Certificazione qualità

Un’impresa che opera sul mercato come fornitrice di servizi di pulizia industriale e di igiene ambientale non può presentarsi come credibile e affidabile se non è in grado di offrire risposte adeguate alle aspettative ed esigenze delle principali parti interessate, cioè il committente e i soggetti che operano o risiedono nelle aree servite.

Non solo le grandi, ma anche le piccole imprese devono quindi giocare la carta dell’eccellenza se non vogliono rischiare, in tempi più o meno lunghi, di essere inesorabilmente estromesse dal mercato.

Il rischio derivante dall’esasperata competitività che caratterizza l’epoca attuale è, infatti, sempre più alto, mentre vanno ormai considerati di dominio comune e quindi scontati i tradizionali strumenti difensivi a disposizione dell’imprenditore, quali il contenimento dei costi, lo snellimento degli organici, l’ampio ricorso ai mezzi automatizzati, e tanti altri.

In questo scenario l’adozione dei criteri dettati dalle norme internazionali riguardanti i Sistemi di Gestione per la Qualità (comunemente abbreviati in Sistemi Qualità) rappresenta un’importante opportunità di qualificazione e di concorrenzialità per tutte le aziende che vogliono operare con successo nelle fasce alte del mercato, cioè in quelle che ancora consentono significativi margini di profitto.

L’applicazione delle norme permette, infatti, di ridurre al minimo i rischi di errore e i costi addizionali che ne conseguono, come pure i guasti d’immagine e la caduta di fiducia da parte della clientela, che di solito comportano danni anche maggiori di quelli quantificabili in denaro.

Ricorrendo a un paragone un po’ provocatorio, ma ben giustificato, si può affermare che le prescrizioni del Sistema Qualità rappresentano in fondo semplicemente la trasposizione in ambito operativo delle regole di buona amministrazione e di rigoroso controllo contabile da sempre applicate in ogni ditta ben gestita.

Infatti, quando si tratta di denaro, ogni imprenditore ha cura di far rispettare regole e procedure ben precise, che impongono la registrazione e il controllo di ogni movimento, la conservazione e reperibilità dei documenti contabili, l’annotazione di ogni transazione intercorsa con clienti e fornitori, ecc.

In sintesi, nessun documento contabile si sottrae alla regola di essere assoggettato alla responsabilità di personale ben definito, verificato da esponenti della gerarchia aziendale, e sottoposto a severi vincoli normativi e a deleghe ben precise.

Analogamente, l’insieme delle prescrizioni contenute nelle norme del Sistema Qualità può riassumersi nella seguente regola d’oro per gli imprenditori: “Applicate a tutte le fasi delle vostre attività gli stessi criteri che già avete adottato per tenere sotto controllo i movimenti di denaro; o, ancora più brutalmente, ragionate sui processi operativi come fate con i soldi, riguardo ai quali certamente non accettate rischi di errore, e ben raramente sbagliate (o quasi mai!)”.
Ed è facile accorgersi, riflettendoci appena, che un controllo esercitato sulle fasi operative è a sua volta un controllo di natura economica: il fatto che in prima istanza non si tratti di denaro è pura apparenza, dato che ogni elemento del lavoro svolto è legato indissolubilmente, anche se in modo indiretto, a costi interni od esterni, immediati o potenziali.

Una volta assunta la decisione di attuare nella propria azienda un Sistema Qualità, l’imprenditore deve, come in ogni processo innovativo, impegnare se stesso e tutti i propri collaboratori ad investire nel progetto i tempi e le risorse necessarie, affrontando e superando le inevitabili difficoltà.

Assumendo a campione le imprese fornitrici di servizi di manutenzione e igiene ambientale che già hanno realizzato un Sistema Qualità, e ne hanno ottenuto la certificazione, si constata che le maggiori difficoltà possono ricondursi alle seguenti:

  • la resistenza della compagine aziendale all’innovazione, derivante essenzialmente da una palese incomprensione della logica del Sistema;
  • l’obiettiva complessità dell’applicazione delle norme ad alcuni processi caratteristici delle imprese del settore, con particolare riferimento alla necessità di un coordinamento molto articolato fra le singole fasi della produzione dei servizi;
  • le costrizioni derivanti dall’elevato impatto sociale delle attività svolte e spesso dall’ipersensibilità del pubblico e degli utenti, che per questo tipo di imprese rappresenta piuttosto la regola che l’eccezione;
  • le difficoltà di reperimento e addestramento di personale idoneo per lo svolgimento di mansioni caratteristiche imposte dalle norme, ed in particolare delle verifiche ispettive interne. Le esperienze maturate dalle aziende già certificate indicano però univocamente che a ciascuna difficoltà può corrispondere una soluzione vincente, capace di generare concreti e rilevanti vantaggi per l’impresa.Il fatto che nella maggioranza dei casi questi vantaggi non possano agevolmente essere espressi in denaro, per la mancanza di strumenti contabili idonei, impedisce purtroppo di poter dimostrare in termini definitivi e convincenti che i costi di impianto e gestione del Sistema Qualità sono largamente compensati dalla eliminazione o riduzione dei costi della non qualità.

    D’altro canto però non vi è dubbio che alla messa in opera del Sistema faccia riscontro una conduzione operativa più affidabile e più efficacemente governabile, con evidente e sostanziale miglioramento anche dell’immagine aziendale sul mercato e nei rapporti con la clientela. E d’altra parte la richiesta di certificazione da parte dei più importanti clienti, come condizione pregiudiziale per il proseguimento del rapporto, ha ormai assunto proporzioni significative, e tenderà certamente a generalizzarsi in un prossimo futuro.

    A chiarimento di alcuni dei concetti fondamentali in tema di qualità e certificazione, è utile ricordare quanto segue:
    a. la certificazione di un Sistema Qualità aziendale non è obbligatoria, e di conseguenza non esistono sanzioni a carico di chi non intenda acquisirla: la sua rilevanza è però determinata dall’atteggiamento predominante del mercato, che sta rapidamente sanzionandone la sostanziale obbligatorietà commerciale;
    b. l’ottenimento della certificazione è l’atto conclusivo dell’iter di attuazione di un Sistema Qualità e ne rappresenta il riconoscimento formale: la certificazione però non conclude l’impegno aziendale, ma va anzi considerata come il punto di partenza di un processo di miglioramento continuo;
    c. di conseguenza non è consigliabile nè conveniente pretendere di bruciare le tappe nella realizzazione del Sistema Qualità e vanno considerate con estrema diffidenza eventuali proposte di programmi accelerati di certificazione, troppo spesso prospettati da consulenti poco scrupolosi;
    d. ancor più negativa è la spregiudicata linea di condotta di qualche organismo di certificazione “affaristico”, che opera in aperto contrasto con il principio, imposto dalle norme, di una rigorosa separazione di ruoli fra chi dà consulenza e chi certifica, squalificando così il valore della certificazione (e qualcuno ha bollato questo fenomeno con la colorita qualifica di “patacche di qualità”!).

    A conclusione delle precedenti considerazioni si possono dunque formulare a chi voglia certificarsi le seguenti raccomandazioni:
    1. affrontare il tema della qualità (e della certificazione) con animo sgombro da pregiudizi: drammatizzare o al contrario banalizzare i contenuti delle norme per la qualità, e andare alla ricerca di facili scorciatoie per conseguire una sterile certificazione “di facciata”, sono gli esempi più comuni di come possa venir snaturato l’approccio a un Sistema Qualità proficuo e vitale;
    2. dedicare il tempo e l’impegno necessari alla comprensione approfondita delle norme, anche mediante la partecipazione a Seminari o giornate di studio, ormai offerte con rilevante frequenza (Certiquality ne organizza di specifiche per le imprese fornitrici di servizi, lungo l’intero corso dell’anno);
    3. valutare concretamente quanto la realtà aziendale in atto diverga dalle prescrizioni della norma e preventivare l’entità dell’impegno necessario per l’attuazione del Sistema (tempo e risorse);
    4. programmare a grandi linee l’iter realizzativo, rendendone partecipi fin dall’inizio i responsabili delle funzioni aziendali coinvolte;
    5. attivare progressivamente l’adesione di tutti gli addetti, a partire dai livelli più alti, e attraverso di essi fino ai ruoli esecutivi;
    6. operare con ragionevole gradualità, per accordare ai risultati man mano raggiunti il tempo di consolidarsi;
    7. partecipare attivamente e in prima persona alla costruzione del Sistema, per stimolare la motivazione dei collaboratori;
    8. richiedere l’intervento dell’organismo di certificazione solo a sistema consolidato (non è buona norma “tentare l’esame”!);
    9. collaborare lealmente con gli ispettori dell’ente di certificazione, istituendo con essi un rapporto costruttivo e non conflittuale;
    10. mantenere e migliorare ulteriormente il Sistema Qualità dopo l’ottenimento della certificazione, per conseguire tutti i vantaggi ricavabili da una gestione veramente evolutiva del Sistema.

    Questo “decalogo” rappresenta una sorta di “ricettario” per la certificazione e come tale non sfugge alla critica di apparire idealizzato e poco realistico rispetto alle molteplici difficoltà di attuazione facilmente immaginabili in una concreta realtà aziendale: ma quanto più da vicino se ne riusciranno a seguire i criteri, tanto più solido e vantaggioso sarà il Sistema Qualità risultante.

    note sui diritti e citazioni

DELLA NORMA E DELLE PENE OVVERO: L’APPLICAZIONE DELLE REGOLE DI GESTIONE AMBIENTALE IN REALTÀ OSPEDALIERE

Le strutture sanitarie sono spesso oberate dal proprio mandato di gestire i bisogni di salute della popolazione attraverso l’erogazione di prestazioni sanitarie anche particolarmente complesse, con un progressivo aggravio nei costi e nella difficoltà di gestione delle proprie attività.

Le successive riforme sanitarie, dettate dalla necessità di contenere la spesa a favore di logiche di appropriatezza delle prestazioni in linea con il principio fondamentale di garanzia universalistica di assistenza tipico del sistema italiano, hanno portato alla focalizzazione delle organizzazioni sul concetto di prestazione sanitaria di qualità adeguata e sul principio di decidere basandosi su dati oggettivi e confrontabili.

Il progredire di questa richiesta di gestione per gli aspetti organizzativi nelle strutture sanitarie comporta la scelta di abbracciare progressivamente percorsi di controllo e valutazione delle prestazioni e degli esiti sempre più articolati.

L’ultima frontiera pare sia quella di valutare l’applicabilità delle regole e dei principi delle norme ISO 14001 ai “siti produttivi” ospedalieri, dove la cogenza delle prescrizioni legislative dovrebbe trovare una rapida e puntuale applicazione.

Vero è che il panorama italiano della normativa in materia ambientale è particolarmente articolato, in ultimo è stato recentemente pubblicato il testo unico in materia ambientale (D.Lgs. 152 del 2006) che raggruppa, dopo non poche difficoltà, molta della normativa applicabile ai sistemi di gestione.

Le indicazioni in merito alla gestione ambientale dei sistemi di produzione di beni e servizi sono subordinate ad una serie di aspetti ed impatti, per utilizzare la terminologia affine alla norme ISO 14001, diversificati in relazione al contesto produttivo, al bene o servizio prodotto ed alla tipologia di produttore.

Questa enorme diversificazione si scontra con la presunta necessità di regolamentare le fattispecie di produttori e di siti.

Nell’ambito della gestione dei reflui, per voler fare un esempio, gli ospedali occupano una nicchia legislativa che li vede normalmente autorizzati in qualità di scarico civile, pertanto totalmente sovrapponibili ad un condominio, e questo è razionalmente plausibile essendo questi identificabili in produttori di reflui derivanti “prevalentemente” dal metabolismo umano, definizione mediata dalla normativa precedente.

In materia di acque il nuovo decreto che recepisce la Direttiva 2000/60/CEE, e rappresenta un vero testo unico che disciplina sia la tutela quali-quantitativa delle acque dall’inquinamento (D.lgs. 152/99, D.M. 367/03) che l’organizzazione del servizio idrico integrato (legge Galli).

Nuova è la definizione di scarico inteso oggi come qualsiasi immissione di acque reflue in acque superficiali, sul suolo, nel sottosuolo e in re-e fognaria, indipendentemente dalla loro natura inquinante, anche sottoposte a preventivo trattamento di depurazione. La nuova definizione non prevede più la canalizzazione diretta tramite condotta allargando quindi il principio di riferimento.

Abbiamo visto come gli ospedali e, più propriamente ogni struttura sanitaria che esegua prestazioni ancorché minimamente invasive, necessiti di sistemi di gestione e trattamento dei propri materiali ed ambienti che si conformino progressivamente con le indicazioni di sostenibilità ambientale rispetto alla propria attività.

L’utilizzo di risorse idriche negli ospedali, sia destinati all’acuzie che all’elezione o alla riabilitazione, è sempre elevato sia per i fini igienico sanitari propri della funzione di ospitalità dell’ospedale, che per le funzioni tecniche proprie di gestione della struttura stessa.

Analizzando il percorso di questi anni, dove la finalizzazione delle prestazioni alla garanzia di risultato, con un progressivo approccio per processi alle attività cliniche e di supporto, ha portato alla piena gestione dei dispositivi utilizzati per l’ottenimento dei risultati attesi.

In antitesi alle esigenze di gestione e controllo, che prevedono spesso una presenza costante di figure professionali dedicate alle attività di valutazione, gli organici e l’organizzazione stessa delle strutture si sono modulati intorno ad esigenze di risparmio e di gestione oculata, privilegiando i core process aziendali e delegando molte delle attività di supporto a figure esterne attraverso modelli di gestione appaltata.

Volendo fare un esempio rispetto alle implicazioni derivate da questi modelli nella gestione ordinaria, l’utilizzo di detergenti e disinfettanti nei processi di sanificazione ospedaliera è stato in questi ultimi anni prevalentemente oggetto di una valutazione di efficacia del dispositivo nel raggiungere i risultati attesi di pulito e disinfettato per le superfici, privilegiando sicuramente l’aggressività del prodotto sullo sporco o sul potenziale patogeno alla luce del principio correttissimo di difesa e tutela dell’utente della prestazione sanitaria.

Le attività di sanificazione sono ormai prevalentemente destinate a sistemi in appalto che, essendosi allineati ai livelli di complessità organizzativa delle nostre aziende sanitarie, sono oggetto di modelli di selezione orientati alla gestione per progetti, garantiti attraverso processi certi, ma delegati, nella loro descrizione e applicazione, alle società vincitrici dell’appalto.

Le aziende sanitarie hanno, di conseguenza, progressivamente rinunciato al controllo tecnico dei dispositivi utilizzati dalle aziende fatte salve le valutazioni sulle molecole impiegate e sulla loro compatibilità con i siti, intesi come superfici, dove queste verranno impiegate.

Sono quindi passate sotto silenzio le indicazioni di compatibilità ambientale presenti sulle schede tecniche e di sicurezza dei prodotti, fino a quando hanno cominciato ad emergere segnalazioni relative alla valutazione degli scarichi a seguito di problemi ai depuratori e agli sbocchi del sistema fognario.

La sfida affrontata da alcune strutture sanitarie nell’ultimo periodo è stata quindi improntata al riappropriarsi di questa prerogativa di controllo sul processo di sanificazione, gestione dei rifiuti, del calore e dell’energia attraverso sistemi diversi, tra cui proprio l’adesione volontaria ai modelli di organizzazione propri dei sistemi a fonte giuridica privata come le ISO.

La spinta forte nella direzione di abbracciare modelli organizzativi condivisi e confrontabili come quelli ISO nasce dal progressivo avvicinamento delle Aziende Sanitarie ai sistemi di valutazione e gestione della qualità (cfr ISO 9001/2000) anche in relazione alle indicazioni contenute nelle successive riforme sanitarie che promuovono l’adozione di modelli di valutazione qualitativa in grado di confrontare i livelli prestazionali delle aziende stesse.

La vicinanza con il sistema qualità delle ISO ha portato quindi ad approcciare altre norme come appunto la 14001 in tema di gestione ambientale, le norme derivate dal sistema inglese sulla sicurezza dei lavoratori, le norme di social accountability (SA 8000), scoprendo panorami nuovi su cui confrontare le proprie forze al fine di proporre ai propri utenti la migliore prestazione consentita da contesto e risorse.

Alcuni Sistemi Sanitari Regionali hanno addirittura favorito o persino obbligatoriamente richiesto l’adozione di sistemi certificabili ISO per i sistemi qualità delle aziende sanitarie, in modo da rendere intervalutabile il sistema tra le aziende.

Il risultato è un numero in progressivo incremento di aziende sanitarie certificate per la qualità, ancorché prevalentemente sulla produzione di un bene come un referto o un’analisi.

Con queste premesse, la scommessa di adottare sistemi certificabili in tema di gestione ambientale pareva facilmente vinta, il ragionamento poteva facilmente basarsi sul fatto che l’ospedale o l’azienda sanitaria essendo fortemente regolamentata, fosse facilmente verificabile e assimilabile nelle proprie risultanze ai requisiti richiesti dalla 14001.

Nella realtà dei fatti, per coloro i quali hanno iniziato il percorso, le sfide si sono concretizzate nel momento che si è resa necessaria la dimostrabilità dei propri risultati e della rispondenza ai requisiti, spesso inversamente proporzionale al livello di complessità dell’azienda stessa.

I vantaggi di uno sforzo importante come quello di addivenire ad un percorso ISO 14001 risiedono in prima istanza nella capacità per l’azienda di conoscere finalmente i propri processi di gestione per le attività di supporto ai core process aziendali.

Queste attività, spesso vissute a corollario del sistema rivelano la loro criticità quando non pienamente gestite, abbiamo esempi nella manutenzione ordinaria e straordinaria delle centrali aerauliche, termiche, idriche; dei sistemi di acquisizione e trattamento di acque ed energia, per poi terminare con tutte le attività connesse con la gestione dei prodotti di scarto delle prestazioni clinico assistenziali che l’azienda sanitaria propone alla cittadinanza.

Se questi aspetti sono sicuramente noti alla mente degli operatori sanitari, ancorché gestiti solo parzialmente, altri tendono all’oblio istituzionale e tra questi possiamo individuare tutte le norme autorizzative, la gestione degli accessi al sito aziendale, fatti da strade e parcheggi, la gestione del rumore prodotto e dei potenziali inquinanti ambientali provenienti dalla gestione del riscaldamento e del raffreddamento degli ambienti.

Lo strumento più importante per accedere a queste informazioni in maniera organizzata e funzionale alla formulazione di un progetto di miglioramento è sicuramente l’analisi ambientale iniziale, consigliata e non obbligatoria per la norma, ma di sicuro valore per enti che poco conoscono della propria struttura gestionale in questi aspetti.

ANALISI AMBIENTALE INIZIALE

L’Analisi Ambientale Iniziale (AAI) consiste in una approfondita indagine finalizzata all’ottenimento di informazioni utili a tracciare un quadro sulle caratteristiche ambientali del Sito di attività; questo quadro informativo permette di evidenziare le criticità ed i margini di miglioramento dei livelli di sostenibilità dell’organizzazione.

Le informazioni acquisite durante l’AAI dovranno essere aggiornate annualmente con procedure previste dal Sistema di Gestione Ambientale.

L’Analisi Ambientale Iniziale può essere strutturata su otto contesti di indagine che identificano:
1. Stato dell’Ambiente del territorio di competenza dell’ospedale, inteso come sede fisica;
2. Struttura organizzativa, prassi e procedure di gestione ambientale esistenti;
3. Attività/servizi svolti direttamente, attraverso appalti e con aziende municipalizzate;
4. Aspetti/impatti ambientali delle attività, dei prodotti e dei servizi;
5. Prescrizioni legislative e regolamentari applicabili;
6. Politiche ambientali intraprese e piani programmi adottati;
7. Scenari di emergenza;
8. Percezione della popolazione.

Una volta analizzati i vari contesti di indagine è necessario che l’Ente definisca dei criteri di valutazione delle criticità emerse durante l’Analisi Ambientale Iniziale, al fine di attribuire loro un livello di significatività.

Viene a definirsi quindi una sorta di “classifica delle criticità” che dovrà essere tenuta in considerazione per la definizione di politica, obiettivi e programmi per il miglioramento delle performance ambientali.

Il risultato atteso da un evento di questa portata è sicuramente un approccio maggiormente consapevole alla ecocompatibilità delle proprie attività assistenziali, ma avrebbe un potere attrattivo molto relativo nei confronti di quei manager poco illuminati in materia ambientale se non si traducesse anche in una gestione economicamente più vantaggiosa degli eventi.

La traduzione in pratica dei percorsi di avvicinamento alla certificazione consente di ottenere informazioni importanti rispetto alle proprie capacità di performance su quei costi che spesso vengono definiti come strutturali ed imprescindibili nell’ambito della redazione di un bilancio di previsione di una azienda, individuando spazi e margini di miglioramento che consentono di identificare costi ridondanti e superflui, modulando per esempio la gestione dei ritiri sui rifiuti, oggetto di gestione appaltata, in relazione alla reale produzione del sito, evidenziando potenziali capacità di differenziazione di conferimento per quei rifiuti assimilabili agli urbani e, non in ultimo, l’accessibilità sempre più frequente a fondi e finanziamenti agevolati di provenienza europea o statale, sia per l’ottenimento del certificato, sia per i piani di intervento in tema di ecocompatibilità.

IL DOCUMENTO PROGRAMMATICO DELLA SICUREZZA

Ritorniamo sul tema del nuovo Codice della privacy il cui ultimo termine è il 31 marzo, con ulteriore margine al 30 giugno per chi non riesce a mettersi in regola per quella data purché per certificati motivi. Quindi, per la maggior parte delle aziende e degli operatori interessati dal provvedimento, l’ora di mettersi in regola è già scattata.

IL D. LGS. 196103
Il Codice della Privacy ha previsto all’art. 33 l’obbligo di predisposizione di misure di sicurezza e protezione dei dati personali trattati, individuando un livello minimo di protezione al di sotto del quale si è a rischio sanzione.

Il Codice all’art.34 ha previsto tra gli adempimenti minimi il Documento Programmatico della Sicurezza, più comunemente detto DPS, indicandone il contenuto nella regola 19 del disciplinare tecnico. Regola che, seguita dettagliatamente consente di cogliere lo spirito della legge e capire se la propria organizzazione necessita di correttivi o nuovi accorgimenti.

Infatti, già in apertura, la regola presenta i criteri per individuare i soggetti tenuti al DPS. Perché è vero che al riguardo si parla di un obbligo dalla diffusione estesa, ma è anche vero che si tratta di un obbligo che la legge pone a carico di chi utilizza e tratta con strumenti elettronici dati sensibili e giudiziari. Il che significa che chiunque (soggetto pubblico o privato) utilizzi o conservi con computer o altri strumenti informatici (inclusi i palmari) dati “sensibili” e dati giudiziari, è soggetto all’obbligo di predisporre il DPS.

I DATI SENSIBILI
I dati sensibili secondo l’art.4 del Codice sono i dati “idonei a rivelare l’origine razziale ed etnica, le convinzioni religiose, filosofiche o d’altro genere, le opinioni politiche, l’adesione a partiti, sindacati, associazioni o organizzazioni a carattere religioso, filosofico, politico o sindacale, nonché i dati personali idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale”. A tanto sono tenuti coloro che hanno in corso rapporto di lavoro o di collaborazione, dal momento che la gestione di tali rapporti può comportare l’uso di quei dati. Per non parlare delle eventuali situazioni di malattia o invalidità del personale.

IL DPS
Il contenuto del documento seguirà una analisi sullo stato di rischio e di pericolo di perdita o sottrazione di dati in funzione dell’organizzazione interna ed esterna del soggetto che li tratta.

Le indicazioni della regola 19 conducono il soggetto obbligato attraverso un percorso che parte dall’individuazione del tipo di dati e di trattamento effettuato. Si dovrà cioè indicare la natura dei dati di cui il soggetto effettua il trattamento e la natura del trattamento stesso.

Quanto al primo aspetto occorre indicare se si tratta di dati di dipendenti, di collaboratori o di altri ancora, di dati sensibili o giudiziari. Quanto al secondo, la tipologia del trattamento (rapporto di lavoro, fornitura, adempimenti di legge ecc.), la tipologia del sistema operativo, l’eventuale trasmissione a terzi (accennando ai motivi) e le relative modalità di trasmissione, l’uso di internet o altro simile. A questo punto si impone l’esame delle strutture interne affidatarie di quel trattamento; ad esempio ufficio commerciale, acquisti, addetti alla contabilità, alle paghe ecc. Si tratterà di individuare compiti e ruoli dei soggetti coinvolti nelle procedure di trattamento e per ogni struttura individuare un responsabile. Diversamente, il responsabile è il titolare, é opportuno che il trattamento sia specificato per ogni singola struttura, interna o esterna.

RISCHI, STRUMENTI E CAUTELE
Il rischio cui intende riferirsi la legge è sia quello di una violazione della riservatezza, per un accesso non autorizzato, sia il rischio della violazione dell’integrità dei dati per una modifica o una distruzione non autorizzata; c’e poi il rischio di perdita accidentale e quello di trattamento non autorizzato.

Il Documento dovrà illustrare le soluzioni ipotizzate per fronteggiare quei rischi; si tratta anche di adottare cautele atte a prevedere soluzioni riparatorie. Quanto alle prime soluzioni si va da scelte che impongono l’identificazione e l’autorizzazione dei soggetti che hanno titolo per accedere a quei dati, all’introduzione di vere e proprie credenziali di autenticazione per costoro dalla password personale alle registrazioni di accesso.

Con la scelta della password si deve rispettare il vincolo del numero minimo di 8 caratteri o del numero massimo di caratteri consentito dal sistema; non deve contenere riferimenti riconducibili all’operatore e deve essere modificata ogni tre/sei mesi.

Con la scelta delle registrazioni di accesso si può ricorrere alle carte a microprocessore, a un certificato digitale o altro.

Si va dagli strumenti di protezione della rete e dei sistemi informatici dagli attacchi di virus o programmi pericolosi per l’integrità dello stesso sistema, oltre che dei dati, agli strumenti volti a proteggere anche solo dalle intrusioni illecite di soggetti esterni, dal rischio di danneggiamento all’interruzione del sistema informatico.

Non si tratta solo di indicare nel DPS l’installazione dei diversi antivirus, antispamming e/o firewall, ma è necessario indicare le condizioni e la cadenza dell’aggiornamento.

Quanto alle cautele si va dalla descrizione delle misure a protezione dei locali ove sono custoditi gli archivi, alla pianificazione degli interventi per ripristinare la disponibilità dell’accesso ai dati per le ipotesi di perdita o distruzione.

Per le prime il DPS richiede l’indicazione delle modalità di chiusura dei locali (porte, serrature, disponibilità delle chiavi) e dell’eventuale controllo degli accessi.

Per gli interventi di ripristino, è certamente utile il salvataggio periodico dei dati che dovrà essere riportato nel documento in termini di modalità e di frequenza. Obbligatori sono formazione ed aggiornamento del personale.

La legge individua come momenti essenziali per la verifica di tale aggiornamento, l’inizio dell’attività, l’eventuale cambio di mansioni, e l’introduzione di nuove tecnologie di trattamento. Quanto ai rapporti con i soggetti esterni il Documento dovrà prevedere la descrizione di criteri e impegni assunti dal soggetto esterno per le misure di sicurezza.

Il Documento, una volta redatto deve essere conservato in azienda e richiamato nella relazione al bilancio.

LE SANZIONI
La mancata predisposizione del documento fa scattare a carico del titolare del trattamento la pena dell’arresto fino a due anni o l’ammenda da 10 a 50 mila euro. È tuttavia prevista una possibilità di “ravvedimento”, ovvero di regolarizzazione successiva all’accertamento dell’inadempienza, ma ciò comporta comunque il pagamento di 12.500,00 euro.

Il mondo delle mani

Forse non tutti sanno che le nostre mani sono la parte del nostro corpo (dopo la bocca) con il maggior numero di batteri.

Sappiamo bene come esse siano sempre in movimento ed in contatto con quasi tutto quello che incontriamo. Ciò significa che attraverso le nostre mani si possono diffondere una quantità indefinibile, ma alta, di batteri.

La cultura, perché di cultura si tratta, del lavaggio delle mani varia non solo da regione a regione, da nazione a nazione e da popolo a popolo, ma anche da persona a persona.

I batteri sono, invece, pressoché sempre gli stessi in uno stesso posto, sulle mani di tutti. Ciò significa che a secondo delle abitudini di ciascuno, in un dato posto, alcune persone contribuiscono di più ed altre di meno alla diffusione dei batteri tramite le loro mani.

La preoccupazione maggiore che dovremmo avere è verso quegli sporchi che…non si vedono.

Sono infatti i batteri la fonte della sporcizia più diffusa e meno visibile. Ma sono piccoli esseri osservabili dall’uomo quando li osserva il laboratorio e li studia. I batteri sono presenti quasi dappertutto.

Alcuni sintetici dati. Un batterio, messo in terreno di coltura, in sole sei ore genera una colonia di 250.000 batteri per centimetro quadro.

Ci sono luoghi che sono da ciascuno di noi frequentati ogni giorno su cui si può rilevare una presenza realmente elevata di batteri ( in grado poi di generare nella proporzione detta): le maniglie del tram, la cornetta del telefono, l’asse del water e tutti i pulsanti o le maniglie della zona delle toilette: su questi oggetti si possono ritrovare da 20 a 300 batteri per centimetro quadrato.

Attenzione però: non sono gli sporchi visibili quelli più pericolosi. Spesso accade che ci laviamo le mani quando sono evidentemente sporche. In tal caso ci riteniamo soddisfatti se abbiamo eliminato le tracce visibili dello sporco, ma il pericolo non è sicuramente passato.

Ma anche ci pulissimo perfettamente le mani in un bagno pubblico usciremmo contaminati perché… usciamo dalla toilette toccando la maniglia a mano nuda… quella stessa che noi e tanti altri hanno toccato con le mani ancora sporche.

Non credo che sia atteggiamento diffuso l’aprire la porta della toilette per uscire con un pezzo di cartigienica o una salvietta usa e getta…

Un consiglio riassuntivo e generale: per ottenere un buon risultato nel lavaggio delle mani occorre utilizzare acqua calda, naturalmente sapone e fare durare il lavaggio qualche minuto.

L’evidente importanza che riveste la problematica della cura dell’igiene delle mani ha favorito lo sviluppo di alcune normative che riguardano anche il settore dei prodotti per il loro lavaggio.

Si tratta di normative e direttive che mirano a rendere più sicuri e “trasparenti” i prodotti che quotidianamente utilizziamo. Troviamo, infatti, sui prodotti a norma delle indicazioni che, tutelando il consumatore, ne illustrano le caratteristiche per quanto riguarda la sicurezza e la durata, la composizione e l’utilizzo.

Tutte queste informazioni sono sicuramente un passo avanti verso la chiarezza del prodotto che viene utilizzato e una garanzia di qualità non indifferente.

La scritta “DERMATOLOGICAMENTE TESTATO” indica che il prodotto cosmetico sottoposto a test non contiene alcuna sostanza di cui è proibito l’uso in prodotti cosmetici e di igiene corporale (secondo la legislazione CEE); che gli agenti conservanti introdotti nella formula del prodotto figurano nella lista positiva approvata dalla CEE e che essi sono utilizzati ad una concentrazione conforme all’uso previsto da questa legge.

IL PERIODO POST-APERTURA (PAO)

La VII Modifica alla Direttiva Cosmetici comunitaria introduce un nuovo requisito che devono avere le etichette dei prodotti cosmetici. Si tratta del PaO (dall’inglese Period after Opening) che indica il tempo durante il quale il prodotto, aperto dal consumatore, rimarrà utilizzabile e cioè conforme ai requisiti di sicurezza.

Il tutto, chiaramente, se il prodotto sarà stato conservato in modo corretto. Il PAO è rappresentato da un nuovo simbolo sull’etichetta (sia quella esterna all’imballo sia quella apposta sul prodotto).

Accanto a questa figura che stilizza un barattolo di crema aperta, è indicato il tempo massimo di durata del prodotto aperto attraverso una M (che indica il mese) ed un numero (6 per 6 mesi, 12 per 12 mesi e così via).

Tutto questo nasce con lo scopo di rendere più sicuro il consumatore del prodotto cosmetico che ha durata minima superiore ai 30 mesi dalla data di produzione. Per questi prodotti, infatti, fino ad oggi non c’era necessità di apporre una data di scadenza, come è, invece, obbligatorio nel caso di alcuni prodotti per bambini.

Con questa nuova norma, si risponde al bisogno di conoscere per quanto tempo possiamo effettivamente continuare ad utilizzare una confezione di cosmetico dal momento della sua apertura.

GLI ALLERGENI

La stessa modifica alla norma sopra citata introduce un nuovo obbligo per quanto riguarda l’indicazione in etichetta di 26 sostanze, se presenti nel prodotto cosmetico sopra una certa percentuale.

La precauzione nasce dalla constatazione del rischio allergico per alcuni consumatori.

Attraverso questa nuova comunicazione il consumatore può compiere una scelta più consapevole del prodotto cosmetico.

Ad oggi, infatti, si è maggiormente in grado di identificare le sostanze potenzialmente responsabili di allergie, sebbene la compatibilità cutanea dei prodotti cosmetici sia completamente testata.

Il tutto permetterà anche ai dermatologi di essere maggiormente efficaci nell’individuazione delle allergie.

Le 26 sostanze sono state individuate sulla base delle loro capacità di indurre reazioni allergiche, su soggetti sensibili, in maggiore percentuale rispetto alle altre molecole. I più frequenti componenti documentati come responsabili di dermatiti da contatto da cosmetici sono: i profumi (10,2%), i coloranti usati nelle tinture per capelli (6,8%), gli eccipienti (6,1%), i conservanti (4,9%).

LE SOLUZIONI PIU’ SICURE SUL MERCATO

Si capisce da quanto esposto sopra che la buona qualità di un prodotto sarà determinata anche dal rispetto che il produttore opera di tutte queste norme. Occorre, inoltre, trovare delle soluzioni che permettano ad un buon prodotto di rimanere tale nel tempo del suo utilizzo.

Ad oggi la soluzione migliore per garantire l’igiene dei prodotti per il lavaggio delle mani è certamente quella offerta dai distributori di sapone. Fatta salva la bontà del prodotto secondo tutte le norme suddette, questi sistemi offrono valori aggiunti.

Il prodotto viene erogato e non più prelevato a mano da secchielli o taniche. Non c’è quindi contaminazione dall’esterno, né passaggio da mano a mano del sapone: il rischio di contaminazione batteriologica è praticamente ridotto a zero.

Normalmente questi distributori vengono utilizzati da cartucce o ricariche in sacche, proprio per venire incontro all’esigenza di evitare i rischi di contaminazione del prodotto: il contenuto delle sacche, imbarattolato all’origine, non viene più in seguito manipolato né aperto o travasato: la sostituzione delle sacche ne garantisce la perfetta igienicità ed anche una più sicura conservazione.

IL VECCHIO LIBRETTO VA IN PENSIONE

IN SOSTITUZIONE AL LIBRETTO SANITARIO SONO GIÀ IN VIGORE, IN ALCUNE REGIONI D’ITALIA, I CORSI DI FORMAZIONE CHE PREVEDONO UNA MAGGIOR PREPARAZIONE DEGLI ALIMENTARISTI

Lo Stato ha legittimato le varie Regioni italiane a deliberare in – materia d’igiene al fine di perseguire l’obiettivo della sicurezza alimentare, con particolare riguardo per la prevenzione delle malattie infettive trasmesse da alimenti.

Ogni Regione ha deliberato criteri propri per la gestione dell’igiene alimentare, in base della classificazione delle mansioni a rischio.

La Regione Lombardia, attraverso la legge Regionale n.12 del 4 Agosto del 2003, ha portato dei cambiamenti radicali per gli operatori che lavorano a stretto contatto con le sostanze alimentari abolendo l’obbligo del libretto sanitario.

L’eliminazione del libretto sanitario non deve essere considerata come una diminuzione dell’attenzione alla formazione del personale alimentarista, bensì come un cambiamento rapportato alla diversa realtà che oggi ci troviamo ad affrontare.

In effetti, il Decreto Legislativo 155 del 26 maggio 1997 ha come obiettivo quello di perseguire la sicurezza alimentare, sia attraverso l’analisi dei rischi (tramite il “manuale” di H.A.C.C.P), sia con una formazione mirata ed un aggiornamento costante.

L’art. 4 comma 2 della legge regionale della Lombardia, disciplina quanto segue: “Gli operatori addetti alla produzione, somministrazione e distribuzione di alimenti sono tenuti a ricevere adeguata preparazione igienico – sanitaria prima dell’inizio dello svolgimento dell’attività lavorativa e ad essere aggiornati con periodicità biennale”. L’onere della formazione è a carico dei Datori di Lavoro, come definito dal D.Lgs 155/97.

COM’ERA PRIMA

Ma per comprendere la svolta dettata da questa legge Regionale occorre fare un passo indietro ed analizzare lo scopo che aveva il libretto sanitario.

Giova ricordare, infatti, che si tratta di un obbligo derivante da una legge del 1962, la n. 283, successivamente ripresa dal D.P.R. n.327 del 1980, in cui si prevedevano controlli clinici a cadenza annuale per i lavoratori alimentaristi, per poter escludere la presenza di malattie infettive.

In quel periodo, alcune malattie come colera, salmonellosi e tifo erano ancora presenti in Italia, quindi era giustificata l’individuazione di un portatore come mezzo preventivo.

L’unico elemento limitante era il controllo clinico annuale, che non era comunque sufficiente a coprire gli ampi periodi di positività dell’individuo alla malattia.

Il tampone faringeo, effettuato per la ricerca dello stafiloccoccus, non rappresentava inoltre un metodo sicuro di prevenzione, in quanto la causa delle infezioni non è tanto il batterio ma la tossina che produce.

Se analizziamo la situazione epidemiologica odierna, le cose rispetto al 1962 sono cambiate: tifo e colera sono di fatto scomparse se non in rari casi, in cui la malattia viene contratta in Paesi stranieri.

Tuttavia si è aperto l’orizzonte a nuovi microrganismi, molto più resistenti agli antibiotici ad ampio spettro quali: bacillus cereus, yersinia enterocolitico, alcune salmonelle minori e il pericolo di intossicazioni alimentari rimane ancora presente, anche se in modo più contenuto. E’ anche vero che la maggior parte di tossinfezioni alimentari sono legate ad una non corretta manipolazione o conservazione degli alimenti.

Quindi tale fenomeno spesso e volentieri si verifica all’interno delle mura domestiche, in quanto le aziende con il sistema di autocontrollo (H.A.C.C.P., 1997) hanno posto maggior attenzione sulla produzione e manipolazione degli alimenti.

Pochi, oggi, ritengono indispensabile una conoscenza delle norme igieniche da adottare quando si utilizzano alimenti deperibili e la prevenzione è passata, purtroppo, in secondo piano.

IL NUOVO QUADRO

Alla luce del nuovo quadro, il libretto sanitario è stato ri tenuto inadeguato e insufficiente, mentre risulta di primaria importanza andare a modificare il comportamento dell’alimentarista, adeguandolo alle norme igieniche necessarie per eliminare le infezioni.

Per poter ottenere risultati apprezzabili, non è sufficiente un semplice corso della durata di 4 ore, ma deve entrare nella cultura di ognuno di noi che il corretto comportamento è la prevenzione vincente per molte malattie infettive.

La Regione Lombardia ha dettato delle norme specifiche sulla modalità di formazione del personale alimentarista, stabilendo inoltre che i formatori devono possedere i requisiti professionali idonei ed essere costantemente aggiornati in materia igienico – sanitaria.

Sembra infatti inconcepibile che nel nuovo millennio i fattori di rischio per la trasmissione delle malattie attraverso gli alimenti siano gli stessi di 20 anni fa e che ci si ritrovi ancora a dover stabilire le basi minime di igiene personale.

IL CORSO DI FORMAZIONE PER ALIMENTARISTI

Molte Regioni hanno già da tempo emanato delle leggi, delle norme e delle linee guida per dare indicazioni sui contenuti che debbono possedere i corsi di formazione per gli alimentaristi. A seguito di ciò anche diverse aziende sanitarie hanno predisposto del materiale informativo e, pur riscontrando delle parziali differenze, le linee generali che vengono proposte hanno molti tratti in comune.

I contenuti a cui facciamo riferimento qui di seguito si rifanno in particolare alla documentazione che segnaliamo nella bibliografia.

I PRINCIPALI MICRORGANISMI CAUSA DI PROBLEMI EPIDEMIOLOGI

La presenza di microrganismi è legata ad alcuni fattori intrinseci all’alimento (attività dell’acqua, pH, presenza di sostanze nutritive…) o estrinseci (temperatura, umidità relativa, composizione dell’atmosfera durante la conservazione e la distribuzione) che inibiscono o promuovono la proliferazione nell’alimento della popolazione microbica iniziale.

Ogni microrganismo possiede, per ognuno dei parametri sopra citati, un valore minimo per la crescita, uno massimo ed uno ottimale, per valori superiori al valore massimo o inferiori al valore minimo il microrganismo non è in grado di moltiplicarsi.

Verranno analizzati i metodi di controllo per impedire la proliferazione microbica rapida; l’alimentarista non dovrà solo limitarsi a compiere correttamente il proprio lavoro, ma dovrà collegare gli effetti legati ad ogni decisione e soprattutto essere preparato per poter affrontare e gestire eventuali emergenze.

Verranno analizzati, in modo approfondito, i rischi connessi alle diverse fasi del ciclo di produzione degli alimenti, con particolare riferimento all’attività svolta dai soggetti interessati.

L’alimentarista dovrà conoscere le malattie di origine alimentare, provocate dai microrganismi patogeni soprattutto i batteri e saper il significato dei vari termini: infezioni, intossicazioni e tossinfezioni alimentari. Brevemente daremo queste definizioni:

  • le infezioni sono causate dalle ingestioni di microrganismi patogeni che si sviluppano nel nostro apparato digerente e producono tossine;
  • le intossicazioni sono causate dall’ingestione di tossine presenti nell’alimento e prodotte dal microrganismo prima del consumo;
  • le tossinfezioni sono provocate dall’ingestione di microrganismi e tossine.

L’IMPORTANZA DELLA TEMPERATURA E IL CONTROLLO DELLE MATERIE PRIME

La temperatura rimane sempre un punto critico nella fase produttiva (spesso si conservano alimenti a temperature errate, si raffreddano con metodi obsoleti e si cucinano rimanendo al di sotto della temperatura di sicurezza). Per comodità o per problemi organizzativi si cucina troppo tempo prima dell’effettivo consumo, e questo rappresenta uno dei fattori responsabili dell’insorgenza di tossinfezioni alimentari.

Altro tasto dolente è il controllo delle materie prime: con la tracciabilità di alcuni prodotti alimentari (carne bovina, settore ortofrutticolo, latte, uova e recentemente la carne aviaria) abbiamo la possibilità di conoscere l’intera storia del prodotto alimentare da noi acquistato, ma non siamo ancora in grado di conoscere lo stato igienico e microbiologico del prodotto.

Ecco perché, se da un lato è importantissimo saper correttamente leggere un’etichetta dall’altro non bisogna sottovalutare gli aspetti soprannominati di contorno: le condizioni igieniche del mezzo di trasporto e la temperatura durante il tragitto (alcuni fornitori sono in grado di fornire la strisciata per poter controllare se l’alimento è stato sottoposto a sbalzi di temperatura).

Non trascurabile è il fattore “tempo” che si impiega prima di portare alle condizioni normali di conservazione le nostre derrate: spesso le consegne avvengono in orari poco consoni e quindi si verificano tempi di attesa troppo lunghi prima del trasporto in celle frigorifere.

È opportuno conoscere anche le temperature di trasporto delle derrate alimentari e gli sbalzi a cui possono essere sottoposte.

Il protocollo di ricevimento merci va quindi rispettato e non si può pretendere di ottenere un prodotto di alta qualità trasformando derrate alimentari contaminate e di basso pregio.

Dalla firma della bolla di consegna l’alimentarista diventa il responsabile della corretta conservazione dell’alimento: il rapporto tempo-temperatura viene profondamente analizzato facendo riferimento ai microrganismi responsabili di intossicazione alimentare.

IL FATTORE UMANO

Altro punto critico è l’uomo quale fattore principale nella contaminazione di agenti patogeni al cibo: egli infatti si muove da un ambiente all’altro, utilizza varie attrezzature e viene a contatto con diversi alimenti e materiali trovandosi in condizioni ottimali per trasferire germi da un oggetto ad un altro o da se stesso all’ambiente esterno e viceversa.

Ecco che l’igiene personale e soprattutto quella delle mani (uso di saponi igienizzanti) appaiono importanti al fine di evitare il rischio di contaminazione.

Anche se le mani risultano apparentemente pulite, voglio ricordare che i microrganismi non sono visibili all’occhio umano e quindi occorre lavarle sempre:

  • Prima dell’inizio del lavoro
  • Dopo aver toccato cibi crudi e prima di toccare quelli cotti (fischio di contaminazione crociata);
  • Prima di passare da una fase di lavorazione all’altra;
  • Prima di servire qualsiasi alimento;
  • Dopo aver toccato i rifiuti e i suoi contenitori;
  • Dopo aver toccato soldi;
  • Dopo aver toccato scatoloni e imballaggi;
  • Dopo aver usato i servizi igienici;
  • Dopo essersi soffiati il naso o portato la mano alla bocca per colpi di tosse o starnuti.

Se si usano i guanti monouso, bisogna cambiarli ogni volta che, secondo le regole indicate sopra, si devono lavare le mani.

SANIFICAZIONE E PIANO DI DISINFESTAZIONE

Per i locali e le attrezzature deve essere definito un piano di sanificazione che ha lo scopo di specificare come pulire e disinfettare in modo corretto gli ambienti di lavoro (tenendo presente del tipo di sporco, del materiale da pulire e della tempistica del trattamento).

Con il termine sanificazione si intende quell’insieme di interventi e operazioni che portano, come risultato finale, l’asportazione dello sporco e la riduzione dei microrganismi da una superficie o da un oggetto.

La sanificazione prevede una serie di azioni collegate una all’altra che devono essere attuate nella giusta sequenza: pulizia-detersione-risciacquo-disinfezione-risciacquo-asciugatura.

Durante il corso vengono fornite le conoscenze di base per poter meglio identificare il detergente più idoneo a seconda del tipo di sporco presente (organico-inorganico) e si evidenziano i principi attivi dei sanificanti in commercio (a base di sali quaternari d’ammonio o di cloro).

Si guida l’alimentarista ad interpretare una scheda di sicurezza dei composti chimici utilizzati.

Per completare il tutto si introduce il Piano di Disinfestazione, che elenca quale tipo di trattamenti (derattizzazione, disinfestazione) vengono effettuati per combattere e prevenire i principali infestanti; con quale periodicità e con quali metodiche e prodotti.

Solitamente questi interventi vengono affidati a ditte esterne.

Ogni fattore di rischio, previsto nel Manuale di Autocontrollo, avrà una probabilità diversa di manifestarsi ed originerà un danno di una gravità più o meno elevata in funzione della propria pericolosità.

CONCLUSIONI

Un buon formatore deve saper individuare, tramite le poche informazioni che riesce ad ottenere dai suoi interlocutori, le problematiche che quotidianamente l’alimentarista deve affrontare, al fine di rendere il più pratico possibile il corso.

È inoltre consigliabile utilizzare un linguaggio di facile comprensione, spesso i termini scientifici riempiono la testa di nomi ma non chiariscono le idee.

Il personale addetto alla manipolazione degli alimenti deve comprendere l’importanza del proprio lavoro e i pericoli di contaminazione associati alle proprie mansioni, deve essere preparato ad affrontare in modo corretto gli imprevisti.

E, cosa più importante, la sola formazione non è sufficiente se poi non vengono messe in pratica le nozioni apprese.

Non ci resta altro che augurare a tutti gli operatori del settore un buon lavoro e sperare di essere in “buone mani”!

LA GESTIONE DEI RIFIUTI URBANI

Se parliamo di gestione dei rifiuti urbani e di raccolta differenziata, qualche domanda sorge naturalmente. Quali sono le tendenze delle modalità di raccolta e smaltimento in Italia? Più inceneritori o discariche? Quali materiali recuperiamo di più?

A queste domande ha cercato di dare una risposta FISE Assoambiente, l’Associazione che rappresenta le imprese impegnate nella gestione dei rifuti che ha recentemente presentato il III Rapporto su “Le forme di gestione dei rifiuti urbani”.

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SOCIETA’ PUBBLICHE, MISTE O PRIVATE?

Uno dei dati emergenti relativi alla gestione della raccolta e del trasporto dei RU evidenzia, rispetto al 2002, una flessione per quanto concerne la gestione diretta da parte dei comuni e un significativo aumento della gestione in affidamento a consorzi e società pubbliche; se prendiamo in esame il dato relativo a questi ultimi si rileva che in termini di popolazione servita si parla di oltre 20.700.000 abitanti pari al 45,3% risultando essere la forma di gestione più diffusa sul territorio nazionale.

Rifiuti-urbani TabellaLa presenza pubblica in questo settore è dunque in crescita, sia attraverso società partecipate da una pluralità di enti locali, sia tramite forme di affidamento diretto a società pubbliche locali, talvolta connesse all’acquisto di simboliche partecipazioni azionarie, le cui conseguenze si taducono in una mancata liberalizzazione del settore e in una perdita di quote di mercato delle società private. I privati, da parte loro, intendono contribuire all’industrializzazione della gestione dei RU e quindi alla realizzazione dei cicli integrati necessari anche al superamento delle emergenze nel Sud del Paese. Questo, tuttavia può avvenire solamente se si realizza un mercato aperto alla concorrenza, come peraltro previsto dal Testo Unico in materia ambientale recentemente approvato dal Governo. In particolare per i servizi, l’apertura al mercato rappresenta una chiara risposta e allineamento agli orientamenti giurisprudenziali.

Per quanto concerne le società miste (pubblico+privato) si reistrano, in termini di sviluppo, cambiamenti meno significativi: la percentuale aumenta del 3,9% rispetto al 2002 raggiungendo il 15,9%. L’aumento era stato più significativo nel 2002 facendo registrare un incremento del +9,4% rispetto al 1998. Un altro dato interessante riguarda il fatto che nello scorso anno le società miste sono riuscite a servire un totale di oltre 8.600.000 cittadini.

IN AUMENTO LE RACCOLTE DIFFERENZIATE

Per quanto concerne questo argomento il 98,5% dei Comuni attualmente dichiara di effettuare almeno una delle tipologie di raccolta differenziata; mentre osservando il dato regionale si scopre che in 13 Regioni il 100% dei Comuni effettua la raccolta differenziata di almeno una tipologia di rifiuto. I dati, quindi, indicano come, rispetto al 2002, si stia assistendo ad un aumento della percentuale dei Comuni che hanno attivato almeno una modalità di raccolta differenziata (+2,4%); la crescita più significativa si registra al sud che tuttavia resta Varea a più bassa percentuale.Rifiuti-urbani Tabella

Ma quando si parla di gestione la maggioranza dei comuni indica come gestore imprese private o cooperative seguite dalle società pubbliche e da quelle miste. Risulta dunque evidente come si stia andando verso un unico gestore della raccolta indifferenziata e delle raccolte differenziate a scapito delle imprese private che vedono la loro presenza percentuale diminuire in maniera vistosa nelle raccolte differenziate. Un segno tangibile dell’evoluzione della raccolta differenziata è dato proprio nell’aumento delle tipologie di rifiuti raccolti in modo differenziato.

Il dato interessante che emerge dal rapporto consiste quindi nel fatto che oltre ad una crescita generale dei Comuni che effettuano la raccolta differenziata di almeno una tipologia di rifiuto, si è andato consolidando un aumento del materiale raccolto in modo differenziato. Un altro aspetto importante riguarda, inoltre, l’innalzamento della durata media dei contratti di affidamento; un dato che si può anche leggere come sintomo di una maggiore attenzione all’importanza di queste attività. Per le raccolte differenziate, infatti, la durata contrattuale prevalente è di 5 anni seguita da 3 anni e 1 anno. Il confronto con il 2002 evidenzia un aumento abbastanza significativo proprio dei contratti di 5 anni a scapito di quelll di 3 anni e di quelli di un anno.

DISCARICA O INCENERITORE?

Rifiuti-urbani TabellaLa discarica, per la maggior parte dei comuni italiani, resta ancora il mezzo più utilizzato per lo smaltimento dei rifiuti, è da notare però come soprattutto al nord sia in crescita il ricorso al l’inceneritore. Il 62,7% dei Comuni, infatti, dichiara di smaltire in discarica tutti i propri rifiuti o parte di essi. La percentuale maggiore si riscontra al centro, seguito dal Nord Est, dal Sud ed infine dal Nord Ovest.

Nel confronto con i dati del Rapporto 2002 si palesa un sensibile calo nell’uso della discarica che sembra aver interessato tutte le aree geografiche, ma in modo particolare il Nord Ovest. Tale riduzione è certamente ascrivibile al recepimento nel nostro Paese (con Decreto Legislativo 36/03) della Direttiva comunitaria in materia di discariche che ha determinato uno sviluppo della realizzazione e utilizzazione di impianti di selezione dei nfiuti, inclusi quelli di produzione del combustibile da rifiuto (CDR).

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I COMUNI ITALIANI

Il 38,2% dei Comuni italiani dichiara di gestire il trasporto e la raccolta dei RU attraverso imprese a capitale privato, per una popolazione pari al 30,7% dei cittadini. Il valore medio deriva in particolare dal Sud e Isole e dal Nord Ovest, dove si registra rispettivamente una percentuale del 45,3% e del 43,4% di gestioni tramite imprese private; la percentuale più bassa si ha nel centro Italia con un 22,6%. Nel Nord Est, invece, il valore raggiunge il 30,5%. Nelle metropoli, con l’eccezione di Napoli, la gestione della raccolta e trasporto dei rifiuti non viene affidata a imprese private. Anche nelle città (dai 100.001 ai 500.000 abitanti) tale forma di gestione è poco presente (16,2%), mentre raggiunge la sua più ampia diffusione nei centri da 3.031 a 5.000 abitanti (50%) e continua ad essere rilevante nei Comuni da 5.000 a 10.000 (41,4%), nei Comuni da 10.000 a 30.000 (39,7%) e anche nei Comuni da 30.000 a 100.000 (33,2%).

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Nel confronto con il 2002 le società private diminuiscono considerevolmente, passando dal 43,2% del 2002 al 38,2% dei Comuni serviti nel 2005. Si tratta di un ulteriore decremento (- 5%), rispetto a quello medio percentuale riscontrato nel Rapporto nel 2002 (a sua volta -2,7% rispetto al 1998). Il calo è ancora più evidente se si prendono in considerazione gli abitanti serviti che evidenziano un calo complessivo rispetto al 1998 dell’8,2%.

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LAVORO = SICUREZZA, QUALITA’, BENESSERE

Parlare deI lavoro significa addentrarsi in un argomento fondamentale della vita. Può essere definito il mezzo necessario per mantenersi e creare i presupposti della nostra vita attuale, ma non solo, è senz’altro lo strumento per svilupparla. E’ nomale cercare un’occupazione che permetta, oltre che di avere mezzi di sussistenza adeguati, di realizzare anche le aspirazioni di creatività e di riconoscimento sociale.

 Che lavorare quotidianamente non debba procurare danni alla salute fisica e mentale, dovrebbe essere sottinteso, anche se forse, non lo è quanto meriterebbe, se è vero che l’obiettivo della tutela e della salute del lavoro è stato stabilito dal Governo Italiano, per esempio, con la Carta 2000 per la salute e la sicurezza del lavoro approvata nella Conferenza di Genova nel dicembre 1999.

Le malattie professionali più o meno gravi, gli incidenti o i semplici infortuni che accadono sul lavoro sono solo la parte “visibile del problema. Ci sono molti altri aspetti che ampliano la questione, e che meritano seria considerazione come le patologie il cui insorgere non è forse causato direttamente dall’attività lavorativa, ma è facilitato da situazioni di lavoro (Work Related Disorders WRD – patologie correlate al lavoro). Inoltre, le tecnologie sempre più avanzate, i cambiamenti socio-economici e altri fattori hanno evidenziato altre condizioni di cui ora è necessario tenere conto. Ad esempio, il tempo dimostra in modo sempre più evidente la correlazione tra esposizioni professionali anche a dosi basse e diluite nel tempo, con problemi cronici che si sovrappongono ad effetti dovuti all’età e all’inquinamento ambientale. Oltre ai tumori e leucemie, altre patologie stanno emergendo e tra queste in particolare le patologie muscolo scheletriche (Work Related Musculoskeletal Dosorders – WRMD o Cumulative Traume Disorders – CTD), comprendenti principalmente le lombalgie, l’ernia del disco lombare o cervicale, la sindrome del tunnel carpale, le tendiniti della mano, del gomito, della spalla, tipicamente dovute all’accumulo di tensioni di tipo biomeccanico, come vibrazioni, postura inadatta, uso della forza, ripetitività dei movimenti.

Da non trascurare, né sottovalutare sono le malattie da definire meno “visibili”: secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, (OMS), si prevede che le malattie neuropsichiatriche in generale avranno un peso crescente sulla società, alcuni addirittura prevedono che i “disturbi da fattori relazionali” siano destinati a divenire la patologia da lavoro prevalente in futuro.

 

I RISCHI DEGLI OPERATORI DEL CLEANING

La sicurezza sul lavoro è stata – ed è – uno tra i principali problemi che riguardano ogni categoria di lavoratori, e anche se il settore dell’edilizia risulta essere il più interessato in quanto, ancora oggi, è il campo lavorativo in cui si verificano il maggior numero di infortuni, a volte mortali, anche il settore delle pulizie merita una particolare attenzione, considerando attentamente tutti i rischi a cui va incontro il lavoratore di questo settore, a partire da quelli elettrici (avendo a che fare con macchinari), chimici (manipolando detergenti) e biologici.

La legge 626, ha strutturato questo settore, e l’attenzione è sempre maggiore, per l’evidenziarsi di problematiche diverse che vengono alla luce in base all’esperienza acquisita. L’Unione Europea, ha dimostrato una particolare attenzione: per esempio, con il 4° Programma Quadro ha lanciato un progetto di ricerca denominato: “Biomed 2”, che si svolge su molti livelli, comprendenti anche il settore del cleaning, con lo studio: “Il rischio nel lavoro delle Pulizie”.

Il summenzionato studio, che ha visto la collaborazione di molte università, ha impegnato nell’effettuazione di numerosi test, per un periodo di oltre quattro anni, ricercatori di Danimarca, Finlandia, Germania e Italia (nel nostro paese è stata coinvolta l’Università degli Studi di Milano). La ricerca ha evidenziato il fatto che gli operatori nel settore “cleaning” risultano essere esposti a seri rischi in relazione all’uso di attrezzature non adatte. Tutto ciò provoca danni fisici a medio e lungo termine, in modo particolare disturbi dell’apparato muscoloscheletrico, dovuti alla mancanza di ergonomicità delle attrezzature e dei macchinari specifici. Nell’80% circa degli uffici, scuole e istituzioni, la pulizia si svolge manualmente e con l’utilizzo di attrezzi manuali: il compito fondamentale dei costruttori e progettisti è certamente quello di sviluppare costantemente nuovi concetti per migliorare l’ergonomia di questi attrezzi con conseguente beneficio fisico degli operatori del settore..

A livello europeo ciò costituisce una sfida difficile perché nella maggioranza dei casi, le regolamentazioni attengono all’uso delle macchine elettriche e grandi utensili, trascurando spesso le attrezzature manuali di larghissimo uso. Tutto ciò ha ripercussioni economiche  rilevanti: statistiche citate anche in autorevoli riviste che si occupano del settore dimostrano che il 52% delle malattie da lavoro sono causate non dal uso improprio di macchinari elettrici bensì da piccoli e ripetitivi traumi provocati dall’uso di attrezzature manuali scarsamente adatte.

L’uso di macchine, che riducendo lo sforzo umano, migliora il benessere dell’operatore , non limita solamente i danni fisici, ma aumenta anche la produttività e la qualità del lavoro svolto. Purtroppo però anche i “macchinari” sono evidentemente, nel mirino del lavoro commissionato dalla UE. Se infatti, pur essendo all’altezza e sicuri per quanto riguarda rischi da fulminazione elettrica, in generale non tengono conto al livello di progettazione delle caratteristiche fisiche dell’utente che in questo settore risulta essere nella maggioranza dei casi di sesso femminile.

Un esempio lampante è dato dalla macchina  più comunemente utilizzata, la monospazzola,che spesso è adoperata per lunghi periodi continuativi: è importante quindi che l’attenzione, già a livello di progettazione sia focalizzata sulla ergonomicità e facilità d’uso dell’utensile. Lo studio commissionato dall’Unione Europea, ha messo in rilievo che anche sotto questo aspetto il problema chiave è una mancanza importante di informazione e addestramento del settore.

 

LA QUALITA’ DEL LAVORO

Che si stiano facendo sforzi per dare al lavoro di chi opera in questo settore il giusto valore professionale è innegabile. Riconoscere nella pulizia l’anticamera dell’igiene, riconoscerla cioè come un fattore base per il vivere civile, il progresso, la salute  e per il  benessere psicofisico (è estremamente improbabile lavorare bene o produrre inseriti in un ambiente degradato o polveroso), è senz’altro un obiettivo da raggiungere, tuttavia ai “professionisti del pulito” non è ancora generalmente riconosciuta una qualifica professionale adeguata, posta sullo stesso piano di ogni altro inquadramento lavorativo. Ci sono è vero eccezioni che si trovano inserite in realtà di tutto rispetto, per numeri e cultura, e che operano seguendo magari il concetto del Facility Management, ma le realtà vissute dalla stragrande maggioranza delle imprese che operano nel settore del “Cleaning” è molto diversa. In Italia il settore è frazionato nella maggioranza dei casi in microimprese, a cui non sono riconosciuti né ruolo sociale né professionalità adeguati.

Pensare però che il problema sia solamente italiano sarebbe un errore. La Francia, nonostante risulti essere più sensibile al problema e disponga di strumenti e strutture superiori, si trova ad affrontare simili difficoltà. In Francia, ogni regione gode di una certa libertà essendo strutturata con comparti e associazioni volti ad affrontare il problema, a dimostrazione di una certa sensibilità e vitalità: ma ciò non elimina le difficoltà. Per esempio, anche nelle regioni in cui i servizi costituiscono parte preponderante dell’economia, si evidenziano problemi molto simili ai nostri.

Le cifre statistiche frutto di ricerca, usate anche in riviste specializzate nel settore ci aiutano a capire. Regione Rhene-Alpes : vede operare sul suo territorio più di 1400 imprese che si avvalgono dell’operato di circa 39000 operatori e realizzano un fatturato di 1,206 miliardi di euro. Il 78% delle imprese sono costituite da 1 a 20 addetti, e solo il 7% hanno più di 100 impiegati, un quadro quindi, molto molto simile a quello presente nel nostro Paese. Anche per quanto riguarda l’immagine del settore “Cleaning”, sussistono problemi. Molto interessante è l’osservazione fatta ad un collega giornalista francese da Betty Vadeboin, consigliere al FARE (Fonds d’Action pour la Réinsertion et l’Emploi), che periodicamente, organizza giornate di sensibilizzazione: “La fatica di trovare personale è dovuta a tanti fattori conosciuti, come la mobilità, orari, il part time… ma anche per un deficit di immagine importante: troppo spesso la pulizia è un settore a cui si arriva perché non si è trovato nient’altro. Troppo sovente anche si immagina che non sia necessario nessun requisito perché, tutto sommato, ognuno fa i mestieri a casa propria,e pensa quindi di essere capace di lavorare in un’impresa”.

 

GUARDARE AL FUTURO

Sicurezza-lavoro Sicurezza Lavoro

Realisticamente parlando il quadro che emerge non è del tutto incoraggiante, ciò non di meno qualcosa all’orizzonte c’è. Questi piccoli spiragli di luce sono legati al fermento che si nota nel settore. Un fermento che parte dal riconoscimento del ruolo delle cosiddette “Risorse umane”. E’ innegabile che le risorse umane siano la base del patrimonio di un’azienda. Però tutti sappiamo che le risorse umane, nell’immaginario generale, non sono tutte sullo stesso piano: si può dire che nella nostra società un top manager come “risorsa umana” sia sullo stesso piano di un lavoratore del cleaning? Si può affermare che le risorse dell’uno siano impiegate per la valorizzazione della professionalità dell’altro? Ecco il nocciolo del problema!     

Il mondo del “cleaning” è però, come già accennato in fermento, ci si sta impegnando affinché anche questo settore benefici dell’ evoluzione generale evidente nel mondo del lavoro. Un esempio lampante riguarda infatti il cambiamento in atto relativo alle ore di svolgimento del lavoro di pulizia professionale: in Europa, da lavoro prevalentemente serale o notturno, per problemi di convivenza  con lo svolgimento delle attività negli ambienti da pulire, ci si sta indirizzando verso l’orario giornaliero. E’ evidente che, dato che la maggior parte del personale è costituito da donne (il 75%), questa scelta denota anche un maggior rispetto per le necessità del professionista che opera nel campo. Da non sottovalutare è una realtà: le “pulizie” sono un settore in costante crescita, sotto almeno due punti di vista basilari: la produzione industriale, grazie ad un’opera costante di ricerca e sviluppo e la qualificazione degli operatori del settore, cosa resa necessaria dagli ambienti diversi e dagli scenari più complessi che richiedono capacità professionali più elevate ed una qualificazione riconosciuta. Il mercato europeo del “Cleaning” vale annualmente 40 miliardi di euro… in crescita… Non è certo un capitolo chiuso.

LINEE GUIDA SU CONFEZIONAMENTO E STERILIZZAZIONE A VAPORE ED OSSIDO DI ETILENE

STERILIZZAZIONE E NORME TECNICHE

La serie delle Norme UNI-EN 9000 designa come “speciali” certi processi di produzione se il loro risultato non può essere interamente verificato a mezzo di ispezioni successive e da prove sul prodotto. La sterilizzazione è un esempio di processo speciale in quanto l’efficacia del processo stesso non può essere verificata a mezzo di prove di ed ispezioni sul prodotto stesso.

A tal fine i processi di sterilizzazione devono essere convalidati prima dell’utilizzo, il controllo del funzionamento dell’apparecchiatura eseguito regolarmente. Un valido aiuto alla soluzione dei problemi relativi alla sterilizzazione è fornito dalle normative europee che disciplinano la materia. Le norme tecniche sono documenti che definiscono le caratteristiche di un prodotto, processo o servizio secondo quello che è lo stato dell’arte tecnico/tecnologico e hanno lo scopo di tutelare le persone che vengono in contatto con esso.

Su apposito mandato della Commissione Europea, il CEN (Comitato europeo di normazione) ha preparato delle norme riguardanti le apparecchiature di sterilizzazione e i metodi per il controllo e la convalida dei processi di sterilizzazione, con l’obiettivo di tradurre in specifiche tecniche i requisiti essenziali della direttiva, la cui formulazione è di carattere generale. Si presumono conformi ai requisiti suddetti i dispositivi che soddisfano le norme armonizzate, ovvero normative europee il cui elenco è periodicamente pubblicato e aggiornato sulla Gazzetta Ufficiale della Comunità Europea.

GENERALITÀ SUL PROCESSO DI STERILIZZAZIONE

Il processo di sterilizzazione si inserisce in un più vasto e complesso sistema comprendente tutte le operazioni che vanno dalla decontaminazione alla corretta conservazione nel tempo di un dispositivo sterile. La sterilizzazione vera e propria è il risultato finale di procedimenti fisici c/o chimici che attraverso metodologie standardizzate, ripetibili e documentabili, hanno come obiettivo distruzione di ogni microrganismo vivente sia esso patogeno o no, in fase vegetativa o di spora. Ma i modelli teorici e sperimentali hanno dimostrato che una popolazione microbica sottoposta a un processo di sterilizzazione viene distrutta con un andamento che è costante in percentuale per unità di tempo: se ad esempio, nel primo minuto si registra la morte del 90% della popolazione presente, nel secondo minuto morirà il 90% dei microrganismi sopravissuti e così via.

Solo un trattamento di durata infinita potrebbe dare la certezza di avere zero colonie; tale certezza non può, d’altra parte, essere acquisita con i test di sterilità che hanno carattere distruttivo. E’ per questo che oggi si dà al concetto di sterilizzazione un valore relativo che viene definito come livello di sicurezza di sterilità (SAL= Sterilità Assurance Level); sterilizzazione è quindi un processo che assicura una probabilità accettabilmente bassa che uno degli articoli trattati non sia sterile. E’ quindi corretto definire la sterilità come la condizione in cui la sopravvivenza di un microrganismo è altamente improbabile. Poiché la carica microbica è strettamente legata alla presenza di materiale organico, la rimozione totale di quest’ultimo è condizione essenziale per ottenere la sterilizzazione.

PREPARAZIONE DEL MATERIALE DA SOTTOPORRE A CICLO DI STERILIZZAZIONE

La preparazione del materiale da sterilizzare comporta l’adesione ad una serie di fasi temporalmente susseguenti:
1. decontaminazione termica o chimica del materiale
2. pulizia del materiale
3. lavaggio
4. risciacquo
5. asciugatura
6. selezione del materiale e del processo di sterilizzazione
7. confezionamento
8. sterilizzazione
9. ritiro e stoccaggio

DECONTAMINAZIONE TERMICA E/O CHIMICA DEL MATERIALE

La procedura di decontaminazione del materiale si rende necessaria al fine di tutelare l’operatore dedicato alla preparazione dello strumentario dal contatto con possibili patogeni (Decreto Ministeriale 28/9/90) durante le fasi di lavaggio, il decontaminante ha inoltre l’effetto di abbattere la carica microbica residente sullo strumento favorendo l’efficacia del processo di lavaggio.

Ai fini della decontaminazione “i presidi riutilizzabili debbono, dopo l’uso, essere immediatamente immersi in un disinfettante chimico di riconosciuta efficacia antivirale prima delle operazioni di smontaggio o pulizia, da effettuare come preparazione per la sterilizzazione.”

PULIZIA DEL MATERIALE

Pulizia manuale:
l’utilizzo di sostanze enzimatiche proteolitiche facilita le successive operazioni di pulizia e trattamento dei dispositivi.
Lo strumento deve essere smontato, quando necessario, sottoposto a lavaggio e spazzolatura ponendo particolare attenzione a zigrinature, cavità, ed incastri, devono essere indossati guanti in gomma e dispositivi di protezione individuale per la protezione di occhi e corpo dal possibile contatto con materiale biologico; le spazzole utilizzate per il lavaggio dovranno essere sottoposte a decontaminazione, lavaggio e disinfezione al termine dell’uso.
Il risciacquo del materiale deve essere effettuato con acqua corrente; l’asciugatura è di fondamentale importanza al fine di consentire la corretta esposizione del materiale all’agente sterilizzante, particolare attenzione deve essere rivolta all’asciugatura dei dispositivi da sottoporre a processo di sterilizzazione a gas plasma, e per l’uso di sterilizzanti chimici ad immersione.
Pulizia meccanica
Per il lavaggio in lavastrumenti:

  • posizionare sulle griglie i vari strumenti aperti e/o smontati, introdurre le griglie nel vano della lavaferri e selezionare il programma desiderato;
  • trascorso il tempo necessario, rimuovere la griglia dal contenitore Attenersi alle indicazioni del produttore dell’apparecchiatura per il lavaggio dello strumentario

IDONEITA’ DEL MATERIALE DESTINATO AL PROCESSO DI STERILIZZAZIONE

La selezione ed il controllo del materiale consente di evitare la sterilizzazione di strumenti, dispositivi e materiali tessili in condizione di fuori uso.
Non devono essere sottoposti a sterilizzazione dispositivi che evidenzino:

  • rotture
  • macchie
  • ruggine
  • dispositivi monouso non riutilizzabili La selezione del processo di sterilizzazione deve necessariamente essere compatibile con le caratteristiche del dispositivo stesso, pertanto occorre prevedere cicli e processi di sterilizzazione finalizzati al materiale ed all’uso del materiale stesso.

SCELTA DEL METODO E PROCEDURA DI CONFEZIONAMENTO DEL MATERIALE

Il corretto processo di confezionamento dei materiali è una componente essenziale per garantire l’efficacia del processo di sterilizzazione, non essendo previste leggi specifiche riferite al trattamento dei materiali, universalmente si fa riferimento alle norme DIN, alla CM 56/83 ed alle norme EN 556 sui dispositivi recanti la dicitura “STERILE”.

Il confezionamento dei materiali ha lo scopo di:

  • conservare la sterilità dei materiali fino al momento del loro uso
  • permettere la penetrazione ed il contatto degli oggetti con gli agenti sterilizzanti
  • ridurre il rischio di contaminazione al momento dell’apertura.

Prima di effettuare il confezionamento del materiale occorre accertarsi che vengano rimossi tappi e coperchi, che vengano protetti i taglienti e che vengano lasciati aperti, se possibile, gli strumenti.

La scelta del metodo deve essere funzionale alle caratteristiche del dispositivo. È ottimale la metodologia del confezionamento che consenta di evitare il prelevamento frazionato e consenta l’utilizzo monopaziente.

STERILIZZAZIONE

Sterilizzazione ad ossido di etilene (ETO) 
Fare riferimento alla norma UNI EN 550 e 556, ed alla Circolare Ministeriale Ministero della Sanità n°56/1983

Sterilizzazione con calore umido
Il vapore d’acqua, saturo e sotto pressione, è il mezzo di sterilizzazione più usato nelle strutture sanitarie in quanto il più veloce, economico e privo di tossicità rispetto ad altri agenti sterilizzanti, è il metodo daconsiderarsi d’elezione qualora i materiali lo consentano. I valori di temperatura e pressione da usarsi sono i seguenti, tali tempi sono in grado di garantire un processo efficace su tutti i ceppi patogeni.
Le caratteristiche di costruzione, installazione ed utilizzo delle sterilizzatrici a vapore sono definite dalla normativa UNI EN 285. Sono comunque da considerarsi requisiti minimi per la sterilizzazione di carichi porosi e di materiale confezionato:

  • sistema di rimozione preventiva dell’aria e di asciugatura finale
  • sistema di monitoraggio e controllo delle fasi di sterilizzazione con rilascio di registrazione dei parametri del ciclo di sterilizzazione permanente ed identificabile
  • cicli operativi a 121° C e 134° C
  • possibilità di effettuare test di Bowie & Dick e test di vuoto
  • dispositivo che consenta la disposizione omogenea del carico all’interno della camera di sterilizzazione

CARICAMENTO DELL’AUTOCLAVE

I pacchi vanno messi in posizione verticale, in modo che il vapore possa fluire attorno ad essi; è necessario inoltre lasciare uno spazio di 10 cm tra materiale e parete. I pacchi grossi vanno messi sotto i pacchi piccoli. L’autoclave non va caricata troppo per non impedire il fluire del vapore. Per ogni ciclo di sterilizzazione è indispensabile seguire scrupolosamente le indicazioni prescritte dalla ditta costruttrice dell’autoclave

SCARICO DELL’AUTOCLAVE

Il materiale rilasciato al termine della sterilizzazione deve recare in maniera leggibile sull’involucro di sterilizzazione e le seguenti indicazioni:

  • data di sterilizzazione e scadenza
  • nome o sigla codificata dell’operatore che ha effettuato il ciclo di sterilizzazione e/o confezionamento
  • sigla dell’apparecchiatura utilizzata e numero progressivo del ciclo
  • eventuale reparto o servizio di provenienza del materiale

TEMPI DI CONSERVAZIONE PER I MATERIALI STERILIZZATI

Tali tempi sono da considerare validi per metodologie di conservazione che prevedano armadi chiusi e riparati da luce, calore, umidità.
Qualora si renda necessaria una risterilizzazione per il materiale confezionato dalla centrale di sterilizzazione e scaduto, si dovranno ripetere le procedure di controllo e confezionamento come sopra descritte. Il materiale risterilizzabile prodotto da Ditte commerciali deve essere ricondizionato secondo le specifiche dettate dal produttore.

COMPITI E RESPONSABILITA’ DEL PERSONALE ADDETTO AL CONFEZIONAMENTO

  • scelta del procedimento di detersione e preparazione del materiale nell’ambito delle indicazioni e delle linee guida aziendali
  • controllo e giudizio di idoneità del materiale e dei contenitori
  • scelta e controllo del metodo di sterilizzazione
  • scelta e controllo del metodo di confezionamento
  • operazioni di carico e scarico delle apparecchiatura
  • controllo e verifiche del corretto funzionamento delle apparecchiature di sterilizzazione
  • segnalazione di anomalie e guasti agli organismi competenti
  • tenuta dei registri di funzionamento e validazione delle apparecchiature
  • tenuta dei registri di carico e scarico del materiale Le responsabilità sopra descritte coinvolgono direttamente il personale e se alcune di queste procedure possono essere delegate a personale di supporto (OTA/OSS), la responsabilità del processo e dell’esito è dell’infermiere dedicato alla sterilizzazione; a tal fine auspicabile la presenza di questa figura professionale durante l’intero arco di operatività dell’unità di sterilizzazione.

METODOLOGIA DI VERIFICA E CONTROLLO

Convalida: è una procedura documentata per ottenere, registrare ed interpretare i dati necessari a dimostrare che un processo risulterà sistematicamente conforme a predeterminate specifiche; consiste in:

  • accettazione in servizio: concerne delle verifiche successive all’installazione del dispositivo di sterilizzazione
  • qualificazione della prestazione: concerne la verifica sul risultato del processo per cui la macchina viene destinata

Riaccettazione in servizio: deve venire eseguita ogniqualvolta che:
1. la macchina subisce modifiche tecniche o lavori di manutenzione tali da poter influire sulle prestazioni della sterilizzatrice;
2. l’esame delle certificazioni di processo e delle registrazioni relative al controllo sistematico, o dei test di verifica, mostrano deviazioni inaccettabili dal processo previsto ed ai dati definiti durante la convalida.
La riqualificazione della prestazione deve essere eseguita ad intervalli stabiliti ed ogni volta che viene introdotta una modifica al carico di sterilizzazione che non rientrava nella precedente qualificazione della prestazione.
Tutte le fasi previste nella convalida devono essere assegnate a persona designata con esperienza nel settore così come specificato nelle norme UNI EN 9001 e 9002

METODOLOGIE DI CONTROLLO DEL CICLO DI STERILIZZAZIONELE

I processi di sterilizzazione sono di fondamentale importanza in ambito ospedaliero, dove i rischi di contaminazione e, quindi di infezione sono elevati, per degenti, operatori e utenti in genere. Una centrale che utilizzi, quale agente sterilizzante, il vapore saturo necessita di una serie di controlli atti ad accertare l’efficacia della procedura di sterilizzazione; i controlli sono basati su metodi:

  • Fisici
  • Chimici
  • Biologici

CONTROLLI FISICI

Sono controlli che vengono effettuati a mezzo di strumenti di misurazione associati all’apparecchiatura di sterilizzazione:

  • manometri
  • registratori
  • grafici di controllo
  • sonde termometriche I controlli necessari sono i seguenti:
  • Ciclo a vuoto: da eseguire all’inizio dei cicli utili di sterilizzazione, serve a mettere a regime l’autoclave. Con tale operazione si mette in temperatura la porta e le pareti della camera di sterilizzazione a mezzo dell’evaporazione dell’acqua contenuta nella camicia.
  • Prova di tenuta della camera – Vuoto test -: ha lo scopo di verificare che durante le operazioni di sterilizzazione non penetri aria all’interno della camera di sterilizzazione. Il test indica una perdita se la pressione aumenta oltre il valore di 1 mBAR al minuto, per un totale di 10 mBAR. Si considerano accettabili valori V.T. uguali od inferiori a 10 mBAR per 10 minuti. Il grafico della prova deve essere conservato per 2 anni. Il test è possibile in automatico nelle autoclavi dotate di microprocessore che lo preveda; altrimenti è possibile effettuarlo secondo le indicazioni seguenti (UNI):
    1. effettuare il ciclo
    2. Verificare che la pressione residua non aumenti di oltre 1 mBAR al minuto, per un tempo di osservazione pari a 10 minuti
  • Test di Bowie – Dick o prova di penetrazione del vapore con metodo indiretto: ha la funzione di controllare in maniera indiretta la capacità dell’apparecchiatura di mettere in contatto il materiale da sterilizzare con l’agente sterilizzante (vapore). La temperatura di sterilizzazione dipende direttamente dalla pressione del vapore saturo, è necessario inoltre che temperatura e pressione vengano mantenute costanti per tutto il periodo di sterilizzazione. Temperatura, pressione e tempo sono i tre parametri fondamentali per la sterilizzazione. Per ottenere la giusta esposizione occorre che l’aria contenuta nella camera di sterilizzazione venga pompata al di fuori della stessa, altrimenti verrebbe spinta al centro della stessa dalla pressione del vapore, costituendo la cosiddetta bolla d’aria. L’aria di cui è costituita la bolla è un cattivo conduttore di calore, la conseguenza è che dove c’è aria la temperatura risulta inferiore facendo venire meno uno dei parametri fondamentali di sterilizzazione. La normativa di costruzione del pacco test è prevista a norma UNI, esistono in commercio pacchi pronti con lo scopo di standardizzare la procedura. Occorre procedere come segue:
    1. Predisporre il pacco test secondo norma (UNI o Pacco pronto unificato)
    2. Disporre il pacco sullo scarico della camera senza altro materiale aggiunto
    3. Effettuare un ciclo di sterilizzazione completo a 134° C con un tempo di sterilizzazione di 3’30”
    4. Esaminare, a ciclo terminato, il foglio contenuto nel pacco o le strisce di nastro indicatore, se il viraggio di colore risulta effettivamente uniforme il test si considera superato
    5. Conservare il foglio test per 2 anni
  • Riconvalida su parametri fisici, prova termometrica (UNI EN 554 punto a 3.3): la prova può essere realizzata effettuando delle misurazioni con l’utilizzo di un numero adatto di sensori di temperatura distribuiti in tutta la camera per determinare l’andamento della temperatura nella camera di sterilizzazione durante il tempo di mantenimento. Inoltre deve essere determinata la temperatura di penetrazione del calore in ogni tipo di carico di sterilizzazione in base alla temperatura misurata all’interno di un certo numero di confezionamenti di prodotto. Tale numero dipende dalle dimensioni della camera. Viene consigliata una riconvalida annuale o quando viene effettuata una manutenzione importante sulla macchina.

CONTROLLI BATTERIOLOGICI

I batteri in forma vegetativa ed i virus vengono inattivati dalle procedure di sterilizzazione in funzione del log. 10-6 , in base a questo principio si utilizzano preparati batterici innocui per testare l’effettiva capacità sterilizzante del processo. Si utilizzano spore di bacillo StearoThermophilus poste in provette o con strisce di carta bibula che vengono distrutte nel tempo di esposizione o sterilizzazione. Le prove biologiche sono previste dall’ultima edizione della Farmacopea Ufficiale (X ed.) con una frequenza annuale.

CONTROLLI CHIMICI

Il principio di funzionamento si basa sull’uso di inchiostri o cere in grado di reagire se esposte a stimoli quali: calore, vapore e pressione. Si dividono in due tipi:
1. Indicatori di processo
2. Indicatori di sterilizzazione
1. Indicatori di processo (nastri o etichette): consentono di verificare il raggiungimento di una determinata temperatura, ma non consentono di valutarne il tempo di esposizione, ne sono un esempio i nastri indicatori. Il cambiamento di colore deve essere uniforme sulla totale superficie dell’indicatore, in caso contrario potrebbe indicate una insufficiente esposizione ai parametri. Vengono applicati all’esterno dei contenitori per poter distinguere il materiale processato da quello ancora da processare.
2. Indicatori di sterilizzazione: Consentono di valutare le sovraesposizioni e le sottoesposizioni all’agente sterilizzante. Non sostituiscono, ma integrano gli indicatori biologici. Si presentano come strisce metalliche contenenti inchiostri che virano in funzione dei parametri di sterilizzazione (temperatura, tempo, umidità relativa e per l’ETO concentrazione del gas), vengono posizionati all’interno dei contenitori, al centro del materiale, e devono essere valutati al momento di utilizzo del contenitore. Non sono specificatamente richiesti dalle norme.

MANUTENZIONE

È opportuno definire uno schema di manutenzione programmata che comprenda le operazioni che devono essere eseguite e la loro periodicità. Le operazioni devono essere assegnate a personale addetto esperto e qualificato. Ogni modifica dell’impostazione parametrica della macchina deve venire preventivamente autorizzata e deve essere segnalata su un apposito verbale di intervento firmato dall’operatore tecnico che esegue l’intervento e controfirmato dalla persona designata come responsabile. Pare utile la tenuta di un registro della manutenzione sul quale annotare i guasti, gli interventi effettuati e le eventuali modifiche.

DOCUMENTAZIONE DA CONSERVARE NEL FASCICOLO RIGUARDANTE LA STERILIZZAZIONE

  • scheda dell’apparecchiatura (descrizione, codice, fabbricante, data collaudo,etc)
  • specifiche tecniche
  • prove di convalida
  • manuale delle istruzioni per l’utilizzo
  • registro di manutenzione
  • registro dei processi e dei carichi sterilizzati
  • documentazione dei controlli sistematici

PRASSI IGIENICHE IN UN MACELLO

L’applicazione dei principi del sistema HACCP (Hazard Analysis Critical Control Point), come è noto, riguarda tutte le fasi della filiera alimentare: si tratta infatti di un sistema di autocontrollo che ogni operatore attivo a qualsiasi livello nel settore della produzione di alimenti deve mettere in atto al fine di valutare e stimare pericoli e rischi e stabilire misure di controllo per prevenire l’insorgere di problematiche di carattere igienico e sanitario.

Va ricordato che l’introduzione del sistema ha rappresentato una notevole rivoluzione nel modo di concepire e gestire l’igiene nel settore alimentare: prima dell’adozione dell’HACCP i controlli venivano infatti effettuati esclusivamente a valle del processo produttivo, con l’analisi sulla salubrità soltanto sul prodotto finito e pronto per la vendita al consumatore.

Il sistema di autocontrollo HACCP, al contrario, ha lo scopo di valutare in ogni fase della produzione i richi che possono influenzare la sicurezza degli alimenti, predisponendo quindi una serie di misure di natura preventiva. Il sistema di autocontrollo igienico permette, in sintesi, di prevenire in modo mirato eventuali problemi sulle singole fasi di produzione, senza concentrare l’attività di controllo solo sul prodotto finito.

La premessa è necessaria per illustrare in modo più chiaro il motivo del moltiplicarsi in Italia e non solo, negli ultimi anni, di indicazioni pratiche, linee-guida, manuali e iniziative volte a suggerire e indicare best practices in fatto di preparazione degli alimenti.

Tra le più recenti iniziative in questa direzione si colloca senz’altro il Manuale generale per le piccole imprese di macellazione, pubblicazione realizzata lo scorso marzo dal Ce.I.R.S.A. (Centro Interdipartimentale Ricerca e documentazione Sicurezza Alimentare) dell’Asl 8 Piemonte di Carignano (Torino). Il documento, di una settantina di pagine, è consultabile e scaricabile anche online https://www.ceirsa.org/. org/lineeguida_macellazione.pdf)

PER LE PICCOLE IMPRESE DI MACELLAZIONE

Il manuale si rivolge, nello specifico, alle piccole imprese di macellazione (che trattano fino a 20 UGB settimanali, laddove per UGB si intende un capo bovino adulto o equivalente; questa la tabella 1 UGB= 1 capo bovino adulto; o 2 vitelli; 01 solipede; o 5 suini; o 10 ovini o caprini; o 20 agnelli/capretti/suinetti, con peso vivo inferiore ai 15 Kg, ndR), che macellano capi acquistati a livello locale rivenduti presso il proprio spaccio vendita o commercializzati in mezzane o quarti in spacci vendita a livello regionale o nelle Regioni limitrofe.

In tali macelli è prevista, con periodicità stabilita o stagionalmente, la macellazione di equidi, ovicaprini, suini o selvaggina in piccole quantità, sempre nell’ambito delle 20 UGB. Finalità del manuale sono la gestione dei pericoli derivanti da tali attività, e in particolare biologici, chimici e fisici. Per ciascuna fase della lavorazione il manuale analizza le “buone prassi igieniche”; indicando la procedura corretta, la motivazione (rischi), eventuali osservazioni e la relativa documentazione.

IN PRIMO PIANO L’IGIENE DEL PERSONALE, DELLE ATTREZZATURE E DELLE STRUTTURE

Stessa struttura è adottata anche, e questa è la parte di maggior interesse per il nostro settore, nelle schede dei programmi prerequisito relativi a: igiene del personale, pulizia e disinfezione delle attrezzature e delle superfici, controllo degli infestanti, controllo delle acque, manutenzione dei locali e delle attrezzature, formazione del personale. Alle pagine 34 e seguenti, infatti, si apre una lunga parte dedicata ai “programmi prerequisito”, opportunamente suddivisa in: igiene del personale prima, durante e dopo la macellazione e lavorazione; sanificazione e disinfezione delle attrezzature e delle superfici durante e al termine della macellazione; controllo infestanti; controllo acque; manutenzione locali e attrezzature; formazione del personale.

IGIENE DEL PERSONALE PRIMA DELLA MACELLAZIONE

Innanzitutto il personale: gli operatori, infatti, possono rappresentare una fonte di contaminazione per le carni: gli abiti, così come monili, orologi, ecc., possono veicolare agenti contaminanti. Ancora: gli individui che manifestano sintomi gastrointestinali spesso veicolano batteri pericolosi sulle proprie mani. L’operatore deve presentarsi in ordine, con unghie ben tagliate e pulite; essenziale l’utilizzo corretto degli armadietti negli spogliatoi, ove si dovrà mantenere la netta separazione tra abiti da lavoro e civili; l’armadietto, inoltre, non dovrà contenere materiali estranei e dovrà essere tenuto nelle migliori condizioni possibili; gli abiti da lavoro dovranno essere puliti, usa e getta oppure facilmente lavabili.

Prima di iniziare a lavorare, l’operatore dovrà cambiarsi d’abito e togliere effetti come orologi e monili. Importantissimo comunicare al caporeparto o al responsabile di stabilimento se si soffra di sintomi gastrointestinali come vomito o diarrea, e fondamentale è lavarsi correttamente le mani: la pulizia delle mani deve essere svolta insaponando accuratamente la cute, strofinando le mani e gli avambracci vigorosamente, prestando particolare attenzione sotto le unghie e tra le dita.

…DURANTE E DOPO LA LAVORAZIONE

Durante la lavorazione è vietato fumare, mangiare e bere, nonché impiegare panni in stoffa per pulire coltelli o altre attrezzature o asciugarsi le mani. L’impiego di panni o carta sporchi può favorire, come è logico, la veicolazione di batteri pericolosi.

Anche durante la lavorazione è fondamentale il frequente lavaggio delle mani (almeno ad ogni capo, con sapone liquido e acqua calda), e corrette procedure devono essere osservate anche durante le pause e l’accesso ai servizi igienici. In ogni caso, non si possono utilizzare abiti da lavoro al di fuori delle aree di macellazione e/o lavorazione.

Ogni volta che l’operatore si allontana dalla catena per mangiare, bere e fumare, infatti, può venire in contatto con sporcizia e batteri che potrebbe successivamente veicolare alla carne. Lo stesso spostamento dell’operatore da una zona all’altra (sia dalla zona lavoro alla zona pausa, sia da un punto all’altro della catena) può costituire motivo di pericolo.

Il manuale sottolinea come l’igiene, l’educazione del personale ed il controllo della contaminazione crociata dovuta al personale siano tra i fattori più importanti nel condizionare la salubrità delle produzioni.

Al termine delle fasi di lavorazione, il personale dovrà riporre gli abiti lavabili in luoghi idonei dentro apposito contenitore per procedere successivamente alla loro sanificazione e disinfezione; gli indumenti monouso vanno gettati negli appositi contenitori per il corretto smaltimento.

Anche qui i rischi ci sono: l’errata sanificazione degli abiti da lavoro costituisce una fonte di contaminazione dovuta alla proliferazione dei batteri.

PULIZIA E DISINFEZIONE DELLE ATTREZZATURE…

Altrettanto puntuali sono le indicazioni procedurali per la sanificazione di attrezzature e superfici. Se occorre procedere al lavaggio del pavimento durante le attività di macellazione, è necessario, ad esempio, prestare molta attenzione ad eventuali schizzi e aerosol che si possono produrre, nonché alla dispersione di materiale organico. Perciò non devono essere utilizzate lance ad alta pressione.

Regolari devono essere pulizia e disinfezione dei coltelli, da effettuare almeno ad ogni carcassa e ogniqualvolta siano entrati in contatto con materiale potenzialmente inquinante. I coltelli devono essere puliti accuratamente prima di essere immessi nello sterilizzatore, e in nessun caso devono essere lasciati su pedane o altre superfici.

Precisazioni importanti sono date anche sulla procedura di sterilizzazione delle attrezzature (livello dell’acqua, temperatura da mantenere, taratura, ricambio d’acqua ecc.).

… E DELLE SUPERFICI

Per ciò che riguarda la pulizia dei pavimenti, è preferibile usare l’apposito tiraacqua; l’uso di docce dovrà essere il più possibile contenuto, ed effettuato in ogni caso nei momenti in cui nelle vicinanze non sono presenti carcasse.

La pulizia di pavimenti e pareti mediante lance ad alta pressione o docce può infatti provocare schizzi da parte dell’acqua di lavaggio; perciò non devono essere presenti nelle vicinanze carcasse che potrebbero imbrattarsi.

Una sanificazione efficace risulta essenziale per eliminare batteri pericolosi ed impedirne la diffusione; i coltelli sporchi risultano fonte di contaminazione crociata tra le carcasse, ed è perciò che la loro frequente sanificazione acquista ancora maggiore importanza. Inoltre i residui presenti sui coltelli possono inquinare l’acqua dello sterilizzatore causando contaminazioni.

Fondamentale la temperatura dell’acqua, per garantire la corretta disinfezione dei coltelli.

AL TERMINE DELTA MACELLAZIONE: SUPERFICI E ATTREZZATURE IMPIEGATE

Alla fine delle operazioni lo stabilimento e le attrezzature dovranno essere sottoposti a pulizia, lavaggio e disinfezione. E’ questa una delle fasi più articolate e al contempo delicate dell’intero programma di mantenimento dell’igiene, e pertanto il manuale ha individuato precise modalità di lavoro: allontanamento dello sporco visibile.

L’operazione è essenziale per permettere al formulato detergente di agire in modo adeguato; apertura e smontaggio delle parti mobili delle attrezzature; lavaggio con acqua a 40-50°C; irrorazione con detergente approvato, con tempo di azione medio di 5 minuti; risciacquo; irrorazione con disinfettante approvato (tempo azione medio: 10 minuti); risciacquo; rimontaggio eventuale delle parti mobili delle attrezzature; si sa che le attrezzature composte da più parti possono nascondere sporcizia, e perciò è necessario aprirle e smontarle regolarmente.

Consigliabile, per la pulizia, l’impiego di strumentazione a pressione sia nella rimozione dei residui, sia nell’aspersione dei formulati. La pulizia e disinfezione del pavimento, delle porte, delle pareti, delle maniglie e dei comandi dei deviatori delle rotaie deve essere operata settimanalmente, e comunque ogniqualvolta le celle vengono svuotate.

Con cadenza almeno semestrale si procederà alla disinfezione delle rotaie, scambi e sistemi di aerazione. Anche i contenitori per i sottoprodotti devono essere sottoposti a sanificazioni periodiche. In caso di non conformità rilevate in autocontrollo, o a seguito di controlli ufficiali, bisogna procedere a pulizia e sanificazione straordinaria, ed eventualmente rivedere le procedure correnti.

E’ chiaro che un’efficace sanificazione risulta essenziale per eliminare batteri pericolosi e per impedirne la proliferazione e la diffusione.

MATERIALI E PRODOTTI PER PULIZIE AD HOC: NON CERTO UN OPTIANAL!

Occorre osservare che, per permettere che le operazioni di pulizia vengano svolte correttamente, bisogna assicurarsi di avere sempre a disposizione una buona fornitura di agenti chimici, oltre ad adeguati materiali e attrezzature per le pulizie. Nel manuale di autocontrollo dovrà essere inserita la scheda tossicologica dei prodotti impiegati per la sanificazione.

CONTROLLO INFESTANTI: UN DOVERE IRRINUNCIABILE

Anche il controllo degli infestanti riveste un ruolo essenziale: i principali infestanti che interessano le imprese di macellazione sono i roditori, insetti come mosche, scarafaggi e formiche e gli uccelli. Animali come gatti e cani sono ritenuti indesiderati in quanto potenziali portatori di agenti infestanti.

Scopo primario del controllo degli infestanti è evitare che, attraverso il contatto con le carni, essi veicolino germi pericolosi. Due, essenzialmente, sono le modalità di controllo degli infestanti: attraverso la predisposizione di barriere per evitare il loro ingresso nei locali di lavorazione (misure preventive) e con l’eliminazione degli agenti infestanti già penetrati attraverso il ricorso ai mezzi più appropriati (chimici, fisici, meccanici, ecc.).

Alcuni interventi riguardano essenzialmente modifiche strutturali degli edifici (ad esempio l’assenza di fessure nei raccordi tra porte e pavimenti/pareti, l’isolamento e ostruzione dei condotti di alloggiamento di utenze elettriche e/o telefoniche, l’installazione di zanzariere), altri prevedono un programma d’azione mirato (corretta gestione dei rifiuti e sottoprodotti di lavorazione, manutenzione aree interne ed esterne al fine di renderle inadatte alla presenza di infestanti, compreso il taglio periodico della vegetazione spontanea e l’allontanamento di ogni materiale di scarto dall’arca perimetrale). Vi sono poi procedure di monitoraggio specifiche.

In ogni caso il posizionamento dei dispositivi impiegati va indicato in planimetria.

QUALIFICAZIONE DEGLI ADDETTI ALLA DISINFESTAZIONE

Un paragrafo a parte è dedicato alla necessità di formazione e professionalizzazione degli addetti: qualora gli interventi vengano eseguiti da personale della stessa azienda è necessario che gli addetti a tali operazioni siano adeguatamente qualificati e istruiti sulle caratteristiche dei formulati chimici impiegati.

In linea di massima occorre fare molta attenzione all’impiego (peraltro sconsigliato dal manuale) di presidi chimici per la disinfestazione all’interno dei locali di lavorazione e deposito alimenti, riservandone l’uso alle parti esterne ed in prossimità degli ingressi.

Importante quanto una corretta disinfestazione è, in effetti, la consapevole gestione delle sostanze chimiche eventualmente impiegate. Nel manuale di autocontrollo andranno comunque inserite le schede tossicologiche dei prodotti e presidi in utilizzo.

MANUTENZIONE STRUTTURE E CONTROLLO ACQUE

Attenzione anche al controllo delle acque e alla manutenzione dei locali e delle attrezzature. Riguardo a quest’ultima, occorre tenere presente la necessità di riparare i danni alle strutture il più presto possibile, controllare regolarmente il funzionamento delle attrezzature e degli impianti di ventilazione e i filtri ed assicurarsi che funzionino correttamente e siano liberi da grasso e sporcizia.

Un’efficace mantenimento è essenziale per consentire il funzionamento delle attrezzature ed agevolare la corretta – sanificazione, prevenendo in tal modo le infestazioni da parassiti. Quanto al controllo acque, viene precisato che l’acqua impiegata all’interno degli stabilimenti di macellazione può essere presa da acquedotti pubblici o x da pozzi privati; essa però deve essere potabile e non deve in alcun modo favorire la contaminazione degli alimenti.

IL PERSONALE DEVE ESSERE, INFORMATO E FORMATO. ANCHE IN MATERIA DI IGIENE

Ultime (pag. 42) ma non certo di secondaria importanza sono le indicazioni riguardanti la formazione del personale.

Principio generale è che il personale deve essere in possesso di un’adeguata preparazione sui principi igienici generali e sui pericoli derivanti da una scarsa igiene personale o da comportamenti scorretti. A tale proposito, è obbligo del responsabile di stabilimento predisporre e mettere in atto, in collaborazione con il veterinario ufficiale, un programma di formazione tecnico-sanitaria del personale, da articolarsi a diversi livelli.

Nel programma dovrebbero essere affrontati argomenti come l’igiene del personale e delle attrezzature e i principi di comportamento igienicamente corretto (con riferimento alle azioni correttive in caso di inconvenienti). E’ necessario inoltre stabilire una periodicità per l’aggiornamento. E’ consigliabile anche predisporre e distribuire opuscoli in materia di igiene e sicurezza, soprattutto ove non ci sia la possibilità di organizzare incontri periodici a cadenza regolare su queste importanti tematiche.

REGOLAMENTO COMUNALE SUI RIFIUTI URBANI

Il nuovo Regolamento Comunale sulla gestione dei rifiuti urbani (Del. 105 in vigore dal Maggio 2005) è un insieme di norme utili a salvaguardare il decoro di Roma e a garantire una corretta gestione dei rifiuti.

Quei comportamenti già sperimentati quotidianamente da centinaia di migliaia di famiglie romane diventano ora un insieme di regole che stabiliscono un impegno di civiltà per tutti i cittadini.

Tra le maggiori novità del Regolamento Comunale per la gestione dei rifiuti, vi è l’obbligo per tutti i cittadini di effettuare correttamente la raccolta differenziata, separando in casa i materiali riciclabili (carta, plastica, vetro, metalli, ecc.) e depositandoli negli appositi cassonetti.

Inoltre, per garantire il decoro della città è vietato lasciare i rifiuti fuori dai contenitori e per assicurarne la funzionalità è vietato imbrattare o danneggiare i cassonetti.

Di seguito sono elencate le norme principali contenute nel regolamento.

LE NORME PRINCIPALI

Raccolta differenziata

Tutti i materiali riciclabili devono essere raccolti in modo differenziato e depositati negli appositi contenitori. Solo se il contenitore per la raccolta differenziata più vicino è a oltre 500 metri dall’ingresso della propria abitazione o proprietà, si potrà usare il cassonetto verde.

Sanzioni: dai 50 ai 300 euro per chi non svolge correttamente la raccolta differenziata.

Mai fuori dal contenitore

È vietato abbandonare qualsiasi rifiuto fuori dai contenitori. Se il cassonetto dovesse essere pieno si dovrà utilizzare quello vuoto dello stesso colore più vicino. Per risparmiare spazio e garantire igiene e sicurezza, inoltre, è necessario ridurre di volume i rifiuti prima di introdurli nel sacchetto e chiudere bene la busta. I rifiuti indifferenziati vanno gettati preferibilmente in orario serale.

Sanzioni: dai 25 ai 619 euro a seconda del tipo di materiale abbandonato fuori dai cassonetti.

Pulizia delle strade

Per mantenere pulita la città è necessario utilizzare correttamente i cestini porta rifiuti, evitando di danneggiarli o di introdurvi rifiuti voluminosi.

Durante la pulizia meccanizzata delle strade i cittadini dovranno rispettare il divieto di sosta nei giorni prestabiliti per permettere di pulire il bordo della strada.

Posizionamento dei cassonetti

I luoghi in cui sono posizionati i cassonetti sono stati scelti da AMA in accordo con i Municipi, secondo uno specifico piano che prevede modifiche solo sulla base di motivazioni adeguate.

Nei prossimi mesi è prevista la sostituzio ne di migliaia di cassonetti.

É comunque vietato spostare il contenitore per parcheggiare o per qualsiasi altro motivo.

Sanzioni: dai 50 ai 300 euro per chi sposta i cassonetti.

Cassonetti accessibili

Raccogliere i rifiuti è più semplice se i contenitori sono accessibili ai cittadini e ai mezzi AMA. Per questo è vietato parcheggiare davanti o a ridosso dei cassonetti. Bloccare gli sportelli con cassette o altri oggetti danneggia il cassonetto ed è una delle prime cause di malfunzionamento. L’affissione di adesivi e manifesti, così come qualsiasi tipo di scritta o danno all’estetica del contenitore non sono permessi.

Sanzioni: dai 50 ai 300 curo per chi intralcia, danneggia o imbratta i cassonetti.

Rifiuti ingombranti e calcinacci

L’abbandono dei rifiuti ingombranti e dei calcinacci vicino ai cassonetti o in altre zone della città è vietato ed è il primo passo per la nascita delle discariche abusive.

Sanzioni: dai 103 a 619 euro per chi abbandona rifiuti ingombranti o calcinacci.

Discariche abusive

I rifiuti abbandonati devono essere rimossi dal proprietario o dal concessionario dell’area in cui si trovano. Per le aree di uso pubblico, come strade, aree verdi, ecc, la rimozione è a carico di chi si occupa della loro manutenzione (Comune o altri soggetti pubblici e privati). Se i responsabili dell’area non dovessero provvedere alla rimozione dei rifiuti, l’Amministrazione Comunale potrà intervenire e si rivarrà sui responsabili per i costi di bonifica.

Deiezioni canine

Le deiezioni canine danneggiano fortemente il decoro urbano e la pulizia delle strade. I proprietari dei cani devono sempre avere con sé appositi sacchetti adatti a raccogliere gli escrementi.

Sanzioni. dai 50 ai 300 euro per chi conduce il cane senza sacchetti o lascia la strada sporca.

CASSONETTI BIANCHI PER CARTA, CARTONCINO E CARTONE

Gli 11 mila cassonetti e campane bianche sono destinati alla raccolta differenziata dei materiali cartacei. La carta e il cartone raccolti da AMA saranno poi consegnati alle cartiere che aderiscono al consorzio COMIECO che garantisce il riciclo e la produzione di nuova carta, cartone e cartoncino.

COSA INSERIRE

  • Imballaggi in carta, cartone e cartoncino di varie dimensioni
  • Scatole, scatoloni, ecc.
  • Giornali, riviste, quaderni, ecc.
  • Depliant, volantini, ecc.
  • Cartoni per bevande

COSA NON INSERIRE

  • Rifiuti non cartacei
  • Carta o cartone sporchi di cibo o di altre sostanze
  • Carta oleata e plastificata
  • Piatti e bicchieri plastificati
  • Buste o sacchetti di plastica

COME INSERIRE LA CARTA NEI CASSONETTI BIANCHI

  • Piegare e spezzare i cartoni
  • Inserire la carta senza eventuali sacchetti di plastica
  • Non lasciare la carta fuori dal cassonetto: se è pieno cercarne uno vuoto nelle vicinanze

CASSONETTI BLU PER VETRO, PLASTICA E METALLI

Nei circa 11 mila cassonetti e campane blu della raccolta multimateriale possono essere inseriti i contenitori in vetro, plastica e piccoli imballaggi in metallo (alluminio e banda stagnata). Dopo la raccolta, AMA si occupa della separazione delle singole tipologie di materiali e della consegna agli impianti di riciclo.

COSA INSERIRE

  • Bottiglie, vasetti e barattoli di vetro
  • Bottiglie, flaconi e vasetti di plastica
  • Lattine per bevande
  • Vaschette e fogli in alluminio
  • Scatolame di metallo per alimenti
  • Tappi a vite e a corona di metallo
  • Bombolette spray
  • Gusci e barre di polistirolo

COSA NON INSERIRE

  • Ceramica e porcellana
  • Lampadine e lampade al neon
  • Piatti bicchieri e posate di plastica
  • Contenitori per solventi e vernici etichettati T e/o F
  • Oggetti in plastica, metallo o vetro, diversi dai contenitori (giocattoli, apparecchiature elettriche, lastre di vetro, ecc).

COME INSERIRE I MATERIALI NEI CASSONETTI BLU

  • Vuotare del tutto le bottiglie
  • Sciacquare i flaconi e i contenitori per eliminare i residui di cibo
  • Ridurre il volume dei rifiuti
  • Non lasciare i materiali fuori dal cassonetto se è pieno cercarne uno vuoto nelle vicinanze

CASSONETTI VERDI PER I RIFIUTI NON RICICLABILI

Negli oltre 44 mila cassonetti verdi presenti a Roma devono essere depositati solo i rifiuti che non possono essere riciclati. AMA si occuperà poi della raccolta quotidiana e del corretto smaltimento dei rifiuti raccolti. I sacchetti non vanno mai lasciati fuori dal contenitore.

COSA NON INSERIRE

  • Materiali destinati alla raccolta differenziata (vetro, plastica, carta, ecc.)
  • Materiali impropri o pericolosi (ceneri, carboni accesi, ecc.)
  • Sostanze liquide
  • Calcinacci o pneumatici
  • Rifiuti ingombranti
  • Contenitori di sostanze tossiche

COME INSERIRE I MATERIALI NEI CASSONETTI VERDI

  • Ridurre il volume dei rifiuti
  • Raccogliere i rifiuti in un sacchetto ben chiuso
  • Depositare i sacchetti preferibilmente nelle ore serali
  • Non lasciare i sacchetti fuori dal cassonetto: se è pieno cercarne uno vuoto nelle vicinanze

LE ALTRE RACCOLTE DIFFERENZIATE

Pile scariche

Depositare le pile scariche negli appositi contenitori presenti presso le sedi dei Municipi, le scuole elementari e medie, le sedi di zona AMA e numerosi negozi di articoli elettronici.

Farmaci scaduti

Depositare i farmaci scaduti negli appositi contenitori presenti presso le farmacie, le ASL e le sedi di zona AMA. Non bisogna depositare farmaci citotossici o citostatici.

Indumenti usati e accessori di abbigliamento

Depositare gli indumenti e gli accessori negli appositi contenitori stradali presenti in tutti i Municipi.

Consumabili da stampa

Cartucce di toner, nastri di stampanti, unità tamburo per fotocopiatrici, ecc. devono essere consegnati presso le Isole Ecologiche, i Centri di Raccolta o le sedi Ama.

Batterie al piombo

Le batterie al piombo per l’avviamento di auto, moto e camion devono essere smaltite dall’officina che effettua la sostituzione. In caso di riparazioni fai-da-te, devono essere consegnate presso le Isole Ecologiche, i Centri di Raccolta o le sedi Ama.

Neon e termometri

I termometri rotti contenenti mercurio e le lampade al neon devono essere consegnati presso le Isole Ecologiche o i Centri di Raccolta.

PARTICOLARI MODALITÀ DI RACCOLTA DEI RIFIUTI

Raccolta porta a porta

La particolare struttura urbanistica e architettonica della città di Roma impedisce di posizionare i normali cassonetti in alcune zone. Per questo AMA ha sviluppato uno specifico servizio di raccolta “porta a porta” dei rifiuti. La raccolta “porta a porta” è attualmente attiva nel Centro Storico, a Trastevere e nelle zone di Piazza Indipendenza e del Viminale.

In tali zone i cittadini debbono lasciare i rifiuti all’interno del condominio nei modi e secondo gli orari comunicati da AMA.

Compostaggio domestico

I rifiuti organici possono essere riciclati direttamente in giardino e permettono di produrre compost, un concime naturale adatto a vasi, orti e prati. AMA consegna gratuitamente la compostiera a chi effettua il compostaggio domestico e applica una riduzione del 30% sulla parte variabile della Tariffa Rifiuti.

Per avere diritto alla riduzione occorre avere un giardino di almeno 25 metri quadri per ogni componente il nucleo familiare. Le nuove richieste possono essere inviate ad AMA dal 1° ottobre al 30 novembre di ogni anno.

Rifiuti ingombranti

I rifiuti ingombranti (mobili vecchi, materassi, elettrodomestici, apparati elettronici, ecc.) non possono essere abbandonati accanto ai cassonetti o in altri luoghi della città. Per questo AMA ha messo a disposizione dei cittadini vari modi per liberarsi in tutta comodità dei rifiuti ingombranti:

  • Consegnarli gratuitamente presso un’Isola Ecologica o un Centro di Raccolta AMA (per maggiori dettagli vedere le pagine successive)
  • Consegnarli gratuitamente durante le “Domeniche di raccolta straordinaria dei rifiuti ingombranti” che AMA e il TGR Lazio organizzano nel corso dell’anno. (Per maggiori informazioni è possibile chiamare il Numero Verde AMA 800.867035 o consultare il sito internet www.amaroma.it)
  • Richiedere il servizio di ritiro a domicilio a pagamento dei rifiuti ingombranti “Riciclacasa”. Il servizio viene svolto per appuntamento dal lunedì al sabato (eccetto festività) dalle ore 9.00 alle 18.00. I prezzi dipendono dalla quantità di rifiuti da smaltire e dal tipo di ritiro: al piano d’abitazione o al livello stradale.

ISOLE ECOLOGICHE E CENTRI DI RACCOLTA

Le Isole Ecologiche e i Centri di Raccolta sono strutture AMA rivolte ai cittadini che debbono liberarsi di alcune particolari tipologie di rifiuti, come:

  • Ingombranti
  • Elettrodomestici per il freddo
  • Apparati elettronici
  • Inerti e calcinacci (piccole quantità)
  • Metalli
  • Legno
  • Carta e cartone
  • Consumabili da stampa
  • Batterie al piombo
  • Lampade al neon e termometri
  • Pile esauste E
  • Farmaci scaduti
  • Sfalci e potature

Inoltre è da poco attivo il nuovo servizio di raccolta differenziata dei contenitori vuoti di sostanze pericolose quali, per esempio, solventi e vernici.

L’ingresso alle Isole Ecologiche e ai Centri di Raccolta è consentito ai soli privati alla guida di veicoli di peso complessivo inferiore ai 35 quintali e non per conto terzi.

DEIEZIONI CANINE

Ogni giorno a Roma circolano più di 200.000 cani. Il “migliore amico dell’uomo”, oltre a essere fonte di infinite gioie, può anche causare non pochi disagi alla nostra città. I suoi escrementi, infatti, se depositati in luoghi non idonei provocano, non solo degrado, ma il rischio di inconvenienti più seri, anche sanitari. E chi ne fa le spese sono i cittadini, principalmente le fasce più deboli, bambini, anziani, non vedenti.

Per questo il regolamento sui rifiuti prevede delle norme semplici che permetteranno di mantenere pulite le strade della città.

E’ vietato lasciare che il proprio cane sporchi il suolo pubblico o le aree di uso pubblico.

È obbligatorio:

  • Portare con sé sacchetti o buste di plastica impermeabili e richiudibili adatte a raccogliere gli escrementi del proprio cane
  • Raccogliere immediatamente gli escrementi con il sacchetto
  • Depositare il sacchetto in un cassonetto verde o in un cestino gettacarte.

ZANZARA TIGRE

La zanzara tigre (il cui nome scientifico è Aedes albopictus) punge di giorno e, sebbene non trasmetta alcuna malattia, le sue punture sono particolarmente fastidiose. Per svilupparsi le larve hanno bisogno di contenitori pieni d’acqua.

Parallelamente agli interventi di disinfestazione pianificati dall’Amministrazione Comunale, i cittadini possono fare molto per evitare il diffondersi della zanzara tigre, seguendo questi semplici consigli:

  • Evitare la formazione di piccole raccolte d’acqua, rimuovendo contenitori tipo barattoli, annaffiatoi e soprattutto sottovasi, che permettono lo sviluppo delle larve di zanzara
  • Coprire con teli di plastica, avendo cura di non creare avvallamenti, o con zanzariere, contenitori non rimuovibili come vasche, bidoni, fusti d’irrigazione
  • Dove non è possibile eliminare i contenitori, si possono utilizzare speciali insetticidi
  • Tenere ben rasata l’erba dei giardini privati e condominiali ed eliminare le sterpaglie
  • Immettere pesci rossi (Carassius auratus), che si nutrono delle larve di zanzara, nelle vasche dei giardini privati
  • Diffondere questi consigli tra i vicini e i conoscenti.

SANITA’ E AMBIENTE

L’ospedale è una struttura complessa, in cui vengono svolte attività di genere molto diverso, che spaziano dalle applicazioni tecnologiche ad attività educative, da attività amministrative ad altre che si orientano in campi che richiedono una gestione integrata sempre più articolata.

Qual è allora l’impatto che una struttura sanitaria ha sull’ambiente? È possibile effettuare scelte che, a parità di efficacia ed efficienza, portino un ridotto impatto ambientale?

La struttura ospedaliera già nel suo utilizzo primario delle risorse naturali ed energetiche svolge un ruolo importante nel contesto ambientale in cui opera, inoltre, anche prima di considerare “ciò che produce”, cioè che immette nell’ambiente, ha approvvigionati materiali potenzialmente pericolosi, che in caso di dispersione accidentale possono provocare un potenziale inquinamento.

Nella sua attività, poi, l’ospedale immette anche emissioni in atmosfera, con conseguente eventuale inquinamento dell’aria, mentre i reflui, gli scarichi idrici sono potenziali inquinanti delle acque, e percolamenti o dilavamento nell’area di stoccaggio rifiuti possono portare a una contaminazione del suolo.

Problema primario, quello dei rifiuti, perché quelli solidi (sanitari pericolosi e assimilati agli urbani, e quelli che richiedono una raccolta differenziata), oltre a portare a significativo aumento di volume delle discariche possono diffondere odori molesti, emettere in atmosfera fumi conseguenti alla termodistruzione presso impianti di smaltimento. I rifiuti liquidi (reflui di radiologia, di laboratorio) possono portare a una potenziale contaminazione del suolo così come a potenziali contaminazioni, possono portare i rifiuti radioattivi

LA POLITICA AMBIENTALE

Questo microcosmo che è la struttura sanitaria ha quindi un impatto ambientale non trascurabile: e se la sensibilità in tema di politica ambientale ha coinvolto da tempo i paesi più responsabili, in Italia, a differenza di altri paesi europei, per la forte pressione istituzionale per il contenimento del budget sanitario, molti operatori hanno preferito posporre l’innovazione ambientale, non comprendendone appieno le implicazioni economiche.

Così l’impegno nei confronti della politica ambientale è stato piuttosto scarso, o meglio è venuto sempre dopo altri investimenti considerati prioritari, non valutando il fatto di come una corretta politica ambientale potesse essere significativa in termini di economia, sia di risorse, sia gestionale.

Nel corso degli anni, però, in generale la sensibilità ambientale è cresciuta, e nei vari stati europei sono maturate diverse esperienze. L’Unione Europea aveva approvato nel 1993 il primo Regolamento Emas (Environmental Management and Auditing System), con l’obiettivo di promuovere l’adozione di principi di protezione ambientale all’interno dei sistemi di gestione aziendale dell’industria europea, che prevede che le aziende rendano palese, con una dichiarazione pubblica, la natura e l’estensione dell’impatto che la propria attività esercita sull’ambiente, e che le organizzazioni dei lavoratori all’interno dell’azienda siano coinvolte.

La norma Emas nasce come Regolamento (e non come Direttiva di Armonizzazione), quindi è diventata operativa senza dovere aspettare il recepimento della legislazione nazionale, e dopo un periodo transitorio di 5 anni, è divenuta applicabile nei servizi pubblici, e dunque anche nella sanità.

È stato negli anni intorno al 1995 che in Europa sono iniziati i primi esperimenti di applicazione dell’Emas negli ospedali: in Germania, per esempio, è stata costituita un’associazione delle istituzioni sanitarie che avevano deciso di adottare lo schema, con lo scopo fornire assistenza e coordinamento, mentre in Austria le strutture sanitarie della Stiria avevano assunto un ruolo pilota.

In Olanda l’ospedale Universitario di Utrecht sperimentò Emas ma si certificò poi con uno schema alternativo (Efqm), mentre poi nel 2001 si certificò con il secondo regolamento Emas.

Diversa la situazione in Italia dove, malgrado buona esperienza di schemi di tipo generale (come per norme tipo Iso 9000), Emas (o anche Iso 14001) non sono ancora state considerate uno strumento di gestione.

L’IMPORTANZA DELL’ESPERIENZA

Nel corso degli anni il percorso effettuato dalle varie strutture sanitarie nei diversi paesi ha portato a una somma di conoscenze tecniche e gestionali, un patrimonio che diventava importante condividere, per procedere a una sempre maggiore integrazione e a una migliore gestione delle politiche ambientali.

Occasione significativa di incontro e di conoscenza è stata la partecipazione a Cleanmed Europe di oltre 300 operatori appartenenti a strutture ospedaliere, a società e organizzazioni diverse provenienti da 28 paesi, in prevalenza dall’Europa occidentale ma anche dagli USA, Cina, Hong Kong, oltre a molti paesi dell’Europa dell’Est, in rappresentanza di molte istituzioni, (come I’International Council of Nurses, la World Health Organisation, il network Health Promoting Hiospitals, la European Environmental Agency e l’Unido), che si sono riuniti nell’ottobre dell’anno scorso aVienna per fare il punto delle politiche ambientali, in differenti settori, quasi dieci anni dopo dall’approvazione del primo regolamento Emas (1836/93), che ha introdotto il tema dell’integrazione di elementi di tutela ambientale all’interno dei sistemi di qualità.

Si è trattato della prima conferenza indipendente in Europa per definire le politiche di rispetto ambientale e per diffondere le esperienze già acquisite; Cleanmed 2004 ha puntato l’attenzione sui principali temi sviluppati negli ultimi anni dalla ricerca applicata negli ospedali europei, integrando elementi di conoscenza e aree di innovazione già avviate negli USA (come i consorzi d’acquisto per gli ospedali; green building: architettura ambientalmente qualificata eccetera) utilizzando i risultati dei precedenti convegni Cleanmed United States.

L’esperienza dimostra come oggi sia più semplice valutare l’impatto organizzativo ed economico dell’introduzione di misure di protezione ambientale, vi sono i primi elementi di giudizio, che forniscono interessanti indicazioni sul modo di procedere in questo campo.

I settori in cui l’Europa ha dato il suo principale contributo interessano la riduzione dei rifiuti (waste minimization), l’integrazione delle politiche di tutela ambientale: nei sistemi di gestione aziendale (indicato come obiettivo del Regolamento Emas), la conservazione delle risorse naturali, in particolare acqua ed energia, e le politiche di acquisto.

LA TEORIA CALATA NELLA PRATICA

Tra le esperienze austriache è significativa la campagna interna organizzata dal Gottfried von Pryer Children Hospital per sensibilizzare e formare i dipendenti: un team apposito ha redatto un manuale organizzativo che definisce le responsabilità funzionali in materia ambientale. I progetti di miglioramenti riguardavano:

  • le procedure di gestione della biancheria e lavanderia interna;
  • la diminuzione dei materiali monouso;
  • l’addestramento del personale per una corretta separazione dei rifiuti;
  • la diminuzione dei rifiuti e della raccolta differenziata per i rifiuti organici;
  • la diminuzione di rifiuti tossici;
  • la razionalizzazione dell’uso dei detergenti per le pulizie;
  • la messa al bando di alcuni agenti a elevata tossicità;
  • l’attuazione di una campagna educativa “Economia nelle scuole”;
  • l’installazione di dispositivi per limitare l’utilizzo di acqua e illuminazione, e di contatori locali per monitorare i consumi per aree di utenza.

Il progetto è divenuto poi procedura aziendale. In questo caso è stato importante sottolineare il peso del supporto da parte dell’alta direzione (approccio top down). II costo di preparazione, istruttoria, consulenza esterna e formazione è stato ammortizzato in un anno e mezzo di gestione, realizzando risparmi per circa 60 mila euro all’anno.

Altri casi hanno segnalato come significativa la diminuzione dei rifiuti (- 30%), con un risparmio di circa il 25% sul totale dei costi di smaltimento, ottenuto con interventi che hanno portato a ridurre le quote di rifiuti avviate alla smaltimento (40%), con conseguente riduzione dei costi e dell’impatto ambientale.

Anche se limitata, per estensione e per durata, l’esperienza italiana mostra tuttavia dei dati significativi.

Nel 1996 un Ospedale di Bologna aderisce a un progetto europeo con altri 4 ospedali in rappresentanza di Austria, Germania, Olanda e Belgio, sotto il coordinamento dell’Istituto di Medicina Ambientale dell’Università di Friburgo. Il progetto italiano mostra come l’introduzione di un sistema ambientale sia in grado di produrre risparmi di costo che incidono sul conto economico complessivo dall’ 1,5 al 2,5%.

Il punto critico dell’impatto ambientale dell’ospedale è la quantità dei rifiuti che si formano nei servizi collaterali all’attività clinica (manutenzione edilizia, cucine, farmacia eccetera), che potrebbero essere diminuiti seguendo diverse politiche d’acquisto e un corretto iter riciclo-recupero.

Nel primo anno di progetto organizza sei giornate di informazione ambientale: la risposta del personale va al di là delle previsioni e sorprende lo stesso gruppo di progetto, che nella relazione finale argomenta come lo schema Emas risulti applicabile anche con meccanismi volontaristici (bottom up).

L’esperienza italiana mostra un altro carattere significativo, perché si è visto che il sistema ambientale sviluppato sperimentalmente, se non avviene un costante follow up operativo e senza sanzioni della direzione, viene abbandonato nel giro di pochi mesi dal termine del progetto.

In un altro caso è risultata significativa anche la valutazione del problema del monouso e della riutilizzazione dei presidi medico-chirurgici, scelte che influenzano fortemente il volume dei rifiuti infetti.

La considerazione finale che emerge dalle varie esperienze portate a Cleanmead 2004 è che attuare procedure compatibili con l’ambiente (utilizzando risorse già presenti negli ospedali) si traduce in un significativo risparmio dei costi di gestione: quindi è l’approccio “sistemico”, che integra fattori clinici, gestionali e ambientali, a risultare vincente.

La strada è tracciata, il prossimo appuntamento sarà per il 19 e il 20 aprile negli Usa, a Seattle, dove si svolgerà Cleanmed 2006.

SCIVOLAMENTI E CADUTE

Il maggior numero di infortuni in tutti i settori, dall’industria pesante al lavoro d’ufficio, è dovuto agli scivolamenti e cadute nei luoghi di lavoro. Nella UE sono questi i motivi principali delle assenze dal lavoro superiori ai tre giorni.

I rischi di infortuni sono più elevati per i lavoratori delle piccole e medie imprese (PMI), e in particolare delle imprese con meno di 50 dipendenti. L’adozione di semplici misure di controllo può ridurre il rischio di infortuni da scivolamenti e cadute.

RESPONSABILITA’ DEI DATORI DI LAVORO

Le condizioni previste dalle direttive europee pertinenti (quali quelle sui luoghi di lavoro, sulla segnaletica di sicurezza, sui dispositivi di protezione individuale e la direttiva quadro di sicurezza), comprendono i seguenti elementi:

  • la garanzia che, per quanto è possibile, i luoghi di lavoro ricevano sufficiente luce naturale e siano dotati di un’illuminazione artificiale adeguata per proteggere la sicurezza e la salute dei lavoratori;
  • la garanzia che i pavimenti dei luoghi di lavoro non presentino dossi, buche o pendenze pericolose, e che siano fissi, stabili e non scivolosi;
  • la presenza di segnali di sicurezza e/o salute dove non è possibile evitare o ridurre adeguatamente i pericoli mediante l’adozione di misure di prevenzione;
  • la disponibilità di dispositivi di protezione individuale (ad esempio calzature di protezione) adeguati ai rischi esistenti. Detti strumenti devono essere comodi e in buone condizioni, e non devono aumentare eventuali rischi di altro tipo;
  • l’attuazione di un quadro generale per la gestione della salute e della sicurezza che comprenda: valutazione e prevenzione dei rischi, adozione prioritaria di provvedimenti collettivi per l’eliminazione dei rischi, informazione e formazione, consultazione dei lavoratori, coordinamento sulla sicurezza con i contraenti.

Le condizioni minime previste dalle direttive sono state recepite nella legislazione nazionale che, a sua volta, può prevedere condizioni supplementari. Consultare i lavoratori è necessario. L’utilizzo delle loro informazioni, infatti, contribuisce a garantire la corretta individuazione dei rischi e l’adozione di soluzioni realizzabili. Mantenere un ambiente di lavoro sano e sicuro non è solo responsabilità di coloro che gestiscono l’impresa.

Anche i lavoratori hanno il compito di collaborare e di occuparsi della propria sicurezza e di quella degli altri, seguendo le istruzioni impartite durante la formazione. Tutti devono essere incoraggiati a contribuire al miglioramento della salute e della sicurezza.

LA PREVENZIONE DEGLI INFORTUNI E LA GESTIONE DEI RISCHI

Un buon sistema di gestione della salute e della sicurezza previene gli infortuni:

  • individuando i settori più a rischio;
  • prendendo delle decisioni e mettendole in pratica;
  • controllando che le azioni intraprese siano state efficaci. Un processo standard di questo tipo comporta una serie di fasi che cerchiamo di vedere più da vicino.

INDIVIDUAZIONE DEI PROBLEMI E PIANIFICAZIONE

Si devono individuare le principali aree in cui sussiste il rischio di scivolamenti e cadute, ad esempio, pavimenti irregolari, scale con scarsa illuminazione, e si devono fissare degli obiettivi di miglioramento. Occorre selezionare gli strumenti e adottare le buone pratiche adeguate per poter prevenire o contenere questi rischi.

ORGANIZZAZIONE E CONTROLLO

È necessaria una chiara definizione delle responsabilità per garantire la sicurezza e la salute in diversi luoghi di lavoro.

I controlli sono uno strumento fondamentale per garantire che le pratiche e i processi di lavoro vengano svolti correttamente. Si devono tenere dei registri di attività come, per esempio, la pulizia e la manutenzione.

MONITORAGGIO E REVISIONE

La revisione periodica è indispensabile. Il numero di infortuni sta diminuendo? Durante le ispezioni di sicurezza si stanno individuando meno rischi potenziali? I datori di lavoro devono valutare i pericoli e i rischi per i lavoratori e i terzi (compresi ospiti, contraenti e pubblico) che possono essere pregiudicati dal loro lavoro. II rischio di scivolamenti e cadute deve essere preso in considerazione. La valutazione dei rischi deve essere riesaminata e aggiornata regolarmente e ogniqualvolta vi sono dei cambiamenti significativi come, ad esempio, l’introduzione di nuovi macchinari o nuove procedure.

LE BUONE PRATICHE DI LAVORO

Ove possibile, l’obiettivo deve essere quello di eliminare il rischio all’origine (ad esempio livellare i pavimenti irregolari). La seconda opzione in ordine di importanza è la sostituzione (ad esempio usare un metodo alternativo di pulizia per il pavimento), seguita dalla separazione (ad esempio usare delle barriere per mantenere i lavoratori lontani dai pavimenti bagnati).

L’ultima misura preventiva è la protezione ad esempio indossare calzature con suole antisdrucciolevoli). L’uso di attrezzature di protezione individuali deve essere l’ultimo tipo di protezione a cui ricorrere dopo aver esaurito tutte le misure di sicurezza a livello organizzativo e tecnico. Spesso vi sono provvedimenti semplici ma efficaci che si possono adottare per ridurre o eliminare il rischio di scivolamento e caduta.

L’ORDINE

Gli scivolamenti e le cadute sul luogo di lavoro sono dovuti principalmente alla mancanza di ordine in generale. Si deve mantenere l’ambiente di lavoro pulito e ordinato, e sul pavimento e sui percorsi di accesso non devono esserci ostacoli. Si deve rimuovere regolarmente l’immondizia in modo da non farla accumulare.

LA PULIZIA E IA MANUTENZIONE

La pulizia e la manutenzione regolari riducono i rischi al minimo.

I rifiuti devono essere allontanati regolarmente e le aree di lavoro devono rimanere sgombre.

I metodi e gli attrezzi di pulizia devono essere adeguati alla superficie da trattare. Durante le operazioni di pulizia e manutenzione si deve fare attenzione a non creare nuove situazioni di rischio che potrebbero causare scivolamenti e cadute.

L’ILLUMINAZIONE

Bisogna sempre assicurarsi che l’illuminazione sia buona e che il funzionamento e la posizione delle luci sia tale da garantire che tutto il pavimento sia illuminato uniformemente e che i potenziali pericoli, ad esempio ostacoli o fuoriuscite accidentali di liquidi, siano chiaramente visibili.

L’illuminazione deve permettere a chiunque di percorrere l’edificio in condizioni di sicurezza.

Nel caso di luoghi di lavoro all’aperto è necessaria anche un’adeguata illuminazione esterna.

LA PAVIMENTAZIONE

Occorre controllare regolarmente che i pavimenti non siano danneggiati e effettuare gli interventi di manutenzione necessari.

Gli elementi su cui un lavoratore può potenzialmente scivolare e cadere sono: buchi, crepe, tappeti e tappetini non fissi.

In qualsiasi ambiente la superficie del pavimento deve essere adeguata al lavoro da svolgere, ad esempio a prova di petrolio e delle sostanze chimiche eventualmente impiegate nei processi produttivi.

Rivestire o trattare chimicamente i pavimenti esistenti può migliorare le loro caratteristiche antiscivolo. Essi devono essere tenuti puliti.

LE SCALE

Molti infortuni avvengono sulle scale. Corrimano, rivestimenti antiscivolo dei gradini, elevata visibilità, elementi antiscivolo sui bordi anteriori dei gradini e un’illuminazione sufficiente, sono tutti elementi che aiutano a prevenire situazioni in cui i lavoratori potrebbero scivolare e cadere sulle scale. Altri dislivelli, come per esempio le rampe, spesso non sono facilmente visibili. Devono essere contrassegnati chiaramente, facendo uso di adeguati segnali di sicurezza.

LE FUORIUSCITE ACCIDENTALI DI LIQUIDI

In caso di spargimento di liquidi è necessario rimuoverli immediatamente utilizzando un metodo di pulizia adeguato (può essere necessario un trattamento chimico). Usare segnali di avvertimento nel punto in cui il pavimento è bagnato e allestire percorsi alternativi. Qual’è stata la causa dell’infortunio? Si possono modificare i metodi di lavoro o il luogo di lavoro per ridurre al minimo la possibilità di fuoriuscite accidentali di liquidi?

GLI OSTACOLI

Ove possibile, si devono rimuovere gli ostacoli per evitare che i lavoratori vi inciampino. Se ciò non è possibile bisogna usare opportune barriere e/o segnali di avvertimento.

I CAVI D’INTRALCIO

Si deve sempre fare attenzione a collocare i macchinari in modo che i relativi cavi non attraversino i percorsi pedonali e ove possibile si devono utilizzare delle protezioni adeguate per fissare saldamente i cavi alle superfici.

LE CALZATURE

I lavoratori devono indossare calzature adatte al loro ambiente di lavoro. È sempre bene tenere presente il tipo di lavoro, la superficie e le condizioni normali del pavimento e le proprietà antisdrucciolevoli delle suole.

LUOGHI DI LAVORO ALL’APERTO

I luoghi di lavoro all’aperto devono essere allestiti in modo da ridurre al minimo il rischio di scivolamenti e cadute, ad esempio adottando misure antiscivolo in presenza di ghiaccio e facendo indossare ai lavoratori delle calzature ad hoc.

SISTEMI ISO 9000 UN APPROCCIO GUIDATO

C’era una volta ISO, acronimo ignoto ai più o forse noto, ma soprattutto in associazione al nome ed alla fama commerciale di alcune Aziende di livello internazionale o comunque importanti, se non per il grosso pubblico, almeno per i loro affezionatissimi Clienti.

Già, perché queste Aziende, trovandosi alle prese con un mercato sempre più aggressivo e di difficile gestione pensarono di affiancare, allo slogan pubblicitario o al passaggio televisivo, un nuovo veicolo di promozione della loro immagine e del loro business.

Importante forse anche la considerazione che molte Aziende non hanno mai potuto promuoversi mediante gli spot televisivi, vuoi per i costi del marketing multimediale e vuoi perché certi settori produttivi e manifatturieri in TV non farebbero audience.

L’unica strada quindi non poteva che essere l’incremento dell’efficienza, la creazione di nuovi prodotti, la messa a punto di un mondo di servizi intorno al prodotto di base, in grado di attirare e se possibile fidelizzare il Cliente.

ISO 9000 quindi, sulle tracce di un Giappone post-bellico, in cui ingegneri di ampie vedute si trovarono a dover riconvertire un’industria bellica senza più scopo in un’industria civile dedita a produrre apparecchiature e beni di consumo che spesso il mondo occidentale aveva già.

Il nocciolo della questione era quindi per gli ingegneri giapponesi, ma anche per l’odierna Azienda di produzione, come produrre meglio ciò che si produce già, come progettare meglio ciò che non c’è ancora e come affrontare nel modo più convincente un Cliente, che qualche scherzoso esperto di marketing ha definito “…un bambino capriccioso che si aggira con una pistola carica in mezzo alla folla…”.

Vita dura quindi per le Aziende, in un mercato in cui dal più al meno il Cliente desidera spendere poco ed ottenere molto, perseguendo un miraggio paragonabile forse soltanto alla trasformazione dei sassi in oro con la pietra filosofale.

L’adozione di un Sistema di Gestione ISO 9000 può rappresentare una soluzione a molti problemi, ma attenzione, poiché prima di lanciarsi in un’avventura complessa e costosa come questa, può essere necessario fermarsi un attimo e fare prima qualche considerazione.

Esistono sostanzialmente due modi per avvicinarsi al mondo ISO e, più in generale, ai Sistemi di Gestione volontari certificati, di cui uno molto diffuso e sbagliato e l’altro molto più raro, ma giusto.

Il primo è quello tipico delle Aziende che pongono tutta la loro attenzione sul logo ISO ed esso rappresenta a tutti gli effetti l’obiettivo ultimo della loro certificazione.

A volte per libera scelta della Direzione, a volte perché i competitori diretti sono già certificati, a volte perché un Cliente importante lo impone per contratto, si intraprendono percorsi certificativi finalizzati a poter apporre il logo dell’Ente di Certificazione sui propri documenti e sulla carta intestata.

Questo, dei due, è il modo sbagliato, poiché normalmente si crea un minimo di “carta”, nei tempi più brevi possibili, da far certificare ad un Ente qualunque accreditato Sincert, con i costi complessivi più bassi possibili e, a certificato pervenuto, ci si considera arrivati al traguardo, tempi della tipografia permettendo.

Il modo giusto è invece l’altro, cioè quello in cui la Direzione in piena libertà decide di intraprendere il cammino certificativo, destina risorse economiche, di tempo lavorativo e di persone addette adeguate, supporta costantemente il progetto, motiva tutto il personale e si predispone mentalmente ad un deciso cambiamento di rotta, che, a quel punto porterà sicuramente vantaggi per tutti.

Alcune (poche) Aziende particolarmente illuminate riescono a fare anche di più e cioè applicano in toto le prescrizioni della Norma ISO 9001, ma non fanno certificare subito il loro sistema, preferendo attendere anche qualche anno e comunque fino a quando non vi sarà la ragionevole certezza che ISO non sia più soltanto un logo da apporre sulla carta intestata, ma un modo di lavorare documentato, efficace ed efficiente.

Negli ultimi quindici anni, le relativamente poche Aziende certificate sono diventate molte migliaia e, se da un lato, ciò non può che rallegrare, poiché il dato in sé deporrebbe a favore di una sempre più diffusa ricerca di un miglioramento certificato dei beni e dei servizi prodotti, dall’altro lato, pone dei dubbi e delle perplessità sul reale grado di applicazione della Norma ISO e soprattutto sui risultati tangibili di tale applicazione, in merito alla percezione che il Cliente ha dell’Azienda.

Avanti con la certificazione quindi, facendo spesso buon viso a cattiva sorte, in caso di certificazioni imposte contrattualmente dai Clienti e cercando di limitare i danni, massimizzando i vantaggi ovunque possibile, soddisfacendo il Cliente e mantenendo quel posto al sole faticosamente guadagnato.

Come abbiamo detto prima, quindi, da un lato vi sono le Aziende non veramente motivate di per sé, ma spinte da obblighi contrattuali a dimostrare le loro attitudini a soddisfare le necessità dei Clienti, che rappresentano purtroppo il gruppo indubbiamente più vasto oggi come oggi e quello che normalmente ricava dalla certificazione una grossa quantità di problemi operativi e quasi sempre nessun vantaggio economico o di altra natura.

Dall’altro lato vi sono le Aziende che non sono pressate da alcuna spinta esterna, ma decidono autonomamente di iniziare il percorso della certificazione, andando a far parte di un gruppo numericamente inferiore al precedente, ma con attitudini molto maggiori a ricavare apprezzabili benefici di varia natura.

Tali benefici, parlando di un Sistema ISO 9000 ben progettato potrebbero comprendere:
1. aumentare la qualità del prodotto finito o del servizio erogato e quindi elevare il livello di soddisfazione del Cliente, inducendolo alla fidelizzazione nei confronti dell’Azienda;
2. ottenere una riduzione effettiva della difettosità dei prodotti o comunque abbassare la tendenza dei Consumatori ad inviare reclami a seguito della rilevazione di problemi, anche laddove questi non esistono;
3. migliorare la qualità della vita all’interno dell’Azienda, inducendo abitudini di lavoro magari inizialmente abbastanza differenti da quelle precedenti, ma alla distanza vincenti e migliorative dell’interazione fra i diversi Operatori interni e le fasi di lavoro ad essi legate.

Facile a dirsi, ma molto meno facile a farsi, anche perché in tutti i grandi cambiamenti sociali, economici, politici o aziendali, lo scoglio più grosso resta sempre l’Uomo, che nel nostro caso specifico può essere il singolo addetto ad una o più mansioni, può essere il fornitore che si ostina ad inviarci materie prime non conformi a quanto richiestogli, ma soprattutto può essere la Direzione dell’Azienda e cioè chi prende le decisioni, incassa i guadagni e paga i conti.

Non esistono Aziende che abbiano avuto un vero e duraturo beneficio dall’adozione di un Sistema Qualità ISO 9000, che non fossero guidate da una Direzione decisa e motivata a conseguire risultati tangibili in questo percorso. Semplicemente non si può.

Se applicare un Sistema ISO 9000 può essere inizialmente arduo per qualunque addetto, per la Direzione può diventare un vero e proprio cambiamento epocale, uno stravolgimento della mentalità operativa quotidiana, tanto profondo quanto foriero di sorprendenti risultati sia nel medio che nel lungo periodo.

Pazienza, questa dovrebbe essere la parola d’ordine che Direzione, collaboratori, addetti e consulenti dovrebbero impiegare a piene mani se veramente si vogliono raggiungere mete ambiziose e vantaggi economici, pazienza che spinga tutti a vedere gli inevitabili problemi in corso d’opera con un occhio critico ma benevolo, con uno spirito tollerante e positivo nei confronti dei sassi grandi e piccoli che possono presentarsi durante il cammino.

Molto importante è anche prendere lucidamente coscienza che il superamento della visita di certificazione assomiglia molto ad una laurea, cioè non è un punto di arrivo ma uno di partenza.

Prendere coscienza di tale evidenza pratica può aiutare a non commettere errori purtroppo molto diffusi fra le Aziende certificate e che possono distruggere gli eventuali benefici ottenuti dall’adozione del Sistema e rendere il Sistema stesso una sorta di eterno malato terminale in perenne quanto irrisolvibile corna profondo.

Gli Enti di Certificazione effettuano mediamente una visita all’anno nelle Aziende certificate, ma l’utilizzo del Sistema e l’applicazione delle procedure previste al suo interno non si mettono in pratica solo in prossimità della visita annuale, lasciando peraltro il tutto nel più totale abbandono per i restanti nove o dieci mesi.

Comune in queste Aziende è uno stato di profondo marasma generalizzato da ispezione in cui l’Assicuratore Qualità passa la sua giornata a correre per uffici, laboratori e linee produttive a distribuire moduli, richiedere firme o contestare comportamenti ed abitudini non conformi ad una Norma o ad una procedura interna magari mai ben spiegata agli interessati.

Il Sistema deve essere “vissuto” per dodici mesi all’anno e non solo in prossimità della visita periodica, per non farlo diventare una sorta di tremenda tortura, perfettamente in grado non soltanto di non migliorare la qualità del lavoro ma di danneggiarlo considerevolmente.

Anche l’utilizzo del Consulente esterno può spesso essere travisato e ridotto ad un’attività lesiva del risultato finale e, quindi, degli interessi dell’Azienda.

Infatti può capitare che la Direzione si lasci attirare dalla tentazione di passare le attività e tutti i problemi ad esse connessi al Consulente esterno, con lo scopo (peraltro nemmeno poi tanto nascosto) di scaricare il personale interno ed anche sé stessa dai compiti progettuali e gestionali che la Norma specificatamente prevede ed il buon senso caldamente consiglia.

Si assiste in questi casi a situazioni in cui il Sistema Qualità dell’Azienda potrà forse anche essere conforme per gli aspetti documentali alla Norma ISO, ma è del tutto scollegato a livello pratico ed applicativo dalla realtà aziendale di tutti i giorni.

Preciso obiettivo dell’Azienda dovrebbe invece essere quello di rendersi autonoma e capace di gestire correttamente tutte le parti del Sistema, conoscendole e modificandole se del caso senza aiuto esterno di alcun tipo.

La figura del Consulente è quasi sempre indispensabile in qualunque Organizzazione certificata o in procinto di esserlo, ma con la specifica funzione di migliorare l’esistente, di risolvere problemi specialistici o proporre nuove attività o nuovi aspetti da considerare ed inserire all’interno del Sistema; in altre parole, quel miglioramento continuo che la Norma espressamente richiede di attuare e documentare.

Questo ciclo di articoli dedicati all’applicazione pratica della Norma ISO 9001 nelle Ditte di sanificazione e disinfestazione non si prefigge lo scopo di fornire un Manuale preconfigurato universale, poiché ciò sarebbe tecnicamente impossibile, ma vorrebbe affrontare i vari punti della norma, prendendo via via in considerazione le problematiche del settore che potrebbero creare problemi pratici applicativi in corso di progettazione e verifica del Sistema, suggerendo punti di vista e spunti di riflessione per la Direzione e per chi con essa collabora.

SISTEMI ISO 9000. COMPITI DELLA DIREZIONE

Il punto 5 della Norma si occupa di tutti gli aspetti compresi nel tema della “Responsabilità della Direzione” all’interno del sistema ed è sicuramente un punto molto importante dell’intero Sistema, soprattutto se rapportato alla realtà che comunemente un’Azienda vive.

La Direzione è il principale volano dell’innovazione all’interno della Ditta, indipendentemente dal settore economico di cui ci occupiamo e questo è un dato di fatto incontrovertibile, non fosse altro perché il Titolare è quello che spende, investe, trae guadagno e risponde in prima persona della difettosità del prodotto o del servizio venduto.

Da questo punto di vista quindi, la figura della Direzione finisce per incontrarsi o scontrarsi fatalmente con un Sistema Qualità che può rappresentare una grave palla al piede dell’Azienda o un potente volano di miglioramento economico ed organizzativo. Non è un caso che la Norma definisca al punto 5.1 i compiti e le responsabilità della Direzione in ambito Sistema Qualità, consistenti in un impegno costante nella progettazione, applicazione, sorveglianza, verifica e miglioramento del Sistema, nella definizione di obiettivi quantificabili da raggiungere e nell’assegnazione di risorse umane ed economiche.

Detto così, parrebbe di aver delineato una situazione ovvia e scontata, ma in realtà le cose non vanno esattamente così, perchè uno dei mali che più frequentemente affliggono i Sistemi Qualità è rappresentato proprio da un più o meno marcato scollegamento fra la loro progettazione ed applicazione pratica e la Direzione, che, una volta deliberata formalmente la partenza del progetto ISO, stabilisce a chi trasferire la “grana” di produrre sistema e documentazione, disinteressandosi poi di ogni altro aspetto.

Un Sistema ISO 9000 ben progettato può rendere all’Azienda in termini economici, in termini organizzativi ed in termini di conformità globale del prodotto finito o del servizio reso alle attese del Cliente e/o delle normative vigenti ed è quindi chiaro che la Direzione deve essere direttamente coinvolta in tutte le fasi del Progetto Qualità.

Ecco quindi che al punto 5.3 della Norma fa la sua comparsa un’entità, che, a prima vista, potrebbe sembrare puramente formale, rappresentata dalla cosiddetta Politica per la Qualità. Se si ha occasione di leggere dieci documenti di questo tipo di Aziende diverse certificate, facilmente ci si potrà trovare di fronte ad una sorprendente somiglianza derivante da deprecabili attività di copia-incolla, generata da una diffusa tendenza a sottovalutare il significato di quello che invece è un vero e proprio documento programmatico.

Una corretta definizione della Politica per la Qualità, della Missione aziendale e della Visione aziendale permettono di generare le linee di indirizzo per l’intero Sistema Qualità della Ditta e per la sua applicazione pratica. La Missione è l’insieme di motivazioni economiche o di altra natura che giustificano l’operato dell’Azienda al tempo attuale, mentre possiamo identificare la Visione come l’insieme di traguardi e di obiettivi futuri che la Direzione si prefigge per il medio-lungo periodo. Volendo fare un esempio pratico, una Ditta del comparto sanificazione e disinfestazione può esplicare nella Missione gli scopi e le finalità effettive che la Direzione si prefigge, dettagliando tipologie e modalità di erogazione dei servizi che si desidera vendere all’Utenza.

Nella Visione invece la Direzione spiegherà come si colloca la Ditta all’interno del mondo dei servizi di sanificazione e disinfestazione al tempo 0(cioè oggi) e come intende posizionarsi fra 1, 3 o 5 anni, ponendo dei traguardi e degli obiettivi intermedi.

Da questi due profili di partenza, si genera la Politica della Qualità, in cui la Direzione, dati i presupposti di cui sopra, esplica come materialmente intende raggiungere gli scopi prefissati, con quale livello di coinvolgimento degli operatori addetti e con quale disponibilità di risorse umane, materiali ed economiche. Nei settori afferenti al comparto agro-alimentare, dove vi è un’ampia gamma di tipologie aziendali, sia come dimensioni, che come numero di addetti, è naturale che si possa verificare una certa difficoltà di applicazione di questi concetti.

Per la grossa Azienda, che ha una struttura già di per sé comprendente un’organizzazione interna ben definita, degli studi di marketing, delle proiezioni future di mercato e non, una gestione della produzione ed una predisposizione di traguardi ed obiettivi, la definizione della Politica, della Missione e della Visione possono richiedere un approccio relativamente più facile.

Per la piccola realtà produttiva, magari a gestione poco più che familiare, la formalizzazione, l’applicazione, il monitoraggio ed il miglioramento continuo di questi aspetti possono rappresentare obiettivamente un problema di non facile soluzione.

E’ ovvio che il Titolare della piccola Azienda ha mentalmente presenti gli aspetti che la Norma richiede di formalizzare esplicitamente, ma le pressioni derivanti dall’andamento del Mercato e gli imprevisti a cui deve far fronte pressochè quotidianamente rendono il raggiungimento di scopi, traguardi ed obiettivi sicuramente più problematico.

L’importanza di questi aspetti però rimane ed un Sistema ben progettato deve saper prevedere anche queste cose e deve quindi contenere una descrizione della Politica, della Missione e della Visione futura che siano adeguate e proporzionate alla realtà aziendale, oltre che naturalmente conformi alla Norma. Il punto 5.5 prende in considerazione un altro aspetto che il Sistema attribuisce alla Direzione, dato dall’insieme di Responsabilità, Autorità e Comunicazione.

Piccole o grosse che siano, tutte le Aziende dovrebbero avere un organigramma ed un mansionario ben definiti, da un lato per chiarire bene chi deve fare che cosa e dall’altro per assegnare a determinate persone quelle funzioni di controllo, che il raggiungimento di determinati obiettivi richiede.

Molti fattori influiscono direttamente sui rapporti interpersonali in Azienda, a partire dalle configurazioni contrattuali fino all’anzianità di servizio, all’età ed ai compiti assegnati. Tuttavia, nulla funziona peggio di un Sistema Qualità, in cui solo il Responsabile del Sistema conosce procedure ed istruzioni, laddove tutti gli altri (Direzione compresa) si regolano in maniera autonoma e slegata gli uni dagli altri e tutti quanti dal Sistema stesso. Ecco perché la comunicazione all’interno dell’Azienda è un fattore di vitale importanza, al punto che la Norma considera, a fianco del tradizionale Cliente esterno (cioè il tradizionale Utente pagante a cui si vende il bene o il servizio) anche una figura di Cliente interno, rappresentato nello specifico da tutto l’insieme degli operatori addetti alle lavorazioni. In pratica, se vogliamo fare un esempio che illustri bene il concetto, pensiamo di scomporre una Ditta di sanificazione in una fase commerciale di vendita del servizio al Cliente, una di acquisto delle attrezzature, detergenti e disinfettanti necessari per l’erogazione del medesimo, una di selezione del personale, una di allestimento delle procedure operative necessarie, una di contabilità ed amministrazione.

L’addetto agli acquisti sarà il cliente interno dell’addetto alla scrittura delle procedure operative, in quanto quest’ultimo gli trasferisce i dati dei prodotti che devono essere comperati. L’addetto che effettua materialmente le attività di sanificazione presso i clienti esterni diventa un fornitore interno di dati nei confronti della segretaria amministrativa, che, in base ai dati orari ricevuti, emette le fatture da pagare.

La Direzione, così come sonda i pareri, le necessità e la percezione del Cliente esterno, allo stesso modo si comporta nei confronti di tutti gli operatori addetti, che, a seconda dell’attività considerata, possono diventare Clienti o Fornitori interni gli uni degli altri.

Nel settore agro-alimentare, mediamente come negli altri, può esserci qualche difficoltà ad instaurare gli opportuni canali di acquisizione delle informazioni e delle notizie interne, che dovrebbero mettere la Direzione in grado di percepire cosa pensano i dipendenti e come ritengono che dovrebbero essere indirizzate le scelte più importanti e di ordine generale. Un sistema relativamente semplice è quello dei questionari interni, tramite i quali la Direzione sonda l’atmosfera aziendale e quantifica numericamente le motivazioni di scontento o di soddisfazione, focalizzando di conseguenza le priorità e le precedenze operative in tema di miglioramento.

In ambito ISO 9000, è ovvio che la Norma non si aspetta una sorta di trasferimento di decisionalità dall’alto al basso della normale gerarchia presente, ma è d’altra parte provato che risulta molto più complesso ed aleatorio risolvere problematiche organizzative e/o pratiche, laddove gli addetti sono insoddisfatti e non si sentano parte attiva ed importante dell’intero processo. Anche il punto 5.6 Riesame della Direzione affronta un tema importantissimo e cioè la verifica periodica dell’intero Sistema, di cui la Direzione si deve direttamente occupare in prima persona.

La progettazione iniziale è un momento importantissimo del progetto, ma a nulla comunque servirebbe, se non fosse previsto un momento specifico periodico di verifica, consuntivo e riprogettazione.

Per questo scopo, la Direzione acquisisce tutti quelli che la Norma definisce Dati in ingresso e che sono rappresentati dai risultati delle verifiche ispettive interne, dalle informazioni di ritorno da parte del Cliente esterno ed interno, dalle prestazioni dei vari processi di lavorazione, dalla conformità dei servizi erogati, dallo stato delle azioni correttive e preventive, dalle azioni a seguire da precedenti riesami effettuati dalla Direzione, dalle modifiche che potrebbero avere effetti sul sistema di gestione per la qualità, dalle raccomandazioni per il miglioramento provenienti dall’Ente di Certificazione, dall’esterno o dall’interno della Ditta.

In base a questi dati, la Direzione elabora i cambiamenti da apportare al Sistema in sé e per sé (ove necessari), ma soprattutto alle strategie aziendali, sia per quanto attiene ai rapporti con il Cliente interno e/o esterno e sia per quanto attiene alle attività produttive. Si tratta quindi di un momento di particolare importanza, normalmente preventivato con cadenza minima annuale, ma che nulla vieta possa essere più frequente, se le situazioni o la volontà della Direzione lo richiedessero. Infatti, l’evidenza che la Norma richieda un impegno costante e tangibile della Direzione all’interno di un corretto mantenimento del Sistema Qualità non significa che il Titolare o il Legale rappresentante della Ditta siano obbligati ad effettuare personalmente tutte le attività previste dal sistema, in quanto il loro tempo deve essere diversamente impiegato.

E’ però fondamentale che l’intera Azienda percepisca che il Sistema Qualità sta a cuore alla Direzione, che l’applicazione delle procedure e delle istruzioni operative così come sono state progettate deve essere fedelmente effettuata e che, pur non essendo materialmente presenti in continuo, tutti i componenti a vario titolo della Direzione seguono costantemente il Sistema ed i suoi sviluppi.

Dal riesame della Direzione devono quindi scaturire le istruzioni per il prossimo futuro, l’elenco dei progetti da portare avanti, le responsabilità attribuite ai singoli nell’ambito di questi progetti, le tempistiche indicative per la realizzazione ed il o i canali tramite i quali la Direzione desidera essere mantenuta al corrente dell’andamento generale. Ogni funzione dell’Azienda deve quindi ricevere degli obiettivi da raggiungere, che siano compatibili ciascuno con le reali possibilità dei singoli e tutti insieme con la Missione e la Visione aziendale, a cui sopra si è fatto cenno. Verrà data anche la dovuta importanza ai rapporti con i Clienti ed al miglioramento della definizione dei requisiti che il Cliente si aspetta di trovare nei servizi prodotti dalla Ditta, che, operando in un comparto senz’altro molto delicato del settore agro-alimentare come oggettivamente è quello della sanificazione, dovrà attentamente soppesare anche i rapporti esistenti fra l’Utenza e gli Organi Ufficiali di controllo, come l’ASL, il NAS o la Repressione Frodi.

SISTEMI ISO 9000. REQUISITI DEL SISTEMA

Il punto 4.2 della Norma si intitola “Requisiti relativi alla documentazione” e tratta dell’insieme di documenti in grado di consentire l’evidenza e la documentazione di un Sistema Qualità, che sarebbe in caso contrario puramente autocertificativo.

Infatti, l’Ente che effettua la valutazione del Sistema e stabilisce la conformità alla Norma ovviamente non è sempre presente durante il lavoro di tutti i giorni e quindi non potrebbe svolgere il proprio compito se non esistessero le cosiddette “evidenze oggettive”.

Ma la stessa Direzione di Aziende di una certa dimensione ed attività non può rendersi conto dell’andamento complessivo senza adeguate evidenze, quindi, a ben guardare, la documentazione, i moduli, le procedure e quant’altro non sono un’invenzione ISO.

La denominazione “evidenze oggettive” guida alla comprensione del termine, che individua tutto quel gruppo di registrazioni, verbali, procedure, istruzioni operative, certificazioni, analisi di laboratorio, statistiche, programmi e progetti che in un certo senso danno vita al Sistema Qualità.

Con la Norma ISO 9000:1994, poteva capitare abbastanza spesso che la gestione della documentazione del Sistema si trasformasse in una sorta di lavoro in più, derivante direttamente dal fatto che, in alcune tipologie di attività, certe parti della documentazione venivano in qualche modo inserite a forza nell’insieme complessivo, al fine di ottenere una conformità almeno formale ai 20 paragrafi previsti. La nuova Norma del 2000 ha invece in parte superato questo problema, imponendo la presenza minima di sole sei procedure, di cui una rivolta alla gestione dei documenti della qualità, una per la gestione di tutte le registrazioni attinenti al Sistema, una per la conduzione delle verifiche ispettive interne, una per la gestione dei prodotti non conformi, una per la gestione delle non conformità ed una per la gestione delle azioni correttive.

Queste sei procedure non sono naturalmente esaustive dell’intero ciclo di attività dell’Azienda e proprio qui sta una delle grandi innovazioni apportate dalla nuova Norma ISO 9001:2000, precisata al punto 4.2.1.d, in cui si dice che la documentazione del sistema di gestione per la qualità deve includere (anche) “d) i documenti necessari all’Organizzazione per assicurare l’efficace pianificazione, funzionamento e controllo dei suoi processi”.

In pratica, ciò significa che nell’ambito generale della pulizia e sanificazione si possono aprire notevoli possibilità di semplificazione del sistema documentale, il che non significa trascurare aspetti o scrivere poco per partito preso, ma far aderire il Sistema Qualità alla quotidianità del lavoro, più che ad un elenco di requisiti di conformità predefinito.

Adattabilità sembra quindi essere la parola d’ordine che si evince quasi subito dalla lettura della Norma, anche se poi, all’atto pratico parrebbe di capire che dal 2000 ad oggi le Aziende certificate e quelle in corso di certificazione non abbiano colto in pieno le possibilità operative che vengono loro offerte, forse anche a causa di servizi di consulenza troppo legati ad una concezione vecchia e “paragrafica” della progettazione delle documentazioni di sistema.

Indubbiamente più semplice era progettare un Sistema Qualità secondo la Norma del 1994, basandosi sull’elenco dei 20 capitoli ed andando pedestremente appresso alla sequenza; indubbiamente più ardua l’odierna progettazione, poiché è indispensabile prima capire veramente come funziona l’Azienda e solo dopo mettersi a scrivere. Un suggerimento spassionato è quello di guardare con la massima diffidenza i servizi di consulenza basati sulla velocità, cioè impostati su un rapporto tempi/costi in base al quale talvolta in 4-8 incontri si chiude il lavoro e si passa alla fase di certificazione. Questi sistemi di progettazione sono basati sulla duplicazione di Sistemi già esistenti e progettati in modo da essere abbastanza precisi da soddisfare formalmente i requisiti della Norma, ma abbastanza vaghi da poter essere adattati con poco sforzo ad Aziende anche molto diverse come tipologia, dimensioni ed attività.

Stiamo parlando in pratica di vere e proprie trappole, in cui talvolta le Aziende cadono, attirate dalla spesa abbastanza ridotta (ma non sempre) e soprattutto dalla pressoché totale assenza di incombenze per la Direzione e per gli operatori della Ditta, che al massimo potranno essere chiamati a leggere alcune cose fondamentali pochi giorni prima della visita.

Il danno per l’Azienda in questi casi è duplice, poiché da un lato si genera un’impalcatura cartacea fine a sé stessa, priva di qualunque utilità pratica, e dall’altro il Sistema nasce intrinsecamente incapace di prevenire e risolvere i problemi quotidiani, con grave perdita d’immagine nei confronti dei Clienti, che non potranno non notare, come sempre più spesso purtroppo accade, che vi sono molte Aziende non certificate che funzionano di gran lunga meglio di quelle certificate.

E’ senz’altro quindi consigliabile non prendere in considerazione scappatoie e sotterfugi, ma affrontare il lavoro con senso positivo e con quell’apertura mentale che permette di sfruttare le numerose facilitazioni che la Norma offre a chi intraprende questo cammino. Un esempio può essere la nota al punto 4.2.1, in cui si precisa che la documentazione può avere qualunque forma o tipo di supporto. Tale nota è estremamente importante, poiché la grande maggioranza delle Ditte della filiera agro-alimentare e di quelle ad esse satelliti possiede ed utilizza uno o più computer e ciò facilita notevolmente le cose nel momento in cui si decidesse molto opportunamente di ridurre la parte cartacea al minimo e rendere prevalenti le documentazioni elettroniche, più semplici da gestire e più adatte alla manipolazione dei dati a fini valutativi e statistici.

Molto importante la possibilità di riunire e rendere omogenee documentazioni di tipo e provenienza diverse, come i Sistemi Qualità, i Sistemi Ambientali ISO 14000 ed EMAS, la sicurezza 626 e magari l’ISO 22000, ottenendo come risultato immediato un controllo delle varie attività più efficace ed efficiente. Si chiamano S.G.I. Sistemi di Gestione Integrati, che possono coinvolgere sistemi di partenza diversi fra loro, ma con un filo conduttore che è sempre lo stesso, meno “carta” e più risultati. In un Sistema certificabile avremo quindi sicuramente un Manuale, che ha lo scopo di descrivere nelle linee fondamentali quali sono le attività dell’Azienda e che potrebbe ricalcare (ma senza obbligo), come scheletro generale, la successione dei capitoli e delle prescrizioni della Norma.

All’interno delle sezioni del Manuale vi saranno i richiami alle varie Procedure documentate, che spiegano più in dettaglio le modalità di attuazione di singoli processi ed attività, che possono coinvolgere uno o più addetti. Se del caso, il Sistema può prevedere la presenza di Istruzioni operative finalizzate ad illustrare il corretto svolgimento di determinate attività puntiformi, che riguardano uno o pochi operatori.

L’utilità di avere procedure scritte ed Istruzioni operative predefinite risiede nell’intento di rendere il buon andamento dell’attività quotidiana il più possibile scollegato dall’inderogabile presenza di quella determinata persona che “sa dove sono le cose”, “sa come si usa quella macchina” o “sa dove sono immagazzinati i materiali che servono”.

Esiste però anche un altro approccio al Sistema Qualità, che deriva da una delle maggiori novità apportate dalla ISO 9000:2000 rispetto alla ISO 9000:1994 ed è rappresentato dalla cosiddetta “analisi dei processi”.

In pratica, la progettazione e la realizzazione di tutta la documentazione parte dalla scomposizione dell’attività in processi principali e processi secondari, che nel caso del settore di nostro interesse potrebbero per esempio essere la selezione e la formazione del personale sul campo, scelta e valutazione dei detergenti e disinfettanti, analisi e valutazione della disinfestazione, manutenzione attrezzature, studi di fattibilità Cliente per Cliente e monitoraggio dei risultati e via elencando.

Tutti i sistemi di gestione di questo tipo, per loro stessa natura, devono essere vivi e dinamici e, di conseguenza, devono mutare nel tempo, modificarsi e migliorarsi, adattandosi sempre di più alla realtà dell’Azienda ed alle esigenze del Cliente.

La Norma ISO 9001:2000 prevede che una delle procedure obbligatorie sia proprio finalizzata a regolamentare la progettazione, l’emissione e l’approvazione dei documenti di Sistema, poiché queste sono fasi molto importanti se si vuole che il sistema non si riduca con il tempo ad essere solo carta, ma venga assimilato e correttamente applicato da tutti gli operatori. Sarebbe un grave errore trovarsi a progettare un’attività di disinfestazione totalmente a tavolino, senza scriverla di comune accordo con l’addetto che ha svolto il sopralluogo o con gli addetti a svolgere sul campo questa attività, poiché fatalmente si incorrerebbe nel rischio di produrre un qualcosa di non personalizzato sulle specifiche esigenze del Cliente. L’emissione quindi dei documenti della qualità deve essere effettuata direttamente dagli interessati, da soli o con i responsabili della specifica attività (ove esistenti) e deve essere seguita da una fase di verifica, in cui chi si occupa direttamente della gestione del Sistema Qualità valuta la compatibilità di quanto prodotto con il resto del Sistema ed il tutto con i requisiti della Norma.

Ultima fase, in ordine cronologico, è l’approvazione della procedura o dell’istruzione da parte della Direzione, dando vita ufficialmente alla nuova istruzione o alla modifica di una già esistente.

Se queste tre fasi sono ben progettate ed attuate in stretta concomitanza l’una con l’altra, si otterrà il superamento di una parte conside¬evole di quella naturale e del tutto umana diffidenza per le novità e per i cambiamenti, che rappresenta uno degli ostacoli più grossi posti sulla strada di chi comincia un cammino di qualità documentata.

Torniamo un momento sull’applicazione pratica del punto 4.2 Requisiti relativi alla documentazione, per sottolineare un concetto e fare qualche esempio.
La Norma, come abbiamo già detto, non obbliga ad utilizzare un metodo predefinito di gestione della documentazione, laddove tutti gli altri sono da ritenere non conformi, ma lascia libero arbitrio all’interessato di muoversi come meglio preferisce.

Ciò evidenzia una sorta di filo conduttore costante nelle normative di tipo ISO, determinato dal fatto che viene spiegato CHE COSA si deve ottenere e non COME si può riuscire. Ecco quindi che, durante il percorso progettuale, ci si può imbattere in software appositamente commercializzati per creare, mantenere, modificare ed aggiornare il Sistema Qualità, sotto forma di applicazione stand alone (destinate a girare in locale su un solo PC) o di applicazione client-server (costituite da una parte eseguita da un PC server di rete ed una seconda parte eseguita sulle macchine collegate al server). Il tipo stand alone è più rivolto all’Azienda piccola e piccolissima, in cui l’operatore addetto a seguire le necessità e l’applicazione del Sistema Qualità svolge tutto il lavoro sul proprio PC, eventualmente stampando parti della documentazione (procedure, istruzioni) rivolte ad altri.

Il tipo client-server è più indicato per Aziende di maggiori dimensioni, in cui diversi operatori e funzioni accedono al Sistema dalle loro postazioni e quindi ricevono un indubbio beneficio dal poter entrare in determinate zone virtuali a svolgere determinati compiti (segnalare una non conformità, avvertire di una merce in ingresso non conforme, registrare un reclamo) senza produrre carta e accelerando la trasmissione delle informazioni.

Quella della lotta alla carta superflua deve essere un obiettivo categorico per un buon progettista ISO ed è comunque buona norma per le Aziende quella di diffidare di consulenti che promuovono la fotocopiatura e la moltiplicazione esagerata di interi Sistemi o di loro parti, ove non strettamente indispensabile e non suggeriscono metodi infoi niatici alternativi. Se è vero che i sistemi informatizzati sopra citati offrono degli indubbi vantaggi, registrano però anche degli svantaggi rilevanti, rappresentati dal costo d’acquisto, dal costo dell’assistenza (peraltro in varia misura indispensabile), dal tempo necessario per imparare ad usarli correttamente e dai vincoli strutturali che impediscono all’operatore-utente di agire a propria totale discrezione.