Lotta alle formiche

In Italia le formiche non si possono considerare un grande problema: in genere si presenta limitato e circoscritto in particolari periodi dell’anno, e le specie interessate non sono particolarmente feroci e preoccupanti. Non si tratta, per intendersi, delle notizie allarmistiche apparse tempo fa sui quotidiani relativa alla M. schumanni, che vive nella cavità degli alberi, nella foresta amazzonica peruviana, e il cui secreto – secondo alcuni autori – agisce come erbicida, “diserbando” le giovani piante (a eccezione della D. hirsuto, che prolifera), attaccando con le mandibole il tessuto e portando, nel giro di poche settimane, a morte le altre giovani piante.

Né si tratta della formica argentina (Iridomyrmex humilis, ricordate il racconto di Italo Calvino?) che hanno il numero dalla loro parte, oppure della formica bull dog, (Myrmecio gulosa) australiana che attacca qualunque essere vivente che entri nel suo territorio – esteso parecchi ettari – uomo compreso.

TEMIBILE E AFFASCINANTE

Non si può rimanere indifferenti a questo microcosmo, a questa immagine così diversa da quella stereotipata della formichina laboriosa e umile, che si prodiga nell’accumulare provviste per l’inverno: l’immagine che ne esce, mano a mano si conoscono, è quella di determinati e minuscoli combattenti, difensori del proprio territorio e, anzi, invasori! È affascinante anche considerare la capacità di questi insetti di collaborare tra di loro, si può dire che abbiamo perfetti esempi di ottimizzazione delle risorse, sia nella ripartizione di compiti, sia nelle traiettorie dei percorsi che seguono nel trasporto del cibo e nel predisporre un attacco.

LE CONDIZIONI PER UN’INFESTAZIONE

Diversi sono i fattori che contribuiscono all’insediarsi di un’infestazione, a partire dalla prima causa, valida per ogni tipo di insediamento di agenti infestanti: la scarsa igiene e pulizia. Inoltre, l’umidità o, meglio ancora, il ristagno di questa nelle strutture in legno, strutture che toccano su basamenti umidi, la perdita di acqua dai tubi è uno dei fattori favorenti, come la presenza di crepe nelle fondazioni o nelle infrastrutture superiori; la presenza di piante infestate da insetti che producono melata, come gli afidi, la metcalfa.

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COME INTERVENIRE

Una volta effettuato il sopralluogo, e raccolte le necessarie informazioni, si può intervenire con diverse metodiche d’intervento, a partire dalla modificazione dell’ambiente, con l’eliminazione delle perdite d’acqua, la scomparsa delle fonti di cibo: il luogo perde così attrattiva per le formiche e non è più favorevole allo sviluppo delle colonie. Si possono anche effettuare interventi meccanici, come la chiusura e la sigillatura di crepe e fessure, blocco dei passaggi, rimozione della vegetazione che circonda gli edifici e che si insinua in crepe e aperture del terreno.

Infine, si possono attuare interventi chimici, utilizzando formulati ad azione residuale, come polvere secca nelle fessure, nelle intercapedini; formulati liquidi lasciati percolare all’interno dei nidi ed esche basate su IGR, fattori regolatori di crescita. “Gli insetticidi ad azione residuale permettono di ottenere il miglior risultato quando sono applicati direttamente sul nido – consiglia Alberto Baseggio, di India – mentre in presenza di anfratti, interstizi e cavità chiuse è utile insufflare un lieve strato di polvere secca, oppure nebulizzare finemente con un prodotto ad azione residuale”.

È bene evitare di applicare quantità esagerate di insetticidi, per non incorrere nell’effetto repellente, che provoca l’allontanamento delle formiche dall’area trattata. E se il nido è scavato nel legno? Allora sarà necessario “difendere” il supporto nel migliore modo possibile, rendendolo meno “appetibile”, per esempio impregnandone la superficie e le fessure con insetticidi. Se poi il nido si trova nelle fondazioni di un edificio, o in luoghi non accessibili,”possono essere impiegate con successo esche basate su insetticidi regolatori di crescita” conclude Baseggio.

UN’ESPERIENZA

Ancora Alberto Baseggio racconta un caso in cui si è trovato a disinfestare dalla presenza del Camponotus herculeanus un’area del genovese: come sua abitudine, questo insetto aveva nidificato all’interno di alberi morti che il proprietario della casa non si era preoccupato di tagliare, infatti la caratteristica di questo insetto è di attaccare alberi in deperimento, quindi spostarsi su altro tipo di legname disponibile, e poi verso le abitazioni, dove attacca le tavole di legno, il sottotetto e così via.

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La creazione, per esempio come accaduto in villaggi turistici nella provincia di Venezia, di strutture rese più gradevoli da parti lignee con travi a vista, hanno visto anche verificarsi questo tipo di inconveniente. Se poi si aggiunge che si trattava di edifici utilizzati solo nel periodo estivo, quindi privi di riscaldamento ma ben coibentati, rappresentavano il sito ideale per nidificare, poiché dalle travi esterne le formiche scavando venivano a contatto con il legno del tetto dell’edificio.

LE PROPOSTE DELLE AZIENDE

Per controllare la formica faraone Bayer Environmental Science propone Maxforce, esche pronte all’uso, che contengono Idrametilnon e aminodinhydrazone. L’Idrametilnon agisce sulla respirazione mitocondriale, inibendo la produzione di energia: una volta che è ingerito, a causa dell’interruzione del processo metabolico (respirazione cellulare) per cui il cibo viene trasformato in energia, l’insetto cade in un progressivo stato di letargia e quindi muore. Poiché questo non avviene immediatamente, vi è il tempo necessario perché le operaie portino piccoli bocconi di esca ai loro nidi, per nutrire le larve e la regina.

Maxforce esca per formiche può essere applicato rapidamente (un’esca ogni 10 metri quadrati), raddoppiando il numero in caso di grandi infestazioni. L’Idrametilnon è fotostabile e l’introduzione all’interno di contenitori protetti (bait station) permette una maggiore residualità del principio attivo, che non viene alterato dal contatto diretto con la luce. Vebi propone Deltacid 15, con deltametrina in microemulsione acquosa, che ha un’azione lungamente residuale, non contiene solventi, è inodore e non macchia e ha un largo spettro d’azione.

Contro gli insetti striscianti si utilizza nella dose di 1 – 1,50%, cioè 100-150 ml di prodotto per 10 litri di acqua; un litro di soluzione è sufficiente per 10 metri quadrati. A base di Chlorpyrifos è Pennphos, l’insetticida proposto da India, indicato per ambienti dove l’intervento di disinfestazione non deve lasciare odori residui e dove è richiesta un’elevata persistenza dell’azione insetticida.

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Il Chloripyrifos etile è contenuto all’interno di sfere di dimensioni ridottissime la cui parete porosa è costituita da polimeri, impermeabili finché non è diluito in acqua: quando il prodotto viene diluito (la diluzione può variare dall’ 1 al 5%), inizia l’evaporazione dell’acqua utilizzata come vettore e quindi la graduale fuoriuscita del principio attivo.