumenti per incentivare le politiche di prevenzione e recupero, nonché limitazioni per lo smaltimento che costituisce pertanto solo la fase residuale della gestione dei rifiuti.

La nuova disciplina prevede, inoltre, una serie di obblighi a carico dei soggetti che intervengono nella gestione dei rifiuti, che vanno dal divieto di miscelazione dei rifiuti pericolosi all’obbligo di tenuta di un formulario di identificazione per il trasporto e di un registro di carico e scarico, oltre alla compilazione del Modello unico di dichiarazione ambientale (MUD).

Viene inoltre previsto un sistema di Consorzi per il recupero di particolari tipologie di rifiuti (rifiuti di beni in polietilene, oli e grassi animali e vegetali esausti) che si vanno ad affiancare agli altri Consorzi preesistenti che si occupano della raccolta e del recupero delle batterie esauste e degli oli usati.

DEFINIZIONE DI RIFIUTO

Con l’articolo 6, comma 1, lettera a), del “Decreto Ronchi” è stata introdotta nel nostro ordinamento la definizione comunitaria di rifiuto di cui all’articolo 1, comma 1, lettera a) della direttiva 91/156/CEE del Consiglio.

In base a tale definizione per “rifiuto” deve intendersi qualsiasi sostanza od oggetto che rientra nelle categorie riportate nell’allegato A dello stesso Decreto e di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi.

La definizione di rifiuto introdotta dal D1gs 22/1997 presenta un duplice criterio di identificazione del medesimo. Da una parte infatti viene definito rifiuto “qualsiasi sostanza od oggetto che rientri nelle categorie riportate in allegato A”( criterio oggettivo); d’altra parte, la condizione affinché tale sostanza od oggetto siano riconosciuti come rifiuto è rappresentata dal fatto che il detentore se ne disfi o abbia deciso e/o abbia l’obbligo di disfarsene (criterio soggettivo).

Il duplice criterio viene ribadito nella nota introduttiva all’allegato A del “Decreto Ronchi”, riportante il Catalogo Europeo dei Rifiuti (C.E.R.) adottato con decisione CEE 94/3, dove si specifica che un materiale figurante nell’elenco non è in tutte le circostanze un rifiuto, ma solo quando esso ne soddisfa la definizione (1).

Il C.E.R. costituisce, quindi, una guida indispensabile nell’identificazione dei rifiuti che vengono catalogati in 20 capitoli distinti principalmente in base al loro settore di provenienza; in alcuni casi, piuttosto che per la loro origine, i rifiuti sono individuati in capitoli “trasversali” in base alle loro caratteristiche chimico-fisiche o merceologiche (ad esempio: 150000 imballaggi, 160000 rifiuti non specificati altrimenti nel catalogo).

All’interno di ogni capitolo, le tipologie di rifiuti sono individuate da un codice a 6 cifre, di cui:

  • la prima coppia di cifre individua le attività industriali generatrici del rifiuto;
  • la seconda individua il processo specifico all’interno dell’attività industriale generale;
  • la terza individua infine la singola tipologia di rifiuto.

Rimane comunque da circoscrivere distintamente l’elemento soggettivo che concorre a determinare la natura del rifiuto, ovvero stabilire la corretta interpretazione del termine “disfarsi”, la cui definizione dovrà comunque essere chiarita sia a livello nazionale, con l’approvazione di un apposito disegno di legge ancora all’esame del Parlamento, sia a livello comunitario, mediante la predisposizione di apposite linee guida.

CLASSIFICAZIONE DEI RIFIUTI

I rifiuti sono classificati in base all’origine in urbani e speciali. Sia i rifiuti urbani che i rifiuti speciali si distinguono in pericolosi e non pericolosi, in base alle caratteristiche di pericolosità.

Rifiuti urbani

Sono classificati come rifiuti urbani i seguenti rifiuti:

  • domestici, anche ingombranti, provenienti da locali e luoghi adibiti ad uso di civile abitazione;
  • non pericolosi provenienti da locali e luoghi adibiti ad usi diversi da quelli adibiti ad uso di civile abitazione, assimilati ai rifiuti urbani;
  • provenienti dallo spazzamento delle strade;
  • di qualunque natura o provenienza, giacenti sulle strade e aree pubbliche o sulle strade e aree private comunque soggette ad uso pubblico o sulle spiagge marittime e lacuali e sulle rive dei corsi d’acqua;
  • vegetali provenienti da aree verdi, quali giardini, parchi ed aree cimiteriali;
  • provenienti da esumazioni ed estumulazioni, nonché gli altri rifiuti provenienti da attività cimiteriale, diversi da quelli sopra indicati.

I rifiuti assimilabili agli urbani sono costituiti da particolari tipologie di rifiuti speciali di provenienza diversa da quella urbana (attività artigianali, commerciali, industriali, ecc.) che presentano tuttavia delle caratteristiche simili ai rifiuti urbani (ad esempio: carta, scarti di legno, rifiuti plastici).

Per essere assimilati agli urbani, i rifiuti speciali devono essere individuati nel regolamento comunale per la gestione dei rifiuti urbani. Si ricorda in proposito che lo Stato deve ancora determinare i nuovi criteri qualitativi e quantitativi per l’assimilazione dei rifiuti speciali ai rifiuti urbani ed individuare le frazioni di rifiuti sanitari che possono essere assimilati agli urbani (articolo 18, comma 2, lettera d) e articolo 45, comma 4, lettera c).

In attesa di tali nuovi criteri sono dunque assimilati ai rifiuti urbani solo i rifiuti speciali che siano stati individuati negli appositi regolamenti comunali redatti secondo i criteri già stabiliti al punto 1.1.1 della delibera del Comitato interministeriale del 27 luglio 1984.

La gestione dei rifiuti urbani e assimilati avviati allo smaltimento è effettuata dal Comune in regime di privativa che, invece, non si applica alle attività di recupero dei rifiuti assimilati e alle attività che rientrano negli accordi di programma (articolo 21,commi 1 e 7] Viene inoltre stabilito che la gestione dei rifiuti urbani e assimilati deve essere assicurata all’interno di Ambiti Territoriali Ottimali (ATO) che, tranne i casi in cui le Regioni non stabiliscano diversamente con propria legge, sono individuati nelle Province (articolo 23).

Negli ATO le Province assicurano una gestione unitaria dei rifiuti urbani, coordinando gli Enti locali secondo le indicazioni del piano regionale. I Comuni di ciascun ATO devono organizzare i servizi di gestione dei rifiuti urbani secondo le indicazioni dei piani provinciali e secondo criteri di efficienza, di efficacia e di economicità, mediante le forme previste dalla legge 142/1990. A regime, in ciascun ATO i costi della gestione dei rifiuti dovranno essere coperti da una tariffa omogenea che dal 1 gennaio 2003 comincerà a sostituire la TARSU (Tassa sui Rifiuti Solidi Urbani) sulla base dei criteri fissati con il Dpr 158/1999.

La tariffa non sarà più determinata solo sulla base della superficie da cui originano i rifiuti urbani e assimilati, ma anche in virtù dell’effettiva produzione degli stessi da parte di ciascuna utenza. La tariffa dovrà coprire l’intero costo della gestione dei rifiuti urbani e assimilati e sarà commisurata all’effettiva qualità del servizio erogato; in tal senso il produttore di rifiuti assimilati che dimostri di aver avviato a recupero i propri rifiuti avrà infatti diritto ad una riduzione del tributo in questione.

Nell’ambito della gestione dei rifiuti urbani una fase rilevante è rappresentata dalla raccolta differenziata, definita come la raccolta idonea a raggruppare i rifiuti urbani in frazioni merceologiche omogenee (compresa la frazione organica umida) destinate al riutilizzo, al riciclaggio e al recupero di materia prima. In sostanza, la raccolta differenziata è quella che consente di raccogliere le frazioni recuperabili e/o riciclabili dei rifiuti urbani; il risultato del recupero di particolari frazioni dei rifiuti urbani è rappresentato dal CDR e dai compost ottenuti a seguito della raccolta differenziata dei rifiuti urbani.

Il CDR è il combustibile ricavato dai rifiuti urbani e assimilati mediante trattamento finalizzato all’eliminazione delle sostanze pericolose per la combustione e a garantire un adeguato potere calorico, e che possieda caratteristiche specificate con apposite norme tecniche.

Il compost da rifiuti è il prodotto ottenuto dal compostaggio della frazione organica dei rifiuti urbani nel rispetto di apposite norme tecniche finalizzate a definirne contenuti e usi compatibili con la tutela ambientale e sanitaria e, in particolare, a definirne i gradi di qualità.

Rifiuti speciali

In contrapposizione ai rifiuti urbani sono classificati come rifiuti speciali i rifiuti:

  • da attività agricole e agro-industriali;
  • da derivanti dalle attività di demolizione, costruzione, nonché i rifiuti pericolosi che derivano dalle attività di scavo;
  • da lavorazioni industriali;
  • da lavorazioni artigianali;
  • da attività commerciali;
  • da attività di servizio;
  • da derivanti da attività di recupero e smaltimento di rifiuti, fanghi prodotti dalla potabilizzazione e altri trattamenti delle acque e dalla depurazione delle acque reflue e rifiuti derivanti da abbattimento di fumi;
  • da derivanti da attività sanitarie;
    e inoltre:
  • macchinari ed apparecchiature deteriorati ed obsoleti;
  • veicoli a motore, rimorchi e simili fuori uso e loro parti.

Nel rispetto delle priorità imposte dalla legge e di seguito illustrate, i rifiuti speciali devono essere conferiti a soggetti privati debitamente autorizzati o al servizio pubblico che effettui il servizio integrativo per i rifiuti speciali.

Per determinate tipologie di rifiuti la norma prevede come destinazione obbligatoria il conferimento ai Consorzi nazionali obbligatori: è il caso degli accumulatori al piombo esausti che devono essere consegnati al COBAT, degli oli minerali usati che devono essere consegnati al COOU e dei rifiuti di beni in polietilene che devono essere consegnati al Consorzio POLIECO (2).

Rifiuti pericolosi

Sia i rifiuti urbani che i rifiuti speciali possono essere classificati come rifiuti pericolosi. In base alle caratteristiche di pericolosità previste dagli allegati G, H, I del Dlgs 22/1997 sono classificati come pericolosi i rifiuti non domestici individuati nell’elenco di cui all’allegato D; tale allegato rappresenta, infatti, la trasposizione nazionale della decisione 94/904/CE.

L’elenco dei rifiuti pericolosi tiene conto dell’origine e della composizione dei rifiuti e, in alcuni casi, della concentrazione delle sostanze pericolose contenute. Tale elenco viene periodicamente aggiornato a livello comunitario e, secondo recenti orientamenti assunti dalla Corte europea di giustizia, ciascuno Stato Membro può qualificare come pericoloso qualsiasi altro rifiuto non compreso nell’elenco, nel momento in cui ne accerti le caratteristiche di pericolosità (Sentenza 22 giugno 2000 C-318/98).

La qualificazione di un rifiuto come pericoloso può essere adottata da qualsiasi autorità dello Stato ivi compresa, nell’ambito dei suoi poteri, l’autorità giudiziaria. Tale qualificazione ha efficacia nel solo territorio dello Stato che vi abbia proceduto, fermo restando l’obbligo di comunicare alla Commissione UE gli ulteriori rifiuti pericolosi individuati ai fini dell’aggiornamento dell’elenco dei rifiuti pericolosi valido in tutta l’Unione.

IL PRODUTTORE DI RIFIUTI

Il produttore di rifiuti è la persona la cui attività ha prodotto rifiuti e la persona che ha effettuato operazioni di pretrattamento o di miscuglio o altre operazioni che hanno mutato la natura o la composizione dei rifiuti.

Come detentore, il “Decreto Ronchi” intende invece il produttore dei rifiuti o la persona fisica o giuridica che li detiene.

Per meglio circoscrivere tali concetti è stata fornita anche la definizione di luogo di produzione dei rifiuti, inteso come uno o più edifici o stabilimenti o siti infrastrutturali collegati tra loro, all’interno di un’area delimitata, in cui si svolgono le attività di produzione dalle quali originano i rifiuti.

Al produttore e al detentore spettano delle specifiche responsabilità stabilite all’articolo 10 del Dlgs 22/1997.

Per quanto riguarda in particolare i rifiuti speciali, il produttore assolve i propri obblighi con le seguenti priorità:

  • autosmaltimento dei rifiuti;
  • conferimento dei rifiuti a terzi debitamente autorizzati;
  • conferimento dei rifiuti ai soggetti che gestiscono il servizio pubblico di raccolta dei rifiuti urbani, con i quali sia stata stipulata apposita convenzione;
  • esportazione dei rifiuti.

La responsabilità del detentore per il corretto recupero o smaltimento dei rifiuti è esclusa:

  • in caso di conferimento dei rifiuti al servizio pubblico di raccolta;
  • in caso di conferimento dei rifiuti a soggetti autorizzati, a condizione che il detentore abbia ricevuto il formulario controfirmato e datato in arrivo dal destinatario entro tre mesi dalla data di conferimento dei rifiuti al trasportatore.

Alla scadenza dei tre mesi il produttore deve dare comunicazione alla Provincia della mancata ricezione del formulario.

Per le spedizioni transfrontaliere di rifiuti il suddetto termine è elevato a sei mesi e la comunicazione deve essere effettuata alla Regione invece che alla Provincia.

È importante ricordare che il deposito dei rifiuti presso il produttore (deposito temporaneo) è esonerato da qualsiasi adempimento autorizzativo, purché siano rispettate alcune condizioni illustrate in seguito.

LE ATTIVITÀ DI GESTIONE DEI RIFIUTI

Il Dlgs 22/1997 definisce come attività di gestione dei rifiuti e seguenti (articolo 6):

  • raccolta (operazione di prelievo, di cernita e di raggruppamento di rifiuti per il loro trasporto);
  • trasporto;
  • recupero;
  • smaltimento.

Viene considerata “fase della gestione” anche il controllo di queste operazioni nonché il controllo delle discariche e degli impianti di smalti mento dopo la chiusura. Tutte le attività di gestione dei rifiuti devono essere autorizzate secondo le diverse procedure descritte nei paragrafi successivi.

IL RECUPERO

Una corretta gestione dei rifiuti favorisce la riduzione dello smaltimento finale dei rifiuti attraverso il reimpiego ed il riciclaggio, altre forme di recupero per ottenere materia prima dai rifiuti ed infine il loro recupero energetico.

Il riutilizzo, il riciclaggio e il recupero di materia prima debbono essere considerati preferibili rispetto alle altre forme di recupero.

Al fine di favorire le attività di riutilizzo, di riciclaggio e di recupero, il “Decreto Ronchi” promuove strumenti economici e di carattere amministrativo, tesi al raggiungimento di tali finalità:

  • condizioni di appalto e misure economiche che prevedano l’impiego dei materiali recuperati dai rifiuti al fine di favorirne il mercato;
  • analisi dei cicli di vita dei prodotti, ecobilanci, e tutte le altre iniziative utili da parte anche dei produttori;
  • accordi di programma fra autorità e soggetti economici interessati, con particolare riferimento al reimpiego di materie prime e di prodotti ottenuti dalla raccolta differenziata; l’adesione a tali accordi prevede la possibilità di godere di agevolazioni circa alcuni adempimenti amministrativi previsti dalla normativa in materia di rifiuti;
  • procedure autorizzative semplificate per chi effettua attività di recupero rispetto a quelle previste per le attività di smaltimento.

Le operazioni di recupero sono individuate nell’allegato C al Dlgs 22/1997 e sono contraddistinte dalla sigla R.

R1 Utilizzazione principale come combustibile o come altro mezzo per produrre energia

R2 Rigenerazione/recupero di solventi

R3 Riciclo/recupero delle sostanze organiche non utilizzate come solventi (comprese le operazioni di compostaggio e altre trasformazioni biologiche)

R4 Riciclo/recupero dei metalli o dei composti metallici

R5 Riciclo/recupero di altre sostanze inorganiche

R6 Rigenerazione degli acidi o delle basi

R7 Recupero dei prodotti che servono a captare gli inquinanti

R8 Recupero dei prodotti provenienti dai catalizzatori

R9 Rigenerazione o altri reimpieghi degli oli

R10 Spandimento sul suolo a beneficio dell’agricoltura o dell’ecologia

R11 Utilizzazione di rifiuti ottenuti da una delle operazioni indicate da R1 a R10

R12 Scambio di rifiuti per sottoporli ad una del-le operazioni indicate da R1 a R11

R13 Messa in riserva di rifiuti per sottoporli a una delle operazioni indicate nei punti da R1 a R12 (escluso il deposito temporaneo, prima della raccolta, nel luogo in cui sono prodotti)

Per quanto riguarda il recupero dei rifiuti non pericolosi, il Dm 5 febbraio 1998 individua le norme tecniche che consentono l’applicazione della procedura autorizzativa agevolata (si veda il paragrafo dedicato alle autorizzazioni).

Le analoghe norme tecniche per i rifiuti pericolosi, all’esame dell’UE, devono essere ancora emanate.

LO SMALTIMENTO

Lo smaltimento dei rifiuti costituisce la fase residuale della loro gestione e deve essere effettuato in condizioni di sicurezza mediante il ricorso ad una rete integrata ed adeguata di impianti, che tenga conto delle tecnologie più perfezionate a disposizione che non comportino costi eccessivi e che garantiscano un alto grado di protezione dell’ambiente e della salute pubblica.

Lo smaltimento dei rifiuti deve essere effettuato in impianti appropriati più vicini, al fine di ridurre i movimenti dei rifiuti stessi, tenendo conto del contesto geografico o della necessità di impianti specializzati per determinati tipi di rifiuti.

Per quanto riguarda in particolare i rifiuti urbani, a partire dal 1 ° gennaio 1999 è vietato il loro smaltimento al di fuori della Regione in cui sono stati prodotti (fatti salvi gli accordi regionali o internazionali esistenti) con l’obiettivo di realizzare l’autosufficienza nello smaltimento dei rifiuti urbani non pericolosi all’interno di ciascun ATO.

Le operazioni di smaltimento sono individuate nell’allegato B al Dlgs 22/1997 e contraddistinte dalla sigla D.

D1 Deposito sul o nel suolo (ad esempio: discarica)

D2 Trattamento in ambiente terrestre (ad esempio biodegradazione di rifiuti liquidi o fanghi nei suoli)

D3 Iniezioni in profondità (ad esempio: iniezione dei rifiuti pompabili in pozzi, in cupole saline o faglie geolitiche naturali)

D4 Lagunaggio (ad esempio: scarico di rifiuti liquidi o di fanghi in pozzi, stagni o lagune, ecc.)

D5 Messa in discarica specialmente allestita (ad esempio: sistemazione in alveoli stagni separati, ricoperti o isolati gli uni dagli altri e dall’ambiente)

D6 Scarico dei rifiuti solidi nell’ambiente idrico eccetto l’immersione

D7 Immersione, compreso il seppellimento nel sottosuolo marino

D8 Trattamento biologico che dia origine a composti o a miscugli eliminati secondo uno dei procedimenti elencati nei punti da 01 a 012

D9 Trattamento fisico-chimico che dia origine a composti o a miscugli eliminati secondo uno dei procedimenti elencati nei punti da 01 a 012 (ad esempio: evaporazione, essiccazione, calcinazione, ecc.)

D10 Incenerimento a terra

D11 Incenerimento in mare

D12 Deposito permanente (ad esempio: sistemazione di contenitori in una miniera, ecc.)

D13 Raggruppamento preliminare prima di una delle operazioni di cui ai punti da 01 a 012

D14 Ricondizionamento preliminare prima di una delle operazioni di cui ai punti da 01 a 013 D15 Deposito preliminare prima di una delle operazioni di cui ai punti da 01 a 014 (escluso il deposito temporaneo, prima della raccolta, nel luogo in cui sono prodotti)

LA DISCARICA

Oltre al rispetto delle limitazioni su enunciate, il “Decreto Ronchi” stabilisce che, a partire dalla data di entrata in vigore del provvedimento di recepimento della direttiva 1999/31/CE relativa alle discariche (e in ogni caso non oltre il termine del 16 luglio 2001), sarà consentito smaltire in discarica solo i rifiuti inerti, i rifiuti individuati da specifiche norme tecniche ed i rifiuti che residuano dalle operazioni di riciclaggio, di recupero e di smaltimento di cui ai punti D2, D8, D9, 010 e 011 dell’allegato B.

Lo smaltimento dei rifiuti nelle discariche già autorizzate è consentito in conformità alle prescrizioni e alle norme tecniche previste dalle autorizzazioni vigenti che, attualmente, si riferiscono a quelle contenute nella delibera 27 luglio 1984 (tali norme saranno sostituite con l’attuazione della “direttiva discariche”).

Il Dm 141/1998 ha comunque già introdotto alcuni divieti per lo smaltimento dei rifiuti in discarica.

È infatti vietato smaltire in discarica le seguenti tipologie di rifiuti:

  • rifiuti allo stato liquido;
  • rifiuti classificati in base ai criteri fissati nell’allegato I Esplosivi (Hl) e/o Comburenti (H2);
  • rifiuti con un punto di infiammabilità <55°C;
  • rifiuti che contengono una o più sostanze corrosive classificate come R35 in concentrazione totale >1 %;
  • rifiuti che contengono una o più sostanze corrosive classificate come R34 in concentrazione totale >5%;
  • rifiuti sanitari a rischio infettivo (Categoria di rischio H9 di cui all’allegato 1);
  • rifiuti della produzione di principi attivi per presidi medico-chirurgici e prodotti fitosanitari;
  • rifiuti che contengono o sono contaminati da PCB, PCT, monometiltetraclorodifenilmetano, monometildiclorodifenilmetano, monometildibromodifenilmetano in quantità superiore a 25 ppm;
  • rifiuti che contengono o sono contaminati da diossine e/o furani di cui all’allegato III in quantità superiore a 10 ppb da calcolarsi sulla base dei fattori di tossicità equivalente di cui allo stesso allegato III;
  • rifiuti che contengono sostanze lesive dello strato di ozono stratosferico presenti tal quali nel rifiuto o che si possano generare a seguito di processi di degradazione;
  • rifiuti che contengono sostanze chimiche nuove provenienti da attività di ricerca e di sviluppo i cui effetti sull’uomo e/o sull’ambiente non siano noti.

L’INCENERIMENTO

A partire dal 1° gennaio 1999, la realizzazione e la gestione di nuovi impianti di incenerimento possono essere autorizzate solo nel caso in cui il relativo processo di combustione sia accompagnato da recupero energetico.

Per impianto di incenerimento si intende “qualsiasi apparato tecnico utilizzato per l’incenerimento di rifiuti mediante ossidazione termica, compreso il pretrattamento tramite pirolisi o altri processi di trattamento termico, quali il processo al plasma, a condizione che i prodotti che si generano siano successivamente inceneriti, con o senza recupero del calore di combustione prodotto”.

Vengono altresì considerati impianti di incenerimento quelli in cui si effettua il coincenerimento dei rifiuti, cioè gli impianti non destinati principalmente all’incenerimento di rifiuti, che bruciano tali rifiuti come combustibile normale o addizionale per qualsiasi procedimento industriale.

Le disposizioni tecniche riguardanti l’incenerimento dei rifiuti sono contenute in due decreti ministeriali che hanno sostituito le norme tecniche sull’incenerimento già contenute nella delibera 27 luglio 1984:

 

  • Dm 503/1997 per l’incenerimento dei seguenti rifiuti a condizione che non siano miscelati con rifiuti pericolosi:
    – rifiuti urbani;
    – rifiuti speciali non pericolosi;
    – carcasse o resti di animali;
    – rifiuti sanitari a rischio infettivo (contagiosi), a condizione che tali rifiuti non presentino ulteriori caratteristiche di pericolo o non siano resi pericolosi dalla presenza di altri costituenti elencati nell’allegato I al “Decreto Ronchi”.
  • Dm 124/2000, per l’incenerimento di:
    – rifiuti pericolosi;
    – oli minerali usati.

    LO STOCCAGGIO

    Con il concetto di stoccaggio si intendono due forme di deposito dei rifiuti distinte in base alla destinazione successiva degli stessi. Le attività di stoccaggio sono considerate quindi attività di smaltimento o di recupero a seconda della destinazione finale dei rifiuti in deposito e le ritroviamo infatti individuate sia nell’allegato B che nell’allegato C:

    • il deposito preliminare consiste, quindi, nel deposito dei rifiuti prima di una delle operazioni di smaltimento (D15);
    • la messa in riserva, invece, si configura come deposito dei rifiuti per sottoporli ad una delle operazioni di recupero (R13).

    In entrambi i casi viene escluso dalla definizione di stoccaggio il deposito temporaneo (vedi paragrafo successivo) dei rifiuti prima della raccolta nel luogo in cui sono stati prodotti, indipendentemente dalla successiva destinazione al recupero o allo smaltimento. Quindi, il deposito temporaneo non è un’operazione di gestione dei rifiuti.

    IL DEPOSITO TEMPORANEO

    Chi effettua il deposito temporaneo non è soggetto a nessun tipo di autorizzazione, ma unicamente all’obbligo di tenuta del registro di carico e scarico, di invio del MUD e al divieto di miscelazione per tutti quei soggetti che, già come produttori, sono tenuti a tale obbligo (si veda la parte dedicata ai registri di carico e scarico).

    Per deposito temporaneo il “Decreto Ronchi” intende il raggruppamento dei rifiuti, effettuato prima della raccolta nel luogo in cui sono prodotti, soggetto a particolari modalità di gestione:

    • i rifiuti non pericolosi devono essere asportati ogni tre mesi indipendentemente dalle quantità in deposito, o, in alternativa, quando il quantitativo dei rifiuti in deposito raggiunge i 20 metri cubi e comunque entro un anno dal deposito;
    • i rifiuti pericolosi devono essere asportati ogni due mesi indipendentemente dalle quantità in deposito, o, in alternativa, quando il quantitativo di rifiuti in deposito raggiunge i 10 metri cubi e comunque entro un anno dal deposito.

    A riguardo si fa presente che la Corte di Cassazione, con sentenza del 21 aprile 2000, n. 4957, fornisce una interpretazione delle due modalità di gestione (temporale e quantitativa) che il “Decreto Ronchi” prospetta per il deposito temporaneo. Secondo la Corte, le due modalità non sono da considerarsi alternative, ma la condizione temporale deve intendersi esplicativa rispetto alla condizione quantitativa, ritenuta decisiva.

    I rifiuti in deposito temporaneo non devono, pertanto, superare i limiti quantitativi imposti (20 m3 per i non pericolosi e 10 m3 per i pericolosi). l’esportazione secondo le cadenze temporali indicate (tre mesi per i non pericolosi e due mesi per i pericolosi) può essere attuata solo nel caso in cui non siano superati detti limiti quantitativi.

    Per gli stabilimenti localizzati nelle isole minori (cioè diverse da Sardegna e Sicilia), invece, il deposito temporaneo può essere effettuato per un anno a prescindere dalle quantità e pericolosità dei rifiuti.

    Per i rifiuti sanitari pericolosi i limiti temporali di stoccaggio vengono ridotti ad una durata massima di 5 giorni e, solo per quantitativi non superiori a 200 litri, il deposito può avere una durata massima di trenta giorni.

    In ogni caso devono essere rispettate tutte le condizioni di seguito riassunte:

    • il deposito temporaneo deve essere effettuato per tipologie omogenee di rifiuti e nel rispetto delle norme tecniche; in mancanza di uno specifico riferimento in materia e in attesa di una loro definizione, si può ritenere che le norme tecniche che devono essere rispettate negli impianti di deposito temporaneo siano quelle previste dalla deliberazione del 27 luglio 1984 per gli impianti di stoccaggio dei rifiuti;
    • deve essere osservato il divieto di miscelazione dei rifiuti pericolosi con i rifiuti non pericolosi e il divieto di miscelazione di differenti categorie di rifiuti pericolosi tra loro;
    • in ogni caso, i rifiuti non devono contenere PC DD e PCDF in quantità superiore a 2,5 ppm né PCB e PCT in quantità superiore a 25 ppm;
    • devono essere rispettate le norme che disciplinano l’imballaggio e l’etichettatura dei rifiuti pericolosi;
    • gli oli e grassi animali e vegetali esausti devono essere stoccati in appositi contenitori conformi alla normativa tecnica della delibera del 27 luglio 1984.

    Diversamente, nel caso in cui non venga rispettato anche uno solo dei requisiti su indicati, il deposito temporaneo è assoggettato alla disciplina autorizzativa prevista per lo stoccaggio (messa in riserva o deposito preliminare).

    La gestione dei rifiuti in Italia è regolamentata dal Dlgs 5 febbraio 1997, n. 22 (cosiddetto “Decreto Ronchi”) e successive modificazioni, emanato in recepimento delle direttive comunitarie in materia di rifiuti, rifiuti pericolosi, imballaggi e rifiuti di imballaggio, al fine di assicurare un elevato grado di protezione dell’ambiente e tutela della salute dell’uomo.

    Tale disciplina è ispirata ai principi di responsabilizzazione e cooperazione di tutti i soggetti coinvolti nella produzione, nella distribuzione, nell’utilizzo e nel consumo di beni da cui originano i rifiuti.

    Particolare importanza riveste il principio in base al quale è vietato abbandonare e depositare incontrollatamente rifiuti sul suolo e nel sottosuolo, oltre che immettere rifiuti nelle acque superficiali e sotterranee. Si tratta di un divieto importante che sta alla base di tutta la normativa in tema di rifiuti, in quanto, proprio in virtù del fatto che non è consentito abbandonare i rifiuti o depositarli in maniera incontrollata, essi dovranno essere avviati, dai loro produttori o detentori, ad impianti di recupero o di smaltimento debitamente autorizzati, secondo le procedure indicate nel Dlgs 22/1997.

    Il Legislatore ha inteso disciplinare le modalità di gestione dei rifiuti in modo tale da favorire la riduzione della produzione e della pericolosità dei rifiuti e di incentivarne il riciclaggio e il recupero per ottenere materia prima o come combustibile o altra fonte di energia. In questo contesto sono previsti diversi strumenti per incentivare le politiche di prevenzione e recupero, nonché limitazioni per lo smaltimento che costituisce pertanto solo la fase residuale della gestione dei rifiuti.

    La nuova disciplina prevede, inoltre, una serie di obblighi a carico dei soggetti che intervengono nella gestione dei rifiuti, che vanno dal divieto di miscelazione dei rifiuti pericolosi all’obbligo di tenuta di un formulario di identificazione per il trasporto e di un registro di carico e scarico, oltre alla compilazione del Modello unico di dichiarazione ambientale (MUD).

    Viene inoltre previsto un sistema di Consorzi per il recupero di particolari tipologie di rifiuti (rifiuti di beni in polietilene, oli e grassi animali e vegetali esausti) che si vanno ad affiancare agli altri Consorzi preesistenti che si occupano della raccolta e del recupero delle batterie esauste e degli oli usati.

    DEFINIZIONE DI RIFIUTO

    Con l’articolo 6, comma 1, lettera a), del “Decreto Ronchi” è stata introdotta nel nostro ordinamento la definizione comunitaria di rifiuto di cui all’articolo 1, comma 1, lettera a) della direttiva 91/156/CEE del Consiglio.

    In base a tale definizione per “rifiuto” deve intendersi qualsiasi sostanza od oggetto che rientra nelle categorie riportate nell’allegato A dello stesso Decreto e di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi.

    La definizione di rifiuto introdotta dal D1gs 22/1997 presenta un duplice criterio di identificazione del medesimo. Da una parte infatti viene definito rifiuto “qualsiasi sostanza od oggetto che rientri nelle categorie riportate in allegato A”( criterio oggettivo); d’altra parte, la condizione affinché tale sostanza od oggetto siano riconosciuti come rifiuto è rappresentata dal fatto che il detentore se ne disfi o abbia deciso e/o abbia l’obbligo di disfarsene (criterio soggettivo).

    Il duplice criterio viene ribadito nella nota introduttiva all’allegato A del “Decreto Ronchi”, riportante il Catalogo Europeo dei Rifiuti (C.E.R.) adottato con decisione CEE 94/3, dove si specifica che un materiale figurante nell’elenco non è in tutte le circostanze un rifiuto, ma solo quando esso ne soddisfa la definizione (1).

    Il C.E.R. costituisce, quindi, una guida indispensabile nell’identificazione dei rifiuti che vengono catalogati in 20 capitoli distinti principalmente in base al loro settore di provenienza; in alcuni casi, piuttosto che per la loro origine, i rifiuti sono individuati in capitoli “trasversali” in base alle loro caratteristiche chimico-fisiche o merceologiche (ad esempio: 150000 imballaggi, 160000 rifiuti non specificati altrimenti nel catalogo).

    All’interno di ogni capitolo, le tipologie di rifiuti sono individuate da un codice a 6 cifre, di cui:

    • la prima coppia di cifre individua le attività industriali generatrici del rifiuto;
    • la seconda individua il processo specifico all’interno dell’attività industriale generale;
    • la terza individua infine la singola tipologia di rifiuto.

    Rimane comunque da circoscrivere distintamente l’elemento soggettivo che concorre a determinare la natura del rifiuto, ovvero stabilire la corretta interpretazione del termine “disfarsi”, la cui definizione dovrà comunque essere chiarita sia a livello nazionale, con l’approvazione di un apposito disegno di legge ancora all’esame del Parlamento, sia a livello comunitario, mediante la predisposizione di apposite linee guida.

    CLASSIFICAZIONE DEI RIFIUTI

    I rifiuti sono classificati in base all’origine in urbani e speciali. Sia i rifiuti urbani che i rifiuti speciali si distinguono in pericolosi e non pericolosi, in base alle caratteristiche di pericolosità.

    Rifiuti urbani

    Sono classificati come rifiuti urbani i seguenti rifiuti:

    • domestici, anche ingombranti, provenienti da locali e luoghi adibiti ad uso di civile abitazione;
    • non pericolosi provenienti da locali e luoghi adibiti ad usi diversi da quelli adibiti ad uso di civile abitazione, assimilati ai rifiuti urbani;
    • provenienti dallo spazzamento delle strade;
    • di qualunque natura o provenienza, giacenti sulle strade e aree pubbliche o sulle strade e aree private comunque soggette ad uso pubblico o sulle spiagge marittime e lacuali e sulle rive dei corsi d’acqua;
    • vegetali provenienti da aree verdi, quali giardini, parchi ed aree cimiteriali;
    • provenienti da esumazioni ed estumulazioni, nonché gli altri rifiuti provenienti da attività cimiteriale, diversi da quelli sopra indicati.

    I rifiuti assimilabili agli urbani sono costituiti da particolari tipologie di rifiuti speciali di provenienza diversa da quella urbana (attività artigianali, commerciali, industriali, ecc.) che presentano tuttavia delle caratteristiche simili ai rifiuti urbani (ad esempio: carta, scarti di legno, rifiuti plastici).

    Per essere assimilati agli urbani, i rifiuti speciali devono essere individuati nel regolamento comunale per la gestione dei rifiuti urbani. Si ricorda in proposito che lo Stato deve ancora determinare i nuovi criteri qualitativi e quantitativi per l’assimilazione dei rifiuti speciali ai rifiuti urbani ed individuare le frazioni di rifiuti sanitari che possono essere assimilati agli urbani (articolo 18, comma 2, lettera d) e articolo 45, comma 4, lettera c).

    In attesa di tali nuovi criteri sono dunque assimilati ai rifiuti urbani solo i rifiuti speciali che siano stati individuati negli appositi regolamenti comunali redatti secondo i criteri già stabiliti al punto 1.1.1 della delibera del Comitato interministeriale del 27 luglio 1984.

    La gestione dei rifiuti urbani e assimilati avviati allo smaltimento è effettuata dal Comune in regime di privativa che, invece, non si applica alle attività di recupero dei rifiuti assimilati e alle attività che rientrano negli accordi di programma (articolo 21,commi 1 e 7] Viene inoltre stabilito che la gestione dei rifiuti urbani e assimilati deve essere assicurata all’interno di Ambiti Territoriali Ottimali (ATO) che, tranne i casi in cui le Regioni non stabiliscano diversamente con propria legge, sono individuati nelle Province (articolo 23).

    Negli ATO le Province assicurano una gestione unitaria dei rifiuti urbani, coordinando gli Enti locali secondo le indicazioni del piano regionale. I Comuni di ciascun ATO devono organizzare i servizi di gestione dei rifiuti urbani secondo le indicazioni dei piani provinciali e secondo criteri di efficienza, di efficacia e di economicità, mediante le forme previste dalla legge 142/1990. A regime, in ciascun ATO i costi della gestione dei rifiuti dovranno essere coperti da una tariffa omogenea che dal 1 gennaio 2003 comincerà a sostituire la TARSU (Tassa sui Rifiuti Solidi Urbani) sulla base dei criteri fissati con il Dpr 158/1999.

    La tariffa non sarà più determinata solo sulla base della superficie da cui originano i rifiuti urbani e assimilati, ma anche in virtù dell’effettiva produzione degli stessi da parte di ciascuna utenza. La tariffa dovrà coprire l’intero costo della gestione dei rifiuti urbani e assimilati e sarà commisurata all’effettiva qualità del servizio erogato; in tal senso il produttore di rifiuti assimilati che dimostri di aver avviato a recupero i propri rifiuti avrà infatti diritto ad una riduzione del tributo in questione.

    Nell’ambito della gestione dei rifiuti urbani una fase rilevante è rappresentata dalla raccolta differenziata, definita come la raccolta idonea a raggruppare i rifiuti urbani in frazioni merceologiche omogenee (compresa la frazione organica umida) destinate al riutilizzo, al riciclaggio e al recupero di materia prima. In sostanza, la raccolta differenziata è quella che consente di raccogliere le frazioni recuperabili e/o riciclabili dei rifiuti urbani; il risultato del recupero di particolari frazioni dei rifiuti urbani è rappresentato dal CDR e dai compost ottenuti a seguito della raccolta differenziata dei rifiuti urbani.

    Il CDR è il combustibile ricavato dai rifiuti urbani e assimilati mediante trattamento finalizzato all’eliminazione delle sostanze pericolose per la combustione e a garantire un adeguato potere calorico, e che possieda caratteristiche specificate con apposite norme tecniche.

    Il compost da rifiuti è il prodotto ottenuto dal compostaggio della frazione organica dei rifiuti urbani nel rispetto di apposite norme tecniche finalizzate a definirne contenuti e usi compatibili con la tutela ambientale e sanitaria e, in particolare, a definirne i gradi di qualità.

    Rifiuti speciali

    In contrapposizione ai rifiuti urbani sono classificati come rifiuti speciali i rifiuti:

    • da attività agricole e agro-industriali;
    • da derivanti dalle attività di demolizione, costruzione, nonché i rifiuti pericolosi che derivano dalle attività di scavo;
    • da lavorazioni industriali;
    • da lavorazioni artigianali;
    • da attività commerciali;
    • da attività di servizio;
    • da derivanti da attività di recupero e smaltimento di rifiuti, fanghi prodotti dalla potabilizzazione e altri trattamenti delle acque e dalla depurazione delle acque reflue e rifiuti derivanti da abbattimento di fumi;
    • da derivanti da attività sanitarie;
      e inoltre:
    • macchinari ed apparecchiature deteriorati ed obsoleti;
    • veicoli a motore, rimorchi e simili fuori uso e loro parti.

    Nel rispetto delle priorità imposte dalla legge e di seguito illustrate, i rifiuti speciali devono essere conferiti a soggetti privati debitamente autorizzati o al servizio pubblico che effettui il servizio integrativo per i rifiuti speciali.

    Per determinate tipologie di rifiuti la norma prevede come destinazione obbligatoria il conferimento ai Consorzi nazionali obbligatori: è il caso degli accumulatori al piombo esausti che devono essere consegnati al COBAT, degli oli minerali usati che devono essere consegnati al COOU e dei rifiuti di beni in polietilene che devono essere consegnati al Consorzio POLIECO (2).

    Rifiuti pericolosi

    Sia i rifiuti urbani che i rifiuti speciali possono essere classificati come rifiuti pericolosi. In base alle caratteristiche di pericolosità previste dagli allegati G, H, I del Dlgs 22/1997 sono classificati come pericolosi i rifiuti non domestici individuati nell’elenco di cui all’allegato D; tale allegato rappresenta, infatti, la trasposizione nazionale della decisione 94/904/CE.

    L’elenco dei rifiuti pericolosi tiene conto dell’origine e della composizione dei rifiuti e, in alcuni casi, della concentrazione delle sostanze pericolose contenute. Tale elenco viene periodicamente aggiornato a livello comunitario e, secondo recenti orientamenti assunti dalla Corte europea di giustizia, ciascuno Stato Membro può qualificare come pericoloso qualsiasi altro rifiuto non compreso nell’elenco, nel momento in cui ne accerti le caratteristiche di pericolosità (Sentenza 22 giugno 2000 C-318/98).

    La qualificazione di un rifiuto come pericoloso può essere adottata da qualsiasi autorità dello Stato ivi compresa, nell’ambito dei suoi poteri, l’autorità giudiziaria. Tale qualificazione ha efficacia nel solo territorio dello Stato che vi abbia proceduto, fermo restando l’obbligo di comunicare alla Commissione UE gli ulteriori rifiuti pericolosi individuati ai fini dell’aggiornamento dell’elenco dei rifiuti pericolosi valido in tutta l’Unione.

    IL PRODUTTORE DI RIFIUTI

    Il produttore di rifiuti è la persona la cui attività ha prodotto rifiuti e la persona che ha effettuato operazioni di pretrattamento o di miscuglio o altre operazioni che hanno mutato la natura o la composizione dei rifiuti.

    Come detentore, il “Decreto Ronchi” intende invece il produttore dei rifiuti o la persona fisica o giuridica che li detiene.

    Per meglio circoscrivere tali concetti è stata fornita anche la definizione di luogo di produzione dei rifiuti, inteso come uno o più edifici o stabilimenti o siti infrastrutturali collegati tra loro, all’interno di un’area delimitata, in cui si svolgono le attività di produzione dalle quali originano i rifiuti.

    Al produttore e al detentore spettano delle specifiche responsabilità stabilite all’articolo 10 del Dlgs 22/1997.

    Per quanto riguarda in particolare i rifiuti speciali, il produttore assolve i propri obblighi con le seguenti priorità:

    • autosmaltimento dei rifiuti;
    • conferimento dei rifiuti a terzi debitamente autorizzati;
    • conferimento dei rifiuti ai soggetti che gestiscono il servizio pubblico di raccolta dei rifiuti urbani, con i quali sia stata stipulata apposita convenzione;
    • esportazione dei rifiuti.

    La responsabilità del detentore per il corretto recupero o smaltimento dei rifiuti è esclusa:

    • in caso di conferimento dei rifiuti al servizio pubblico di raccolta;
    • in caso di conferimento dei rifiuti a soggetti autorizzati, a condizione che il detentore abbia ricevuto il formulario controfirmato e datato in arrivo dal destinatario entro tre mesi dalla data di conferimento dei rifiuti al trasportatore.

    Alla scadenza dei tre mesi il produttore deve dare comunicazione alla Provincia della mancata ricezione del formulario.

    Per le spedizioni transfrontaliere di rifiuti il suddetto termine è elevato a sei mesi e la comunicazione deve essere effettuata alla Regione invece che alla Provincia.

    È importante ricordare che il deposito dei rifiuti presso il produttore (deposito temporaneo) è esonerato da qualsiasi adempimento autorizzativo, purché siano rispettate alcune condizioni illustrate in seguito.

    LE ATTIVITÀ DI GESTIONE DEI RIFIUTI

    Il Dlgs 22/1997 definisce come attività di gestione dei rifiuti e seguenti (articolo 6):

    • raccolta (operazione di prelievo, di cernita e di raggruppamento di rifiuti per il loro trasporto);
    • trasporto;
    • recupero;
    • smaltimento.

    Viene considerata “fase della gestione” anche il controllo di queste operazioni nonché il controllo delle discariche e degli impianti di smalti mento dopo la chiusura. Tutte le attività di gestione dei rifiuti devono essere autorizzate secondo le diverse procedure descritte nei paragrafi successivi.

    IL RECUPERO

    Una corretta gestione dei rifiuti favorisce la riduzione dello smaltimento finale dei rifiuti attraverso il reimpiego ed il riciclaggio, altre forme di recupero per ottenere materia prima dai rifiuti ed infine il loro recupero energetico.

    Il riutilizzo, il riciclaggio e il recupero di materia prima debbono essere considerati preferibili rispetto alle altre forme di recupero.

    Al fine di favorire le attività di riutilizzo, di riciclaggio e di recupero, il “Decreto Ronchi” promuove strumenti economici e di carattere amministrativo, tesi al raggiungimento di tali finalità:

    • condizioni di appalto e misure economiche che prevedano l’impiego dei materiali recuperati dai rifiuti al fine di favorirne il mercato;
    • analisi dei cicli di vita dei prodotti, ecobilanci, e tutte le altre iniziative utili da parte anche dei produttori;
    • accordi di programma fra autorità e soggetti economici interessati, con particolare riferimento al reimpiego di materie prime e di prodotti ottenuti dalla raccolta differenziata; l’adesione a tali accordi prevede la possibilità di godere di agevolazioni circa alcuni adempimenti amministrativi previsti dalla normativa in materia di rifiuti;
    • procedure autorizzative semplificate per chi effettua attività di recupero rispetto a quelle previste per le attività di smaltimento.

    Le operazioni di recupero sono individuate nell’allegato C al Dlgs 22/1997 e sono contraddistinte dalla sigla R.

    R1 Utilizzazione principale come combustibile o come altro mezzo per produrre energia

    R2 Rigenerazione/recupero di solventi

    R3 Riciclo/recupero delle sostanze organiche non utilizzate come solventi (comprese le operazioni di compostaggio e altre trasformazioni biologiche)

    R4 Riciclo/recupero dei metalli o dei composti metallici

    R5 Riciclo/recupero di altre sostanze inorganiche

    R6 Rigenerazione degli acidi o delle basi

    R7 Recupero dei prodotti che servono a captare gli inquinanti

    R8 Recupero dei prodotti provenienti dai catalizzatori

    R9 Rigenerazione o altri reimpieghi degli oli

    R10 Spandimento sul suolo a beneficio dell’agricoltura o dell’ecologia

    R11 Utilizzazione di rifiuti ottenuti da una delle operazioni indicate da R1 a R10

    R12 Scambio di rifiuti per sottoporli ad una del-le operazioni indicate da R1 a R11

    R13 Messa in riserva di rifiuti per sottoporli a una delle operazioni indicate nei punti da R1 a R12 (escluso il deposito temporaneo, prima della raccolta, nel luogo in cui sono prodotti)

    Per quanto riguarda il recupero dei rifiuti non pericolosi, il Dm 5 febbraio 1998 individua le norme tecniche che consentono l’applicazione della procedura autorizzativa agevolata (si veda il paragrafo dedicato alle autorizzazioni).

    Le analoghe norme tecniche per i rifiuti pericolosi, all’esame dell’UE, devono essere ancora emanate.

    LO SMALTIMENTO

    Lo smaltimento dei rifiuti costituisce la fase residuale della loro gestione e deve essere effettuato in condizioni di sicurezza mediante il ricorso ad una rete integrata ed adeguata di impianti, che tenga conto delle tecnologie più perfezionate a disposizione che non comportino costi eccessivi e che garantiscano un alto grado di protezione dell’ambiente e della salute pubblica.

    Lo smaltimento dei rifiuti deve essere effettuato in impianti appropriati più vicini, al fine di ridurre i movimenti dei rifiuti stessi, tenendo conto del contesto geografico o della necessità di impianti specializzati per determinati tipi di rifiuti.

    Per quanto riguarda in particolare i rifiuti urbani, a partire dal 1 ° gennaio 1999 è vietato il loro smaltimento al di fuori della Regione in cui sono stati prodotti (fatti salvi gli accordi regionali o internazionali esistenti) con l’obiettivo di realizzare l’autosufficienza nello smaltimento dei rifiuti urbani non pericolosi all’interno di ciascun ATO.

    Le operazioni di smaltimento sono individuate nell’allegato B al Dlgs 22/1997 e contraddistinte dalla sigla D.

    D1 Deposito sul o nel suolo (ad esempio: discarica)

    D2 Trattamento in ambiente terrestre (ad esempio biodegradazione di rifiuti liquidi o fanghi nei suoli)

    D3 Iniezioni in profondità (ad esempio: iniezione dei rifiuti pompabili in pozzi, in cupole saline o faglie geolitiche naturali)

    D4 Lagunaggio (ad esempio: scarico di rifiuti liquidi o di fanghi in pozzi, stagni o lagune, ecc.)

    D5 Messa in discarica specialmente allestita (ad esempio: sistemazione in alveoli stagni separati, ricoperti o isolati gli uni dagli altri e dall’ambiente)

    D6 Scarico dei rifiuti solidi nell’ambiente idrico eccetto l’immersione

    D7 Immersione, compreso il seppellimento nel sottosuolo marino

    D8 Trattamento biologico che dia origine a composti o a miscugli eliminati secondo uno dei procedimenti elencati nei punti da 01 a 012

    D9 Trattamento fisico-chimico che dia origine a composti o a miscugli eliminati secondo uno dei procedimenti elencati nei punti da 01 a 012 (ad esempio: evaporazione, essiccazione, calcinazione, ecc.)

    D10 Incenerimento a terra

    D11 Incenerimento in mare

    D12 Deposito permanente (ad esempio: sistemazione di contenitori in una miniera, ecc.)

    D13 Raggruppamento preliminare prima di una delle operazioni di cui ai punti da 01 a 012

    D14 Ricondizionamento preliminare prima di una delle operazioni di cui ai punti da 01 a 013 D15 Deposito preliminare prima di una delle operazioni di cui ai punti da 01 a 014 (escluso il deposito temporaneo, prima della raccolta, nel luogo in cui sono prodotti)

    LA DISCARICA

    Oltre al rispetto delle limitazioni su enunciate, il “Decreto Ronchi” stabilisce che, a partire dalla data di entrata in vigore del provvedimento di recepimento della direttiva 1999/31/CE relativa alle discariche (e in ogni caso non oltre il termine del 16 luglio 2001), sarà consentito smaltire in discarica solo i rifiuti inerti, i rifiuti individuati da specifiche norme tecniche ed i rifiuti che residuano dalle operazioni di riciclaggio, di recupero e di smaltimento di cui ai punti D2, D8, D9, 010 e 011 dell’allegato B.

    Lo smaltimento dei rifiuti nelle discariche già autorizzate è consentito in conformità alle prescrizioni e alle norme tecniche previste dalle autorizzazioni vigenti che, attualmente, si riferiscono a quelle contenute nella delibera 27 luglio 1984 (tali norme saranno sostituite con l’attuazione della “direttiva discariche”).

    Il Dm 141/1998 ha comunque già introdotto alcuni divieti per lo smaltimento dei rifiuti in discarica.

    È infatti vietato smaltire in discarica le seguenti tipologie di rifiuti:

    • rifiuti allo stato liquido;
    • rifiuti classificati in base ai criteri fissati nell’allegato I Esplosivi (Hl) e/o Comburenti (H2);
    • rifiuti con un punto di infiammabilità <55°C;
    • rifiuti che contengono una o più sostanze corrosive classificate come R35 in concentrazione totale >1 %;
    • rifiuti che contengono una o più sostanze corrosive classificate come R34 in concentrazione totale >5%;
    • rifiuti sanitari a rischio infettivo (Categoria di rischio H9 di cui all’allegato 1);
    • rifiuti della produzione di principi attivi per presidi medico-chirurgici e prodotti fitosanitari;
    • rifiuti che contengono o sono contaminati da PCB, PCT, monometiltetraclorodifenilmetano, monometildiclorodifenilmetano, monometildibromodifenilmetano in quantità superiore a 25 ppm;
    • rifiuti che contengono o sono contaminati da diossine e/o furani di cui all’allegato III in quantità superiore a 10 ppb da calcolarsi sulla base dei fattori di tossicità equivalente di cui allo stesso allegato III;
    • rifiuti che contengono sostanze lesive dello strato di ozono stratosferico presenti tal quali nel rifiuto o che si possano generare a seguito di processi di degradazione;
    • rifiuti che contengono sostanze chimiche nuove provenienti da attività di ricerca e di sviluppo i cui effetti sull’uomo e/o sull’ambiente non siano noti.

    L’INCENERIMENTO

    A partire dal 1° gennaio 1999, la realizzazione e la gestione di nuovi impianti di incenerimento possono essere autorizzate solo nel caso in cui il relativo processo di combustione sia accompagnato da recupero energetico.

    Per impianto di incenerimento si intende “qualsiasi apparato tecnico utilizzato per l’incenerimento di rifiuti mediante ossidazione termica, compreso il pretrattamento tramite pirolisi o altri processi di trattamento termico, quali il processo al plasma, a condizione che i prodotti che si generano siano successivamente inceneriti, con o senza recupero del calore di combustione prodotto”.

    Vengono altresì considerati impianti di incenerimento quelli in cui si effettua il coincenerimento dei rifiuti, cioè gli impianti non destinati principalmente all’incenerimento di rifiuti, che bruciano tali rifiuti come combustibile normale o addizionale per qualsiasi procedimento industriale.

    Le disposizioni tecniche riguardanti l’incenerimento dei rifiuti sono contenute in due decreti ministeriali che hanno sostituito le norme tecniche sull’incenerimento già contenute nella delibera 27 luglio 1984:

     

    • Dm 503/1997 per l’incenerimento dei seguenti rifiuti a condizione che non siano miscelati con rifiuti pericolosi:
      – rifiuti urbani;
      – rifiuti speciali non pericolosi;
      – carcasse o resti di animali;
      – rifiuti sanitari a rischio infettivo (contagiosi), a condizione che tali rifiuti non presentino ulteriori caratteristiche di pericolo o non siano resi pericolosi dalla presenza di altri costituenti elencati nell’allegato I al “Decreto Ronchi”.
    • Dm 124/2000, per l’incenerimento di:
      – rifiuti pericolosi;
      – oli minerali usati.

      LO STOCCAGGIO

      Con il concetto di stoccaggio si intendono due forme di deposito dei rifiuti distinte in base alla destinazione successiva degli stessi. Le attività di stoccaggio sono considerate quindi attività di smaltimento o di recupero a seconda della destinazione finale dei rifiuti in deposito e le ritroviamo infatti individuate sia nell’allegato B che nell’allegato C:

      • il deposito preliminare consiste, quindi, nel deposito dei rifiuti prima di una delle operazioni di smaltimento (D15);
      • la messa in riserva, invece, si configura come deposito dei rifiuti per sottoporli ad una delle operazioni di recupero (R13).

      In entrambi i casi viene escluso dalla definizione di stoccaggio il deposito temporaneo (vedi paragrafo successivo) dei rifiuti prima della raccolta nel luogo in cui sono stati prodotti, indipendentemente dalla successiva destinazione al recupero o allo smaltimento. Quindi, il deposito temporaneo non è un’operazione di gestione dei rifiuti.

      IL DEPOSITO TEMPORANEO

      Chi effettua il deposito temporaneo non è soggetto a nessun tipo di autorizzazione, ma unicamente all’obbligo di tenuta del registro di carico e scarico, di invio del MUD e al divieto di miscelazione per tutti quei soggetti che, già come produttori, sono tenuti a tale obbligo (si veda la parte dedicata ai registri di carico e scarico).

      Per deposito temporaneo il “Decreto Ronchi” intende il raggruppamento dei rifiuti, effettuato prima della raccolta nel luogo in cui sono prodotti, soggetto a particolari modalità di gestione:

      • i rifiuti non pericolosi devono essere asportati ogni tre mesi indipendentemente dalle quantità in deposito, o, in alternativa, quando il quantitativo dei rifiuti in deposito raggiunge i 20 metri cubi e comunque entro un anno dal deposito;
      • i rifiuti pericolosi devono essere asportati ogni due mesi indipendentemente dalle quantità in deposito, o, in alternativa, quando il quantitativo di rifiuti in deposito raggiunge i 10 metri cubi e comunque entro un anno dal deposito.

      A riguardo si fa presente che la Corte di Cassazione, con sentenza del 21 aprile 2000, n. 4957, fornisce una interpretazione delle due modalità di gestione (temporale e quantitativa) che il “Decreto Ronchi” prospetta per il deposito temporaneo. Secondo la Corte, le due modalità non sono da considerarsi alternative, ma la condizione temporale deve intendersi esplicativa rispetto alla condizione quantitativa, ritenuta decisiva.

      I rifiuti in deposito temporaneo non devono, pertanto, superare i limiti quantitativi imposti (20 m3 per i non pericolosi e 10 m3 per i pericolosi). l’esportazione secondo le cadenze temporali indicate (tre mesi per i non pericolosi e due mesi per i pericolosi) può essere attuata solo nel caso in cui non siano superati detti limiti quantitativi.

      Per gli stabilimenti localizzati nelle isole minori (cioè diverse da Sardegna e Sicilia), invece, il deposito temporaneo può essere effettuato per un anno a prescindere dalle quantità e pericolosità dei rifiuti.

      Per i rifiuti sanitari pericolosi i limiti temporali di stoccaggio vengono ridotti ad una durata massima di 5 giorni e, solo per quantitativi non superiori a 200 litri, il deposito può avere una durata massima di trenta giorni.

      In ogni caso devono essere rispettate tutte le condizioni di seguito riassunte:

      • il deposito temporaneo deve essere effettuato per tipologie omogenee di rifiuti e nel rispetto delle norme tecniche; in mancanza di uno specifico riferimento in materia e in attesa di una loro definizione, si può ritenere che le norme tecniche che devono essere rispettate negli impianti di deposito temporaneo siano quelle previste dalla deliberazione del 27 luglio 1984 per gli impianti di stoccaggio dei rifiuti;
      • deve essere osservato il divieto di miscelazione dei rifiuti pericolosi con i rifiuti non pericolosi e il divieto di miscelazione di differenti categorie di rifiuti pericolosi tra loro;
      • in ogni caso, i rifiuti non devono contenere PC DD e PCDF in quantità superiore a 2,5 ppm né PCB e PCT in quantità superiore a 25 ppm;
      • devono essere rispettate le norme che disciplinano l’imballaggio e l’etichettatura dei rifiuti pericolosi;
      • gli oli e grassi animali e vegetali esausti devono essere stoccati in appositi contenitori conformi alla normativa tecnica della delibera del 27 luglio 1984.

      Diversamente, nel caso in cui non venga rispettato anche uno solo dei requisiti su indicati, il deposito temporaneo è assoggettato alla disciplina autorizzativa prevista per lo stoccaggio (messa in riserva o deposito preliminare).

GESTIONE SMALTIMENTO RIFIUTI OSPEDALIERI

Analizzando il complesso quadro normativo che regola la gestione e lo smaltimento dei rifiuti, si constata che ormai è diventato indispensabile anche per le strutture sanitarie attivare una gestione corretta e attenta non solo dei rifiuti pericolosi a rischio infettivo (di seguito PRI), ma anche di tutte le altre tipologie di rifiuti da esse prodotte.

Il nuovo D.P.R. 254/03 disciplinante i rifiuti sanitari, come peraltro il precedente D.M. 219/00, ha impostato un sistema di gestione basato su tre cardini fondamentali:

  • sicurezza (le strutture sanitarie devono provvedere alla gestione dei rifiuti prodotti secondo criteri di sicurezza, D.P.R. 254/03, art. 1 comma 4);
  • prevenzione e riduzione della produzione (le autorità competenti e le strutture sanitarie adottano iniziative dirette a favorire in via prioritaria la prevenzione e la riduzione della produzione dei rifiuti (D.P.R. 254/03 art. 1 comma 3);
  • economicità (le strutture sanitarie pubbliche devono, altresì, provvedere alla gestione dei rifiuti prodotti secondo criteri di economicità D.P.R. 254/03, art. 1 comma 4).

Il fattore della sicurezza per gli operatori è tenuto in considerazione da tempo nella gestione dei rifiuti presso le aziende sanitarie. Le stesse aziende negli ultimi anni hanno dedicato notevoli sforzi nella riduzione dei costi di gestione, agendo soprattutto sui fornitori del servizio di smaltimento dei rifiuti.

Come riportato nel documento “Monitoraggio tipologie di Rifiuti prodotte da strutture sanitarie – anno 2001”, stampato dalla Regione Lombardia, Direzione Generale Sanità nel mese di ottobre 2002, nel triennio 1999 2001 i costi per lo smaltimento dei rifiuti sanitari a rischio infettivo sono infatti scesi dell’8%, a fronte di un incremento della produzione dei rifiuti pari al 7,8% nello stesso periodo.

Nel grafico n. 1 sono riportati in ordine decrescente i costi per kg di rifiuto pagati dalle strutture sanitarie della Regione Lombardia.

I dati contenuti nel citato documento sono stati incrociati con quelli contenuti in un altro documento redatto dalla Regione Lombardia: “Rilevazione delle attività gestionali ed economiche delle ASL e delle Aziende Ospedaliere, anno 2001 “, da cui sono stati ricavati alcuni dati di attività quali giornate di degenza, ricoveri, media letti, numero di prestazioni per esterni e per interni, giorni di presenza in day hospital. Rielaborando, quindi, i dati così ricavati, è stato possibile costruire degli indici indicativi della produzione per ogni Struttura Sanitaria studiata, come i Kg/giornata di degenza ed il costo per giornata di degenza.

Tutti questi indici possono essere messi in relazione alla produzione di rifiuti ed ai costi sostenuti dalle singole Aziende Sanitarie per il loro smaltimento, per valutare la reale efficacia ed economicità dei diversi sistemi di gestione.

I valori ottenuti sono riportati nel grafico n.2. Per esempio, si prenda in considerazione il costo di smaltimento per kg di rifiuto per l’anno 2001 relativo alle strutture sanitarie n. 24, 25, 26 e 27, pari per tutte a circa 0,806 /kg. Si può osservare che con costi al kg assolutamente simili, alcune Aziende Sanitarie hanno una maggiore produzione specifica (kg/giornate degenza), con un conseguente maggior costo per giornata di degenza. Questo significa che, a parità di costi di smaltimento e di attività, le Aziende sanitarie si ritrovano a sostenere oneri molto diversi per lo smaltimento dei rifiuti, dipendenti dai sistemi impostati per la loro gestione.

Rifiuti-ospedalieri Grafico

 

Sembra pertanto evidente che occorre identificare quali possono essere i sistemi per ridurre la produzione dei rifiuti all’interno di una struttura sanitaria, senza prescindere dai fondamentali requisiti di sicurezza e avendo ben in mente che un eventuale leggero aumento dei costi di gestione potrebbe essere ampiamente compensato dai benefici derivanti dalla riduzione dei rifiuti da smaltire.

I fattori da cui dipende la produzione dei rifiuti sanitari si possono fondamentalmente ricondurre a:

  • tipologia e “quantità” di attività sanitaria svolta in un presidio;
  • tipo di prodotti e/o materiali utilizzati nell’attività di assistenza sanitaria che danno origine a rifiuto e tipo di materiali utilizzati per il confezionamento;
  • modalità di gestione del rifiuto.

Dal momento che non si potrà influire sugli aspetti che concernono aumenti o variazioni nell’attività sanitaria (es. aumento delle prestazioni), l’obiettivo dovrà necessariamente essere quello di agire sulle corrette modalità di gestione del rifiuto (evitare errori di conferimento ed il contatto tra ciò che è realmente infetto e ciò che non lo è), ed eventualmente sul tipo di rifiuto prodotto (es. nel caso di introduzione di materiale monouso in tessuto non tessuto) o sulle modalità di confezionamento del rifiuto.

CRITERI PER RIDURRE LA PRODUZIONE DI RIFIUTI SANITARI A RISCHIO INFETTIVO

La diminuzione delle quantità prodotte deve essere perseguita, innanzitutto, operando delle scelte a livello direzionale e facendo seguire ad esse adeguate azioni di informazione e formazione tese a generare tra gli operatori coinvolti nella produzione e nella raccolta dei rifiuti un atteggiamento di responsabilizzazione e di collaborazione.

Per quanto riguarda i rifiuti sanitari a rischio infettivo (PRI) bisogna realizzare una particolare attenzione, come viene ribadito nel Decreto Ministeriale, a minimizzare il contatto di materiali non infetti con potenziali fonti infettive per poter così ridurre la produzione dei rifiuti PRI.

La corretta separazione dei rifiuti, con la riduzione dei rifiuti erroneamente conferiti come rifiuti pericolosi a rischio infettivo, presenta notevoli implicazioni sulle altre raccolte differenziate, in quanto ridurre la massa dei rifiuti infetti significa dover ricorrere ad altri circuiti di conferimento.

Si pensi, ad esempio, che fino a poco tempo fa tra i rifiuti PRI venivano quasi sempre raccolti i contenitori in vetro di fleboclisi non contaminate, che possono invece essere avviati a recupero. Si pensi, inoltre, al progressivo aumento dei consumi di materiale monouso, ad esempio per le prestazioni sanitarie (tessuto non tessuto di camici, mascherine, ecc.), che contribuiscono ad aumentare in peso ed in volume i rifiuti a rischio infettivo.

Sul fronte delle altre categorie di rifiuti bisogna prestare una particolare attenzione al destino degli imballaggi, all’approvvigionamento e all’utilizzo di reagenti, farmaci e derrate alimentari. L’obiettivo che ci si deve porre è quello di valutare gli aspetti che possono influire sui quantitativi prodotti in modo tale da comprendere le tendenze in atto ed agire in una logica di prevenzione della produzione del rifiuto.

L’INTRODUZIONE DELLE RACCOLTE DIFFERENZIATE NEI PRESIDI OSPEDALIERI

Considerando che lo smaltimento deve costituire solamente la fase residuale del percorso seguito dai rifiuti (art. 5 D. Lgs. 22/97), è necessario potenziare, oltre alla prevenzione, le varie forme di valorizzazione delle risorse in essi contenute tramite riutilizzo, riciclaggio e recupero di materia prima o di energia. La premessa necessaria per portare a termine queste operazioni consiste nella separazione dei rifiuti dal circuito dei rifiuti, speciali o urbani, destinati a smaltimento, vale a dire l’introduzione o il potenziamento delle raccolte differenziate, raccomandate anche nel D.P.R. 254/03 per favorire il recupero di materia di alcune categorie di rifiuti.

All’interno del sistema di gestione dei rifiuti la raccolta differenziata, ponendosi tra la produzione del materiale rifiuto e il suo conferimento al sistema di smaltimento o di recupero, costituisce uno dei momenti più critici.

Infatti coinvolge tutti i diversi e numerosi produttori di rifiuti e condiziona la riuscita delle fasi successive in base alla percentuale degli errori di conferimento.

L’introduzione delle raccolte differenziate, pur comportando alcuni sforzi organizzativi e un periodo di transizione durante il quale il personale di presidio deve abituarsi alle nuove modalità di raccolta dei rifiuti, può raggiungere un buon grado di efficienza.

Occorre ricordare inoltre che il potenziamento delle raccolte differenziate, contribuendo a focalizzare l’attenzione sul problema dei rifiuti e introducendo delle modifiche alle abitudini consolidate dei reparti, consente generalmente un miglioramento della “qualità” dei rifiuti sanitari a rischio infettivo e una conseguente riduzione delle quantità.

In particolare, i rifiuti per cui deve essere favorito il recupero di materia ai sensi dell’art. 5 del D.P.R. 254/03 sono:

  • contenitori in vetro di farmaci e di soluzioni per infusione, di alimenti, di bevande;
  • altri rifiuti di imballaggio in vetro, di carta, di cartone, di plastica o di metallo;
  • rifiuti metallici non pericolosi;
  • rifiuti di giardinaggio;
  • rifiuti della preparazione dei pasti provenienti dalle cucine delle strutture sanitarie;
  • liquidi di fissaggio radiologico non deargentati;
  • oli minerali, vegetali e grassi;
  • batterie e pile;
  • toner;
  • mercurio;
  • pellicole e lastre fotografiche.

Su questi materiali dovranno, pertanto, essere concentrati gli sforzi delle strutture sanitarie ed in particolare sui materiali che costituiscono le quote percentuali più rilevanti in peso.

Inoltre, occorre valutare da un punto di vista qualitativo e quantitativo le diverse frazioni merceologiche che costituiscono i rifiuti prodotti dai presidi e fornire le necessarie indicazioni per l’ampliamento o l’introduzione delle raccolte differenziate (raccolta mono o multimateriale, tipi di contenitori da utilizzare e loro collocazione nel presidio, organizzazione del deposito temporaneo ecc.).

Considerando che la struttura ospedaliera non può essere considerata un universo autonomo, svincolato dal resto del territorio, per le raccolte che rientrano nei circuiti dei rifiuti urbani ed assimilabili, è necessario tenere conto anche delle direttive già esistenti a livello provinciale o Comunale, verificando lo stato delle raccolte in atto nel contesto territoriale in cui il presidio ospedaliero è inserito e valutando la loro applicabilità alla struttura sanitaria.

Per ottenere una precisa caratterizzazione del rifiuto assimilabile all’urbano e definire le indicazioni operative per la raccolta differenziata bisogna in primo luogo valutare il livello di conoscenza sui quantitativi di rifiuti assimilabili prodotti da ciascun presidio ospedaliero e caratterizzare le raccolte differenziate esistenti da un punto di vista quantitativo.

Le informazioni sui quantitativi, oltre a quelle sulla qualità del materiale, sono fondamentali per valutare la convenienza di una raccolta differenziata. Non bisogna dimenticare che i rifiuti assimilabili agli urbani costituiscono la quota più rilevante in peso rispetto al totale della produzione di una struttura sanitaria (circa il 60 %) e che la gran parte può essere avviata a recupero (vetro, carta e cartone, plastica, umido di preparazione e somministrazione dei pasti).

Occorre pertanto:

  • quantificare la produzione della raccolta indifferenziata, recuperando i dati eventualmente disponibili presso le amministrazioni comunali, oppure effettuando delle stime (ad esempio in base al volume e al numero di container presenti e alla frequenza del loro ritiro);
  • studiare i quantitativi di rifiuti registrati sui Modelli Unici di dichiarazione Ambientale (MUD) delle diverse strutture sanitarie;
  • creare uno “storico della produzione in base ai dati raccolti, in modo da evidenziare eventuali tendenze in atto (ad es. trend di crescita).

L’introduzione o l’estensione delle raccolte differenziate comporta notevoli sforzi organizzativi e qualche investimento iniziale. Tuttavia, al di là delle indicazioni della normativa che spingono in questa direzione, le garanzie di riuscita sono molto buone e possono tradursi in consistenti risparmi alla luce della prossima applicazione del sistema tassai tariffa previsto dall’art. 49 del D. Lgs 22/97 e dettagliato nel D.P.R. 158/99.

ALCUNE CONSIDERAZIONI OPERATIVE PER LA RIDUZIONE DEL RIFIUTI E L’INCREMENTO DELLE RACCOLTE DIFFERENZIATE

Stabilita la validità dell’approccio integrato alla gestione dei rifiuti prodotti da una struttura sanitaria, si pone il problema di organizzare e rendere operativo un sistema di questo tipo.

Occorre ribadire che non esiste una soluzione che risulti univocamente applicabile a tutte le Aziende Sanitarie, poiché esse differiscono per struttura, numero e tipologia di unità operative, entità del tasso di occupazione/giornate di degenza, e per la loro “storia” nell’organizzazione della gestione dei rifiuti (modalità di raccolta, deposito e movimentazione dei rifiuti).

Le attività che è necessario programmare per il raggiungimento degli obiettivi sopra citati possono essere suddivise in tre fasi principali:

  • indagine conoscitiva delle tipologie e delle quantità di rifiuti prodotte, nonché delle modalità di raccolta e stoccaggio;
  • elaborazione dei dati rilevati e di quelli disponibili presso gli uffici amministrativi;
  • identificazione delle proposte di intervento.

INDAGINE CONOSCITIVA

L’indagine conoscitiva deve essere condotta all’interno delle strutture sanitarie mediante sopralluoghi nelle Unità operative e interviste con i capo sala o responsabili tecnici ed è focalizzata sui seguenti ambiti:

  • rilevazione delle tipologie di rifiuti prodotti e delle relative modalità di raccolta, e identificazione di eventuali errori nel conferimento;
  • rilevazione di particolari problematiche dell’Unità operativa o servizio;
  • valutazione delle prestazioni dei contenitori per rifiuti a rischio infettivo, in particolare per rifiuti taglienti;
  • valutazione delle procedure in uso che regolano la gestione dei rifiuti nel presidio;
  • caratterizzazione e quantificazione (stima dei volumi e dei pesi) dei rifiuti prodotti e individuazione delle tipologie di rifiuti da raccogliere in modo differenziato;
  • eventuale identificazione di reparti o servizi significativi in cui sperimentare la raccolta differenziata del rifiuto assimilabile all’urbano.

Risulta inoltre utile un approfondito sopralluogo nelle aree di deposito temporaneo e nelle aree di ritiro dei rifiuti per una valutazione delle caratteristiche strutturali, funzionali e di sicurezza.

ELABORAZIONE DEI DATI RILEVATI

Alla raccolta di informazioni presso le Unità Operative è necessario affiancare il reperimento di alcuni dati relativi all’attività sanitaria e di produzione di rifiuti; essi devono essere utilizzati per confrontare la produzione di rifiuti della propria struttura sanitaria con quella di altre strutture simili. Tali indici possono essere utilizzati per individuare gli obiettivi di riduzione raggiungibili, tenendo nella dovuta considerazione le tipologie di unità operative presenti.

I risultati delle analisi qualitative e quantitative sui rifiuti assimilabili agli urbani dovranno invece essere rielaborati per calcolare le percentuali di raccolta differenziata e le quantità di materiale da avviare a recupero. Questi dati potranno essere utilizzati anche per valutare la possibile entità della detassazione (se prevista dai regolamenti comunali) o per stimare la possibilità di abbattere la quota variabile della tariffe comunali di futura elaborazione.

PROPOSTE OPERATIVE

I risultati dell’elaborazione dei dati di carattere quantitativo e le proposte operative identificate devono necessariamente avere un seguito, relativamente a:

  • definizione di protocolli per la corretta gestione dei rifiuti;
  • organizzazione di piani operativi per l’introduzione o l’estensione della raccolta differenziata (indicazioni sul numero e sulla tipologia dei contenitori da utilizzare, sui locali dove dislocarli, sui percorsi ottimali per il conferimento alle aree di stoccaggio temporaneo);
  • eventuale sperimentazione delle raccolte differenziate;
  • identificazione dei locali dove dislocare i contenitori, il numero e la tipologia di contenitori da utilizzare, nonché informazione sulle tipologie di rifiuti da conferire;
  • monitoraggio della raccolta differenziata, mediante pesatura di tutti i rifiuti prodotti dalle Unità Operative oggetto di sperimentazione e valutazione della qualità del materiale;
  • valutazione dei risultati della sperimentazione;
  • campagna di informazione e sensibilizzazione del personale.

LA SCELTA DEI CONTENITORI RIUTILIZZABILI QUALE METODO PER LA RIDUZIONE DEI COSTI DI SMALTIMENTO

Come indicato precedentemente, un secondo fattore che influenza in modo diretto la produzione dei rifiuti è la tipologia di materiali utilizzati per l’erogazione delle prestazioni sanitarie o per il confezionamento dei rifiuti.

Tralasciando per motivi di spazio la trattazione dell’impatto delle diverse tipologie di materiale sulla quantità dei rifiuti, di seguito vengono riportate alcune considerazioni relative all’utilizzo di contenitori per la raccolta dei rifiuti.

Il D.M. 254/03, senza modificare le disposizioni del precedente D.M. 219/00, riporta nell’art. 8 le caratteristiche che devono avere i contenitori destinati al confezionamento dei rifiuti pericolosi a rischio infettivo. Tali contenitori devono essere caratterizzati da doppio imballaggio, con quello esterno dotato di “caratteristiche adeguate per resistere agli urti e alle sollecitazioni provocate durante la movimentazione e il trasporto”, e può essere “eventualmente riutilizzabile previa idonea disinfezione ad ogni ciclo d’uso”.

Il sistema di confezionamento con contenitore riutilizzabile prevede l’utilizzo di imballaggi particolarmente resistenti, che consentono un loro riutilizzo per più volte a seguito di idonea disinfezione presso impianti dedicati.

Tali contenitori, omologati UN e pertanto idonei al trasporto di materie pericolose, sono dotati di coperchio con chiusure reversibili, e pertanto possono essere riaperti e svuotati del loro contenuto una volta arrivati all’impianto di smaltimento. La disposizione contenuta nell’art. 10 comma 4 del D.M. 254/03 (Le operazioni di caricamento al forno devono avvenire senza manipolazione diretta dei rifiuti) viene assolta utilizzando sistemi di svuotamento automatici, che proteggono da ogni rischio infettivo gli operatori addetti allo scarico.

I contenitori esterni svuotati vengono avviati verso impianti di bonifica per le operazioni di disinfezione con soluzioni detergenti e disinfettanti.

Monitoraggi biologici svolti da enti terzi (PMIPARPA) sugli impianti di proprietà del gruppo DDS hanno confermato l’efficacia del processo di disinfezione, come dimostrato dalla tabella 1, riguardante l’esito dei monitoraggi svolti nel corso del 2002. Come si può notare, il livello di contaminazione risulta generalmente medio basso anche prima delle operazioni di trattamento e ciò è dovuto soprattutto al fatto che i contenitori visibilmente contaminati vengono inceneriti con il contenuto senza essere avviati a bonifica. Al termine delle operazioni di lavaggio e disinfezione la carica batterica risulta notevolmente ridotta, e prove di caratterizzazione svolte dagli stessi enti di controllo hanno provato che generalmente tale contaminazione è causata da batteri di origine ambientale.

A fronte di un’accertata sicurezza del sistema a contenitori riutilizzabili, è possibile affermare che il loro utilizzo consente di coniugare esigenze di carattere economico ad obiettivi di maggiore sicurezza per gli operatori e rispetto dell’ambiente. Il sistema a bidoni riutilizzabili innalza notevolmente il grado di sicurezza delle condizioni di lavoro di tutti gli operatori coinvolti nella produzione, raccolta, trasporto e smaltimento dei rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo, eliminando i rischi di punture accidentali con aghi erroneamente gettati direttamente nel contenitore flessibile, e abbattendo il rischio biologico di contaminazione con fluidi accidentalmente sversati durante la fase di movimentazione.

Il maggiore vantaggio in termini economici ed ecologici è rappresentato dalla diminuzione dei rifiuti avviati a smaltimento, ottenuta riutilizzando più volte il contenitore esterno anziché avviarlo a incenerimento con il rifiuto, come nel caso degli imballaggi monouso.

La riduzione delle quantità di rifiuti utilizzando i contenitori riutilizzabili è documentata da rilevazioni effettuate presso alcune strutture ospedaliere della Regione Lombardia prima e dopo l’introduzione del sistema a bidoni riutilizzabili.

Dall’analisi dei dati emerge che, a fronte di un aumento medio annuo pari al 3,21 % (dati Regione Lombardia), nelle aziende in cui è stato introdotto il sistema a bidoni riutilizzabili, l’anno successivo all’introduzione del nuovo sistema si è ottenuta una riduzione dei rifiuti pari al 17%.

Alla riduzione dei rifiuti dovuta al mancato smaltimento del contenitore esterno occorre inoltre considerare l’ulteriore risparmio dovuto alla riduzione del numero di contenitori utilizzati per il confezionamento dei rifiuti: l’utilizzo di un contenitore a pareti rigide offre maggiori garanzie al personale che si occupa del confezionamento dei rifiuti, e ciò comporta che il contenitore viene riempito di più rispetto ad un contenitore più leggero, ad esempio in cartone.

Dati rilevati presso i clienti DDS hanno rilevato che i contenitori monouso in cartone sono caratterizzati da un tasso di riempimento pari a 0,075 kg/lt, contro i 0,083 kg/lt ottenuti con contenitori riutilizzabili. Tale differenza di riempimento si traduce in 0,5 kg di rifiuto in più per contenitore, con un conseguente risparmio di contenitori di circa il 9,5%

LE TECNICHE DI TRATTAMENTO DEI RIFIUTI SANITARI PERICOLOSI A RISCHIO INFETTIVO: SMALTIMENTO O STERILIZZAZIONE?

Fino all’emanazione del DM 254/03, l’unica opzione tecnicamente ed economicamente sostenibile per lo smaltimento dei rifiuti pericolosi a rischio infettivo risultava essere l’avvio a termodistruzione in impianti dedicati o in impianti per rifiuti speciali e/o urbani dotati di un sistema di alimentazione appropriato e idoneo a garantire un’efficace tutela della salute e dell’ambiente.

La sterilizzazione dei rifiuti all’interno della struttura sanitaria o in impianti esterni era consentita dall’art. 7 del DM 219/00, ma i problemi di smaltimento dei rifiuti sterilizzati rendevano di fatto ingestibile le operazioni di sterilizzazione: seppur assimilati agli urbani e pertanto assoggettabili a privativa comunale, questi rifiuti erano, e tuttora sono, difficilmente accettati dai comuni per le difficoltà logistiche che essi causavano, e per il fatto che l’incenerimento presso impianti per rifiuti urbani o speciali era consentito solo a prezzi del tutto simili a quelli dei rifiuti a rischio infettivo (a causa dell’elevato potere calorifico, che non viene modificato dal processo di sterilizzazione).

Il nuovo D.M. 254/03, pur mantenendo l’impostazione generale del precedente Decreto, ha aperto nuove possibilità di smaltimento dei rifiuti sterilizzati, rendendo di fatto economicamente sostenibile tale pratica: l’apertura ad impianti dedicati alla combustione di combustibile da rifiuti (CDR), e pertanto dimensionati per questa tipologia di rifiuti, consente la riduzione dei costi di smaltimento del rifiuto sterilizzato, con conseguente ritorno economico dell’intera catena di smaltimento.

Il conferimento dei rifiuti in discarica in assenza di impianti di termodistruzione è inoltre ora soggetto alla sola autorizzazione regionale, senza intesa del Ministero dell’Ambiente e della Salute.

A seguito dell’emanazione della nuova normativa, le possibilità di trattamento dei rifiuti a disposizione di un’Azienda sanitaria sono pertanto tre:

  • avvio a incenerimento dei rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo;
  • sterilizzazione dei rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo all’interno della struttura stessa;
  • avvio a sterilizzazione dei rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo in impianti esterni dedicati.

Vengono affrontate di seguito alcune valutazioni di carattere tecnico e economico relative alle possibilità di sterilizzazione dei rifiuti sanitari. La sterilizzazione è un processo finalizzato ad eliminare la caratteristica di rischio infettivo dal rifiuto che vi è sottoposto.

Essa deve cioè determinare l’assenza dei microrganismi, inclusi sporigeni e virus, in grado di riprodursi nella massa di rifiuti trattati; tecnicamente, a fine trattamento la carica microbica deve risultare tale da garantire uno Sterility Assurance Level (SAL) non inferiore a 10-6.

Il processo di sterilizzazione deve comprendere anche la triturazione e l’essiccamento dei rifiuti; questi ultimi passaggi obbligatori permettono di ottenere numerosi vantaggi:

  • la non riconoscibilità dei rifiuti stessi;
  • una maggiore efficacia del trattamento, dovuta sia all’aumento del rapporto superficie/volume del materiale da sterilizzare ottenuto con la triturazione che alla creazione di condizioni sfavorevoli alla proliferazione microbica raggiunte con l’essiccazione;
  • la diminuzione di volume (70% in media) e di peso (30%) dei rifiuti, che risultano meno ingombranti e più facilmente trasportabili. L’abbattimento della carica microbica può essere ottenuto con diverse tecniche, ognuna con specifici vantaggi e svantaggi:
  • sterilizzazione a calore secco: elevato potere penetrante, assenza di corrosione o altri effetti dannosi, ma processo estremamente lento (tempi superiori a 2 ore con temperature di 160°C), applicabile su quantità molto ridotte, che richiede la successiva triturazione, con costi aggiuntivi.
  • sterilizzazione mediante autoclave a vapore saturo: elevato potere sporicida, non tossico, facilmente reperibile sul mercato, ma occorre personale qualificato per la conduzione, richiede il successivo essiccamento e triturazione, con costi aggiuntivi; i reflui provenienti dall’essiccamento possono non essere conformi ai limiti allo scarico imposti dal D. Lgs 152/99, e devono pertanto essere smaltiti come rifiuti.
  • sterilizzazione mediante microonde: possibilità di trattare elevate quantità di materiali, ma la tecnica delle microonde non consente elevati livelli di sterilizzazione, presenta elevati costi operativi e richiede anch’essa il successivo essiccamento e triturazione;
  • sterilizzazione mediante triturazione ad alta velocità: ottenimento di un prodotto già essiccato e triturato, con ridotte emissioni di prodotti inquinanti, ma richiede elevati costi di manutenzione e di gestione, e risulta sensibile all’immissione di oggetti metallici di una certa dimensione.

Ogni tecnologia di sterilizzazione presenta diversi costi di gestione, che dipendono da una serie di fattori, dal costo di ammortamento dell’impianto alla quantità di materiale trattato, dai consumi (elettrici, idrici, ecc) ai costi di manutenzione.

Per valutare l’installazione di un impianto di sterilizzazione all’interno di una struttura sanitaria occorre inoltre valutare i costi aggiuntivi di trasporto e smaltimento dei rifiuti sterilizzati, sebbene esista teoricamente l’assimilazione di questi rifiuti agli urbani, con conseguente possibilità di smaltirli mediante privativa comunale, occorrerà valutare la disponibilità del servizio pubblico al ritiro del materiale, non sempre garantito a causa del sottodimensionamento degli impianti pubblici e dei problemi tecnici che comunque comporta il loro incenerimento. La prescrizione contenuta nell’art. II del D.M. 254/03 relativa all’incenerimento in impianti per rifiuti urbani “alle stesse condizioni economiche adottate per i rifiuti urbani” si scontra infatti con il ridotto numero di tali impianti, attualmente al limite delle loro possibilità, e con l’elevato potere calorifico dei rifiuti sterilizzati, che consente l’incenerimento di una quantità molto inferiore rispetto ai rifiuti urbani, con conseguenti maggiori costi.

Lo smaltimento dei rifiuti sterilizzati mediante terzi potrebbe risultare comunque difficoltoso, a causa del numero relativamente piccolo di impianti in grado di accettare il materiale, e antieconomico soprattutto in caso di piccole produzioni. Di seguito vengono riportati a titolo esemplificativo i costi medi dei diversi sistemi di trattamento dei rifiuti PRI.

Dai dati sopra riportati si evince che non esiste un sistema in assoluto più economico di altri: la convenienza dell’una rispetto all’altra tecnologia dipende soprattutto da condizioni territoriali (esistenza di un impianto nelle vicinanze) e dalle caratteristiche della struttura sanitaria (quantità di rifiuti prodotta, spazi e risorse disponibili per l’installazione di un impianto).

Anche per l’identificazione dei sistemi di smaltimento, così come per le modalità di gestione dei rifiuti, non esiste pertanto un sistema ottimale applicabile indifferentemente a tutte le strutture sanitarie, e la scelta della soluzione più favorevole per la singola struttura potrà essere fatta solo a seguito di un’adeguata analisi delle proprie necessità e delle possibilità esistenti nel territorio circostante.