Cimici: come eliminare le cimici verdi e le cimici asiatiche

Le cimici marroni e le cimici verdi sono insetti con il corpo dalla forma di scudo che, soprattutto durante i mesi invernali, popolano le nostre case. Sebbene sia innocue per l’uomo, la presenza delle cimici è certamente sgradita a causa dell’odore che rilasciano.

Conseguentemente alla diminuzione delle temperature, le cimici entrano in casa alla ricerca di riparo. In particolare, nei mesi di settembre ed ottobre, le cimici dall’esterno si spostano verso ambienti più caldi poiché sono sensibili alle basse temperature.

Poiché prediligono gli ambienti caldi ed umidi, spesso troviamo le cimici aggrappate sulla superficie dei panni stesi ad asciugare, sulle pareti esposte al sole, su tende e vetrate oppure vicino a fonti di luce.

Cimice verde

cimice verdeLa cimici verde, il cui nome scientifico è Nezara viridula, è diffusa in tutta Italia così come in gran parte dell’Europa.In linea generale, si può affermare che la cimici verde è diffusa in tutti gli ambienti con clima temperato. E’ una specie erbivora e per questo motivo le infestazioni di cimici verdi possono provocare danni alle coltivazioni.

Ghiotte di pomodoro, le cimici attaccano la pianta mordendo sia frutti che foglie e ne provocano conseguentemente la necrosi. Il pomodoro inoltre, così come gli altri frutti attaccati, viene contaminato con una sostanza emessa da alcune ghiandole, la quale conferisce all’ortaggio un sapore sgradevole. Nelle aziende agricole, dunque, un’infestazione di cimici può compromettere seriamente il profitto in quanto si rischia di non poter immettere tali prodotti nella filiera del mercato ortofrutticolo.

Allontanare la presenza di cimici con rimedi naturali e “fai da te” non è semplice. Senza dubbio, un buon deterrente contro la presenza di cimici in casa è rappresentato dall’installazione di zanzariere per infissi, che ne limitano l’ingresso all’interno dell’abitazione o dei locali.

Per eliminare la presenza è consigliabile procedere con una disinfestazione professionale, che viene effettuata attraverso l’irrorazione di un’apposita sostanza lungo il perimetro dell’area interessata.

Come riconoscere le cimici verdi

Le cimici verdi, così come quelle marroni, sono riconoscibili dal corpo a forma di scudo ed hanno occhi di color rosso. La femmina, di colore più scuro rispetto agli esemplari maschi, può deporre fino a 400 uova.

Caratteristica principale di questa specie di insetti (e proprio per questa che la presenza in casa risulta essere molto sgradevole) è quella di emettere una sostanza maleodorante nel caso in cui si senta minacciata.

Cimici asiatiche

cimici verde ed asiaticaLa cimici asiatica, conosciuta anche con il nome di cimice marrone o cimice marmorata, è una specie di insetto avvistato per la prima volta in Italia nel 2012, più esattamente a Modena.

Il nome scientifico della cimice asiatica è Halyomorpha halys e ha forma e caratteristiche comuni alla cimice verdi. A differenziarla da quest’ultima è il colore: la cimici ha il corpo di colore bruno e può presentare diverse sfumature che vanno dal bianco al grigio. Sul bordo esterno del corpo, presenta bande alternate bianche e scure.

Ciclo biologico della cimice asiatica

A differenza della cimice verde, che è una specie autoctona, la cimice asiatica vive più a lungo: un anno e mezzo circa. Inoltre il numero di uova che la femmina di cimice asiatica depone è maggiore; questa infatti può deporre fino a 500 uova l’anno e durante tutto l’arco di questo.

In Europa, inoltre, la cimice asiatica ha trovato le condizioni adatte per riprodursi e pertanto lo fa in maniera maggiore rispetto ai luoghi di origine. Anche se apparentemente può sembrare una contraddizione, il numero maggiore di esemplari è spiegato dal fatto che in Europa non sono presenti predatori naturali delle cimici marroni, presenti invece in Giappone, Cina e Taiwan, ossia nei luoghi di origine della specie.

Questi predatori, sebbene non si nutrano direttamente dell’esemplare adulto, si cibano delle uova di cimici, limitandone dunque la riproduzione. In Europa non vi sono predatori specializzati e sembrerebbe che le specie autoctone non siano in grado di riconoscere le uova di cimice asiatica, pertanto la specie può completare il suo ciclo di sviluppo senza problemi.

Come eliminare le cimici marroni

Negli ultimi anni si è registrato un aumento dell’invasione delle cimici marroni, note anche come cimici asiatiche. Questa specie è proveniente dalla Cina e il loro nome scientifico è Halyomorpha halys.

Ormai sono numerose le città completamente invase da questo insetto, per questo motivo è fondamentale essere informati su come eliminare le cimici marroni e prendere tutte le precauzioni necessarie per tutelare le proprie abitazioni.

Cimici marroni: un pericolo per le agricolture

Di recente sono numerose le regioni del nord Italia ad aver subito una vera e propria invasione delle cimici. A tal proposito è stato lanciato un allarme da parte della Coldiretti poiché questa specie di insetto può provocare grossi danni all’agricoltura. Non solo, le cimici marroni si stanno rivelando un problema anche per i cittadini in quanto tantissime abitazioni sono state prese di mira.

Naturalmente non si tratta di una specie pericolosa per l’uomo, ma per quanto riguarda le colture si sta andando incontro a grossi disagi. In particolare le coltivazioni di kiwi, mele, pere ed uva corrono un grande rischio nel momento in cui si verifica un’invasione delle cimici marroni.

Questi insetti sono inoltre molto proliferi: tendono infatti a depositare le uova due volte all’anno generando circa 300 esemplari alla volta. Gli stessi agricoltori sono basiti per quanto riguarda queste invasioni in quanto non hanno mai visto miliardi di cimici devastare le piantagioni.

In aggiunta, con l’arrivo dell’inverno le cimici marroni tendono a cercare riparo all’interno della abitazioni, pertanto è indispensabile ricorrere ai giusti rimedi per allontanarle. Tuttavia risulta opportuno comprendere in primis quali sono le cause che spingono questa specie ad invadere le città e le case portando ad una vera e propria diffusione da cui è difficile liberarsene.

Cimici marroni: le cause dell’invasione

eliminare cimici marroniLe cimici marroni, perché invadono le abitazioni e cosa fare per tenerle lontane? La prima causa che spinge questa specie ad invadere le città è il clima. Il caldo torrido e le temperature sopra la media favoriscono la diffusione di insetti e parassiti, che sono dei veri e propri nemici per le colture. Il riscaldamento globale, infatti, causa dei danni ingenti per l’agricoltura portando conseguentemente la proliferazione di questi animali dannosi che vanno a deteriorare le piantagioni.

A tal proposito occorre prendere in considerazione che prima della diffusione delle cimici marroni, è stata la volta della xilella, un vero e proprio pericolo per gli ulivi mentre il punteruolo rosso ha portato numerosi disagi alle palme. Queste ultime specie di insetti sono giunte in enormi quantità sul territorio italiano negli ultimi anni e oltre a provocare disagi alle colture, portano numerosi problemi agli abitanti senza sottovalutare l’odore nauseante delle cimici che viene emanato nel momento in cui vengono schiacciate. Anche se le cimici non sono insetti pericolosi per l’essere umano, creano comunque dei disagi soprattutto se invadono le abitazioni.

Possono capitare dei periodi in cui in molte regioni sono davvero numerose e capita spesso di trovarsele all’interno della propria casa. Il calore delle abitazioni attira questi insetti, che sono in cerca di un rifugio per trascorrere la stagione invernale. Attraverso dei consigli specifici è comunque possibile prevenire l’invasione delle cimici marroni.

Come eliminare le cimici marroni

Eliminare le cimici marroni richiede degli importanti accorgimenti da adottare con cura per proteggere le proprie abitazioni da questi insetti. La prima cosa da fare è creare delle vere e proprie barriere fisiche. Ad esempio, nei campi è possibile sfruttare delle reti mentre un’ottima soluzione per le abitazioni sono sicuramente le zanzariere. In presenza di un camino, invece, è consigliabile avvolgere il comignolo con una rete. Particolare attenzione va posta lungo le crepe e le fessure che potrebbero rivelarsi una via di accesso per le cimici, per questo motivo è bene sigillarle con cura. Vi sono però alcune accortezze quotidiane da adottare onde evitare una possibile invasione: si consiglia di controllare accuratamente i panni stesi in balcone prima di riporli in casa, poiché su di essi questi insetti tendono ad attaccarsi.

Un rimedio efficace per eliminare le cimici marroni sono le piante di penta, la farina fossile oppure i bulbi d’aglio, che sono dei perfetti nemici di questa specie. Infine, un valido rimedio della nonna è quello di spruzzare acqua e aglio intorno le porte e le finestre in modo tale che gli insetti stiano alla larga.

Disinfestazione mosche

La mosca, insetto appartenente alla famiglia dei Ditteri, se invade gli spazi domestici o i luoghi dove si svolge un’attività professionale, può arrecare notevole fastidio. Il suo volare continuo e fulmineo può essere interrotto dall’attrazione che essa prova per le derrate alimentari. Ecco che questo insetto frequentatore di cumuli di rifiuti o escrementi, adagiandosi sul cibo presente in cucina e nelle mense, può contaminarlo pericolosamente, diventando portatrice di pericolose malattie come la Salmonella o l’Escherichia Coli. In presenza di un’infestazione mosche è necessario organizzarsi repentinamente e affidarsi a imprese specializzate nella disinfestazione mosche che applicano gli interventi giusti per eliminare in modo durevole il problema.

Mosca domestica o mosca cavallina: quali sono i loro comportamenti?

disinfestazione moschePer attuare una lotta mirata è opportuno svolgere una corretta identificazione delle varie specie di mosche, capendone così le caratteristiche e i luoghi di riproduzione. Analizzando queste due varietà di mosche, potremo capirne il ciclo biologico che parte dalla creazione di un uovo, per poi generare la larva, la pupa e infine l’adulto.

La Musca Domestica è la mosca più comune che è presente ovunque vive l’uomo. Il suo torace grigio brunastro è dotato di quattro bande scure, le ali sono divaricate e l’apparato boccale succhiatore lambisce i cibi liquidi, avvolgendoli nella saliva. La femmina è molto prolifica, basti pensare che può deporre fino a 150 uova in piccoli gruppi, per proseguire a una distanza di circa 4 giorni, fino a raggiungere anche 1000 uova. La ovodeposizione avviene dove vi sono sostanze organiche in putrefazione, immondizie che possono nutrire le larve. Quest’ultime, per crescere in condizioni ottimali, hanno bisogno di un clima caldo così come le mosche adulte che durante le ore fresche della giornata, si rintanano sui fili, sugli oggetti pendenti dai soffitti.

La mosca cavallina è un insetto ematofogo il cui nome scientifico è Stomoxys Calcitrans, detta anche mosca delle stalle perchè frequenta questi luoghi. La mosca cavallina è più grande della mosca domestica ed è di colore marrone; la membrana che protegge il corpo è molto rigida quindi è difficilissimo schiacciarla. Il suo apparato boccale è predisposto per pungere e succhiare il sangue, sia umano che degli animali. Lame minutissime tagliano la pelle con un movimento a forbice, succhiando il sangue in modo aggressivo e feroce per deporre le uova, circa 20-30 nell’arco di 30 minuti. Le larve coprofaghe, nutrendosi degli escrementi o delle sostanze organiche che trovano in decomposizione, crescono e nel giro di 30 giorni diventano pupe.

Disinfestazione: come avviene la lotta contro le mosche?

Abbiamo appreso che le mosche prolificano laddove vi è la presenza di cumuli di immondizia, cassonetti di rifiuti maltenuti, sostanze fecali o letame di stalla. Ecco che sia in ambito urbano che rurale, in caso di un’infestazione da mosche, bisogna attuare un piano d’intervento che si avvalga prima dello studio delle zone infestate, individuando i focolai su cui va applicato il programma di lotta. Ditte specializzate nella disinfestazione mosche applicano tutte le strategie necessarie a bonificare le zone infestate, impiegando sofisticate attrezzature e prodotti abbattenti ecologici, non nocivi alla salute degli abitanti la casa.

Trattamenti per la disinfestazione mosche

L’applicazione casalinga di un insetticida presente in commercio non basta per difendersi dall’infestazione di questi spiacevoli insetti, fastidiosi e anti-igienici sia nelle abitazioni che nelle mense, negli ospedali, nei locali adibiti alla ristorazione. Ecco che rivolgendosi a specialisti del settore si otterrà una garanzia di qualità per eliminare il problema alla radice e in modo rapido e duraturo. Questi tecnici specializzati utilizzano sostanze abbattenti irrorate da mezzi meccanici all’avanguardia che agiscono su aree estese, in modo da svolgere un servizio di disinfestazione professionale.

I biocidi sono riconosciuti dal Ministero della Salute e a seconda dell’entità infestante, si distinguono in adulticidi per le mosche adulte e larvicidi per gli stadi larvali. In caso di infestazione particolarmente grave, la lotta alle mosche si svolge con l’irrorazione di estratto di piretro o acido borico sciolto in acqua, da emulsionare con le irroratrici sui muri delle abitazioni, nelle aree che circondano le stalle, i macelli e le pescherie. Negli interni, è possibile utilizzare metodi sicuri e non nocivi, come le strisce di colla attiramosche, trappole con attrattivi alimentari, barriere d’aria erogate da un condizionatore che va posizionato sulle aperture esterne dei locali.

Una prevenzione efficace dei luoghi in cui sono stati distrutti i focolai larvali mira a mantenere le aree pulite, evitando substrati idonei alla ovideposizione, tenendo puliti gli scarichi, le tubature, i cassonetti dei rifiuti ed evitando il ristagno di acqua.

Disinfestazione formiche

La disinfestazione formiche: una soluzione definitiva contro le infestazioni

disinfestazione formichePer avere informazioni chiare e utili e per usufruire di un intervento risolutivo, in caso di infestazione da formiche conviene sempre rivolgersi a un servizio di disinfestazione professionale: solo questo sarà in grado di mettere in campo prodotti e tecniche di disinfestazione tali da risolvere la faccenda in via definitiva. C’è, prima di tutto, un principio da tenere ben presente: per eliminare le formiche, non è sufficiente intervenire sugli insetti che si vedono, ma è necessario trovare il modo di intervenire sulla colonia. Per farlo, soprattutto nel caso in cui la colonia non sia materialmente individuabile, occorre usare strumenti e prodotti professionali, che siano in grado di arrivare fin dentro ai nidi per andare a colpire anche le larve e la formica regina. Richiedere un preventivo è facile e veloce, e insieme si potranno richiedere anche informazioni sulle modalità di intervento e sulle garanzie di riuscita, oltre a utili consigli per evitare nuove infestazioni.

Le formiche: abitudini di questi insetti infestanti

Le formiche sono insetti presenti su tutto il territorio della penisola italiana. Questa specie infestante ama i climi miti, per cui è presente a tutte le latitudini, con esclusione delle aree più fredde del pianeta e delle zone montane di alta quota.

Esistono diverse specie di formiche, il cui nome scientifico è formicidae: la formica rossa e la formica nera delle case e dei giardini, entrambe presenti in Italia, oltre alla formica con le ali e alla formica bulldog, dalle abitudini particolarmente aggressive, e poi esistono anche l’esotica formica tagliafoglie e la formica rossa velenosa, presenti solo in alcune zone dell’Amazzonia e dell’Oceania. Per quanto riguarda questa specie velenosa dell’Amazzonia esistono molti metodi di lotta, prettamente professionali, che ci indicano come eliminare le formiche rosse, da case e giardini.

Ma le specie di formiche sono davvero tante, e quasi onnipresenti. Amando le temperature calde, è soprattutto nel periodo primaverile e in quello estivo che si verificano le infestazioni da formiche, nelle abitazioni, negli esercizi pubblici e anche nei capannoni industriali, soprattutto laddove vengano conservate derrate alimentari: è infatti nei mesi caldi che le formiche escono dai nidi per fare scorte di cibo per l’inverno. In effetti questi insetti infestanti – che vivono in colonie assai numerose e molto ben organizzate – possiedono un vero talento nella ricerca del cibo. Sono in grado di fiutarne la presenza anche a grande distanza (soprattutto se si tratta di alimenti grassi o zuccherini) e hanno la capacità di trovare la via più breve per raggiungere la risorsa alimentare individuata. Dopo di che, grazie a particolari sostanze ormonali che emettono, possono indicare la strada agli esemplari della stessa colonia: ecco perché le infestazioni da formica sono spesso repentine e difficili da gestire. Eliminare le formiche da casa, però, è altamente consigliabile: infatti, le formiche possono causare gravi danni agli alimenti, oltre a essere davvero fastidiose pur non essendo pericolose per la salute umana, almeno per quanto riguarda le specie presenti in Italia (la puntura della formica rossa e della formica nera può iniettare acido formico: è doloroso, ma pericoloso solo per i soggetti ipersensibili).

Prevenzione formiche: gli accorgimenti da adottare affinché le formiche non tornino

Perché le formiche non tornino a farci visita e non causino una nuova infestazione, è fondamentale adottare una serie di accorgimenti. Prima di tutto, i cibi e le derrate alimentari devono essere correttamente conservati. Soprattutto per quel che riguarda zucchero, marmellate, biscotti e altri cibi dolci, è necessario organizzarsi con contenitori a chiusura ermetica: questi, oltre a garantire una migliore conservazione degli alimenti, impediscono anche agli odori di fuoriuscire ed attrarre insetti infestanti, come, appunto, le formiche. In secondo luogo, un’infestazione da formiche deve rappresentare l’occasione giusta per controllare la tenuta degli infissi e la presenza di crepe, anche sottili, che possono essersi verificate nelle pareti, nel tetto o negli intonaci di casa: le formiche hanno la capacità di infiltrarsi in spazi minuscoli, per cui, oltre a colpire, come abbiamo detto, la colonia con metodi professionali, occorre anche provvedere a bloccare le vie di accesso all’interno dell’edificio.

Con un intervento professionale e questi semplici accorgimenti, si potrà avere la certezza di non dover più incorrere nel fastidioso problema delle infestazioni da formiche.

Disinfestazione cimici dei letti

disinfestazione cimici dei lettiLe Cimex lectularius o comunemente conosciute come cimici dei letti, sono dei piccoli insetti che si possono nascondere nei materassi o cucce degli animali e provocare danni alla salute oltre che alterare il benessere del sonno. La presenza di cimici da letto può essere eliminata grazie a servizi di disinfestazioni cimici dei letti specifici e volti all’eliminazione dell’infestante in ciascuna sua fase di sviluppo, non limitando il trattamento all’esemplare adulto.

Ci si accorge della loro presenza solo in seguito a fastidiose punture che lasciano sulla pelle, in quanto sono insetti ematofagi che si nutrono di sangue. La loro presenza è facile da riscontrare in alberghi o strutture ricettive non troppo attente alla sanificazione di ambienti e materassi, con la possibilità che alloggiando in uno di questi posti infestati si possano introdurre in casa tramite le valigie e i vestiti.

Per non ritrovarsi la casa infestata, quando si torna da un viaggio è consigliabile controllare bene i bagagli e gli abiti. Lavare subito questi ultimi ad alte temperature ed evitare di portare la valigia in camera e riponetela in un ripostiglio lontano dai letti. Mentre se l’abitazione è infestata l’unica soluzione è rivolgersi a ditte specializzate nelle disinfestazioni cimici dei letti in modo rapido ed efficace. Naturalmente le cimici possono essere portate nell’abitazione anche duranti traslochi, da altre persone o animali.

Servizi professionali di disinfestazioni cimici dei letti

Consorzio Imprendo è un’azienda italiana che opera in tutta Italia grazie ad una fitta rete di collaboratori locali, specializzata nelle disinfestazioni cimici dei letti, scarafaggi, insetti e diversi altri servizi professionali di pulizia e sanificazione di case ed edifici pubblici e privati. Un vero punto di riferimento per chi cerca piani di lotta alle cimici dei letti efficaci e sicuri, Consorzio Imprendo vanta una lunga esperienza nel settore della disinfestazione cimici dei letti, che mette a disposizione della clientela per effettuare interventi rapidi e personalizzati in base alla gravità del problema.

L’azienda avvalendosi di operatori qualificati ed esperti, prodotti ecologici e metodologie innovative, effettua trattamenti sicuri e capaci di debellare in modo definitivo le cimici dei letti, attenendosi alle normative europee in tema di tutela dell’ambiente e della salute dell’umo.

Caratteristiche delle cimici dei letti ed habitat

Le cimici dei letti sono insetti infestanti che appartengono alla famiglia Cimicidae, che si presentano con un corpo piatto e ovale, di colore marrone rossastro, lungo dai 4 ai 5 mm, così piccolo da assomigliare al seme di una mela. Capaci di diffondersi molto velocemente, prediligono gli ambienti caldi e accoglienti come quelli delle case, di ospedali, alberghi e dimorare soprattutto nelle camere da letto, dove la notte possono uscire per trovare nutrimento, rappresentato dal sangue umano o di animali domestici.

Nascondigli e indizi della presenza delle cimici dei letti

Le cimici tendono a nascondersi nelle pieghe e cuciture di materassi, lenzuola, federe, coperte e della biancheria tessile che si trova nella stanza, comprese le tende. Inoltre, si possono agevolmente notare nelle crepe e nelle fessure dei muri, delle prese elettriche, dietro i battiscopa, sugli arredi e i quadri. Per valutare se la casa è invasa da cimici oltre che esaminare i vari possibili nascondigli, si possono notare alcuni segnali. In primo luogo si possono vedere degli esemplari aggirarsi per la stanza, in secondo luogo gli involucri di pelle lasciati da tali insetti in seguito alla muta. Un altro segno è dato dalle feci, che appaiono come macchie di colore nero o marrone sulle superfici porose o come accumuli neri o marroni su quelle non porose. Infine, le irritanti punture sulla pelle possono indicare che nella stanza dimorano le cimici dei materassi. In quest’ultimo caso è necessario contattare immediatamente una ditta di disinfestazioni cimici dei letti, in quanto tendono a riprodursi velocemente e in poco tempo il problema può diventare davvero serio.

Sintomi punture cimici

Il sangue, è essenziale per le cimici per superare i vari stadi e diventare adulte e nel caso delle femmine riprodursi. È importante sapere, che anche senza nutrirsi tali insetti sono in grado di vivere per oltre un anno, mentre coloro che lo fanno regolarmente non superano i nove mesi. Dotati di due specie di becchi allungati, sono in grado di perforare la cute, estrarre il sangue e rilasciare una sostanza che ha effetti vasodilatori, che portano all’insorgere di irritazioni cutanee. Le punture di tali insetti, si manifestano come un accumulo di puntini rossi, in un primo momento sono indolore, dopo qualche minuto o ora tendono a gonfiarsi, formare dei lividi rossi e diventare pruriginosi. Nei casi più gravi possono provocare allergie e infiammazioni della pelle, che richiedono l’intervento di un medico. Le parti in cui in genere avvengono le punture sono gli arti superiori e inferiori, il collo e le zone scoperte del corpo.

Nascondigli e indizi della presenza delle cimici dei letti

Le cimici tendono a nascondersi nelle pieghe e cuciture di materassi, lenzuola, federe, coperte e della biancheria tessile che si trova nella stanza, comprese le tende. Inoltre, si possono agevolmente notare nelle crepe e nelle fessure dei muri, delle prese elettriche, dietro i battiscopa, sugli arredi e i quadri. Per valutare se la casa è invasa da cimici oltre che esaminare i vari possibili nascondigli, si possono notare alcuni segnali. In primo luogo si possono vedere degli esemplari aggirarsi per la stanza, in secondo luogo gli involucri di pelle lasciati da tali insetti in seguito alla muta. Un altro segno è dato dalle feci, che appaiono come macchie di colore nero o marrone sulle superfici porose o come accumuli neri o marroni su quelle non porose. Infine, le irritanti punture sulla pelle possono indicare che nella stanza dimorano le cimici dei materassi. In quest’ultimo caso è necessario contattare immediatamente una ditta di disinfestazioni cimici dei letti, in quanto tendono a riprodursi velocemente e in poco tempo il problema può diventare davvero serio.

Disinfestazione zanzare

Le zanzare rappresentano un problema a dir poco notevole e niente affatto semplice da combattere. Per tale ragione, la cosa migliore da fare è comprendere bene quali sono i rimedi e come procedere in caso di invasione. In linea di massima, quando si ha a che fare con le zanzare, la disinfestazione effettuata tramite una ditta specializzata porta con sé molte più garanzie. Ma vediamo di scendere più nel dettaglio e di capire come fare per tenere alla larga le zanzare.

Disinfestazione zanzare: ecco come fare

disinfestazione zanzareA tutti almeno una volta nella vita sarà capitato di dover fare i conti con un’invasione di zanzare. Com’è noto, si tratta di un qualcosa di molto fastidioso che potrebbe alterare anche la qualità del vivere quotidiano. Per questo motivo, è sempre bene prendere in seria considerazione l’ipotesi di affidarsi ad una ditta specializzata che possiede tutti gli strumenti per poter capire come procedere con la disinfestazione.

Come eliminare le zanzare

La disinfestazione delle zanzare deve essere effettuata in maniera a dir poco mirata tenendo conto, tra le altre cose, della specie, delle condizioni climatiche e della tipologia di ambiente che deve essere bonificato. Le ditte specializzate, infatti, vanno alla ricerca di focolai al fine di agire in maniera rapida e soprattutto efficace. Addirittura, non è da escludere la possibilità che gli stessi possano decidere di non procedere con un intervento, ritenendo il focolaio troppo piccolo per poter procedere. La cosa migliore, infatti, è risolvere il problema alla radice e non certo ragionare in termini di soluzioni tampone dallo scarso risultato.

Disinfestazione zanzare fai-da-te: controindicazioni

In merito ai trattamenti fai-da-te, è bene precisare che in questi casi è assolutamente molto difficile riuscire ad effettuare la cosiddetta campionatura utile per individuare la specie della zanzara. Ciò vuol dire, quindi, che si dovrà procedere in maniera del tutto autonoma, senza avere la benché minima idea dei dettagli necessari per mettere in campo azioni mirate. Al contrario, però, si ha la possibilità di comprendere bene il livello di infestazione molto semplicemente cercando di capire quante sono effettivamente le zanzare presenti nell’ambiente in questione. Ciò servirà per capire se optare per alcuni semplici accorgimenti o se, invece, preferire la strada della disinfestazione vera e propria.

Tutti coloro che decideranno di optare per il fai-da-te devono assolutamente tenere conto del fatto che per riuscire ad effettuare questa operazione bisogna prendersi circa un’ora di tempo. Solo così si avrà la possibilità di scovare tutte le zone critiche e di procedere in maniera chirurgica. Senza alcun dubbio, anche con il fai-da-te si può essere molto precisi e scrupolosi soprattutto se si deciderà di utilizzare tutti gli strumenti professionali presenti sul mercato e utili a questo preciso scopo. A questo punto, appare assolutamente evidente che quando si è alle prese con l’invasione delle zanzare, l’unica cosa da fare è procedere con la disinfestazione. In questo modo, si avrà la possibilità di evitare di doversela vedere con un fastidio che, alla lunga, potrebbe diventare decisamente insopportabile.

Rivolgersi ad una ditta specializzata è sempre la cosa migliore. Nel caso in cui, però, si avesse a che fare con problematiche di lieve entità, si può tentare con il fai-da-te riducendo però al minimo l’utilizzo di prodotti chimici cosiddetti pesanti che, alla lunga, potrebbero nuocere non poco alla salute. Tenendo conto di questi semplicissimi consigli, dunque, sarà facile riuscire a fare fronte all’invasione delle zanzare sia negli ambienti chiusi che, ad esempio, nei giardini. Un ultimo accorgimento riguarda, infine, il fatto che alle prime avvisaglie è sempre meglio prendere le giuste precauzioni. Basti pensare, ad esempio, al fatto che anche solo qualche esemplare potrebbe essere il segnale di una prossima invasione in piena regola.

Disinfestazione zecche

Avere a che fare con le zecche non è affatto semplice soprattutto se si tiene conto del fatto che, nella maggior parte dei casi, affidarsi al fai-da-te potrebbe essere la soluzione peggiore mentre, al contario, affidarsi ad una ditta specializzata in disinfestazione zecche assicura l’eliminazione dell’infestazione. Proprio le zecche, infatti, al contrario delle zanzare, ad esempio, non sono affatto facili da individuare. Per tale ragione, nel caso in cui ci si dovesse trovare costretti a fare i conti con esemplari di questa specie, la cosa migliore da fare sarebbe quella di contattare ditte specializzate, appunto, in disinfestazioni dalle zecche. Ma vediamo di scendere più nel dettaglio e di scoprire come riuscire a fare i conti con questi particolari esemplari e quali sono i consigli utili di cui tenere conto.

Disinfestazione zecche: ecco cosa c’è da sapere

disinfestazione zeccheCom’è noto, i principali vettori di zecche sono i gatti e i cani. Ebbene sì, pur essendo considerati tra i migliori amici dell’uomo, questi animali ci fanno correre il rischio di doversela vedere con vere e proprie invasioni di zecche.

Quando si parla di zecche si fa riferimento nello specifico a parassiti cosiddetti ematofagi che, in buona sostanza, mangiano sangue. Come è facile intuire, si tratta di insetti decisamente molto pericolosi oltre che fastidiosi. Tra le altre cose, è bene precisare che le loro prede non sono solo ed esclusivamente gli animali. Al contrario, tali insetti possono prendere di mira anche l’uomo, causando malattie da non sottovalutare. Per tale ragione, quando si ha anche il più piccolo sospetto di avere a che fare con un’invasione di questo genere, la cosa migliore da fare è quella di contattare una ditta specializzata per risolvere il problema alla radice o, in alternativa, optare per il fai-da-te tenendo, però, conto del fatto che bisognerà procedere in maniera a dir poco chirurgica per evitare di dover fare i conti con successive invasioni. Una cosa è più che certa: per riuscire ad eliminare alla radice il problema è fondamentale conoscere molto bene la biologia di questi insetti in modo tale da colpirli in maniera razionale.

Come riconoscere le zecche

Un aspetto che non deve essere affatto sottovalutato riguarda il fatto che le zecche non vanno confuse con altri insetti. Queste infatti, non sono altro che insetti molto piccoli che non hanno ali e che per muoversi riescono a fare salti addirittura di 80 cm. Particolarmente infestanti, esse possono arrivare dalle crepe presenti nei pavimenti, dai tappeti o dal letto. All’esterno, invece, bisogna fare molta attenzione alle zone in cui sono presenti delle sabbie. Come detto in precedenza, quando si ha a che fare con le zecche bisogna ricordare che questi insetti sono portatori di malattie e che, dunque, è assolutamente importante muoversi per tempo. La disinfestazione deve essere effettuata, quindi, in maniera a dir poco scrupolosa, tenendo conto del fatto che un intervento superficiale potrebbe mettere a dir poco a rischio la salute dell’uomo.

Come prevenire la presenza di zecche

Tenendo ben puliti gli ambienti è molto più difficile che le zecche riescano a trovare il proprio habitat naturale. In buona sostanza, la prima e più importante cosa da fare è quella di evitare che le zecche si annidino nella propria casa o nel proprio ufficio. In seconda battuta, quando si ha già a che fare con le zecche in questione, non si dovrà fare altro che avviarsi verso un percorso rapidissimo di disinfestazione che, tra le altre cose, alle volte potrebbe essere anche molto invasivo ma che si rivelerà a dir poco necessario per la salute di tutti.

Come è facile intuire, le zecche sono tra gli insetti più fastidiosi oltre che pericolosi e, pertanto, la cosa principale è quella di liberarsene nel più breve tempo possibile. Solo in questo modo, si avrà la possibilità anche di proteggere la salute dei propri amici a quattro zampe che sono molto soggetti a malattie causate proprio dagli attacchi delle zecche. Per loro, infatti, un morso di zecca potrebbe rivelarsi addirittura fatale. In sintesi, la parola d’ordine quando si ha a che fare con le zecche deve essere assolutamente la prevenzione, al fine di riuscire ad evitare di intervenire con una disinfestazione dalle zecche molto pesante e invasiva.

Disinfestazione pulci

Disinfestazione pulci: un provvedimento necessario per la salute dell’uomo; ma da dove arrivano questi fastidiosi insetti?

disinfestazione pulciLe pulci sono insetti appartenenti alla famiglia dei sifonatteri. Gli appartenenti a quest’ordine si distinguono per il caratteristico apparato boccale che è in grado di pungere e succhiare, oltre per il fatto che non sono in grado di volare in quanto privi di ali (atteri).

Le pulci sono insetti ematofagi che non possono volare e che hanno la necessità di nutrirsi del sangue dell’ospite per riprodursi e difatti vittime di questi fastidiosi insetti sono gli animali a sangue caldo. Il problema di come eliminare le pulci dal cane o da altri animali domestici, se non si agisce tempestivamente, può degenarare causando una vera e propia infestazione. L’essere umano entra in contatto con i sifonotteri a causa della presenza di gatti su cui si possono rifugiare le pulci della specie Ctenocephalides felis e cani che ospitano le Ctenocephalides canis. Raramente si può riscontrare sull’uomo la pulce che predilige la specie umana (Pulex irritans), talvolta però si può trovare la Echidenofaga gallinacea, specie che si trova solitamente sul pollame e che, se viene a contatto con l’uomo, può infestare anche gli ambienti domestici.

Le pulci e i problemi alla salute

Le pulci possono creare molti problemi all’uomo a partire da eritemi cutanei e reazioni allergiche anche di forte intensità, questi insetti potrebbero inoltre fungere da trasportatori di malattie.

Pungendo gli animali, o altre persone, la pulce trasporta gli agenti patogeni da un soggetto ad un altro causando la contaminazione tramite puntura e contatto con il sangue e, proprio per questo motivo, la presenza di pulci in casa è estremamente pericolosa ed è bene non sottovalutare l’entità del problema.
Questo spiacevole particolare è testimoniato già a partire dal medioevo, epoca in cui la pulce del ratto (Xenopsylla cheopis) si rese responsabile della diffusione della peste bubbonica e del tifo murino. Grazie al lavoro inconsapevole di questi microscopici insetti, la malattia si è diffusa velocemente da ratto a ratto per poi passare all’uomo tramite il morso delle pulci. Un quarto della popolazione europea fu sterminata fino a che non si comprese il ruolo vettoriale della pulce e si è iniziato ad effettuare la disinfestazione pulci. Il tifo murino è ancora presente soprattutto negli Stati uniti, ed è trasmessa dalla pulce dei ratti e dei gatti, nonché da altri sifonatteri, insetti come le pulci.

La derattizzazione e i moderni prodotti per i gatti hanno limitato la presenza di pulci, ma non è possibile eliminarla completamente se non con una mirata disinfestazione pulci.

Come prevenire la formazione di pulci

Prima di intervenire con una disinfestazione pulci atta a distruggere ogni minima presenza degli insetti sifonatteri, è bene capire come prevenirne la formazione e tenere sotto controllo la situazione per poter intervenire tempestivamente in caso di necessità.
Punto essenziale da non sottovalutare per prevenire la formazione di pulci è la pulizia profonda da effettuarsi con aspirapolvere in ogni luogo della casa, ma soprattutto negli ambienti e posti in cui le pulci si possono annidare e riprodurre facilmente. In seguito alla pulizia si può fare uso di un insetticida appositamente studiato per lo scopo.

In caso di presenza di animali domestici sarà necessario controllare periodicamente che siano privi di parassiti ed eventualmente procedere con un trattamento specifico ad uso veterinario.
Bisogna però ricordare che le pulci non sono sempre visibili ad occhio nudo in quando potrebbero essere ancora allo stato di uova, larve o pupe invisibili all’occhio umano. In questo caso si possono utilizzare degli appositi insetticidi a base di pyriproxyfen, un regolatore di crescita che blocca lo sviluppo degli insetti ancora nelle uova.

Disinfestazione casa da pulci: quando intervenire

La disinfestazione pulci si rende necessaria nel momento in cui si avvertono fastidiose irritazioni della pelle, arrossamenti e puntini diffusi su una specifica parte del corpo o su più zone. Inoltre si può richiedere l’intervento di professionisti della disinfestazione se si hanno animali in casa e si teme vi siano depositi di uova, larve o pupe in particolari zone e per un controllo diffuso. I professionisti disinfestatori interverranno verificando con appositi mezzi e controlli mirati, se vi sia effettivamente la presenza del parassita e in quale quantità. In caso lo ritenga necessario procederà con la disinfestazione delle pulci seguendo l’iter stabilito che porterà alla completa e profonda pulizia ed eliminazione di qualsiasi forma di pulce presenta nell’ambiente domestico o lavorativo.

Gli interventi di disinfestazione pulci ad azione totale devono essere effettuati solo ed esclusivamente da professionisti del settore che sono preparati ad utilizzare mezzi e potenti insetticidi e disinfestati.

Termiti

Nessun altro insetto terrorizza i proprietari di casa più delle termiti. Questi piccoli insetti possono ridurre all’osso il legno presente all’interno della casa fino a quando non rimane più nulla. I rimedi sono spesso costosi e sconvenienti. Ma come si fa a capire se ci sono questi piccoli disturbatori – prima che sia troppo tardi?

LA RICERCA DEI DISTRUTTORI SILENZIOSI

Molte persone non capiscono di avere le termiti finché non è troppo tardi e cercano dei rimedi ad ampio spettro. Solo un piccolo ficcanaso può salvare il tuo portafoglio e la casa.

Comincia nel tuo garage, di solito quello è il posto dove cominciano ad esserci i primi segni della presenza di termiti. Una volta al mese, guarda per bene il pavimento del tuo garage alla ricerca di una sostanza simile a sabbia. All’incirca della dimensione di un seme di cipolla o peperoncino spezzato e di solito ha un misto di colori di crema o ruggine. Con una piccola lente d’ingrandimento, basta guardare quest’essenza per vedere se ogni granello ha sei grandi solchi. Questo granello, chiamato frass, è un escremento della termite e gettato via da un buco d’uscita nel legno. I solchi si formano, quando l’escremento attraversa il corpo della termite.

Se si trova il frass, guardare in direzione della parte alta alla ricerca di un buco d’uscita, il quale assomiglierà al buco di un chiodo. Ce ne potrebbero essere uno o di più. Adesso si ha un punto da cui partire per combattere queste piccole creature.

Assicurati di controllare le coperture ed i pavimenti di legno del patio. All’esterno, i venti possono far volare via rapidamente il frass, così a questo punto basta provare questo semplice trucco: Tenere un foglio di carta bianca sotto la sezione che si vuole controllare, e tappare il legno con una mazza di gomma oppure un piccolo martello. Si riuscirà a vedere il frass nel momento in cui cade sopra la carta. Controllare, facendo attenzione, intorno agli angoli ed i segni, in quanto quelli sono i posti preferiti dalle termiti affinché possano entrare nel legno. Non pensare di essere al sicuro perché si possiede un patio o un pavimento di legno di sequoia – le termiti attaccheranno anche il legno di sequoia.

Se avete la casa con le fondamenta in rilievo, avrete bisogno di tirare fuori la vostra fedele torcia elettrica per cercare le termiti nascoste. Queste termiti costruiscono dei canali sotterranei dal terreno al legno presente dentro casa vostra. Andate alla ricerca di questi canali lungo la parte interna e quella esterna delle fondamenta di casa vostra. Cercate anche il fango che esce fuori tra le tavole oppure lungo le fondamenta. La lama di un coltello che procede lentamente lungo le fondamenta o chiodi di supporto, perforeranno facilmente una tavola piena di questi parassiti. Le tavole piene di queste gallerie restituiranno un suono vacuo, quando sono colpite da un martello.

TRATTAMENTO DI RISPOSTA

Adesso che avete trovato i parassiti, è arrivato il momento di capire quali tipi di trattamenti sono utili a voi come proprietari di casa, ed in particolar modo quali trattamenti ti puoi fare da solo.

Per prima cosa, provare a determinare quanto è estesa l’infestazione. Solo una tavola è infestata? È facile scoprirlo. Nel caso, al contrario, ce ne siano di più, esse mostrano dei segni di debolezza? Incidere le tavole e guardare il grasso che cade, cercare dei buchi d’uscita, e controllare il segnale più serio: le tavole che producono un suono più vacuo con delle gallerie che si vedono facilmente. Ricordarsi che le termiti masticano il legno in maniera molto lenta, così scoprire una prova della loro esistenza non significa che divoreranno la casa in una settimana. C’è molto tempo per pianificare un attacco.

In caso non vi fidiate di determinare da soli quanto è esteso il problema, chiamare una delle molte compagnie di derattizzazione che offrono un’ispezione gratuita della propria casa. Questa cosa darà anche un buon punto d’avvio ed in seguito aiuterà nella determinazione di un trattamento. Guardare l’ispettore lavorare darà anche un aiuto nel fare lo stesso lavoro da soli. Chiedere all’ispettore di mostrarvi a cosa assomigliano quel frass o quelle tubature, e, se viene trovato del grasso, conservarne un po’ per un paragone successivo.

La diagnosi della presenza di termiti usata per indicare quali pesticidi usare contro gli insetti. Alcuni pesticidi che furono usati di continuo ebbero un effetto residuo fin oltre i vent’anni. Fortunatamente, i proprietari di casa, al giorno d’oggi, hanno numerose scelte, molte delle quali non fanno affidamento su alcuni pesticidi.

Uno dei metodi più efficaci nel controllo delle termiti è quello di togliere e poi rimettere le tavole infestate. Spesso questo è il metodo più semplice e più economico. Quando si toglie una tavola, controllarne le terminazioni facendo molta attenzione per vedere se le termiti si sono aperte un varco, per passare nella successiva. Se non ce n’è, il problema può essere risolto.

Le compagnie di derattizzazione hanno molte armi nuove contro le termiti nel loro arsenale, come quella di usare la radiazione a microonde, l’elettricità, il calore, ed il freddo. In modo particolare un equipaggiamento preposto a quel lavoro, è quello di sparare le radiazioni o l’elettricità direttamente all’interno della tana delle termiti, uccidendole. Un altro macchinario può fare salire la temperatura del legno ad oltre 150 gradi, uccidendo di conseguenza gli insetti. Ancora un altro strumento può gelare il legno, distruggendo le termiti. L’estensione dell’area di legno che ha bisogno di essere trattata e le condizioni dove si vive possono determinare quale metodo è il migliore per la situazione in questione.

I pesticidi sono ancora usati per combattere questi insetti. Alcuni prodotti possono essere acquistati dai proprietari della casa, ma altri si possono ottenere soltanto tramite persone che si occupano direttamente di questo problema. Fino a quando non si sa esattamente quale quantità effettiva di spray deve essere usata contro le termiti, è meglio che questo lavoro lo facciano dei professionisti nel settore.

Quando l’area è piccola, si può anche usare un insetticida comune (con, sull’etichetta scritto per uso contro le termiti e le formiche). Sistemare l’estremità del tubo contro l’uscita della tana delle termiti, dopo di che spruzzare fino a quando non si vede lo spray rifluire inondando il tubetto oppure fuoriuscire da un’altra uscita. Andare al successivo buco d’uscita e spruzzare di nuovo, continuare fino a quando non si scoprono altre vie d’uscita. Questo spray funziona bene sul legno secco fino a quando le termiti non sono confinate. Si dovrà osservare attentamente l’area trattata per essere sicuro che il frass non cominci nuovamente ad apparire.

Se si scopre di avere delle termiti sotterranee, le tubature di terra devono essere distrutte prima dell’inizio del trattamento. Con queste termiti, sia il legno che il terreno devono essere trattati. Le termiti sotterranee mangiano il legno, ma mantengono sempre un contatto con il terreno. La rottura di questo contatto è essenziale per un completo controllo contro questo genere di termiti.

Alla fine, se tutti questi trattamenti non funzionano oppure l’area che deve essere trattata è molto ampia, l’unica scelta lasciata deve essere quella di avere un casa totalmente disinfestata. La cosa buona riguardo questo metodo è che ciò ucciderà qualsiasi blatta o formica che aveva creato la propria casa all’interno della vostra. Le cattive notizie sono che uccide tutti i ragni benefici presenti, allo stesso modo, dentro casa.

Topi e ratti

Pensavate che non vi potesse accadere – un’invasione di roditori. Un’infestazione di roditori generalmente è abbastanza ovvia e spesso opprimente. I primi segni della presenza di un roditore che molte persone vedono sono i gocciolamenti che si lasciano alle spalle. All’interno del giardino, topi e ratti dissoderanno i semi e di solito lo metteranno sottosopra.

UN TOPO IN CASA?

La prima tappa nell’eliminazione dei roditori dalla tua proprietà è quella di provare ad eliminare qualsiasi traccia di cibo o riparo di cui i roditori hanno bisogno. Alcune volte il giardino è la fonte di cibo, così la sua rimozione non è una cosa pratica. In quel caso, si dovranno concentrare gli sforzi nella distruzione della tana dei topi. Un sistema per fare questo è quello di otturare qualsiasi foro che stanno usando con della grezza lana d’acciaio. Attendere finché non cala la notte ed i roditori escono alla ricerca di cibo, ed a quel punto tappare i fori. Di solito questo è un sistema temporaneo (perché gli elementi della lana d’acciaio si corroderanno), ma è rapido e ti darà del tempo per trovare dei sistemi migliori. La lana d’acciaio posizionata intorno ai tubi dentro casa, farà desistere i topi dallo spostarsi da una camera all’altra.

Non lasciare mai il cibo per cani o gatti in giro in modo da scoprire i roditori. Loro sono più astuti di quanto sembra e prenderanno vantaggio da questa facile fonte di cibo.

I topi in particolar modo amano nascondersi sotto il concime organico naturale che giardinieri poco consapevoli usano per mantenere l’acqua ad un livello minimo, così se avete bisogno di usare i concimi organici naturali, li rastrellano spesso per fare in modo che i topi non ne facciano la propria casa. Siate consapevoli che i ratti sono molto affezionati ad una coperta fatta d’edera.

I ratti ed i topi sono sensibili a certi odori. Spruzzando sopra i battiscopa fuori casa una soluzione di ammoniaca ed acqua si terranno lontani. A loro non piacciono gli odori delle piante di Narcissus pseudonarcissus, giacinti, quindi provare a piantarne qualcuna negli spazi vuoti.

Tenere i roditori fuori del proprio giardino è una cosa più difficile. Delle barriere solide attorno al giardino aiuteranno a tenere lontani molti roditori, ma di solito loro riescono a trovare una via vicino oppure sotto tali barriere. Nascondendo sotto il terreno una barriera di filo metallico da ¼ pollici ad almeno sei pollici di profondità si avrà una soluzione quasi definitiva.

COSTRUIRE UNA MIGLIORE TRAPPOLA PER I TOPI.

Molte persone si sentono esasperate oppure pensano che intrappolare i roditori è l’unico sistema per intaccare veramente la popolazione. Tutti quanti conoscono le trappole comuni a scatto, ed esse sono ancora usate e preferite da molte perone. Il burro d’arachidi rappresenta un’ottima esca per le trappole a scatto.

KetchAll, una trappola nuova usata da molti zoo, è basata sul principio della ruota a pale. Essa assomiglia ad un pupazzo a molla con un foro che attraversa la base. Si piazza una trappola lungo il percorso di un topo e quando corrono attraverso il foro, loro sono catturati dentro una camera di contenimento. Essa può catturare molti topi (fino a venti) vivi, dipende da quanto tempo fai funzionare la trappola. Ad ogni modo, ti trovi a quel punto davanti ad un lavoro spiacevole e cioè quello di sistemare i topi vivi. Devi essere all’altezza di capire come tu vuoi liberartene. (Il controllo dell’animale non ti aiuterà, ma l’aiuto di alcune compagnie di derattizzazione li intrappolerà e terrà i topi lontano uccidendoli – con un onorario. Nel caso non vogliate uccidere i roditori, la vostra unica possibilità è quella di condurli fuori del terreno e farli scendere in un campo.) Una cosa importante da ricordarsi qui è quella di controllare le trappole viventi giornalmente. Un fallimento nel fare questo provocherà il dimenticarsi i topi e fare soffrire loro una morte lenta di inedia.

Un’altra trappola che è molto meno tenera è quella di mettere della colla. I topi ed i ratti corrono lungo essa e ne sono bloccati. Tu devi solo decidere come uccidere il roditore catturato, ed allora gettare via tutto quanto.

Le esche al veleno sono conosciute da alcune persone perché sono semplici da usare, e di solito tu non devi disporre i roditori successivamente. Un’esca di farina d’avena e cemento fatta in casa è efficace – i roditori muoiono perché non riescono a digerire il cemento.

Una nuova esca per roditori usa la vitamina D come agente velenoso. La vitamina D può essere nociva ai roditori (come è nociva per gli esseri umani) se ne è assunta in grosse quantità. Per questa esca utile ad uccidere i topi, loro devono continuare a mangiarne fino a quando non si crea uno squilibrio di calcio.

Esca contro i roditori: Un po’ di farina d’avena, cereali, o grano in polvere – Un po’ di cemento – Mischiare il cemento e la farina d’avena insieme. Mettere dentro dei bicchieri di carta rovesciati dove possono entrare i roditori ma non altri animali.

IL MONDO DI UN TOPO

I ratti ed i topi sono in grado di vivere in una molteplicità di ambienti, e nessun posto si salva da questi invasori. Qualsiasi posto più grande di un quarto di pollice può essere una casa perfetta. Alcuni dei loro posti preferiti sono le fogne, i seminterrati, le stalle, i cunicoli sotto le rocce ed i palazzi. Qualsiasi zoo al mondo ha una lotta continua contro i roditori. Il richiamo di roba da mangiare e sistemazioni senza problemi è una cosa troppo invitante per i roditori perché se ne vadano.

I ratti ed i topi sono molto prolifici. I topi cominciano a procreare a circa otto settimane dalla nascita ed i ratti a circa tre mesi d’età. Ognuno può avere delle figliate quattro volte l’anno, per partorire dagli otto ai nove piccoli alla volta. I roditori causano un danno economico maggiore e possono trasmettere malattie infettive agli esseri umani.

Molti ratti e topi sono notturni e preferiscono correre lungo i bordi dei palazzi, battiscopa, e recinti. Loro hanno anche un udito eccellente, come anche il senso del gusto, ed un buon fiuto, la loro capacità visiva è il senso peggiore.

LE VESPE DAL GIACCHETTO GIALLO

Chiunque abbia fatto un picnic oppure un barbecue nel giardino di casa ed è stato invaso dalle vespe dal giacchetto giallo certamente concorderà che questi insetti sono dei seccatori. Ad ogni modo, le vespe dal giacchetto giallo sono benefiche come impollinatici, predatrici di insetti e ragni, ed animale saprofagi che si nutrono di animali morti.

UN AIUTO PER EVITARE UNA SITUAZIONE PUNGENTE

Molte trappole per vespe oggi sul mercato sostengono di tenere a bada quegli invasori. Alcuni sono più efficaci di altri, ma molti sono basati sul principio di attirare le vespe usando un’esca, comunemente un’esca fatta con del cibo.

Si può creare una propria esca usando del succo di frutta (di mela è migliore) ed un pezzo di carne. La trappola stessa può essere fatta con molte cose: una vecchia bottiglia di soda, una bottiglia di latte di plastica, o persino una busta di plastica. L’idea è quella di riempire il contenitore della trappola con del succo di frutta fino ad un’altezza di circa due pollici. Poi piazzare un piccolo pezzo di carne cruda (come hamburger o pesce) nella trappola allo stesso modo. Non richiudere con il coperchio la bottiglia e metterla fuori sul proprio tavolino da picnic oppure, anche meglio, sopra un tavolo tutto a solo. Anche alle formiche piace questa trappola, ma mettendola in un tegame riempito con dell’acqua ci aiuterà a dissuaderle.

Adesso, mentre il succo di frutta fermenta e la carne comincia a deteriorarsi, la trappola comincerà ad esalare un odore che alla vespa piace. Le vespe prive di sospetti strisceranno dentro la bottiglia, cadranno nel succo, ed annegheranno. Se si usano le buste di plastica, tagliare un piccolo buco vicino alla sommità per invitare le vespe ad entrare. In seguito, appendere la busta, sostenendo la cima in due punti (una vecchia stampella per abiti di ferro, funziona bene) per avere dei risultati migliori. Una trappola fatta con una busta di plastica simile a questa può essere acquistata nei negozi di giardinaggio e che vendono anche articoli per camperisti se non si ha intenzione di farsene una da soli.

Si può usare il succo o la carne da soli nella trappola, oppure provare varie combinazioni fino ad arrivare all’esca giusta – una che sia irresistibile alle vespe nei dintorni. Se si usa soltanto la carne, sostituire il succo con la stessa quantità di acqua, quando si hanno bisogno di liquidi affinché le vespe affoghino.

Le moffette sono note per assalire i nidi delle vespe che si trovano per terra alla ricerca delle larve di vespa. Se si è a conoscenza di un nido di questo genere, mettere del miele intorno all’apertura. Il miele attirerà le moffette vicine verso il nido ed avranno un pasto fatto di miele e vespe.

INSETTO BUONO, MA CHE PUNGE L’UOMO

Le vespe dal giacchetto giallo appartengono alla stessa famiglia delle vespe (Vespidae) come i calabroni e le vespe della carta. Questa famiglia di vespe è conosciuta in particolar modo per il suo potente pungiglione, che la vespa può continuare ad usare (a differenza dell’ape domestica, che può usare il proprio pungiglione solo una volta).

Le vespe della carta costruiscono un grosso nido con molti strati di carta, creando delle celle esagonali ed individuali per le larve. Le vespe costruiscono questo nido masticando legno o fogliame, mescolandolo con della saliva, e quindi applicando il miscuglio come farebbe uno scultore. Di solito i nidi si trovano nelle aree protette come gli alberi alti,o le grondaie di casa; alcuni sono costruiti sotto terra. In media un nido può contenere dalle 5000 alle 25000 vespe durante l’estate. Ogni nido può avere solo una regina. Al contrario delle api, molte colonie di vespe non vivono durante l’inverno. Invece solo la regina sopravvive all’inverno e costruisce un nuovo nido in primavera.

Di solito le vespe adulte si nutrono con il nettare dei fiori e giocano un ruolo importante nell’impollinazione di molti tipi di piante. Le larve sono nutrite maggiormente d’insetti e pezzi ripuliti di pezzi di animali morti. È nel momento in cui le vespe stanno scavando alla ricerca della carne per le larve che diventano più fastidiose agli esseri umani.

Vespe parassite

Molte vespe parassite sono piccole e di solito non sono notate dagli esseri umani, ma il lavoro che fanno nell’uccidere gli insetti nocivi non è meno monumentale.

PICCOLE MERAVIGLIE

La vespa commette il suo assassinio, deponendo le proprie uova sulle uova e le larve del suo organismo ospitante, preso come bersaglio. Le uova della vespa si schiudono e si cominciano a nutrire dell’organismo. La larva di qualche vespa parassita si nutre della parte esterna dell’organismo, mentre altre perforano quell’organismo e si nutrono dall’interno. L’organismo sopra citato lentamente muore, mentre le larve non ancora mature crescono. Molte vespe parassite appartengono ad una di queste grosse famiglie d’insetti: Ichnumonoidea, Bracondidae, Chalcidoidea, e Proctotrupoidea.

Molte di queste piccolissime vespe sono commercialmente disponibili. Di solito sono spedite alo stato di pupe dentro organismi parassitari, e sono pronte ad essere distribuite tra le proprie piante, dove emergeranno come adulte e andranno alla ricerca di organismi ospitanti su cui deporre le proprie uova.

Alcune delle più importanti vespe parassite sono:

  • La mosca bianca parassita (Encarsia formosa) depone le proprie uova durante lo stadio, simile a quello della ninfa con le squame, della mosca bianca, facendo annerire le squame, mentre le vespe crescono e mangiano l’organismo ospitante dall’interno. Si raccomanda di liberare queste vespe, quando la temperatura è calda, ad un ritmo di che va dalle due alle cinque vespe per piede quadrato del giardino. È meglio liberare le vespe settimanalmente per un periodo di tempo che supera i due mesi.
  • Le vespe trichogramma sono molto piccole e di grande utilità per i giardinieri. Alcuni tipi, laTrichogramma pretiosum, andranno alla ricerca e parassiteranno le uova di circa 200 diversi tipi di farfalle e falene. Altri tipi di vespe trichogramma sono un po’ più specifiche nella loro selezione dell’organismo ospitante. Molti esperti raccomandano una vespa per ogni piede di giardino. Il momento migliore per liberare le vespe è, quando molti tipi di organismi ospitanti depongono le proprie uova. Il proprio vivaio di zona o ministero dell’agricoltura avrà la corretta informazione per la propria area.
  • La vespa pedio (Pediobius foveolatus), o parassita della blatta della pianta di fagioli, è un eccellente aggiunta nella lotta contro le blatte messicane della pianta di fagioli. Questa vespa mira allo stadio larvale della blatta.

Molte vespe parassite che sono commercialmente disponibili si troveranno in vendita nei vivai e nei negozi che vendono articoli da giardino in offerta, o si possono comprare direttamente da un fornitore. Abbiamo elencato solo alcuni esempi dei tipi d’insetti nocivi che sono attaccati dalle vespe parassite. Le istruzioni per avere dei risultati migliori si trovano con le vespe acquistate, ma se ne possono anche chiedere altre ai giardinieri o professionisti presenti nella propria zona quali vespe sono migliori per il proprio scopo, e sotto quali condizioni.

Una lista di fornitori che si occupano d’insetti benefici può essere trovata nella guida all’acquisto in fondo a questo libro.

Zanzare

Si possono udire quando arrivano; assomigliano a bombardieri nel corso di una missione disperata. I loro attacchi proditorii alcune volte sono così buoni quando arrivano e vanno via prima che si capisce di essere stati attaccati. Ma le punture che si lasciano dietro ti ricorderanno per molti giorni che hanno assolto al loro compito: estraendo il sangue in modo da completare il loro ciclo riproduttivo.

L’ATTERRAGGIO DEI BOMBARDIERI

Ci sono diverse strategie per mettere in fuga le zanzare e prevenire il loro attacco. C’è un alto numero di prodotti commerciali disponibili a questo scopo che possono essere abbastanza efficaci, quando sono usati propriamente. In aggiunta, le candele di citronella possono fornire una protezione contro le zanzare, ma solo per una distanza limitata intorno alla candela. Il problema è che nono si può portare una candela in qualsiasi luogo si va.

I gerani di citronella piantati intorno al proprio orto possono essere un aiuto a tenere lontane le zanzare, ma nelle zone in cui c’è una grossa infestazione i gerani da solo non possono essere abbastanza. Per una protezione dentro casa contro le zanzare, provare a fare crescere i gerani dentro casa – oppure anche portarne dentro un mazzo da fuori. Molte altre piante ed erbe sono conosciute per avere un’azione repellente contro le zanzare. Alcune piante, come gli eucalipti, la menta, ed il rosmarino, non solo danno una protezione contro le zanzare, ma anche dalle pulci, le zecche, ed i moscerini.

Un aiuto per bloccare il prurito provocato dalla puntura di una zanzara, mischiare un uguale impasto di bicarbonato di sodio ed acqua ed applicarlo sulla puntura.

Strofinare le erbe direttamente sopra la pelle procura la protezione migliore. Cominciare a coltivare un giardino semplice e lasciare che faccia il proprio dovere per due volte – le erbe che vanno bene in cucina, nel momento in cui vengono piantate all’intero di cestelli pendenti vicino alle porte ed alle finestre, aiuta a tenere le zanzare fastidiose fuori della propria casa. Alcune buone scelte oltre a quella menzionata sono il basilico, la lavanda, la salvia, ed il timo.

La gambusia (Gambusia affinis), la quale mangia le larve delle zanzare, può essere aggiunta agli stagni per tenere sotto controllo il numero di zanzare. In alcune zone si può ottenere il pesce dal proprio ministero per l’agricoltura di zona.

TI VOGLIONO SUCCHIARE IL SANGUE

Solo le punture della zanzara femmina servono a succhiare il sangue alle vittime, in modo da completare il proprio ciclo vitale e deporre le uova. È nel punto dove la zanzara colpisce la propria vittima che diventa un vero problema per gli esseri umani, in quanto la sua saliva può portare molte malattie pericolose, compresa la malaria, la dengue, e la filariasi, solo per nominarne un po’. Fortunatamente, ci sono poche malattie portate dalle zanzare, secondo quanto riportato negli Stati Uniti ogni anno.

Le zanzare hanno bisogno dell’acqua come posto dove depositare le uova, così basta drenare l’acqua da qualsiasi posto dove è stagnante, da ogni posto dove si trova intorno al proprio recinto, ma ci vorrà molto tempo per ridurre la popolazione di zanzare. (Un vecchio vaso per i fiori pieno di acqua che si è dimenticato può essere un perfetto habitat per centinaia di larve della zanzara.) Alcune persone cha hanno dei laghetti artificiali come ornamento, devono sperare di far galleggiare un sottile strato di olio minerale sulla superficie del laghetto per tenere lontane le zanzare. Questo funziona tagliando l’ossigeno al canale per la respirazione delle larve, uccidendole. Prima di usare questo sistema, assicurarsi che questo non faccia male ai pesci.

ZANZARA TIGRE, DISINFESTAZIONE IN RITARDO

Fa la parte, del leone quest’anno, anzi della tigre,l’Aedes Albopictus, il piccolo insetto vorace che, puntuale come ogni anno nel periodo estivo, tormenta le notti e le caviglie scoperte dei romani: la zanzara tigre, infatti, ha dato il via alle sue terribili scorribande, in attesa di un Sindaco che firmi la sua condanna. La rituale disinfestazione.

Il periodo è propizio, la pioggia degli ultimi giorni infatti, alternata a momenti di sole, staa dando i suoi frutti: l’Aedes Albopictus inizia a farsi vedere ma la disinfestazione capitolina non parte e sembra quasi inevitabile ormai che slitti di qualche settimana, almeno finché non ci sarà un Sindaco ed un Assessore all’ambiente pronti a dare il via libera agli interventi di Ama disinfestazioni, ex Sanama.

Lo scorso anno, infatti, gli interventi iniziarono il 16 aprile, in anticipo sui tempi a causa del forte caldo rispetto al 2006, quando iniziarono il 2 maggio per durare poi fino al mese di novembre inoltrato. Quest’anno invece di interventi ancora non se ne parla, lasciando così qualche speranza in più alle già robustissime zanzare tigri. Un primo intervento, larvicida, coprirà oltre 700 mila tombini per poi lasciare il posto alla campagna adulticida. «Per ora interveniamo solo su chiamate dei privati – spiega Ama disinfestazione – aspettiamo direttive dal Campidoglio per quel che riguarda il suolo pubblico». E’ possibile infatti contattare Ama a proprie spese per una disinfestazione nei giardini o cortili privati chiamando il call center 06/55341225. Massima allerta, infine, sulle sostanze chimiche che verranno irrorate in aria e nelle acque dei tombini: «Negli ultimi anni a Roma sono stati usati prodotti non sempre compatibili con il rispetto della nostra salute e dell’ambiente – denuncia il professor Luigi Campanella responsabile di Equivita e membro della commissione di esperti consultata dal Comune – servono prodotti non tossici e degradabili».

ECCO I CONSIGLI PER SCONFIGGERLA

In attesa della disinfestazione, da cui peraltro la zanzara tigre si rialza sempre più forte, ecco qualche semplice consiglio dal Cnr: svuotare sistematicamente i sottovasi e tenersi alla larga dagli insetticidi, molto più efficaci infatti i larvicidi, che stroncano sul nascere la carriera del fastidioso insetto, ed i fili di rame. Un grande alleato potrebbe essere anche il pesciolino rosso: nelle vasche di grossa portata, presenti nei giardini, fa scorpacciate di zanzare.

– Articolo ripreso dal quotidiano Leggo del 22 Aprile 2008 –

APPALTI E CAPITOLATI

Il capitolato giusto per l’appalto di disinfestazione giusto, sembra quasi un’equazione matematica. E’ sicuramente un argomento controverso, dove è facile assistere a veri e propri scontri fra diverse scuole di pensiero. E’ facile in questo campo imbattersi in esperti, studiosi o semplici  titolari di aziende di prodotti e attrezzature che sembrano essere depositari delle verità più assolute, da sbandierarsi in occasione di convegni e riunioni, solo per rendersi conto di un fatto: la verità assoluta in questo, come del resto in altri campi non esiste.

L’epoca in cui viviamo d’altronde, vede crescere sempre di più l’informazione, ed è dura la vita per chi usa le proprie conoscenze, i propri studi o la propria semplice esperienza con l’unico e solo obiettivo di vincere la sfida di un mercato ricco e, tutto sommato, indifferente.

Oggi non è più così, tutti sanno tutto (o forse ne sono solo convinti). L’ utilizzo di internet per raccogliere le informazioni basilari rende tutti in generale un pochino più esperti. Presunzione o no, conoscere aiuta, a patto che non si abbandoni l’umiltà necessaria per essere aperti ad altre soluzioni o suggerimenti.

ESEMPIO PRATICO

In una gara d’appalto, due concorrenti presentano le proprie relazioni tecniche, entrambe di notevole spessore e dimostranti una grande professionalità nel campo della disinfestazione. Subito evidente è la divergenza di opinioni dovute a ragioni non facili da evidenziare in modo oggettivo.

E’ ovvio che in una simile situazione la diversità delle relazioni tecniche è la base su cui fare una scelta, deve fare la “differenza”. Su che cosa si potrebbe incentrare la disparità di opinioni?  Un’offerta si potrebbe concentrare sui criteri di scelta dei prodotti da utilizzare indicando un numero selezionato di formulati che, con tanto di motivazioni esplicative, si ritiene più che adeguato; l’altra invece potrebbe presentare tutta la gamma di prodotti disponibili. Come scegliere?  E’ chiaro che una relazione tecnica che si avvalga di una scelta cosciente su un’ampia gamma di prodotti con relativa spiegazione motivante la summenzionata scelta è da ritenersi preferibile.

Un altro fattore importante: chiaramente un’offerta arricchita con un’esposizione di prodotti, fatta con dovizia di particolari e corredata anche di una relazione tecnica degna di un approfondito studio universitario è impressionante. Se poi vi si trovano numerosi testi e una ricca banca dati con citazioni da letteratura tecnico-scientifica il tutto assume toni molto “rassicuranti”. Ma è forse da preferire ad un offerta forse meno tecnica, meno prolissa, con meno riferimenti a fonti “autorevoli”, ma che lasci trasparire una conoscenza del territorio dovuta all’esperienza sul campo?  Non è certo un quesito di facile soluzione.

PRODOTTI

Una cosa è certa: La tecnica o il prodotto perfetti non esistono. Quindi ogni formulato, ogni prodotto ha i suoi “cavalli di Troia” proprio ciò che deve identificare colui che opera come disinfestatore visto che tali difetti  non sono certo reclamizzati.

E’ fondamentale quindi che i criteri di scelta relativi ai formulati da utilizzare nella lotta ad esempio contro le larve di zanzara, siano evidenziati dal redigente del capitolato d’appalto. pretendendo ad esempio un tipo di formulazione, che restringa la scelta dei principi attivi a quelli ” più selettivi possibili” (il Bacillus oppure gli IGR)  con un determinato effetto abbattente oppure residuale e/o che siano adeguati in condizioni estreme.

In sostanza, se pur non è possibile, come già detto, trovare  il prodotto perfetto, è almeno possibile stabilire linee guida in termine di principio.

Quindi, che sia utile e pratico in alcuni capitolati  richiedere una gran quantità di documenti e relazioni tecniche o no, non è una domanda  per cui esiste una risposta assoluta.

ATTREZZATURE

Le attrezzature non sfuggono ai contrasti di opinione fra esperti e saggi del settore, in modo particolare per ciò che riguarda in particolare la potenza dell’atomizzatore. Non è insolito notare una certa predilezione per atomizzatori di tale potenza da disinfestare un giardino posizionato a chilometri di distanza. Forse si potrà risparmiare tempo ma il costo di ammortamento di tali “cannoni” fa sorgere dubbi sulla loro effettiva adeguatezza, soprattutto in virtù del fatto che parlando di zanzare una lotta mirata o guidata è da considerarsi preferibile. Certo se si vuole disinfestare l’isola di Caprera direttamente da Palau l’uso di un atomizzatore di portata eccezionale è comprensibile. Ma sarà davvero uno strumento ragionevole come offerta ad un capitolato d’appalto per una disinfestazione?

Una riflessione sugli automezzi su cui sono montati i suddetti atomizzatori va fatta. Alcuni prediligono le quattro ruote motrici. La tenuta di strada è sicuramente un elemento importante, consentendo di affrontare percorsi di disinfestazione che richiedono dei fuori strada impegnativi, ma sono veramente necessari? Il confronto fra i costi che crescono notevolmente e l’effettiva utilità di questo tipo di mezzi è certamente da non sottovalutare.

Alla luce di ciò sarebbe auspicabile che le offerte a seguito di un capitolato fossero corredati di un allegato dove le eventuali scelte venissero spiegate, non si parla certo di un tomo di centinaia di pagine e relazioni tecniche ma di poche pagine che sarebbero estremamente chiarificatrici per chi le legge.

OPERATORI TECNICI

Anche in questo campo è facile perdersi in dibattiti basati su ricerche scientifiche e teorie più o meno documentabili. Ciò che è certo è l’esistenza di associazioni di categoria ad esempio la FISIA ( Federazione Italiana Servizi di Igiene Ambientale) e di tecnici esperti che lavorano nel campo da decenni i quali richiamano l’attenzione sul fatto che le scelte debbano partire dalle mansioni specifiche svolte da questa fondamentale e indispensabile risorsa umana, ossia i tecnici operatori.

La standardizzazione delle procedure è diventata ormai una necessità, il che significa che le scelte migliori vengono dalla collaborazione di due fattori fondamentali: esperienza e ricerca tecnologica. Così il successo delle scelte può anche essere riassunto in quanto si legge nella legge “626”  il lavoratore deve essere informato, formato e se necessario addestrato”.

In conclusione si può dire che la compilazione di capitolati d’appalto in questo particolare campo d’azione, la disinfestazione, richiede molta attenzione. Il compilatore di capitolati sarà sicuramente aiutato dal tener conto di un fattore fondamentale: di quanti soldi dispongo? Di sicuro le specifiche contenute nel capitolato dovranno tener in considerazione questo fattore per dar luogo a risultati positivi.

Borreliosi di lyme

A causa della comparsa di numerosi casi di artrite in modo del tutto inaspettato nella contea di Old Lyme (Connecticut, USA), il dr. Allen Steere, epidemiologo e reumatologo identificò i primi casi di Malattia di Lyme, era l’anno 1975. Una spirocheta risultò essere la causa di questa malattia. Fu chiamata Borrelia burgdorferi, dal nome del dr. Willy Burgdorfer, che nel 1982 nel Rocky Mountain Laboratories, (Montana, USA), scoprì la correlazione tra la malattia e questo agente patogeno.

Da allora il numero dei casi è andato aumentando estendendo le zone interessate  fino a tutto l’emisfero nord, dove nei nostri giorni, la borreliosi di lyme, risulta essere la più diffusa malattia infettiva trasmessa da vettori. In Europa non era del tutto sconosciuta, anche se non si era accertato l’agente eziologico a causa della mancanza dei mezzi tecnologici. Questa è uno dei motivi per cui si preferisce chiamare questa patologia Borreliosi di Lyme (BL) invece che Malattia di Lyme: Buchwald (Germania 1883), Afzelius (Svezia 1909), Garin (Francia 1922), Bafverstedt (Svezia 1943).

I primi casi registrati in Italia furono accertati in Liguria nel 1983, a ciò, seguirono altri casi a Trieste dove nel 1986 fu isolato il germe patogeno. Per questo motivo fu fondato il GISML – Gruppo Italiano per lo Studio della Malattia di Lyme.

La suddetta malattia è seria e quindi da non sottovalutare visto e considerato che è responsabile di gravi danni permanenti  e che tanto il vettore quanto il microrganismo responsabile della patologia si stanno ampiamente diffondendo sia in natura che negli ambienti antropizzati. Ecco perché vale la pena conoscere i fattori di rischio e la modalità di prevenzione. Questo coinvolge sia la popolazione in generale che, in particolare i lavoratori e i datori di lavoro sulla base alla normativa in materia di sicurezza e salute sui luoghi di lavoro.

Il decreto legislativo 626/94, in materia di sicurezza e salute sui luoghi di lavoro, dedica infatti il Titolo VIII al rischio di esposizione ad agenti biologici e prevede che venga effettuata una valutazione dei rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori.
Il datore di lavoro deve poi fornire ai lavoratori informazioni ed istruzioni, in relazione ai rischi per la salute dovuti agli agenti biologici presenti, ed a sottoporli a sorveglianza sanitaria da un medico competente.

L’obiettivo che si intende raggiungere con questo articolo, è quello di provvedere informazioni le più corrette possibili al riguardo, è sfatare alcuni tra i miti più diffusi che avvolgono questa patologia.

Al riguardo crediamo sia importante ricordare che:

  • nel emisfero nord è divenuta tra le più diffuse malattie infettiva trasmesse a mezzo di vettori;
  • gran parte della popolazione risulta essere a rischio di esposizione;
  • spesso non è  facile da diagnosticare o, al contrario, viene erroneamente diagnoisticata;
  • una informazione chiara e corretta consente di evitarla o comunque affrontarla con successo al fine di evitare la progressione fino alle fasi tardive, con i relativi disturbi cronici invalidanti a cui rende soggetti.

Schematicamente si può dire che esistono due famiglie di zecche: le Argasidae o molli e le Ixodidae o dure. E’ solamente in queste ultime che si trova la zecca, vettore della BL e più specificamente si tratta dell’Ixodes ricinus.

Questo tipo di zecca e la relativa presenza dell’infezione da lei causate sono fenomeni diffusi. Due sono le aree a più elevata endemia e cioè la penisola Scandinava e il gruppo dei Paesi dell’ex blocco socialista con l’aggiunta di Austria e Germania meridionale. In Italia dopo i casi a cui abbiamo già fatto riferimento avvenuti in Liguria e nel Friuli, se ne sono progressivamente riscontrati degli altri interessando in particolare regioni come lo stesso Friuli Venezia Giulia,la Liguria, il Veneto, l’ Emilia Romagna e il Trentino Alto Adige. Risultano comunque alcuni casi anche in Piemonte e Lombardia, soprattutto nella zona dei laghi.

In Italia la BL, come previsto dal DM 15/12/90, è soggetta a notifica obbligatoria in classe V, anche se come nel caso di altre patologie, questo obbligo sociale è ampiamente disatteso. Ciò impedisce di  avere un quadro preciso della situazione in atto e del suo evolversi. Un’indagine epidemiologica effettuata dal GISML ha preso in esame le regioni più colpite dal problema, e in conseguenza di ciò sono emersi dati non troppo incoraggianti. Nel periodo dal 1986 al 1997 i casi di BL erano stati 1171 circa con una costante tendenza all’aumento.

IL VETTORE

La BL è una zoonosi trasmessa all’uomo dalla puntura di una zecca infetta del tipo Ixodidae, più specificamente in Europa trasmessa dalla Ixodes ricinus, generalmente nota in Europa centrale anche come “zecca dei boschi”. Si tratta di zecche presenti in vari ambienti del territorio, di dimensioni variabili da 2 ad 8 mm in base al loro stadio di sviluppo (larva, ninfa, adulto), molto resistenti a condizioni ambientali sfavorevoli e caratteristicamente distribuite a “macchia di leopardo” con zone infestate divise da zone indenni.

L’ attività di questo tipo di zecca si svolge prevalentemente  dalla primavera all’autunno avanzato, anche se, in caso di inverni miti si è riscontrata una certa attività. Sono parassiti di numerosi animali selvatici e domestici ed a volte anche dell’uomo. Si nutrono del sangue del loro ospite, un pasto che dura anche diversi giorni, con l’obiettivo di completare il proprio ciclo di sviluppo. Le femmine adulte, alla fine del pasto, si lasciano cadere a terra per morire solo dopo aver deposto numerose uova. La puntura generalmente non viene rilevata dalla vittima a causa di una sostanza anestetica presente nella saliva del parassita.

Lo stadio in cui le zecche sono maggiormente coinvolte nella trasmissione dell’infezione è quello ninfale, e questo perché, coincide con il periodo di massima attività del parassita associato al periodo di  massima attività dell’uomo all’aperto. La zecca  è un acaro e non un insetto, non può volare né saltare, si limita a camminare,  attendendo sull’erba e attaccandosi all’ospite quando questi gli passa accanto. Al fine di non creare inutili allarmismi c’è da dire che nelle nostre zone la percentuale di zecche infette risulta essere ancora bassa, ciò significa che essere punti da una zecca  non significa automaticamente ammalarsi di Bl.

LE ZONE A RISCHIO

L’ambiente ideale per le Ixodes ricinus è quello dove sussiste un alto tasso di umidità relativa. Predilige ambienti umidi, ombreggiati, con una bassa vegetazione ed ancor meglio un letto di foglie secche, Erba incolta,  zone di confine tra prato e bosco soprattutto se con presenza d’acqua risultano essere un Habitat adatto. Si riscontrano comunque un progressivo adattamento ed espansione in altri ambienti, cosa che rende a rischio anche i parchi urbani ed i giardini privati.

ANIMALI SERBATOIO E VETTORE

I Serbatoi d’infezione sono soprattutto i  topolini di campagna da cui la zecca riceve il germe punge. L’Ixodes ricinus nel opera una selezione riguardo il suo ospite  ed attacca quindi chiunque le passi accanto, tutti gli animali possono fungere da vettore compresi quelli a sangue freddo.
Un ruolo rilevante a questo riguardo sono gli uccelli  che fungono da veicoli di trasporto aereo, a lunga – media distanza, determinando l’infestazione di aree che prima non contavano la presenza della zecca.  Ciò permette di comprendere l’impossibilità di operare  una disinfestazione su vasta scala con qualche possibilità di successo.

COME PREVENIRE LA PUNTURA

Non essendo praticabile, come già accennato, una adeguata disinfestazione risolutiva, la prevenzione principale è l’evitare di essere punti. Ovviamente ciò non vuol dire evitare le zone all’aperto, ma adottare delle misure semplici e pratiche come ad esempio quella di  coprirsi il più possibile indossando indumenti a maniche lunghe e pantaloni lunghi infilati dentro a scarponcini o comunque dotati di stringhe o, in alternativa, pantaloni lunghi infilati nei calzettoni.
Si deve cioè far sì che la zecca trovi difficile raggiungere zone di pelle scoperta. Sono da preferire vestiti di colore chiaro in modo che le zecche, essendo scure, possano essere identificate  facilmente  e quindi rimosse prima che si attacchino alla pelle. E’ buona norma camminare al centro dei sentieri, evitando di strusciarsi contro la vegetazione ai lati, e fare attenzione a non sedersi direttamente sull’erba. Per I cacciatori c’è da prestare attenzione nel maneggiare e trasportare la selvaggina perché questa può essere  infestata da zecche.

Esistono Repellenti a base di permetrina a bassa concentrazione che risultano essere efficaci ma non in commercio in Italia. Risultano limitatamente efficaci i repellenti a base di DEET applicati su vestiti e cute esposta, è importante però non eccedere nella quantità e frequenza d’uso, ricordando che potrebbero essere tossici nei bambini piccoli.
Anche i cani ed i gatti possono veicolare le zecche e quindi è buona norma controllarli spesso e ricorrere al consiglio del Veterinario per i prodotti repellenti più efficaci. Una efficace prevenzione riguardo le  zone residenziali consiste nel rimuovere attorno alle case i letti di foglie secche, gli arbusti e le cataste di legna come pure tenendo ben curati prati, siepi e cespugli. L’erba di prati e giardini va tenuta sempre ben tagliata per consentire una maggior penetrazione dei raggi solari.

IL CONTROLLO

Le probabilità d’infezione diminuiscono in modo sensibile se la zecca resta attaccata alla cute per meno di 36-48 ore, ciò rende importante il controllo del corpo per poter estrarre eventuali zecche il più velocemente possibile.

Dopo un’escursione i vestiti vanno lavati in lavatrice ad una temperatura il più alta possibile poi, prima di fare il bagno e completamente spogliati, si deve ispezionare accuratamente tutto il corpo con l’aiuto di un’altra persona per le zone difficilmente visibili.
Particolare attenzione deve essere rivolta al cuoio capelluto in modo particolare nei bambini che sono spesso colpiti in questa parte del corpo. Questo controllo preventivo deve essere fatto prima del bagno al fine di non urtare inavvertitamente una zecca, col risultato di spezzarne il corpo e lasciare il rostro conficcato nella pelle, rendendo così impossibile sapere che lì era presente una zecca. Questo è molto importante per le misure preventive che si devono invece adottare dopo l’estrazione.

LA CORRETTA ESTRAZIONE DELLA ZECCA

E’ importante la rimozione corretta di un’eventuale zecca infissa nella cute. Ciò va fatto afferrandola con una pinza a punte sottili il più aderente possibile alla cute e quindi tolta tirando verso l’alto. Va afferrata al suo apice, il più aderente possibile alla cute evitando attentamente di prenderla per il corpo con il rischio di schiacciarla e quindi, di iniettarsi il suo contenuto come con una siringa.
C’è comunque, anche se si opera con la massima attenzione, la possibilità che la zecca si rompa e che il rostro resti conficcato nella cute. In Tal caso si può estrarre il rostro scarificando delicatamente  il punto cutaneo dove era infissa usando un ago da siringa sterile. Una volta rimossa la zecca è necessario disinfettare la cute, senza però usare disinfettanti coloranti, e si può applicare una pomata antibiotica per uno-due giorni. La zecca non va gettata ma o deve essere conservata, per un successivo controllo, oppure va bruciata, il sistema migliore e più sicuro per eliminarla.

Per quanto riguarda le pinzette specifiche per zecche in Italia, fino a poco tempo fa, non si trovava nulla in commercio e molte persone si recavano in Austria o Svizzera per procurarsele. Adesso si comincia a trovarle anche in Italia, in qualche farmacia e in negozi di articoli per animali, dal momento che una delle ditte estere produttrici ha aperto una filiale italiana.

L’ERRATA ESTRAZIONE DELLA ZECCA

Molti metodi empirici e raccomandati dalla “saggezza popolare” risultano essere inefficaci e magari anche pericolosi. Non si deve applicare nulla sul acaro, l’estrazione deve essere fatta con l’unico e semplice utilizzo di una pinzetta a punte sottili. Da evitarsi assolutamente  metodi impropri di estrazione quali l’applicazione di fonti di calore quali ad esempio brace di sigaretta, fiammiferi spenti, aghi arroventati etc. o l’applicazione di sostanze varie come olio, petrolio, benzina, trielina, ammoniaca, acetone, etere etc.
Con questi metodi si può indurre nella zecca un riflesso di rigurgito con aumento esponenziale del rischio di infezione visto ché il germe patogeno, causa della Bl si localizza nel suo intestino e nelle sue ghiandole salivari. Si deve inoltre evitare di toglierla con le mani o di schiacciarla tra le dita in quanto, c’è il rischio, anche se remoto, di acquisire l’infezione attraverso piccole lesioni della pelle o per schizzi di sangue negli occhi, nella bocca o nel naso.

DOPO L’ESTRAZIONE

Una volta rimossa la zecca è fondamentale effettuare tutti i giorni, per un periodo di almeno 30-40 giorni, un controllo della zona interessata dalla puntura per cogliere l’eventuale comparsa del segno clinico  della malattia nella sua fase precoce localizzata e cioè l’Eritema Migrante: una chiazza rossastra tondeggiante in espansione centrifuga che, molto spesso, tende a schiarire al centro formando un’immagine ad anello che si espande sempre più fino a sparire e con cui possono coesistere sintomi non specifici come febbre, stanchezza, sintomatologia simil-influenzale ed ingrossamento linfonodale.

Solo a questo punto va iniziata una terapia antibiotica. Si deve prestare attenzione anche all’eventuale comparsa di un’improvvisa artrite acuta, in persone che non ne hanno mai sofferto in passato, oppure di una cefalea non abituale o di una sintomatologia neurologica non spiegabile in altro modo. Va ricordato però che, con l’esclusione della tipica lesione cutanea, tutti gli altri disturbi non sono sintomi di Malattia di Lyme se non in alcuni casi. Di fronte a questi sintomi perciò, prima di sospettare una Malattia di Lyme, vanno ricercate ed escluse eventuali patologie reumatologiche c/o neurologiche primitive, molto più frequenti e diffuse rispetto alla BL.

PROFILASSI ANTIBIOTICA

Non è indicata né raccomandata. L’assunzione di antibiotici maschererebbe i segni dell’eventuale infezione nel periodo di incubazione, va invece effettuato il controllo. Se durante i 30-40 giorni del periodo d’osservazione fosse necessario instaurare una terapia antibiotica, per intercorrenti patologie non correlate alla BL, si dovranno utilizzare farmaci efficaci per entrambe le patologie ma seguendo lo schema previsto per la BL. Questo per evitare di inibire le manifestazioni cliniche dell’eventuale BL presente.

Il mancato rispetto di questa regola e quindi l’uso di antibiotici, impedisce infatti il manifestarsi dell’Eritema Migrante, unica lesione patognomonica della BL, senza però la certezza di eliminare l’ infezione facilitandone invece il suo progresso alle fasi successive più difficili da diagnosticare.
La Borrelia burgdorferi infatti, oltre a collocarsi frequentemente a livello endocellulare, si caratterizza per un precoce attraversamento della barriera emato-encefalica come pure con sue localizzazioni in altre zone raggiungibili con difficoltà dai farmaci. Questa è una delle principali ragioni per le quali la terapia va prolungata per tre settimane e per la quale i Macrolidi non sono indicati.

SIEROLOGIA

Non va eseguito alcun test a seguito di una semplice puntura di zecca. Il test  da solo non è diagnostico. E’ gravato da scarsa sensibilità e specificità, non è standardizzato ed inoltre le metodiche utilizzate nei vari laboratori si differenziano l’una dall’altra e non sono spesso confrontabili. Vi sono molte false positività, false negatività e reazioni crociate. Nelle aree endemiche poi circa il 15% delle persone sane risulterà comunque positivo, in quelle non endemiche tale percentuale è intorno al 5-10%.
Il test inteso come esame di screening va quindi evitato: non si deve curare il test di laboratorio bensì la malattia. Anche per il Western blot, utilizzato come test di conferma in caso di ELISA od IFA positivi, vi sono grandi limitazioni: spesso può essere anch’esso negativo durante la fase Precoce Localizzata di malattia; una terapia antibiotica, anche incongrua, instaurata nella fase Precoce Localizzata può smorzare o bloccare la risposta immunitaria, portando ad una perdita di reattività, creando così una pericolosa causa di falsa siero-negatività anche nella fase Disseminata Precoce di malattia.

TERAPIA

I principi attivi da usare nella Fase Precoce sono Tetraciclina, Doxiciclina, Amoxicillina e, in caso di allergia, Cefuroxima acetile. Vanno assunti per sospensione orale e per un periodo di tre settimane. I Macrolidi sono attivi in vitro ma poco in vivo e sono da considerarsi farmaci da utilizzare come ultima chance in caso di intolleranza, raramente riscontrata, a tutti i precedenti. Nelle Fasi successive della malattia è indicata una terapia parenterale con Ceftriaxone per almeno due settimane.

VACCINO

Non esiste alcun vaccino. Un vaccino messo a punto negli USA, è stato ritirato dal commercio il 25 febbraio 2002. Anche se in Italia non è ancora commercializzato, esiste invece un vaccino per un’altra malattia trasmessa da zecche: la TBE (Tick Borne Encephalitis o meningoencefalite virale da zecche) presente in molti Paesi europei ma poco in Italia e, per il momento, solo in determinate aree del nord-est. Attenzione quindi a non confondere questo vaccino per la TBE con quello per la BL che, come detto, non esiste. Va inoltre ricordato che la BL non da luogo allo sviluppo di immunità specifica perciò un paziente, precedentemente trattato e guarito, si potrà riammalare se punto nuovamente da una zecca infetta.

NOTIFICA

Come già accennato in precedenza, in Italia la BL è soggetta a notifica obbligatoria da parte del Medico che effettua la diagnosi. Ciò assume importanza rilevante, sia per la sorveglianza epidemiologica e sia perché consente di poter predisporre interventi sanitari adeguati in tempi brevi. Purtroppo pero tale obbligo è ampiamente disatteso. In Emilia Romagna, in aggiunta alla notifica obbligatoria, è stata anche attivata una sorveglianza speciale dedicata a questa malattia.

Eritema Migrante – definizione. Macula o papula eritematosa che, nella sua forma tipica, si espande progressivamente, nell’arco di giorni o settimane, per formare una larga lesione tondeggiante, di diametro superiore ai 5 cm, che tende a risolvere al centro lasciando un margine periferico in espansione centrifuga.

note sui diritti e citazioni

LE BLATTE: INSETTI SORPRENDENTI

L’archeologia rivela che le blatte, più comunemente conosciute come scarafaggi, vivono sulla terra da circa duecento milioni di anni, domostrando anche come tale insetto sia rimasto, nonostante lo scorrere del tempo, morfologicamente uguale. E’ senz’altro la sua adattabilità e resistenza alle situazioni più avverse ed estreme, l’elemento che ha consentito alla blatta di sopravvivere così tanto, come dimostra la sopravvivenza di questi insetti alle radiazione seguite al bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki alla fine della seconda guerra mondiale. Ecco perché gli interventi di deblattizzazione restano il metodo più sicuro per allontanare la presenza di blatte da casa.

 

LA MORFOLOGIA

Appiattite dorso-ventralmente, di aspetto lucente e colorazioni generalmente non vistose le blatte sono facilmente riconoscibili per il loro aspetto.
Hanno capo ipognato, con apparato boccale masticatore non visibile dall’alto, e lunghe antenne filiformi. Sono presenti occhi composti ben sviluppati (eccetto per le specie cavernicole) e più raramente degli ocelli o semplicemente macchie più chiare che si presume siano ocelli regrediti. Il torace ha la parte anteriore, ovvero il protorace molto grande e a forma di scudo (pronoto). Presenta due paia di ali, le prime ( tegmine) sono coriacee con caratteristiche venulazioni ramificate e si dispongono accavallate sul dorso per proteggere e le seconde membranose. In alcune specie le femmine hanno ali ridotte (p. es. Blatta orientalis) o assenti (p. es. Poliphaga aegyptiaca).
Le zampe, adatte alla corsa (di tipo corsorio),  sono munite di un considerevole numero di spinette.
L’addome è ampio e fornito all’estremità di due robusti cerci.

LO SVILUPPO

Le blatte sono insetti il cui sviluppo si compie per metamorfosi incompleta (paurometaboli). Le uova vengono deposte in ooteche che possono essere trattenute, all’interno fino alla schiusa in alcune specie vivipare, trasportate esternamente bloccate all’estremità addominale, oppure deposte in luoghi idonei e accuratamente mimetizzate.

L’ooforo ha l’aspetto di un borsellino lucente, con una sorta di chiusura appiattita e irregolare su uno dei due lati lunghi. Ogni ooforo contiene due file di uova in numero variabile secondo la specie. Dalle uova fuoriesce una larva vermiforme che dopo la schiusa si libera dell’involucro per assumere l’aspetto di una blatta in miniatura senza ali (neanide). La crescita che avviene come conseguenza delle successive mute le fanno acquisire in modo progressivo le ali (ninfa). L’ultima muta è quella che la converte in adulto in grado di riprodursi.
Gli adulti sono generalmente longevi.

La Periplaneta americana può anche riprodursi per partenogenesi ovvero senza la fecondazione da parte del maschio, con schiusa di sole femmine geneticamente uguali alla madre.

L’ETOLOGIA

Le blatte trovano ogni tipo di habitat adatto alla sopravvivenza e alla riproduzione. Sono insetti terrestri, per lo più silvestri e si trovano prevalentemente in zone tropicali e sub tropicali, alcuni sono deserticoli, altri cavernicoli, altri ancora sono mirmecofili e altri xilofagi, in grado di nutrirsi del legno per opera di batteri e protozoi flagellati.

In genere prediligono oscurità, umidità e scarsa ventilazione; hanno abitudini solitamente notturne e per uqesto reagiscono rifugendo la luce. Alcune specie risultano essere gregarie altre invece manifestano questa tendenza solo durante la fase giovanile; a tale scopo tali insetti possono secernere un feromone di aggregazione. In presenza di infestazioni di grado elevato è inoltre percepibile dalle persone un odore acre e disgustoso prodotto da specifiche ghiandole dette repugnatorie.

Per quanto concerne la dieta la maggior parte è fitofaga o detritivora, le specie dannose per l’uomo sono invece da considerarsi praticamente onnivore, in quanto sono in grado di alimentarsi di qualsiasi materiale vegetale e animale e persino della carta.

SISTEMATICA

Esistono circa 3.500 specie di blatte di cui solo poche sono nocive: nel mondo solo una ventina circa e in Italia appena cinque. Purtroppo nonostante il basso numero di specie, la loro presenza è spesso imponente con  notevoli problemi igienico sanitari legati alla contaminazione di alimenti con numerosi microrganismi anche patogeni tra cui i batteri Bacillus cereus, Clostridium spp., Eterobacter sp., Escherichia coli, gli elminti Ascoris sp., i miceti Aspergillus e Penicillium, cosa che avviene per mezzo del contatto di tali insetti con i cibi.

Come è stato evidenziato da molte ricerche in materia, la sistematica delle blatte è stata alquanto controversa e gli effetti sono ancora sensibili: facendo una breve navigazione su internet ancora non c’è accordo sull’ordine. Molti autori adottano ancora la classificazione usata da Comwell (1968) in cui le blatte fanno parte dell’ordine dei Dyctyoptera che a loro volta si suddividerebbero in due sottordini: Blattodea (=Blattaria) I ovvero le blatte e Mantodea cioè le mantidi.
Ciò è dovuto alla loro comune filogenesi ma attualmente sono stati effettuati ulteriori cambiamenti e i sottordini sono stati elevati ad ordini a se stanti.

L’ordine Blattodea (=Blattario), è stato quindi suddiviso in due superfamiglie Blattoidea e Blaberoidea. La prima include la famiglia Cryptocercydae i cui rappresentanti sono xilofagi e la più nota famiglia Blattidae che comprende le specie nocive più note e diffuse tra cui Blatta orientalis e Blattella germanico. La seconda racchiude quattro famiglie: i Nodicolidae che sono principalmente cavernicoli, i Polyphagidae, tra cui ricordiamo la specie nociva presente nel nostro meridione Polyphaga aegyptiaca ed altre che invece vivono da commensali all’intemo dei formicai, i Blobendae, che sono rappresentati da numerose specie, tra le più grandi, che vivono nelle foreste tropicali, ma anche in associazione con l’uomo, infine i Blattellidae che includono le specie che infestano le nostre cucine e gli altri ambienti domestici quali Blattella germanica e Supella longipalpa.

LE SPECIE ITALIANE E NEL MONDO

In Italia sono state censite circa 40 specie di cui la metà sono endemiche e si trovano nelle isole.

Vi sono scarafaggi molto grandi che arrivano a 8 e 9 cm di lunghezza come la specie australiana Macropanesthia rhinoceros o la Blaberus giganteus e la Megaloblatta longipennis diffuse nelle delle zone tropicali dell’America.
Come abbiamo già detto la quasi totalità delle blatte non interferisce con le attività umane e delle circa 20 specie mondiali che sono causa di infestazioni, possiamo affermare che solo una dozzina sono da considerarsi veramente nocive.

Di seguito una breve panoramica delle diverse specie più o meno dannose presenti nel mondo come risulta da riviste specializzate:

Nauphoeta cinerea. Questo insetto è distribuito nelle zone tropicali di tutto il mondo dove infesta le abitazioni, i magazzini alimentari e i molini. All’aperto si ciba di vegetali e frutti ed è fortemente attratta da mangimi animali contenenti olio di pesce. È nota anche come Lobster cockroach, ovvero scarafaggio aragosta per il disegno sul pronoto vagamente simile a tale crostaginaria dell’africa occidentale ma è stata per la prima volta descritta nell’isola di Madera. È insediata anche nella parte occidentale del mediterraceo. Gli adulti misurano 2,5-3 cm e le ali non ricoprono l’addome, anche se sono un po’ più lunghe nel maschio che nella femmina. Vivono circa 120 gg.

Panclhora nivea È una specie tipica dei paesi tropicali e subtropicali, comune nelle zone con piante di banano, cocco e palme. È attiva di notte e particolarmente attratta dalle luci penetrando quindi per questo nei locali illuminati. Gli adulti, maschi e femmine sono buoni volatori, misurano 24 mm di lunghezza e sono di colore verde chiaro, le neanidi sono marroni. È possibile l’introduzione di individui con il commercio di banane.

Leucophaea maderae. Si ritiene che questa specie sia originaria dell’Africa occidentale ma è stata per la prima volta descritta nell’Isola di Madera. E’ insediata anche nella parte occidentale del mediterraneo, nel Sud America e nelle isole Hawaii e Bahamas. Benché prediliga i climi caldi può adattarsi anche alla vita riparata in regioni temperate. Gli adulti sono lunghi 4-5 cm e forniti di ali perfettamente funzionanti, infatti deambulano piuttosto lentamente, ma volano attivamente. Se disturbati emettono un odore repellente a scopo difensivo, come Eurycotis floridana. La specie è molto longeva e può vivere anche 2 anni e mezzo. La blatta della Madera viene spesso intercettata nelle aree portuali, dove giunge con la frutta importata, specialmente le banane.

Pycnoscelus surinamensis. Questa specie ha ampia distribuzione nelle zone umide tropicali e subtropicali, ma è presente anche in Nord America ed Europa dove si riproduce partenogeneticamente. È lunga circa 2,5 cm ed è bruno scura lucente. Entrambi i sessi hanno ali che coprono l’addome. Quando il clima è favorevole gli individui si trovano all’estemo degli edifici, sotto le pietre e le pavimentazioni, il pacciame. Nelle regioni a clima più freddo, come in Germania, possono causare danni alle piante nelle serre.

Blaberus craniifer. Questa grossa blatta americana di 5-6 cm può penetrare nelle abitazioni benchè il suo habitat naturale sia all’esterno, nel materiale organico in degradazione prodotto dalla vegetazione delle foreste pluviali.

LE BLATTIDAE

Periplaneta australasiae. Specie di aspetto simile alle Periplaneta americana, presumibilmente di origine africana, può essere causa di infestazioni nelle zone abitate delle regioni tropicali, ma anche in situazioni occasionali in ambienti confinati (come ad esempio nelle serre) di regioni più fresche.

Periplaneta brunnea. Questa specie è molto simile alla blatta americana nelle abitudini e nell’aspetto ma la sua distribuzione geografica è limitata alle aree tropicali. Malgrado la rassomiglianza le due specie non producono ibridi. Gli adulti rispetto alla P. americana presentano due leggerissime macchie sul torace e un addome appena un po’ più largo. Le due specie si assomigliano anche per il margine giallastro del pronoto. Le ooteche sono invece risultate differenti nelle loro dimensioni in popolazioni allevate su una medesima dieta. Quelle di P. brunneo sono risultate mediamente lunghe 13,5 mm e larghe 5, quelle della P. austrolasiae misuravano in media 10,9×4,4 mm mentre quelle della P. americana solo 8,3×5 mm

Periplaneta fuliginosa. Questa specie è di colore uniformemente nero-brunastro o mogano. Entrambi i sessi hanno ali che si estendono oltre la punta dell’addome. Benché il suo principale habitat sia esterno, è un infestante degli edifici, originario dell’Asia orientale e insediato anche in diverse zone degli Stati Uniti. È un buon volatore, attivo di notte ed è attratto dalle fonti luminose. Frequenta per lo più garages e strutture attigue, legnaie e serre.

Eurycotis floridana. Questa specie è presente nei Carabi e in Florida. Ha il suo habitat naturale all’esterno, sotto la corteccia, nei ceppi o altre cavità di alberi, nel fogliame in decomposizione, in cumuli di legna o in cavità di rocce. Occasionalmente penetra nelle abitazioni. Gli adulti sono lunghi 4-4,5 cm ed hanno le tegmine molto corte; se vengono disturbati emettono verso l’estremità posteriore un liquido oleoso maleodorante a scopo difensivo.

Neostylopyga rhombifolia. Questa blatta di origine Indo-Malaisica è stabilmente presente in varie parti dell’emisfero occidentale, tra cui il Stati Uniti e Messico da cui a causa del commercio di frutta e verdura e dei trasporti si sta progressivamente espandendo. Gli adulti sono lunghi 2 – 2.7 cm e hanno tegmine abbozzate ai lati. È di facile identificazione per la colorazione bruno-scura lucente rivestita di macchie giallastre.

LE BLATTELLIDAE

Parcoblatta pensilvanica. È una blatta indigena degli Stati uniti e presente anche in Canada. I maschi hanno ali funzionanti, mentre le femmine le hanno raccorciate e non sono in grado di volare. I maschi (3 cm) sono più lunghi delle femmine (2 cm). Infestano gli edifici presenti in aree rurali e boschive; i maschi durante il volo sono spesso attratti da sorgenti luminose.

Blattella vaga. Questa specie probabilmente di origine asiatica, è presente anche in America e può talvolta originare infestazioni. Si trova abbondantemente all’aperto nei campi irrigati e sulla vegetazione in fermenta¬zione. Nelle stagioni asciutte può penetrare in gran numero negli edifici, in tal caso la sua dieta è la stessa della Blattella germanica. B. vaga non è lucifuga ed è facile vederla anche di giorno o in zone illuminate.

LE ECTOBIDAE

Ectobius pallidus. È una specie di dimensioni ridotte simile nella colorazione pallida alla Blattella germanica ma non presenta le due strisce nere longitudinali sul pronoto, tipiche di quest’ultima. È tipica delle regioni temperate ed è presente anche in Italia. Non è nociva poiché non è sinantropica e non invade le derrate immagazzinate o le aree destinate ai rifuti. È prevalentemente silvestre ed è attiva di notte: può penetrare nelle case attratta dalle luci e causare scompiglio per il suo aspetto ambiguo.

LE POLIPHAGIDAE

Polyphaga aegyptiaca. Il suo nome comune è blatta egiziana e l’areale di diffusione principale è il nord. In Italia è presente al sud ma è da considerarsi un infestante minore e occasionale degli ambienti domestici e delle industrie alimentari. È di colore bruno scuro lucente, di lunghezza massima fino a 2,7 cm, con maschi alati e dal corpo allungato e femmine attere e di forma tondeggiante.

CANNONE A VENTAGLIO O PENNELLATORE

I risultati in campo fitoiatrico ottenuti con l’utilizzo di cannoni con getto oscillante o “pennellatori”, hanno fatto sorgere molte perplessità sulla funzionalità di questo metodo. Come già trattato in altre riviste specializzate, l’esperienza avuta in Francia, dove questi “strumenti” di disinfestazione furono introdotti circa 25 anni fa, e dove sono già stati abbandonati completamente, rivela l’inadeguatezza del sistema. Il procedimento infatti, testato nell’arco di diverse stagioni di trattamenti su colture erbacee ed arboree, è risultato essere inadeguato per via dei “vuoti di copertura” lasciati dal getto oscillante, indipendentemente dalle frequenze ed ampiezze delle oscillazioni regolabili in funzione della velocità di avanzamento del veicolo su cui è istallato il cannone. Dal momento che da qualche tempo questo stesso sistema, che ha fallito miseramente in Francia, viene adottato in Italia nel settore della disinfestazione, è solo lecito domandarsi come  possa funzionare da noi senza che si ripresentino le stesse lacune.

Facendo riferimento alla teoria cinematica, come è stato già fatto in altre occasioni da altri, è evidente che l’ oscillazione armonica di un irroratore, che avviene alternativamente su un piano verticale od orizzontale, associata all’avanzamento in linea retta del mezzo su cui è montato l’erogatore con una velocità superiore al passo d’uomo, produce come risultato un deposito irregolare e discontinuo del prodotto disinfettante sul bersaglio (viali alberati, barriere di verde, ecc.) a forma di sinusoide piana (y = seri x), creando quindi un susseguirsi di zone trattate e non con il principio attivo. Da questa analisi “tecnica” si evince che il risultato curativo risulta essere inadeguato stando anche a quanto indicato dal mondo della fitoiatria e dalle citate esperienze transalpine, convalidate peraltro da identiche esperienze avute da altre aziende attive in Italia.

E’ necessario quindi alternare alla metodica con getto oscillante, specie in presenza di particolari interventi, l’utilizzo di un terminale per il cannone con bocca circolare a settore di 70°-90° fornibile anch’esso con il sistema di carica elettrostatica delle microgocce, istallabile con una manovra rapida e semplice. L’uso di questo diffusore alternativo permette di effettuare un getto di prodotto disinfestante con una fascia ad ampiezza regolabile, eseguendo quindi un trattamento perfettamente continuo e uniforme, di gran lunga superiore in quanto a velocità ed efficacia di interventi e, grazie alla carica elettrostatica, con perdite nell’ambiente ridotte quasi a zero.
Un sistema, di conseguenza, ad alta efficacia nel trattamento con anticrittogamici e insetticidi soprattutto nella lotta contro insetti minatori, tignole, cocciniglie, acari, afidi e psillidi.

Pennellatore Cannone a ventaglio

CENTOPIEDI E MILLEPIEDI

Subphylum Myriapoda, questo termine derivante dal greco: myna = diecimila (o myrioi = moltissimi, secondo altri autori) e podos = piedi, è il nome scientifico di una serie di animaletti che non entrano di certo nell’immaginario popolare come esempi di bellezza, grazia o simpatia. E’ vero, l’uomo ha la tendenza ad esagerare, infatti, i miriapodi adulti, vanno da un minimo di 18 ad un massimo di 750 zampe, tuttavia vale la pena conoscere più da vicino questi animali così particolari.

I centopiedi e i millepiedi sono i nomi più comuni per rappresentare due delle classi più importanti in cui si dividono tali animali, rispettivamente Chilopodi e Diplopodi. Ciò che caratterizza queste specie è il possedere  corpo diviso in due parti: il capo e il tronco. Sul capo trovano posto un paio di antenne, gli ocelli (ovvero occhi semplici) e le appendici boccali. Il tronco risulta di forma allungata e diviso in segmenti, ciascuno dei quali possiede una coppia di zampe (centopiedi) o due coppie di zampe (millepiedi). Le zampe sono costituite da 5 articoli. I sessi sono separati e le femmine sono ovipare (tranne per qualche rara eccezione).

Alla schiusa delle uova i nuovi nati hanno un aspetto simile agli adulti e crescono progressivamente attraverso diverse mutazioni fino al raggiungimento dello stadio adulto che coincide con la maturità sessuale. Sono animali terrestri,  notturni e prediligono ambienti umidi e oscuri.

CENTOPIEDI (CHILPODI)

I chilopodi hanno il corpo depresso e la peculiarità più evidente è il possedere un solo paio di zampe per ciascuno dei segmenti del loro corpo. Il numero di zampe è variabile e va  da un minimo di 15 ad un massimo di 191 paia, e, cosa del tutto particolare, questo numero risulta essere sempre dispari, il motivo? Completamente sconosciuto. Le antenne sono filiformi e sensibilmente più lunghe di quelle dei millepiedi.

Le dimensioni dei centopiedi che abitano il nostro paese  da 3 mm a più di 200 mm.  Il loro habitat naturale è costituito prevalentemente da zone boscose e lungo le rive dei fiumi, sotto il fogliame, i sassi, le cortecce e i tronchi caduti, è anche trovarli in altri tipi di  habitat, compresi quelli antropizzati. Piani terra, sotterranei,  luoghi bui e umidi come lavatoi, bagni, cantine, legnaie, box riservano di frequente incontri con tali animaletti come pure serre, parchi e giardini.

I chilopodi sono predatori, cos dimostrata chiaramente dal primo paio di zampe, quello più vicino al capo, che è evidentemente modificato per questa funzione. Tali appendici, chiamate forcipule, hanno una terminazione a forma di uncino e servono a inoculare il veleno nelle potenziali prede. Possono essere usate anche come arma i difesa.

Le specie presenti in Italia non risultano essere pericolose per l’uomo data la scarsa tossicità del loro veleno che ha infatti un effetto blando. In particolare  la Scolopendra, se disturbata,  può aggredire sia l’uomo che gli animali domestici. Generalmente l’inoculazione del suo veleno, non provoca sintomi di entità rilevante. I più comuni vanno da un possibile bruciore e arrossamento della zona colpita, ad un leggero gonfiore e possibile necrosi superficiale dei tessuti cutanei. In alcuni casi, si sono manifestati vomito, pulsazioni cardiache irregolari, stordimento, cefalea e panico. Sono anche possibili inoltre alcune reazioni allergiche in soggetti sensibili.

Altri esemplari comuni sono:

Scutigera coleoptrata, una specie molto comune, facile da incontrare  anche all’interno di edifici mentre va a caccia di insetti; le sue dimensioni raggiungono i 4 cm ed è dotata di 15 paia di  lunghe zampe piuttosto vistose. Le femmine hanno l’ultimo paio di zampe, molto più lungo delle altre. È una specie piuttosto schiva che reagisce scappando quando è disturbata; pertanto il suo morso è solitamente accidentale e, pur essendo doloroso, non produce effetti gravi, di solito  arrossamento della parte interessata, prurito ed a volte un leggero gonfiore.

Lithobius forficatus, molto diffuso in Europa, di colore castano rossastro, con 15 paia di zampe e lunga 2-3 cm. Anche questa specie è dotata di ghiandole velenifere, tuttavia  è da considerarsi pressoché  innocua. Il suo veleno infatti ha un effetto molto blando e comunque il suo morso è un evento rarissimo in quanto al minimo accenno di pericolo fugge rapidamente in cerca di un nascondiglio sicuro.

Himantanum gobrielis, è la più grande specie che abita le nostre zone. È di color giallo arancione, può raggiungere la lunghezza di22 cm e possiede ben 177 paia di zampe. E’ facile da trovare lungo le coste del Mediterraneo, sotto sassi, muschio, corteccia. Trova un habitat adatto anche nelle abitazioni o comunque in edifici sotto e dentro i vasi da fiori, negli scantinati, nelle legnaie e in altre zone umide e oscure. È un predatore di insetti e lombrichi.

MILLEPIEDI (DIPLOPODI)

I diplopodi così come suggerisce il nome, (diplo= doppio – podos =piede) hanno due paia di zampe per segmento corporeo, unica eccezione sono i primi 3-4 segmenti. I millepiedi detengono il record nel regno animale per il numero di zampe ed il primatista mondiale risulta Il lacme plenipes dell’ordine Siphonophorida. Vive in California ed ha 750 zampe. La maggior parte dei millepiedi comunque ha  “solamente” 200 piedi.

La lunghezza dei millepiedi in Italia varia da un minimo di 10 ad un massimo di circa 50 mm. Il corpo può essere di tre forme convesso, cilindrico o depresso. Il sistema di difesa di tali animali consiste nel arrotolarsi a spirale ed emettere grazie a specifiche ghiandole una secrezione repellente o tossica. Le antenne sono più corte rispetto a quelle dei centopiedi.

I millepiedi si nutrono di detriti vegetali. Prediligono ambienti umidi e ricchi di humus pertanto si trovano comunemente sotto il fogliame, nel terreno al di sotto di pietre e tronchi, nel legname marcio. Si sono registrate a volte delle vere e proprie “esplosioni demografiche” di millepiedi. Ad esempio in Giappone, Francia Germania e Ungheria vi sono state vere e proprie invasioni di millepiedi al punto da dover bloccare persino la circolazione ferroviaria. I millepiedi che abitano le nostre zone non risultano pericolosi per l’uomo, lo sono invece per le piante, possono infatti provocare danni alle radici di piante ornamentali in parchi, giardini o in vaso.

La loro  penetrazione negli edifici può avvenire sia direttamente, quando sono alla ricerca di un microclima adatto alla loro sopravvivenza, sia indirettamente tramite l’introduzione materiale già infestato come terriccio, pacciame (corteccia di pino) piante in vaso o legname da ardere. Sono animali relativamente longevi, possono arrivare a volte  oltre i sette anni di età.

I millepiedi più comuni sono:

Glomeridae, con un corpo corto convesso e cilindrico diviso in 11-12 segmenti. Facili da scambiare con i porcellini di terra dato che si richiudono a palla per difendersi dai predatori ed altri pericoli.

Gli Julidae hanno una struttura che li rende adatti a scavare e penetrare nel terreno infatti hanno un corpo  lungo (con almeno 40 segmenti) cilindrico e con le zampe  molto corte e potenti. Toccati si difendono arrotolandosi su se stessi a spirale ed emettendo un liquido giallastro nauseabondo. Il loro sviluppo avviene nel terreno dei giardini e possono  penetrare nei piani bassi o nei sotterranei delle abitazioni. Anche l’introduzione di materiale infestato può causare la loro presenza indesiderata.

Iulide Ommotoiulus morelleti, originario della penisola iberica e stato introdotto accidentalmente anche in Australia. Fortunatamente non ancora presente in Italia, è spesso causa di infestazioni per la sua particolare fototropia che attrae numerosi esemplari negli edifici illuminati.

I Polidesmidae hanno un corpo piatto, di solito con 20 segmenti. Anch’essi possono, con le stesse metodiche degli altri millepiedi penetrare negli edifici.

LA CIMICE DEI LETTI: PER CONTROLLARLA E’ NECESSARIO CONOSCERLA

(Cimex lectularius L.), con questo nome scientifico, la cimice dei letti, negli ultimi anni ha aumentato notevolmente la sua sgradevole presenza in alberghi, bed and breakfast, pensioni nonchè nei mezzi di trasporto pubblici.

Benchè comune sino ai primi anni ’50 in molte nazioni europee, spesso legata a condizioni igieniche scadenti, la cimice dei letti sembrava aver diradato molto la sua presenza,  grazie alla messa in commercio di insetticidi efficaci e residuali, come ad esempio il DDT, ed al progressivo miglioramento delle condizioni igieniche generali degli edifici.

IL RITORNO

Negli scorsi 6-8 anni la ricomparsa di questo insetto ha disegnato un’inversione di tendenza rispetto al passato, interessando non solo quelle nazioni dove le condizioni igenico-sanitarie lasciano a desiderare, ma anche alcune nazioni europee famose per il loro elevato livello di industrializzazione. L’Italia non fa eccezione, dovendo affrontare vere e proprie infestazioni di questo insetto, ( un ematofago obbligato), soprattutto nelle cosiddette città d’arte, (Roma, Venezia, Firenze), che per la loro peculiarità sono la meta preferita di un alto numero di turisti provenienti da ogni nazione del globo.

Al 15° European Sove Meeting, tenutosi in Grecia nell’aprile scorso, è stata presentata una comunicazione da parte di alcuni studiosi del fenomeno. In particolare Clive Boase, ha cercato di analizzare i motivi di questa recrudescenza di Cimex lectularius L, giungendo ad alcune interessanti conclusioni. Secondo Boase la presenza della cimice  è da mettere in correlazione con l’incremento esponenziale dei viaggi internazionali, con le modifiche avvenute nell’impiego degli insetticidi per uso civile – in particolar modo per il controllo delle blatte e delle formiche, che vede oggi preferito l’impiego di gel ed esche attrattive, e con la comparsa di resistenza a comuni insetticidi (studi di Fletcher, Axtell, 1993).

In realtà, a tuttoggi  non è evidenziabile un singolo fattore che funga da  elemento scatenante per l’incremento di presenza di questo parassita ematofago, è invece più logico concludere che il problema sia da associarsi ad una concomitanza dì più fattori, tra cui vi potrebbe essere la frequente difficoltà incontrata da alcuni disinfestatori nei controllare con rapidità ed efficacia la presenza della cimice del letto.

Tale difficoltà da parte degli operatori nel campo delle disinfestazione potrebbe dipendere dalla disabitudine ad affrontare un insetto che, sino a qualche anno fa, era poco diffuso e la cui biologia non è sempre ben conosciuta.

OSSERVIAMOLO PIU’ DA VICINO

Cimex lectularius L. (cimice dei letti, bed bug), è un piccolo insetto (lunghezza: 5 mm, larghezza: 3 mm), di forma ovale e appiattita, di colore marrone rossastro ed evidenzia antenne composte da 4 segmenti.

Il Ciclo biologico

Le cimici dei letti sono insetti notturni e si nutrono di sangue, solitamente appartenente a mammiferi o ad uccelli. Lo sviluppo è caratterizzato da una metamorfosi graduale (uovo – ninfa- adulto), vivono in piccoli gruppi e hanno la tendenza a occupare fessure e altri piccoli anfratti. La fecondazione di più femmine da parte di un solo maschia avviene nell’arco di 24 ore. La  femmina depone da 200 a 500 uova nell’arco della sua vita, deponendone da 1 a 5 al giorno.

La schiusa delle uova avviene in un periodo che va dai 6 ai 10 giorni dopo la deposizione e per reggiungere lo stadio adulto i giovani attraversano 5 stadi ninfali. Il passaggio da uno stato ninfale all’altro avviene necessariamente grazie all’assunzione di almeno un pasto di sangue. Il pasto di sangue richiede da 3 a 12 minuti per essere completato (gli insetti pungono in genere attorno agli occhi o in altre parti del volto). La puntura solitamente non è dolorosa e non ci si accorge di essa. Il ciclo vitale della cimice si completa in 4-5 settimane, quando persistono le condizioni ottimali (75% – 80% di umidità relativa e 28 – 30 °C) e nell’arco di un anno si possono susseguire quattro generazioni.

Il periodo di sviluppo del insetto si allunga sensibilmente con il cambiare delle condizioni ambientali, ad esempio con la diminuzione della temperatura, oppure per la difficoltà a nutrirsi di sangue per assenza dell’ospite. Gli adulti possono vivere per alcuni mesi senza alimentarsi, anche le ninfe possono farlo ma per un periodo più breve.

Le cimici del letto tendono a vivere aggregate, grazie alla emissione di un feromone di aggregazione. Quando possono si annidano in fessure e anfratti il più vicini possibile al luogo dove potranno entrare in contatto con l’ospite, come ad esempio le testate del letto, i comodini, i mobili, il battiscopa ecc..  La puntura della cimice può dare luogo ad un’ infiammazione dolorosa, comunque al momento non sono stati resi noti casi accertati di trasmissione di agenti patogeni per l’uomo. Nonostante ciò, la ricerca scientifica in questo campo ha isolato microrganismi dannosi per l’organismo umano presenti nelle cimici dei letti.

Il successo nella lotta a questi insetti dipende dalla professionalità degli operatori, è quindi necessario affidarsi a figure professionali qualificate, perché spesso, quando la disinfestazione è stata affidata ad altri, si sono avuti successi solo apparenti, seguiti dal persistere dell’infestazione.

CONSIGLI UTILI

Consigli ad uso dei gestori e disinfestatori che si trovano ad affrontare la cimice dei letti:

  • Al verificarsi dell’infestazione è necessario un intervento immediato e perentorio. Da evitare le “soluzioni tampone” (trattamenti parziali ed estemporanei con formulati aerosol), che non risolvendo il problema  rischiano di causare un allargamento dell’area infestata;
  • sacrificare un giorno della disponibilità della camera, per evitare conseguenze ben più spiacevoli;
  • eseguire l’intervento di disinfestazione radicalmente. Procedendo allo “smontaggio” globale dell’ambiente, al fine di non trascurare ogni possibile rifugio;
  • Monitorare il locale disinfestato per alcune settimane dopo il trattamento.

Città e topi

Il titolo indica con chiarezza due argomenti che apparentemente possono sembrare definiti, ma se li osserviamo con l’occhio esercitato del naturalista-ecologo ci rendiamo conto che nascondono complessità di cui è necessario tenere conto se si vuole progettare bene il lavoro di bonifica murina urbana.

UN SISTEMA COMPLESSO

La città è un sistema complesso che possiamo suddividere in due grandi sottosistemi: le aree di pertinenza pubblica e quelle di pertinenza privata.

Nel contesto pubblico possiamo indicare gli edifici scolastici, gli ospedali, gli uffici e, entrando negli spazi aperti, i parchi, le strade e la rete idrica e la fognatura, senza contare i canili e, in questi ultimi tempi, il diffondersi dei gattili.

Nel contesto privato l’elenco potrebbe comprendere tutti gli edifici ad uso abitativo, le industrie (in particolare quelle alimentari), gli esercizi commerciali e di ristorazione, gli sporting club ecc. Inoltre ogni sottosistema può essere suddiviso a sua volta, ad esempio, in spazi aperti e spazi confinati.

Se osserviamo più da vicino ad esempio le scuole, vediamo che le problematiche si intrecciano perché coesiste la linea alimentare, vedi refettorio, la rete fognaria e L’area verde di pertinenza, e non può logicamente essere trascurata l’interazione con l’ambiente circostante, né con il tipo di utenza.

Continuando la nostra disamina, vediamo che le fognature possono essere definite le “autostrade” dei nostri ratti (il Rattus norvegicus viene infatti appellato il Ratto delle fogne), attraverso di esse i vari nuclei familiari si spostano dalle loro tane, non facili da identificare, verso i punti di approvvigionamento. Non a caso si nota una forte presenza murina nelle aree circostanti i ristoranti.

Quindi dalla fogna ai punti di alimentazione i ratti da dove passano? Ed ecco che all’attento osservatore, soprattutto nelle ore crepuscolari, emergono dalle bocche di lupo ombre furtive che rapidamente appaiono e scompaiono secondo camminamenti sempre uguali.

MEGLIO PREVENIRE

Cosa fare o cosa si dovrebbe fare per contenere il fenomeno dei ratti urbani? Diamo per scontato che la corretta gestione dei rifiuti sia la variabile più importante, ma siamo anche consapevoli che il nostro dire rimane un’istanza di principio, di fatto il fenomeno delle discariche abusive e degli alimenti abbandonati nei giardini pubblici è in allarmante aumento e noi “derattizzatori” ne dobbiamo prendere atto e intervenire con “terapie” d’urto in attesa che le cose cambino.

L’elenco riportato è tutt’altro che completo e i dati sono l’insieme della mia esperienza diretta, delle informazioni verbali di alcuni derattizzatori e della poca letteratura disponibile. Per le specie indicate si vedano le schede bioetologiche allegate. In conclusione posso affermare che i roditori si distribuiscono nel contesto urbano a macchia di leopardo e di conseguenza i piani di lotta devono prima individuare le aree da trattare e successivamente intervenire in modo da attenuare la consistenza numerica delle singole colonie, quindi l’approccio metodologico deve, nella maggior parte dei casi, essere “razionalmente localizzato”.

COME COMBATTERE I FEDELI NEMICI

Non si discute che la prevenzione rimanga sempre il sistema efficace e, alla lunga, forse più economico nel trattare i problemi di disinfestazione, tuttavia nella realtà è difficile affermare che la sensibilità sia tale che già i progettisti, o chi si occupa di edilizia, di riadattamento di edifici, dedichi specifica attenzione a non facilitare l’insediamento delle popolazioni murine.

Nella realtà, bene o male che sia, si interviene quando il problema si presenta e se sono stati fatti passi avanti, in tutte le aree viene segnalata un’attenzione più marcata anche al tipo di interventi da effettuare, si è ancora ben lontani dal gestire queste problematiche secondo le impostazioni più recenti dell’Integrated Pest Management.

PROFESSIONALITÀ NEGLI INTERVENTI

 

Trappole topi Paste Fresche India

C’è ancora da superare, per quanto riguarda gli operatori professionali, la convinzione che sia efficace creare una barriera di erogatori di esche posizionandone un certo numero, ogni determinato numero di metri, senza dedicare impegno a conoscere dove il topo (o il ratto) preferisca nascondersi (e sono il più delle volte luoghi poco agevoli).

Se ormai, per motivi di sicurezza, si possono considerare abbandonate le esche a spaglio e si rivolge l’attenzione alle esche in contenitori di sicurezza, nella loro collocazione si può operare la scelta di posizionarne poche ed effettuare un controllo più ravvicinato, oppure situarne un numero maggiore e controllare con tempi più lunghi.

Ora, se si può considerare migliore il primo metodo, si deve anche tenere conto che ciò richiede un’accurata ispezione del luogo da difendere dall’infestazione, sia delle aree esterne sia di quelle interne, dal tetto alle zone interrate: e questo dovrebbe essere fatto prima di presentare un preventivo al potenziale cliente.

Nella realtà, quale tecnico può e vuole impiegare un tempo (che risulta gratuito) per elaborare un preventivo su un’ispezione così accurata di questo tipo? Nella pratica, quindi, ci si trova poi, sul posto, a elaborare un equilibrio tra un preventivo e le esigenze di disinfestazione.

E se la pratica aiuta sicuramente nel posizionare le esche nei luoghi frequentati da topi e ratti, bisogna sottolineare che non è il numero delle postazioni che fa diminuire il numero dei ratti, ma la frequenza con cui le postazioni vengono seguite e ricaricate di esche.

Trappole topi Trappola Cattura Multipla

Ciò vuole dire attuare un accurato controllo: registrare le condizioni dell’esca (se è consumata e quanto) e rielaborare i dati. Infatti, variando le situazioni ambientali, varia la dislocazione dei ratti sul territorio, e non esiste il prodotto miracoloso o la protezione migliore, ma conta la professionalità di chi sceglie una linea e la segue nel tempo, metodicamente.

Se la sicurezza è il primo parametro da tenere presente ci sono ancora tante falsità da sfatare, tante informazioni da diffondere ed è sempre necessario tenere in considerazione la tipologia di applicazione del prodotto.

Contenuta in dispositivi di sicurezza, a cattura singola o multipla, l’esca è efficace se risulta appetibile, perciò le aziende si sono dedicate con sempre maggiore impegno a ricercare i fattori in grado di convincere topi e ratti a preferire i loro formulati. Si sono effettuati studi su diete bilanciate e preferenze dei roditori, soprattutto nella scelta delle sostanze proteiche.

II mercato è orientato verso le paste fresche e i paraffinati, e se quest’ultimi risultano più pratici, il richiamo della pasta fresca risulta maggiore. Ma attenzione: l’esca deve presentarsi in ottime condizioni, non deteriorata, deve insomma garantire sempre un’appetibilità per il roditore.

Il paraffinato è più pratico, più facile da gestire, e molte aziende si stanno dedicando a esaltare queste caratteristiche.

Se il formulato in pasta resta il più diffuso, notiamo anche una forte crescita dei paraffinati: ciò che si vuole è coniugare la praticità del blocco con l’appetibilità della pasta – informa Nicola Lora di Vebi – e stiamo appunto lanciando ora un prodotto, Block 140, che riesce a conservare a lungo appetibilità ed efficacia, anche in ambienti umidi”.

Due sono le linee di esche presentate da India: Gold, che comprende esche rodenticide tradizionali in confezioni scelte per il vantaggioso rapporto qualità/prezzo, e Platinum, che si caratterizza per l’inserimento del Denatonium benzoato, per ridurre i rischi di ingestione accidentale. Le trappole con le esche poi possono essere a cattura multipla, come i modelli Solid e Clear di OSD Ecotech, in lamiera zincata, che consentono la cattura fino a 30 roditori.

Si basa invece sull’emissione di vibrazioni a media frequenza il sistema elettronico che Multitecno propone, composto da una centrale di controllo e comando e da una serie di trasduttori che diffondono, in senso radiale e assiale uno spettro di vibrazioni a frequenza controllata.

È essenziale conoscere in maniera approfondita il prodotto che si va a usare, è importante creare le premesse per una crescita culturale del settore.

Se si mette l’accento talvolta sulla scarsa professionalità del disinfestatore, che opera ancora con criteri sorpassati, basandosi soprattutto sulla propria esperienza, sottovalutando un approccio metodologicamente più corretto, è anche vero che in genere si trova davanti a un cliente scarsamente preparato, che non vuole investire più dello stretto necessario: così l’operatore troppo spesso si trova di fronte a un problema quando è ormai conclamato, e non gli resta che cercare di risolverlo nel migliore modo possibile.

In conclusione, sembra sempre di ritornare da dove abbiamo cominciato: per prevenire bisogna conoscere, per conoscere bisogna comunicare, informarsi e scambiarsi le informazioni: e se la legge costringerà a scelte impegnative, tanto più sarà necessario sapere che cosa si fa e come lo si fa, perché tutto il settore cresca.

INSETTI STRISCIANTI

SPECIE MENZIONATE

Parlando di “insetti striscianti” vengono subito in mente vermi, bruchi, e larve, eppure con questo termine chi opera nel settore dell’igiene ambientale comprende quelle specie, infestanti che colonizzano prevalentemente le superfici (pavimenti, pareti, ripiani, strutture, ecc.).

Inoltre il termine insetto è usato talvolta impropriamente poiché in tale raggruppamento vengono inclusi acari, zecche, ragni, scorpioni, millepiedi, e porcellini di terra. Quindi possiamo affermare che questa classificazione, lungi dall’essere propriamente entomologica, risulta invece ottimale in termini pratici, in quanto presuppone una certa uniformità nella modalità di trattamento disinfestante, mirato alle superfici maggiormente frequentate dagli artropodi in questione.

Tra gli insetti striscianti i più classici ed anche i più diffusi sono rappresentati dalle blatte, dalle pulci e dalle formiche; vi sono inoltre le lepisme, i dermestidi dei tappeti e delle case, nonché agli artropodi quale già citati scorpioni, ragni ed acari.

Altri ancora sono dal punto di vista del disinfestatore di importanza relativa, per 1′ occasionalità della loro presenza a livelli di danno; citiamo ad esempio i grilli del focolare, le forbicine, i coleotteri delle cantine, i pidocchi dei libri (psocotteri), i collemboli, ecc.

BLATTE

Le blatte sono insetti arcaici, di ogni dimensione, da molto piccole a gigantesche; hanno forma appiattita, lunghe antenne filiformi, zampe spinose e un paio di vistose appendici addominali (cerci).

Generalmente sono provviste di due paia di ali, di cui le anteriori, leggermente coriacee, vengono tenute piatte sul dorso; volano comunque raramente ed alcune specie, come la Blatta orientalis, hanno femmine con ali ridotte.

Delle 3.500 specie conosciute, 400 circa sono presenti in Italia, ma sono pochissime quelle dannose per l’uomo, poiché la maggior parte vive tra la vegetazione. Le più note e diffuse sono lo scarafaggio comune (Blatta orientalis) e la blatta grigia (Blattella germanica), ma gli operatori d’igiene ambientale devono sapere riconoscere anche altre due specie ampiamente diffuse; il grande scarafaggio americano (Periplaneta americana) e la blatta dei mobili (Suppella longipalpa = Suppella suppellectilium).

Forniamo una classificazione riferita ad alcuni tra gli habitat di elezione (naturalmente da non considerare in maniera troppo rigorosa). Aggiungiamo un ulteriore classificazione di tipo “climatico”.

AMBIENTI FRESCHI
Blatta orientalis
AMBIENTI CALDI
Supella longipalpa
AMBIENTI CALDO/UMIDI
Blattella germanica e Periplaneta americana
AMBIENTI FRESCO/UMIDI
Periplaneta americana

LA LOTTA ALLE BLATTE

CICLO BIOLOGICO

Varia in funzione della specie ed è importante conoscerlo ai fini di un corretto programma di disinfestazione.

Per quanto riguarda la B. germanica: l’ooteca schiude in 14-20 giorni; lo sviluppo delle forme giovanili (simili nell’aspetto agli individui adulti, ma senza ali -neanidi- e successivamente con abbozzi di alari -ninfe-) si svolge in 1-2 mesi richiedendo 5-7 mute.

L’ooteca di Supella Longipalpa schiude 40 giorni dopo la sua deposizione ed il ciclo completo ha la durata di 3 mesi in condizioni ottimali.

Periplaneta Americana depone ooteche che schiudono dopo 1-1,5 mesi. Il ciclo può variare in relazione alla temperatura e alla umidità da 6 mesi a 3 anni.

Gli stadi giovani crescono attraverso una decina di mute.

 

Per tutte le specie citate i cicli, durante l’anno si accavallano e troviamo nello stesso tempo adulti, neanidi e ninfe di ogni età, nonché ooteche. E’ bene ricordare che queste ultime sono le forme più resistenti agli agenti ambientali, fisici e chimici, quindi insetticidi compresi.

Il potenziale biologico della B. germanica consiste in 4-8 ooteche per femmina contenenti ciascuna 37-44 uova, per un totale di 148-352 discendenti per femmina.

Il numero degli eredi di una B. orientalis femmina sarà invece 128-144 fuoriusciti da 8 ooteche contenenti ognuna 16-18 uova.

ETOLOGIA

Le blatte vivono in maniera gregaria e tale comportamento sembra essere sollecitato da feromoni, chiamati infatti “di aggregazione”, contenuti nelle feci.

Posseggono inoltre delle ghiandole speciali, poste nell’addome, che secernano un liquido nauseabondo che funziona da repellente per gli altri insetti; tali ghiandole prendono il nome di “ghiandole repugnatorie” e 1’odore emesso è percepibile anche dall’uomo in quei luoghi in cui vi è una elevata concentrazione di blatte.

Generalmente sono attive nelle ore notturne; vederle alla luce del giorno presuppone l’esistenza di una notevole infestazione.

Infatti in tali orari solitamente riposano in zone oscure e riparate. Istintivamente rifuggono la luce; infatti se di sera accendiamo improvvisamente l’interruttore della luce in un locale infestato, vedremo le blatte, che stavano liberamente scorrazzando, precipitarsi fulmineamente nelle zone più riparate ed oscure della stanza.

Dal punto di vista alimentare sono onnivore e banchettano indifferentemente tra i rifiuti o sui piatti della più raffinata “nouvelle cuisine”. Hanno capacità corsorie notevoli (sono velocissime!) ma, differenza fondamentale ai fini di una corretta disinfestazione, la B. germanica si arrampica con perizia su superfici verticali lisce e soffitti, che verranno quindi trattati, mentre la B. orientalis non è in grado di competere in quanto non possiede ventose sotto le zampe.

SCHEMA DI LOTTA

Riconoscere innanzitutto la specie infestante. Definire quindi il perimetro dell’area su cui intervenire in modo da evitare pericolose fughe in zone adiacenti non infestate e di conseguenza non trattate, che diverrebbero vere e proprie “zone rifugio”.

Occorre quindi prima di incominciare i lavori di disinfestazione veri e propri effettuare un attento monitoraggio, utilizzando delle trappole collanti e/o degli spray che abbiano un attività stanante come ad esempio quelli a base di piretro.

PROTOCOLLI DI INTERVENTO

LOTTA RESIDUALE

  • Scegliere le superfici da trattare e valutarne l’estensione.
  • Preparare le superfici: lo sporco eccessivo può inattivare rapidamente il prodotto usato, vanificando il piano d’intervento.
  • Preparare con attenzione la soluzione/sospensione d’uso.
  • Verificare le attrezzature.
  • Operare secondo le corrette norme di sicurezza: rispettare le indicazioni riportate in etichetta sui dosaggi, avvertenze e modalità d’uso (attenzione a sostanze alimentari, persone e animali presenti nell’ambiente); utilizzare sistemi di protezione adeguati.
  • Trattare in senso centripeto, ossia partendo dal perimetro esterno dell’area seguendo una “tattica di accerchiamento del nemico”. Irrorare le zone del battiscopa, gli angoli, le fessure, le crepe e sotto e dietro mobili, macchinari, lavelli, ecc.
  • Intervenire sugli impianti elettrici con insetticidi apolari e, comunque, non utilizzare mai per queste soluzioni acquose o insetticidi contenenti acqua.
  • Se l’infestazione è causata da B. germanica operare anche sulle superfici verticali, soffitti, cappe, ecc. dove si possono annidare gli insetti.
  • Attendere che le superfici asciughino ed arieggiare i locali prima di soggiornarvi nuovamente.
  • Verificare i risultati in maniera oggettiva.
  • Certificare sempre i trattamenti su appositi moduli o diario dei lavori.

LOTTA ABBATTENTE

In alcuni casi è inoltre consigliata, con le dovute precauzioni, una nebulizzazione finale a forte carica abbattente.

TRAPPOLE

Ad attrattivo alimentare o feromone di aggregazione, con superficie collante: sono utili soprattutto per il monitoraggio e per l’identificazione della specie infestante, per la valutazione del grado d’infestazione e per l’individuazione dei punti di maggior concentrazione degli insetti.

BONIFICA AMBIENTALE

  • Pulizia dell’ambiente.
  • Corretta gestioni di alimenti e rifiuti.
  • Ristrutturazione degli edifici.

CALENDARIO DEI TRATTAMENTI

Intervenire periodicamente con trattamenti cadenzati nelle strutture a rischio (p.es. ospedali, cucine, ristoranti, ecc.).

L’intervallo varierà in funzione della specie, della gravità della infestazione, dei fattori ambientali predisponenti lo sviluppo delle blatte (temperatura, umidità, presenza di cibo e anfratti per gli insetti, ecc.). Si potranno quindi eseguire da 4 a 13 trattamenti in un anno.

Far coincidere le date dei trattamenti programmati con i periodi di maggior proliferazione che in genere coincidono con l’accensione e lo spegnimento degli impianti di riscaldamento.

PERCHÈ INTERVENIRE: LE MALATTIE

La blatta è morfologicamente predisposta a raccogliere germi e sporcizia che trova sul suo cammino.

Oltre a veicolare microbi col corpo con le zampette spinose e con le lunghe antenne li dissemina nell’ambiente attraverso le deiezioni e rigurgiti.

 

Quante volte siamo stati colti da leggera dissenteria dopo avere mangiato in luoghi pubblici, mense o alberghi poco puliti? Abbiamo così incolpato il cibo, forse non proprio fresco, ma è più probabile che siano stati gli scarafaggi i quali, durante le loro scorribande notturne hanno trasportato qualche enterobattero, rimasto poi su pane o cibi non protetti o sulle stoviglie.

Poteva andarci peggio: una salmonellosi! Queste sono le forme patologiche più diffuse dalle blatte, ma non bisogna scordare che in luoghi a rischio, quali ospedali e comunità in genere, il potenziale biologico d’infezione e contagio è superiore e più pericoloso.

Ricordiamo infatti che oltre i batteri responsabili di gastroenteriti (Escherichia coli) e salmonellosi (Salmonella spp.), gli scarafaggi sono vettori Staphylococcus responsabili di ascessi, Pseudomonas che producono infezioni, Shigella, Proteus, Mycobacterium e addirittura Pasterella pestis (rilevata sugli insetti in un focolaio di peste ad Hong Kong), per un totale di ben 48 ceppi di batteri patogeni.

Possono inoltre diffondere protozoi, nematodi e cestodi, pericolosi per l’uomo.

LE PULCI

Sono gli infestanti più comuni, dopo le blatte, in ambiente urbano. Il randagismo per lo più felino e la presenza di ratti sono le fonti di infestazione di scantinati, solai, aree dismesse, depositi, ecc.; da questi le pulci possono poi invadere abitazioni ed uffici adiacenti.

Le specie relative agli ospiti specifici sono la pulce del gatto (Ctenocephalides felis), la pulce del cane (C. canis) e quella del ratto (Xenopsylla cheopis).

Ogni femmina produce nella sua vita, che dura anche un anno, diverse centinaia di uova. Le larve vermiformi vivono negli interstizi dei pavimenti, nei ricoveri degli animali, tra i peli di tappeti e moquette; si mimetizzano ricoprendosi di detriti, polvere e rifiuti, fonti tra l’altro di cibo.

Dopo tre brevi stadi di crescita, le larve mutano in ninfe, immobili ed anch’esse ben mimetizzate, dalle quali usciranno le pulci adulte pronte a saltare su un ospite specifico per succhiarne il sangue.

In mancanza di questo possono assalire e pungere persone che si trovino a passare nei paraggi.

In condizioni ottimali il ciclo completo si conclude in circa tre settimane. Possono quindi susseguirsi parecchi cicli in un anno, concentrati in particolare nei mesi estivi.

Per il controllo delle pulci bisogna fare un pri mo trattamento ad elevato potere abbattente per risolvere il problema immediato determinato da gli insetti adulti.

Quindi eseguire un’accurata pulizia per eliminare polvere, detriti, rifiuti e con essi uova e stadi giovanili. Utilizzare aspirapolveri forniti di sacchetto di carta asportabile, che verrà distrutto. Lavare tutte le superfici che saranno nuovamente trattate con un insetticida residuale.

Anche le pulci possono trasmettere patologie all’uomo e agli animali, per esempio la teniasi provocata dal Dipilvdium caninuni.

LE FORMICHE

Le specie più comuni che possono penetrare nelle abitazioni, nei magazzini, negli ospedali e negli edifici in genere sono le seguenti:
FORMICA ARGENTINA
(Iridomyrmex humilis)
FORMICA FARAONE
(Mononzorium pharaonis)
FORMICA NERA
(Lasius niger)
FORMICA ROSSA
(Pheidole pallidula)
FORMICA RIZZACULO
(Crematogaster scutellaris)

Vivono in colonie (formicai) formate da una o più regine fertili e da parecchie operaie sterili che si occupano della gestione del nido: accudiscono regina e uova, allevano e nutrono le larve, curano le pupe, mantengono pulito il formicaio, lo riparano e lo allargano, quando è necessario, raccolgono e immagazzinano cibo.

Alcune operaie, chiamate soldati e morfologicamente differenti (hanno la testa più grossa), si dedicano infine alla difesa della colonia. Le formiche sono presenti tutto l’anno negli ambienti riscaldati e sono generalmente più invadenti nei mesi primaverili ed estivi, quando la ricerca del cibo è una delle attività preponderanti e le colonie sono in fase di sviluppo. La sciamatura delle alate, maschi e femmine fertili che fonderanno nuove colonie, avviene in estate.

Le formiche sono onnivore; alcune specie prediligono alimenti zuccherini, altre sostanze proteiche, altre fanno incetta di semi, altre ancora allevano afidi e cocciniglie per la melata.

Quando trovano una fonte di cibo, per es. rifiuti, vi arrivano seguendo sempre lo stesso percorso. Lo schema di lotta prevede l’individuazione e la distruzione dei nidi.

A questo scopo si possono anche utilizzare delle esche alimentari avvelenate che agiscono quando vengono trasportate dentro il formicaio. Questo metodo diventa poco efficace quando la disponibilità alimentare è elevata e la scelta dei cibi varia.

I nidi possono trovarsi dentro gli edifici infestati, sotto i pavimenti, entro i muri, in fessure, interstizi e cavità varie, oppure all’esterno negli angoli dei palazzi o dei marciapiedi, nelle zone sterrate, nei prati o nei tronchi degli alberi, persino in luoghi distanti dalla infestazione.

Nel caso in cui le formiche provengano dall’esterno ed i nidi non siano stati individuati è necessario l’uso della lotta residuale che serve per creare delle barriere provvisorie e risolvere la situazione temporaneamente anche se con efficacia.

In seguito dovranno essere valutate caso per caso le tecniche e le ristrutturazioni atte ad impedirne nuovamente l’accesso.

La presenza di formiche negli ambienti confinanti è indice di scarsa igiene.

LE LEPISME

Più note come pesciolini d’argento per il loro aspetto, le lepisme che possiamo reperire negli edifici sono classificate secondo il tipo di ambiente.

La prima è più frequente negli appartamenti, nei magazzini, nella biblioteche, negli archivi; la seconda predilige le panetterie e le cucine.

 

Lepisma saccarina è ricoperta di squame argentate mentre Thermobia domestica ha una livrea più scura ed antenne e cerci molto più lunghi.

Questi insetti praticano una sorta di danza nuziale che permette la fecondazione indiretta della femmina, senza accoppiamento. Ogni femmina di lepisma saccarina depone 1-3 uova giornaliere, per un totale di 50-100 nella sua lunga vita, dalle quali fuoriescono neanidi simili agli adulti, ma più piccoli.

Dovranno compiere ben 50 mute per diventare degli insetti completi e questa crescita richiederà almeno 4 mesi.

Le lepisme sono attive di notte, così il loro numero aumenta progressivamente inosservato ed anche i danni commessi.

Si nutrono con tutto ciò che trovano sul loro percorso privilegiando le sostanze amilacee. Sono attratte dalla colla della carta da parati e da quella dei libri rilegati. Digeriscono anche carta, stoffa e pelli; possono così rovinare volumi pregiati, quadri, stampe, tappeti, moquette e carta da parati.

La lotta residuale è efficace ma bisogna scegliere prodotti che non alterino le caratteristiche dei manufatti di valore.

I RAGNI

I ragni non sono insetti, ma appartengono alla classe degli aracnidi, che si distinguono per avere 4 paia di zampe ed il corpo diviso in due sezioni, cioè capo e torace saldati ed addome; si riconoscono infine per assenza di antenne.

Formano l’ordine degli Arameidi che costituisce il gruppo più numeroso di aracnidi, contando ben 30.000 specie.

Tutti producono seta, che non sempre viene utilizzata per comporre ragnatele, ma anche per proteggere le uova ed i piccoli o per costruire la propria tana.

Tutti sono inoltre predatori e paralizzano le vittime inoculando veleno.

I maschi sono generalmente più piccoli delle loro compagne e si riconoscono per i palpi rigonfi.

In Italia non esistono ragni letali per l’uomo benché viva in un’areale limitato alla zona di Volterra un parente della Vedova Nera (Latrodectes Mactans); questo ragno nostrano, detto per l’appunto ragno volterrano (Latrodectes Tedecimguttatus) si riconosce per le 13 macchioline rosse sull’addome nero, vive nel terreno tra la vegetazione e se morde l’uomo può causare una grave forma di avvelenamento spesso accompagnata da febbre.

Comune nei nostri giardini è il ragno crociato (Araneus Diadematus) che tesse le tipiche ragnatele circolari con fili a spirale su una raggiera. Sverna, come molti altri rappresentanti di questo gruppo, alla stadio di uovo, protetto all’interno da piccole sfere di seta.

olcidi e Salticidi frequentano le nostre case: i primi colonizzano gli angoli, dove costruiscono vistose ragnatele, i secondi percorrono gli ambienti a piccoli salti (da cui il nome) alle ricerca di prede.

La Tegenaria domestica, grosso ragno peloso e invece comune nelle cantine, dove realizza tele non appiccicose che servono ad avvisare il predatore del passaggio di una vittima. Magazzini, depositi ed industrie sono spesso visitate dagli aracnidi che possono trovare un habitat ideale per proliferare.

Per il loro regime dietetico, le infestazioni di ragni seguono solitamente quelle di altri insetti. Anche in questo caso è indicata la lotta residuale con prodotti di contatto.

Naturalmente è consigliabile eseguire prima del trattamento un adeguata pulizia comprendente la rimozione delle ragnatele.

La presenza di ragni è indice di scarsa igiene e trascuratezza ambientale.

I DERMESTIDI

Nelle abitazioni sono comuni due specie di piccoli coleotteri dei tappeti: Anthrenus verbasci e Attagenus pellio.

 

Gli adulti sono floricoli ed entrano nelle case per deporre (circa un centinaio di uova per femmina). Le larve, riconoscibili dal corpo ricoperto di setole (A. verbasci) e dal lungo ciuffo di peli all’estremità addominale (A. pellio), sono responsabili di danni a tappeti di lana, pellicce, piumini, manufatti in pelle ed animali impagliati.

In condizioni ottimali il ciclo si svolge in tre mesi anche se in genere si ha una sola generazione in un anno.

Lavaggi, spazzolature, uso di aspirapolvere sfavoriscono lo sviluppo di questi insetti.

Nel corso di forti infestazioni si attua la lotta residuale che garantisce una protezione duratura. Anche in questo caso bisogna scegliere prodotti che non alterino le caratteristiche di manufatti di valore.

GLI SCORPIONI

Anche gli scorpioni non sono insetti che appartengono anch’essi alla classe degli aracnidi.

Posseggono due appendici boccali trasformate in pinze ed un addome allungato e terminante con un uncino ricurvo: il pungiglione.

Gli scorpioni italiani appartengono al genere Euscorpius e non sono pericolosi per l’ uomo nonostante possono pungerlo.

Le specie più comuni sono Euscorpius flavicaudis (scorpione dalla coda gialla) originaria dell’Europa meridionale e l’affine Euscorpius italicus (scorpione italico) sono piccoli rispetto alle pericolose specie straniere (già nella vicina Francia esistono scorpioni velenosi come il Buthus occitanicus, giallastro e di dimensioni superiori); misurano infatti da adulti 3-5 cm (E. italicus) e 3-4 cm (E. flavicaudis) e sono di colore bruno scuro.

Nell’Italia settentrionale, soprattutto in Alto Adige troviamo anche l’ Euscorpium germanus (scorpione germanico), presente fino a 2.000 m di altezza.

Le femmine sono delle madri premurose che accudiscono la prole, portandola costantemente sul dorso fino a quando i piccoli non diventano autosufficienti.

Questi sono di aspetto simile all’adulto e per crescere compiono diverse mute.

Vivono in luoghi riparati, bui ed umidi; possono trovare un habitat ideale in sottoscale, cantine, lavanderie, legnaie di case rustiche. Gli scorpioni sono predatori attivi nelle ore notturne.

Si cibano di altri artropodi che catturano con i cheliceri (le pinze) ed uccidono con il pungiglione.

Quando è necessaria si attua la lotta residuale.

GLI ACARI

Si tratta di una sottoclasse appartenente anche questa al gruppo degli aracnidi. Se vogliamo essere pignoli definiremo le zecche, di cui parleremo in seguito come acari dell’ordine Parasiti formes; mentre gli acari, come generalmente vengono intesi, fanno parte dell’ordine degli Acari formes.

Questi ultimi hanno colonizzato ogni habitat: piante, terreno, esseri viventi, derrate immagazzinate e perfino gli ambienti domestici.

Tra gli acari che infestano il verde ricordiamo gli Eriofidi che formano galle ed i Teranichidi o ragnetti rossi che si nutrono della linfa delle foglie decolorandole (per esempio Panonycus ulmi); possono anche ricoprire la vegetazione con una fitta tela sericea sotto la quale vive la popolazione di acari (per esempio Tetranvcus urticae).

Gli acari che vivono, come parassiti o come soprofiti, su altri esseri viventi sono parecchi. Gli ospiti possono essere innumerevoli, dagli insetti, come api, formiche, mosche, ai mammiferi, finanche all’uomo: ricordiamo l’acaro della scabbia (Sarcoptes scabiei), l’acaro della mietitura (Tionzbicula autnzzniialis) che provoca l’eritema autunnale e il più innocuo Deniodex folliculorum che vive nei follicoli piliferi umani soprattutto nelle pieghe nasali.

Nelle nostre case infine abitano minuscoli inquilini: sono gli acari della polvere, ragnetti dal corpo globoso ricoperto di setole.

 

I Piroglifidi, i maggiori rappresentanti di questo gruppo, si sviluppano in condizioni ottimali in un mese. La femmina depone diverse decine di uova (circa una al giorno) nel corso della sua lunga vita (100-150 giorni). Da queste schiudono larve esapode che, in breve tempo, attraverso una fase quiescente di due giorni, mutano in protoninfe con 8 zampe, quindi in tritoninfe ed infine, sempre attraverso una fase quiescente, si trasformano in adulti. In ambienti favorevoli le generazione si susseguono e si accavallano.<

Gli acari possono essere causa di reazione allergiche di varia entità (rinite, asma, dermatiti).

Spesso ci si accorge dell’insorgere di forti infestazioni dall’aggravarsi di tali reazioni allergiche.

Ciò di solito coincide con la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno; si creano infatti le condizioni ottimali per lo sviluppo degli acari della polvere, cioè un’elevata umidità ambientale (U.R. 60-90%) ed una buona dose di caldo (20-25°C). Inoltre ambienti caldo-umidi possono incrementare la presenza di muffe e spore fungine, base alimentare di alcuni acari Glicifagidi.

Anche rappresentanti della famiglia Acaridi si possono reperire nella polvere, ma in misura limitata, prediligendo come habitat le derrate alimentari.

La lotta agli acari è problematica e non standardizzabile. Si può intervenire sia agendo sui fattori limitanti lo sviluppo, che utilizzando mezzi chimici. Nel primo caso di minuendo l’umidità e la temperatura ambientale ed eliminando dai locali moquette, tendaggi, tappeti, peluches ed altro che posso trattenere polvere ed acari. Nel secondo caso con trattamenti ambientali di vario genere (abbattenti e/o residuali) dopo attenta valutazione di un perito.

LE ZECCHE

Le zecche appartengono alla sottoclasse degli acari e rappresentano fin dall’antichità un grande pericolo per l’uomo e per numerosi animali a causa delle numerose malattie che possono trasmettere: borelliosi (malattia di Lyme), rickettosi (febbre Q.), spirochetosi, arbovirosi, piroplasmosi, ecc.

Le zecche più comuni appartengono alla famiglia degli Ixodidi (zecche dure) e a quella degli Argasidi (zecche molli dei colombi).

Il ciclo biologico (uovo, larva, ninfa, adulto) può essere complesso interessando più ospiti intermedi ed anche la durata è assai variabile da pochi mesi ad alcuni anni.

Questi artropodi succhiatori di sangue presentano alcune curiosità, ad esempio le forme giovanili hanno sei zampe mentre gli adulti otto come ogni aracnide che si rispetti e, cosa ancor più stupefacente, riescono a sopportare lunghi periodi di digiuno, anche più di un anno, nell’attesa di poter parassiterizzare il loro ospite.

La lotta può interessare grandi aree soprattutto ove viene praticata la pastorizia oppure ove vi siano problemi di randagismo canino nonché nelle aree urbane a grande infestazione di piccioni.

Da ciò consegue la necessità di tenere sotto controllo il fenomeno del randagismo e di occuparsi attivamente degli stormi di colombi delle nostre città.

Per quanto concerne la lotta nelle aree infestate o potenzialmente a rischio è importante effettuare trattamenti residuali con irrorazioni di prodotti ad attività insetticida-acaricida avendo cura di bagnare bene.

Pratica di una certa importanza risulta anche l’intervenire asportando le feci dei colombi e procedendo anche ad interventi complementari di disinfezione.

Per i ricoveri degli animali da reddito o d’affezione è bene organizzare interventi periodici in quanto la diffusione di questi parassiti sta interessando sempre più vaste aree con catene “epidemiologiche” sempre più ramificate dalle piazzole di parcheggio e ristoro delle autostrade (zecche dure dei cani) ai sottotetti delle nostre case (zecche molli dei piccioni).

LE COMPETENZE PROFESSIONALI

Le risorse umane e le relative competenze e motivazioni sono di fatto il nocciolo della questione.

A nostro avviso la consapevolezza dell’importanza igienica dei servizi di disinfestazione dovrebbe rappresentare lo stimolo professionale di partenza. E’ doveroso in questo contesto fare un accenno all’ Integrated Pest Management come la realizzazione di un sistema di lotta integrata in cui interagiscono anche visioni gestionali di più ampio respiro.

Come nella Qualità, anche in questi nuovi approcci professionali, l’importante è crederci, non come atto di fede, ma come un razionale e dovuto tributo alle nuove necessità produttive.

INFORMARE/FORMARE ED ADDESTRARE

Abbiamo in questo contesto utilizzato la terminologia che il legislatore adotta nell’ambito della sicurezza in quanto la professionalità di un “disinfestatore” deve comprendere in maniera inscindibile sia la competenza tecnica che le relative norme di sicurezza intesa in senso lato: la propria, l’altrui, senza dimenticare l’ambiente.

Per tornare al profilo professionale del disinfestatore possiamo sottolineare la necessità di conoscere le caratteristiche tecniche dei prodotti che utilizza, delle attrezzature e dei dispositivi di protezione individuali. Deve inoltre essere ben informato sulle tecniche applicative: dove, come e quando operare e a ciò si aggiunge una competenza generale dei parassiti e la tossicologia dei principali prodotti e relativi principi attivi utilizzati.

Il profilo professionale si completa con un po’ di familiarità nel contesto dell’impiantistica, soprattutto elettrica, e con un discreto grado di capacità nell’eseguire piccole manutenzioni.
Soprattutto deve essere nelle condizioni di sapere quello che non deve fare e perciò dovrebbe disporre di dettagliati protocolli operativi. Anche la capacità di avere buoni rapporti interpersonali è un bagaglio professionale di una certa importanza. Certamente il mestiere del disinfestatore, o del PCO (Pest Control Operator) per dirla all’inglese, sconfina un po’ nella tuttologia, e ciò rappresenta l’onere e l’onore di questa professione.

GLI ASPETTI BIO-ETOLOGICI DEI PARASSITI

Se, come consigliano i testi di strategia bellica, per combattere meglio il proprio nemico bisogna conoscerlo a fondo, anche nell’ambito della disinfestazione, che per l’appunto spesso si definisce come “lotta”, si deve attuare questo concetto.

Infatti la conoscenza dell’entità infestante è basilare per poter scegliere sia la tecnica che i mezzi più idonei allo scopo.
Innanzitutto è necessario definire di quale/i specie si tratta in base a molteplici indicazioni fornite dall’ambiente in cui si è determinata l’infestazione: danni, tracce, tane o rifugi possono aiutare, ma molto meglio è prelevare un campionamento per effettuare l’identificazione diretta tramite le caratteristiche morfologiche specifiche; molto spesso occorre l’esame microscopico.

Dopo questa fase si dovranno conoscere quante più informazioni possibili cominciando dal ciclo biologico, anche in funzione delle condizioni ambientali (temperatura, umidità e persino cibo possono far variare notevolmente i tempi di sviluppo).
Queste variabili sono anche importanti per definire le condizioni ottimali di vita e quelle limitanti. Per esempio, per ostacolare alcuni tipi di infestazione, si può agire variando la temperatura e/o l’umidità ambientale.

Studiare il ciclo biologico in questi termini consente di sapere quando agire, quale stadio colpire e fornisce gli strumenti per stabilire degli intervalli fra i trattamenti, quando questi, come ad esempio nel caso di blatte e pulci, non sono attivi verso rispettivamente le ooteche e le ninfe quiescenti.

Infine, ma di grande importanza, non bisogna tralasciare gli aspetti etologici dei parassiti: attrattività alla luce o fotofobia sono gli aspetti più sfruttati dal mercato, basta ricordare le trappole luminose per insetti volanti o i formulati spray stananti per le blatte.
Ma altri aspetti del comportamento si possono dimostrare utili ai fini di una lotta ragionata: per esempio sapere quando sono più attivi, se sono buoni volatori, quali preferenze alimentari hanno o che tipo di ripari ricercano solitamente. Conoscere è quindi il punto di partenza per ben operare.

CONCLUSIONI

Quanto esposto voleva indicare i vari ingredienti costituenti la “ricetta disinfestazione”.
Disporre degli ingredienti è un passo avanti per realizzare un buon servizio, ma così come nell’arte culinaria per ottenere dei manicaretti è necessaria l’opera di un cuoco preparato, anche nel nostro lavoro bisogna essere professionalmente preparati.

Pur rischiando di cadere nell’ovvio ricordiamo che il nostro lavoro di operatori ambientali richiede prudenza, competenza e buon senso. Concludiamo ricordando a tutti che il fatto di intervenire in qual si voglia settore migliorandone il livello igienico, quindi anche disinfestando, non rappresenta una spesa, ma un lungimirante e razionale investimento.

GLI INSETTI VOLANTI

SPECIE MENZIONATE

Certamente il metodo di classificazione (il criterio tassonomico, per gli accademici) è discutibile e al limite dell’ortodossia scientifica, ma sicuramente pratico anche se le specie che andremo ad approfondire, mosche e zanzare, ci pongono subito di fronte ad una contraddizione: la forma larvale di queste specie non volano affatto, ma è, innegabile che in ognuno di noi, anche il più accanito entomologo, quando sente parlare di ditteri, si affaccia alla mente un’entità volante. Questo però non ci farà trascurare anche gli aspetti tecnici di questo fondamentale tipo di lotta.

Inoltre, è innegabile che i lepidotteri (farfalle) sono anch’essi, nella forma adulta, insetti volanti e saranno trattati nel raggruppamento degli insetti delle derrate alimentari. Tutto ciò è fatto in nome della praticità, con la finalità di rendere “operativa” la consultazione del trattato.

MOSCHE

Per mantenerci fedeli al principio di semplicità classificheremo questi insetti raggruppandoli per habitat di elezione (vedi tab. 1).

CICLO BIOLOGICO

Uova

Tempo di schiusa: da 2 a mezza giornata in funzione della temperatura
Sviluppo larvale (due mute): da 20 a 4 giorni
Tempo di “sfarfallamento”: da 20 a 4 giorni dallo sfarfallamento all’accoppiamento passano da 1 a 2 giorni circa.
Dall’accoppiamento all’ovodeposizione trascorrono mediamente 3 giorni (min. 2 – max 9, sempre in funzione della temperatura).
La femmina depone le uova in gruppi di 100-200 per volta (circa 1.000-2.000 uova nell’arco della sua vita).
Il potenziale biologico è enorme, ma la sopravvivenza è mediamente dell’ 1 %.
Il numero di generazioni nell’arco dell’anno è di 10-15. Lo svernamento può avvenire in ogni stadio larvale.

ETOLOGIA

Le mosche allo stadio adulto possono cibarsi di alimenti liquidi; possono altresì liquefare sostanze solide (zuccheri) attraverso il rigurgito della saliva.
Allo stadio larvale si cibano di sostanze organiche, per lo più in fase di fermentazione. In genere gli adulti non si spostano molto dall’area da cui sono sfarfallati, ma non sono rare migrazioni di più ampio respiro allorquando avvengono per trasporto passivo (soprattutto su treni e/o aerei).
In genere la M. domestica si ritrova all’interno delle strutture durante le ore fredde, mentre si sposta all’esterno nelle ore più calde.

SCHEMA DI LOTTA (RIFERIMENTO MOSCA DOMESTICA)

In primo luogo è necessario chiarirsi bene gli habitat ove è più significativo intervenire (vedi tab.).

PROTOCOLLI DI INTERVENTO ADULTI

LOTTA RESIDUALE

  • Scegliere le superfici da trattare e valutarne l’estensione
  • Preparare le superfici (facoltativo) – spolverare – lavare per irrorazione
  • Preparare con attenzione la soluzione/sospensione d’uso.
    N.B.: è importante verificare lo stato d’efficienza delle attrezzature prima dell’intervento
  • Operazioni complementari (facoltative) – aggiungere alla soluzione: zucchero, melassa, latte in ragione dell’1%.
  • Lo scopo è quello di aumentare nella fase iniziale la frequentazione delle superfici trattate da parte delle mosche, soprattutto se si trattano parzialmente (a strisce) oppure se si impiegano superfici di richiamo, quali fogli di plastica (in particolare quando l’intervento avviene in locali vetusti, con pareti fatiscenti, sporche e molto assorbenti).

Norme di sicurezza:

  • Avere cura di ottemperare alle avvertenze riportate in etichetta, con particolare attenzione per quanto riguarda le sostanze alimentari e la presenza di persone o animali.
  • Controllare il proprio corredo: maschere, filtri, abbigliamento
  • Effettuare con cura il trattamento rispettando i dosaggi unitari
  • Attendere che le superfici asciughino prima di “riattivare” i locali, magari con arieggiamento preliminare.
  • Valutazione obiettiva dei risultati.

LOTTA RESIDUALE DI INGESTIONE

Posizionare con attenzione i punti di avvelenamento rispettando le indicazioni riportate in etichetta.

TRAPPOLE

A collante vischioso
Ad attrattivo alimentare o a feromone.
Questa tecnica si presta bene al monitoraggio.

LOTTA ABBATTENTE

Tecnica da usare solo se non è possibile farne a meno: in presenza di infestazioni di particolare gravità, in occasione di eventi epidemici in cui le mosche siano un importante anello della catena epidemiologica, limitatamente ad aree “a rischio” di massima frequentazione muscina (zone rifiuti, concimaie, ecc.). Rispettare scrupolosamente i dosaggi privilegiando i prodotti a rapida degradazione e a profilo tossicologico “favorevole”.

LARVE – LOTTA RESIDUALE DI CONTATTO

Fatte salve le indicazioni generali del punto 1. avere cura di bagnare bene, in modo da far penetrare il liquido nell’area di riproduzione larvale e attenersi ad un calendario dei trattamenti coerente con la gestione del letame o dei rifiuti.
N.B. = CERTIFICARE I TRATTAMENTI SU APPOSITO MODULO, AGENDA O DIARIO DEI LAVORI, PENA LA VANIFICAZIONE DEI LAVORI SVOLTI

CALENDARIO DEI TRATTAMENTI

Abbiamo indagato sul come intervenire, sul dove intervenire, ora vediamo quando intervenire e concluderemo sul perché intervenire (anche se a questo punto è ormai un dato ovvio).
Un concetto, mai abbastanza approfondito, è quello della necessità di integrare le varie parti del mosaico affinché il tutto rappresenti, in modo compiuto, l’intero disegno nulla trascurando: i prodotti giusti, applicati in modo corretto, nei luoghi dove è necessaria l’applicazione, rispettando con un adeguato calendario d’intervento il ciclo biologico della specie bersaglio ed il relativo susseguirsi delle generazioni nell’arco dell’anno. Il tutto, con scrupolosa attenzione nei riguardi della nostra e altrui sicurezza (vedi tab.).

PERCHÈ INTERVENIRE? ASPETTI ECONOMICI

Non a caso il termine BEELZEBUB (dall’ebraico Ba al zebub = signore delle mosche) ha assunto nel Nuovo Testamento il significato di diavolo. Le mosche sono un vero e proprio flagello: la loro presenza è sinonimo di sporcizia e rappresentano un rischio sanitario umano e veterinario ed igienico industriale e zootecnico non trascurabile (lo vedremo in dettaglio nella tabella dedicata alle malattie veicolate dalle mosche). Inoltre, la loro presenza costituisce un fattore non trascurabile di depressione della produttività di qualsiasi allevamento, ma anche nel contesto turistico e dello sport (equestre in particolare) le mosche sono indice di una cattiva immagine e di possibili incidenti. Va aggiunto che un corretto programma di lotta alle mosche deve essere attuato con l’intendimento di raggiungere concreti risultati al di sotto dei quali è inutile parlare di costo/beneficio.
Infatti, per i cultori della matematica, ma non solo per loro, se il beneficio tende a zero il rapporto tende all’infinito: in termini pratici il denaro viene gettato in interventi alibistici, privi di logica economica.

ZANZARE

Con il termine “zanzare”, che già nella pronuncia ricorda il ronzare di questi fastidiosi insetti, sono indicate numerose specie di insetti per lo più pungenti che gli specialisti chiamano “culicidi”.

E’ indubbio che le zanzare costituiscono un grande pericolo per l’uomo in quanto sono il vettore della malaria, malattia che in alcune parti del mondo rappresenta un pericolo mortale tanto da far lanciare appelli su appelli all’Organizzazione Mondiale della Sanità (O.M.S.) sui pericoli del contagio soprattutto per il fatto che gli interventi terapeutici sembrano perdere sempre più la loro efficacia per la resistenza che i vari plasmodi vanno acquisendo.

L’Italia ha eradicato questa malattia negli anni appena successivi alla seconda guerra mondiale, ma attualmente sorgono dubbi sul rischio di reintroduzione dovuti al turismo esotico e ai lavoratori in missioni estere nelle aree a rischio. Specie menzionate.

IMPORTANTE

Numerose città del Nord e Centro Italia sono colonizzate dalla specie originaria del Sud-Est asiatico: Aedes albopictus, nota anche con il suggestivo nome di “zanzara tigre” per gli anelli chiari della sua livrea.

Nelle aree d’origine è vettrice di pericolose patologie improbabili nelle nostre latitudini; resta però un esempio eclatante della possibilità di colonizzazione dei nostri territori di specie esotiche e la necessaria attenzione che dovrebbe essere posta al problema.

Esempi similari di notevole portata sono l’affrancarsi della Tingide del platano, ormai una epidemia diffusa in tutte le alberature cittadine. I nostri platani ormai sono di un verde clorotico, indice di uno stato di sofferenza consolidato. La rapida espansione dell’ Ifantria americana nella pianura padana ci appare nella sua drammatica realtà soprattutto nei mesi estivi, ove numerose specie arboree e arbustacee mostrano apparati fogliari devastati dalle mandibole delle larve di questo lepidottero introdotto in Europa dalle truppe alleate nord-americane. Nei prossimi capitoli ci limiteremo alla lotta urbana nei confronti del gruppo Culex pipiens in quanto rappresenta più dell’80% del problema. Ciò non deve farci dimenticare l’importanza di identificare anche le altre specie anche dal punto di vista quantitativo e “topografico” affinché il programma di lotta sia veramente mirato, adeguato, e quindi efficace.

LOTTA ALLA ZANZARA DI CITTA’ – CICLO BIOLOGICO

Dal momento della ovodeposizione allo “sfarfallamento” della zanzara adulta passano mediamente due settimane.
La variabilità è soprattutto in funzione della temperatura.
Ciò va riferito al “gruppo” Culex pipiens in quanto in alcune specie di Aedes l’uovo, in quanto tale, può rimanere quiescente anche alcuni mesi, in genere tutto il periodo autunnale e invernale.
In dettaglio possiamo indicare che l’uovo nella specie di riferimento (C. pipiens) schiude dopo due/tre giorni dall’ovodeposizione.
La giovane larva passa dallo stadio L1 allo stadio L4 con tre mute, ogni fase dura da due a tre giorni, un’ulteriore muta porta la nostra zanzara allo stadio di pupa (mobile) che dopo quarantotto ore dà origine all’adulto volante il quale, dopo alcuni giorni, effettua l’accoppiamento. Successivamente, il ciclo così come esemplificato ricomincia ripetendosi nell’arco dell’anno una dozzina di volte, ovviamente in relazione all’andamento climatico. Gli adulti vivono alcune settimane, fatta eccezione per gli adulti che vanno incontro all’inverno ai quali è delegato il compito di sopravvivere ai rigori della fredda stagione rifugiandosi negli scantinati, nella rete fognante, nei luoghi riparati, non troppo freddi.

ETOLOGIA

Si ricorda che la zanzara pungente è la femmina la quale deve fare il cosiddetto “pasto di sangue” per approvvigionarsi di alcuni aminoacidi che non è in grado di metabolizzare e che le sono indispensabili per portare a termine la maturazione dell’embrione. I maschi si nutrono di liquidi zuccherini di origine vegetale e si riuniscono in gran numero, in occasione dei voli nuziali.
Le larve invece si nutrono di materiale organico in sospensione nell’acqua, alghe e microrganismi.

SCHEMA DI LOTTA (RIFERIMENTO AL GRUPPO CULEX PIPIENS)

Anche in questo caso è bene identificare gli habitat ove è più efficace l’intervenire (vedi tab.).

PROTOCOLLI DI INTERVENTO ADULTI SVERNANTI – LOTTA RESIDUALE – ABBATTENTE

  • identificare le aree e le nicchie da trattare.
  • preparare con attenzione le soluzioni d’uso.
  • la scelta del prodotto può essere rivolta verso un’azione abbattente nel caso si renda necessario non avere residui attivi, in genere una certa azione residuale è però auspicabile.
  • verificare le attrezzature e regolarle in modo da ottenere il tipo di erogazione e la portata necessaria per rispettare i dosaggi.
  • norme di sicurezza attenersi alle indicazioni riportate in etichetta (norma generale). controllare il proprio corredo
  • stimare i risultati e verificare i risultati nella stagione calda.

ADULTI ATTIVI – LOTTA ABBATTENTE (RESIDUALE)

Tecnica da usare solo in caso di reale necessità: in genere si attua in concomitanza di manifestazioni e feste tenute all’aperto nei mesi caldi; in luoghi di aggregazione sociale; in luoghi di ristorazione come anguriere, trattorie, ristoranti ecc.

Vengono utilizzati atomizzatori a medio, basso volume con dosaggi calibrati, i minimi possibili. Si adottano prodotti a destino ambientale breve eccezion fatta ai trattamenti sulla vegetazione spontanea o addirittura infestante o ornamentale in cui una azione residuale risulta di indubbia maggior efficacia.

LOTTA LARVICIDA

È indubbiamente la tecnica da preferire in quanto colpisce l’entità infestante all’origine, una forma di intervento preventivo.
I risultati si ottengono solo se è possibile intervenire su una percentuale di focolai di riproduzione significativa.
La scelta dei prodotti deve tener conto del grado di inquinamento dell’acqua in cui si intende agire.

N.B. LA LOTTA ALLE ZANZARE DEVE SVOLGERSI CON PRECISI RIFERIMENTI CARTOGRAFICI E CON ATTENTA, PRECISA E TEMPESTIVA ELABORAZIONE DEL LAVORO SVOLTO CALENDARIO DEI LAVORI

Ripeteremo i concetti chiave in più di un’occasione in quanto, anche se ovvi sono sovente trascurati.
Ad esempio, la lotta agli adulti svernanti è spesso non realizzata, così come la fase progettuale e di monitoraggio.
Orbene, dopo avere visto come e dove intervenire è bene occuparci di quando intervenire: un’attenta pianificazione rappresenta uno dei punti fondamentali per ottenere buoni risultati in una logica di economia di esercizio (vedi tab.).

PERCHÉ INTERVENIRE? ASPETTI ECONOMICI

La lotta alle zanzare il più delle volte è effettuata per la molestia che queste “siringhe volanti” procurano; non va però dimenticato l’aspetto sanitario che la puntura delle zanzare comporta. Al di là della malaria, la zanzara può veicolare altre forme morbose, anche virali, per gli esseri umani e per gli animali: basti pensare alla filariosi del cane. Non entriamo nel dettaglio in questo capitolo per non correre il rischio di enfatizzare aspetti che i medici ben conoscono e che per i non addetti possono rappresentare una sorta di terrorismo scientifico.

Per gli aspetti economici è fondamentale, allorquando si realizza una lotta alle zanzare su territori di una certa estensione, inquadrare tale lotta in un programma ben studiato, meglio se formalizzato in un progetto, con tecniche di rilevamento e gestione dati, tali da consentire la capitalizzazione delle esperienze.

Se è vero che l’ambiente è un patrimonio comune da salvaguardare, e nulla ci autorizza a negarlo, è necessario intervenire in modo razionale e possibilmente integrato con tutto quanto in tal senso viene fatto. Solo così gli obiettivi saranno raggiunti in modo sicuro ed economico.

Derrate alimentari

I problema dell’igiene delle derrate alimentari, sia nell’immagazzinamento e nello stoccaggio, sia durante la lavorazione nelle industrie alimentari, è di un’importanza che non diminuisce certamente nel tempo. Dati resi noti dalla FAO evidenziano come i danni da parassiti su prodotti raccolti e immagazzinati rendono inutilizzabile il 9% del prodotto, negli Stati Uniti, mentre addirittura il 20% nei Paesi sottosviluppati, portando alla distruzione di oltre un centinaio di milioni di tonnellate di cereali stoccati, a causa di insetti, roditori, uccelli, acari e muffe.

L’abbondanza di nutrimento, e le condizioni ambientali (nelle industrie alimentari perlopiù si lavora un’atmosfera condizionata, che si mantiene costante anche durante la stagione fredda) risultano elementi molto favorevoli per la riproduzione degli infestanti.

UN PROBLEMA SENTITO

Se negli ambienti dove le materie prime vengono stoccate, nei magazzini di conservazione di insaccati e formaggi il problema è ormai da molti anni ben conosciuto, nelle industrie dove avviene la trasformazione del prodotto, là dove si utilizzano impianti anche tecnologicamente avanzati, è tuttavia possibile che gli operatori non abbiano una sufficiente preparazione specifica e non valutino correttamente la possibilità di infestazione: e poiché vi sono molti luoghi in cui questi insetti possono annidarsi e trovare un habitat favorevole, il problema si può porre in maniera anche massiccia. Inoltre, gli impianti spesso sono in funzione 24 ore su 24, e risulta difficile effettuare interventi, accurate ispezioni e pulizie a fondo, e quindi anche attuare un’efficace difesa antiparassitaria.

In questi ultimi tempi ci si orienta verso la riduzione dell’utilizzo di mezzi chimici, e si punta sulla prevenzione e sul controllo dei punti critici (la normativa HACCP ha segnato la svolta in tal senso), ma la lotta è sicuramente ardua, e non permette cali di attenzione e trascuratezze.

LOTTA SENZA QUARTIERE

Quando poi, oltre agli insetti delle derrate, il discorso si allarga a quegli insetti che si cibano dei detriti di queste, viene veramente messa alla prova l’esperienza e la capacità del disinfestatore. Perché la presenza di frammenti organici non è sempre indice di trascuratezza, o di degrado: risulta quasi inevitabile in alcune aree della catena produttiva, a meno che queste non siano dotate di impianti di aspirazione di grande potenza, ma la realtà, nella maggioranza dei casi, è diversa.

“I detriticoli non sono infestanti tanto “cattivi”, afferma Alberto Baseggio, di India, in quanto manifestano chiaramente la loro presenza. Più difficile da combattere e da scoprire sono le uova di parassiti (che non risultano visibili), e solo quando la merce raggiunge la destinazione viene riscontrata la presenza di larve. Con i danni che si possono immaginare”.

COME INTERVENIRE

È difficile snidare i detriticoli, perché facilmente trovano luoghi in cui nascondersi; inoltre, il fatto che molto spesso la produzione avvenga ininterrottamente non consente ispezioni a fondo e non facilita le cose. Regola aurea rimane sempre effettuare accurate analisi sulle materie prime che spesso arrivano all’industria già infestate dalle invisibili uova.

Se il problema si manifesta, talvolta è necessario ricorrere all’ausilio di prodotti chimici: si possono utilizzare formulati privi di solvente (per non avere odore) e residuali, sfruttando momenti in cui c’è il fermo macchina o momenti di chiusura su superfici e aree non a diretto contatto con gli alimenti. Tra i prodotti, India propone Power Ac. piretroide fotostabile con effetto abbattente e residuale, a base di alfametrina, isomero attivo, dal punto di vista insetticida, tra gli isomeri cis presenti nella cipermetrina tradizionale. Maurizio Rigolli, di Bayer CropScience, rileva come questo sia un importante settore, e sia ancora molto importante anche puntare l’attenzione alla difesa dei cereali, utilizzando prodotti fitosanitari (come per esempio K Obiol), mentre a livello di igiene ambientale, l’azione nelle aree alimentari viene integrata dal microincapsiulato Aquapy. Ovviamente, qualsiasi prodotto venga utilizzato, la prima operazione da effettuare, e che se non attuata vanifica qualsiasi tipo di trattamento, è una corretta azione di pulizia.

Nel caso del Dermestes lardarius, e degli altri insetti delle derrate, aggiunge Stefano Scarponi di OSD Ecotech (azienda che nel 2004 ha realizzato partnership con Lodi Italia, del gruppo Lodi International), proponiamo l’utilizzo di feromoni corredati dalle relative trappole erogatrici come sistema di monitoraggio e cattura”.

L’IMPORTANZA DEL MONITORAGGIO

È proprio l’accurato monitoraggio che riveste sempre più importanza, che “fotografa” l’effettiva situazione e consente, se è il caso, di correre ai ripari. “Alcune industrie alimentari, fa notare Baseggio, intelligentemente attuano, il monitoraggio oltre che per le blatte e le classiche tignole, anche per il tribolio”.

Ci saranno evoluzioni nel futuro? Domanda retorica, perché il problema non è di quelli che si chiudono in un cassetto e si lasciano decantare. Un promettente sviluppo potrebbe venire dall’utilizzo degli IGR, i regolatori di crescita, che attualmente sono allo studio e se per ora in Italia vengono utilizzati soprattutto nella lotta alle zanzare, potrebbero rappresentare una via. Non un miracolo, certo, ma un’altra via da percorrere.

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Disinfezione di Superfici e Ambienti

  • Il personale addetto alla pulizia/disinfezione dell’apparecchiatura deve indossare camice e guanti robusti di gomma (del tipo usato per le pulizie domestiche)
  • Spegnere l’apparecchiatura, staccare la spina della presa elettrica, svuotarla di tutto il contenuto e, nel caso si tratti di un termostato, attenderne il raffreddamento, quindi rimuovere le parti smontabili (ripiani, supporti, etc.)
  • Lavare con acqua e detergente non abrasivo tutte le superfici (anche quelle già smontate), risciacquare e asciugare (o far asciugare)
  • Applicare il disinfettante sulle superfici già asciutte e, se possibile, lasciare che si asciughi da solo per favorire lo svolgimento dell’azione disinfettante residua In linea di massima, i prodotti utilizzabili per la disinfezione sono:
    a) ipoclorito di sodio (comune candeggina) per tutte le superfici non metalliche ad una concentrazione che va da 20 ml/litro di acqua (per superfici non contaminate da materiale organico) a 100 ml/litro di acqua (per le superfici contaminate). Tale soluzione può essere utilizzata applicandola direttamente sulla superficie da trattare o immergendovi gli oggetti;
    b) soluzioni di polifenoli detergenti o di cetrimide+clorexidina gluconato per tutte le superfici, alle concentrazioni suggerite dal produttore;
    c) alcool etilico denaturato per tutte le superfici tranne quelle in plexiglas
  • Nel caso che le superfici fossero contaminate da materiale biologico:
    a) rimuovere lo sporco con uno straccio (possibilmente monouso) imbevuto di disinfettante (ad esempio soluzione di ipoclorito di sodio 1:10)
    b) nel caso si usassero granuli di sodiodicloroisocianurato, versare i granuli sullo sporco, far solidificare e rimuovere con uno straccio
    c) lavare l’area con detergente per pulizie ambientali
    d) asciugare o far asciugare la superficie
    e) disinfettare l’area con soluzione di ipoclorito di sodio 1:10
    f) lasciar asciugare

N.B.: Le apparecchiature di laboratorio dovrebbero essere sottoposte a procedure di pulizia/disinfezione almeno una volta ogni sei mesi o in occasione delle pulizie straordinarie del reparto; ogni qualvolta siano visibilmente contaminate da materiale biologico; quando devono essere riparate o trasportate al produttore (ad esempio interventi di manutenzione, sostituzione dei filtri, ecc.)

Pulizia, Sanificazione e Disinfezione delle Sale Operatorie

  • Un’ora prima dell’inizio della seduta operatoria, rimuovere la polvere con sistema ad umido sia da pavimenti che dalle suppellettili (scialitica, letto operatorio, etc.)
  • Tra un intervento e l’altro rimuovere da tutte le superfici qualsiasi tipo di materiale organico
  • Alla fine della seduta operatoria rimuovere dalla sala suppellettili, arredi ed apparecchiature mobili ed eseguire una pulizia accurata
  • Settimanalmente effettuare un accurato trattamento su pavimenti, pareti e suppellettili
  • Non eseguire la disinfezione gassosa degli ambienti con vaporizzatori di formaldeide od altri prodotti (procedura inutile e costosa) N
  • on impiegare tappetini adesivi o antisettici, in quanto si sono dimostrati inutili dal punto di vista del controllo delle infezioni
  • Non effettuare campionamenti microbiologici routinari da aria o superfici delle sale operatorie, ma solo eventualmente in occasioni mirate
  • Non ricorrere ai raggi ultravioletti per la disinfezione, per la loro limitata efficacia

Pulizia, Sanificazione e Disinfezione di Superfici (Premessa)

Il rischio infettivo, per pazienti ed operatori, legato a pavimenti, pareti, arredi e suppellettili in genere, è irrilevante. Inoltre, corrette procedure di pulizia e disinfezione sono in grado di ridurre in misura sostanziale la carica microbica di qualunque superficie, anche nel caso che sia visibilmente contaminata da sostanze organiche.

Tuttavia, la presenza di materiale organico e/o sporco in genere, può inattivare il disinfettante o può ridurne il potere di penetrazione, pertanto è indispensabile effettuare un’accurata pulizia della superficie prima della sua eventuale disinfezione. In linea di massima, è possibile fornire le seguenti indicazioni per il personale addetto alle procedure di pulizia:
1. usare guanti robusti (del tipo per le pulizie domestiche);
2. usare le stesse misure protettive adottate quando il paziente era presente (ad esempio, se la mascherina era usata solo per attività che richiedevano contatto diretto con il paziente, durante l’esecuzione delle pulizie il suo uso non è necessario)
3. durante la manipolazione degli effetti letterecci, indossare idonei indumenti protettivi ed adottare idonei comportamenti per evitare una contaminazione grossolana dell’ambiente circostante;
4. applicare il disinfettante sulle superfici già asciutte e lasciare, se possibile, che si asciughi da solo per favorire lo svolgimento dell’azione disinfettante residua;
5. dopo il lavaggio (sia manuale che in lavatrice) spugne, panni e frange del Mop devono essere conservati ben puliti e asciutti;
6. mentre per la pulizia si usano detergenti, per la sanificazione si possono scegliere: cloroderivati a bassa concentrazione, polifenoli detergenti, composti di ammonio quaternario, od anche clorexidina gluconato associata a cetrimide.

Per la disinfezione di superfici od oggetti in ambienti critici, invece, la scelta va fatta solo tra:
a)ipoclorito di sodio (comune candeggina) e derivati del cloro per tutte le superfici non metalliche ad una concentrazione che va da 20 ml/litro di acqua (per superfici non contaminate da materiale organico) a 100 mi/litro di acqua (per le superfici contaminate). Tale soluzione può essere utilizzata applicandola direttamente sulla superficie da trattare o immergendovi gli oggetti per almeno 30 minuti;
b) soluzioni di polifenoli detergenti per tutte le superfici, alle concentrazioni suggerite dal produttore;
c) alcool etilico denaturato per tutte le superfici ad esclusione di quelle in plexiglas.

Pulizia, Sanificazione e Disinfezione di Superfici (PARETI, PAVIMENTI, ETC.)

Prodotti

  • Cloroderivati
  • Soluzioni Polifenoliche detergenti
  • Alcool Etilico denaturato
  • Composti di Ammonio Quaternario (solo per reparti non critici)
  • Clorexidina Gluconato + Cetrimide

Modalità di Esecuzione

Superfici non contaminate da materiale organico:

  • dopo aver rimosso preventivamente lo sporco con un sistema “ad umido”, lavare la superficie con la soluzione detergente
  • far asciugare
  • passare sulla superficie un panno imbevuti di disinfettante e lasciare asciugare

Superfici contaminate da materiale organico:

  • con un panno imbevuto di disinfettante, rimuovere lo sporco e gettarlo nel sacco dei “Rifiuti Speciali” se monouso
  • lavare accuratamente la superficie con la soluzione detergente
  • sciacquare
  • lasciar asciugare o asciugare
  • passare sulla superficie un panno imbevuto di disinfettante
  • lasciar asciugare

Disinfezione Terminale

  • Il personale addetto alle pulizie deve usare guanti per le pulizie domestiche
  • Il personale addetto alle pulizie deve usare le stesse misure protettive adottate quando il paziente era presente
  • Gli oggetti non monouso (bottiglie di drenaggio, padelle, termometri, flussometri per ossigeno, ecc.) devono essere sottoposti ad adeguata pulizia e disinfezione
  • Tutte le superfici (es. arredi, pareti, maniglie, pavimenti, ecc.) dovranno essere pulite e decontaminate con prodotti idonei
  • Il personale che manipola gli effetti letterecci deve indossare idonei indumenti protettivi ed adottare idonei comportamenti per evitare una contaminazione grossolana dell’ambiente circostante, prima di inviarli alla sezione di lavaggio • In linea di massima, i prodotti utilizzati per la pulizia/disinfezione di superfici e di apparecchiature, oltre ai comuni detergenti, sono:
    a) ipoclorito di sodio (comune candeggina) per tutte le superfici non metalliche ad una concentrazione che va da 20 ml/litro di acqua (per superfici non contaminate da materiale organico) a 100 ml/litro di acqua (per le superfici contaminate). Tale soluzione può essere utilizzata applicandola direttamente sulla superficie da trattare o immergendovi gli oggetti per almeno 30 minuti;
    b) soluzioni polifenoliche per tutte le superfici alle concentrazioni suggerite dal produttore;
    c) alcool etilico denaturato può essere utilizzato su tutte le superfici già pulite.

N.B. Si suggerisce, comunque, di applicare il disinfettante sulle superfici già asciutte e di lasciare, se possibile, che si asciughi da solo per favorire lo svolgimento dell’ azione disinfettante residua.

Nebulizzazione

L’inutilità della pratiche di disinfezione ambientali e mediante nebulizzazione o aereosolizzazione è ormai ampiamente dimostrata. Infatti, la disinfezione gassosa ambientale non rappresenta un metodo soddisfacente per la decontaminazione dell’aria e delle superfici in quanto:
a) il rischio infettivo, per pazienti ed operatori sanitari correlato a pavimenti, pareti, arredi e suppellettili, in genere è irrilevante;
b) corrette procedure di pulizia/sanificazione sono in grado di ridurre in misura sostanziale la carica microbica di oggetti e superfici anche nel caso che siano visibilmente contaminati da sostanze organiche;
c) la presenza di materiale organico e/o sporco in genere può inattivare il disinfettante o può ridurne il potere di penetrazione.

Pertanto, se da un lato la nebulizzazione che si sostituisce alla pulizia non ha senso, dall’altro la nebulizzazione effettuata successivamente alla pulizia manuale non raggiunge altro scopo che “tranquillizzare” falsamente il personale. Si consiglia, quindi, per ciò che riguarda la disinfezione terminale di stanze di degenza, ambulatori, sale operatorie, ecc. in cui abbiano soggiornato pazienti affetti da malattie infettive contagiose, o che siano temporaneamente chiusi, l’abbandono delle pratiche di nebulizzazione, che dovranno essere sostituite da efficaci procedure correnti di pulizia/sanificazione manuali.

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DETRICOLI DELLE INDUSTRIE ALIMENTARI

Settembre è il periodo in cui con un occhio guardiamo al lavoro svolto e con l’altro cerchiamo di indovinare cosa ci riserverà l’anno che verrà. Nelle aziende del settore i product manager si cimentano con i budget 2006. Le domande sono più o meno queste: “Che fatturato riuscirò a realizzare?”. Mentre prendono forma pensieri del tipo: “Accidenti alla Direzione, non si accontentano mai! Ma dove vado a venderli tutti questi prodotti? Tenere le posizioni è già un successo”. Ma non basta, devo anche garantire un prezzo medio di realizzo e tenere il magazzino approvvigionato diminuendo i costi di gestione.

Per giunta il tempo atmosferico è diventato imprevedibile… se tengo basse le scorte di magazzino sono sicuro che avremo una stagione bellissima e piena di zanzare! I vacanzieri saranno contenti, io farò delle belle vacanze, ma va a finire che mi licenziano!” Intanto i moduli vengono compilati e, si spera, gli obiettivi raggiunti. Per le imprese di servizio le cose non cambiano di molto “Quest’anno è andata quasi bene, in ogni caso ora c’è il problema del recupero crediti!”.

Per i pochi appalti “importanti” in scadenza si crea un clima di attesa: “Quest’anno mi organizzo, devo fare un sopralluogo circostanziato e preparare una relazione tecnica a cinque stelle. Ho chiesto di vedere le offerte, le ho lette con attenzione e ora voglio proprio vedere… rivedo i miei conteggi e faccio uno sconto da compra tre e paghi mezzo!!” Per fortuna il più delle volte questi pensieri restano delle intenzioni e prevale il buon senso. Da consulente un’esortazione ai compilatori di capitolati e ai vari controllori: “Vero è che i prodotti sono una realtà tangibile, ma rappresentano il 10% del problema. Ne deriva che si dovrebbe porre attenzione all’organizzazione del lavoro.

Se si contemplano programmi con pochi picchi di lavoro, magari concentrandosi sulla auspicata prevenzione, si riducono i costi con la possibilità di investire sulle risorse umane, che costituiscono il 90% del sistema…”. Le domande sono sempre:”Chi, che cosa, dove, con quali mezzi, perché, in qual modo, quando” Apriamo un’istruttoria che preceda la stesura del capitolato basandoci sulle sette circostanze che i latini enunciavano: “Quis, quid, ubi, quibus auxiliis, cur, quomodo, quando?”

Nell’effettuare un monitoraggio ambientale in un’industria alimentare (intesa nel senso della 155/97, ossia disporre di un “sistema” di ispezioni organizzato e in grado di allertare un “sistema” di interventi o addirittura procedure correttive), dobbiamo tenere conto non solo delle entità infestanti presenti o potenziali, ma anche delle caratteristiche strutturali e gestionali del luogo.

Infatti, ciascuna industria alimentare anche se appartiene alla stessa categoria (per esempio tutti i panifici, tutti i magazzini alimentari o tutte le industrie di conserva di pomodori, ecc) rappresenta sempre un caso a sé. Sia le caratteristiche strutturali che quelle gestionali influiscono sulla quantità di detriti presenti nell’ambiente; inoltre vi possono essere angoli, anfratti e fessurazioni in misura variabile, ristagni di umidità a causa di tubazioni rotte, microclimi favorevoli allo sviluppo di insetti, perdite di prodotto dagli impianti o dalla movimentazione, pulizia e ordine effettuati in maniera differente da un’industria a un’altra.

In relazione a tutte queste variabili cambia la quantità e la molteplicità delle specie di entomofauna presenti nell’ambiente che, oltre agli insetti propri delle derrate alimentari, si arricchisce di mangiatori di detriti, di residui di prodotto alterati, di muffe, di miceli, di spore.A catena giungono anche i divoratori di questi insetti sottoforma di predatori, parassitoidi o specie che semplicemente intergrano la propria dieta con spoglie di insetti.

In linea generale gli insetti che vivono sui detriti vengono chiamati detriticoli; sono in genere insetti comuni in natura, che penetrano e si sviluppano laddove trovano condizioni favorevoli. Diverse specie di detriticoli possono però spostarsi sulle derrate alimentari infestandole. Solitamente sono infestanti “secondari”, ovvero compaiono in seguito a un attacco già in corso, ma ovviamente incrementano i danni.

La maggior parte dei detriticoli più frequenti nel comparto alimentare e soprattutto nei magazzini, appartiene all’ordine dei Coleotteri e alle seguenti famiglie:
Criptofagidi
Cucuidi
Dermestidi
Latrididi
Micetofagidi Nitidulidi
Ptinidi
Silvanidi
Tenebrionidi

I CRIPTOFAGIDI

Insetti di piccole dimensioni, con elitre più o meno pelose e capo incassato nel protorace. I più comuni sono I’Henoticus cali fornicus, importato dal Nord America; si nutre di funghi (Aspergillus, Penicillium) che si sviluppano sui detriti o sulle derrate alimentari non ben conservate e le specie del genere Cryptophagus che si cibano di spore e ife fungine.

I CUCUIDI

Noti come coleotteri piatti dei grani sono minuscoli coleotteri depressi con antenne lunghe e sprovviste di clava. Vi appartengono i generi Leptophloeus, Planolestes e il più frequente Cryptolestes, tipicamente detriticolo, che si riscontra spesso anche sulle derrate vegetali conservate.

I LATRIDIDI
Insetti piccoli (1 a 3 mm), allungati, forniti di antenne clavate e di colore marrone o nero. Si enumerano almeno 35 specie rinvenute nei magazzini di tutto il mondo e molte di queste sono comuni anche nel nostro Paese. Si cibano di muffe e funghi e non attaccano direttamente le derrate conservate, la loro presenza è però da considerarsi un indice igienico negativo. Le specie più diffuse appartengono al genere Corticaria, Dienerella e Lathridius.

I MICETOFAGIDI
Sono coleotteri piccoli, ovali e pubescenti, con antenne clavate, di colore marrone o nero, spesso con macchie gialle o rossastre sulle elitre. Il loro nome indica chiaramente ciò di cui si nutrono: miceti, ovvero funghi. Anch’essi non attaccano direttamente le derrate conservate. Le specie Italiane più comuni sono Thyphaea stercorea e Mycetophagus quadriguttatus.

I NITIDULIDI

Si riconoscono molto facilmente perché sono piccoli (2 a 4,5mm), ovali, con elitre clavate come molti altri coleotteri, ma presentano le elitre raccorciate e dorsalmente si vedono 2 o 3 segmenti addominali. Adulti e larve si nutrono di alcune derrate conservate (frutti secchi, grano, spezie, semi) che però prediligono quando sono contaminate da funghi e muffe. Le specie più diffuse fanno parte del genere Carpophilus.

I SILVANIDI
Tra questi emerge l’Ahasverus advena che può svilupparsi in maniera abnorme nei depositi dove vi sono carenze nella gestione delle pulizie e quindi i residui non vengono asportati o permangono sui pallet o sulle strutture per troppo tempo. La presenza di derrate ammuffite o di elevata umidità ambientale incrementano parimenti il numero.

I DERMESTIDI
Non sono veri e propri detriticoli in quanto vivono anche in molti altri ambienti e substrati. Si cibano di sostanze animali e, alcuni, anche vegetali essiccate. La loro presenza tra i detriti delle derrate alimentari è però diffusa in quanto, in genere, vi trovano ciò che serve per vivere tra cui i resti di altri insetti. Gli Antrenus spp. e gli Attagenus spp. sono assai comuni; in natura incontriamo gli adulti sui fiori e le larve sui nidi di uccelli, nelle tane dei roditori e nelle carcasse di animali.

GLI PTINIDI

Detti Tarli ragno per il loro corpo tondeggiante e le lunghe zampe, presentano caratteristiche similari ai Dermestidi. Si sviluppano infatti su substrati vegetali e animali essiccati e vivono in una gran varietà di ambienti.

Gli Ptinus, soprattutto P.fur, si sviluppano sui detriti e la loro presenza nei magazzini è molto comune. Gibbium psilloides, Mezium affine e Niptus hololeucus possono trasferirsi e moltiplicarsi sulle derrate immagazzinate.

I TENEBRIONIDI
Sono più noti come infestanti delle derrate, iTriboli ne sono i principali rappresentanti, ma ricordiamo che alcune specie possono riscontrarsi tra i detriti alimentari dei magazzini: l’Alphitiphagus bifasciatus si nutre di muffe e i Palorus spp. prediligono le granaglie ammuffite.

GLI PSOCOTTERI

Un altro gruppo di insetti che si reperisce tra i detriti dei depositi alimentari è quello degli Psocotteri, volgarmente noti come pidocchi dei libri, dato che si sviluppano sui vecchi volumi ammuffiti. II loro sviluppo è associato ad una elevata umidità ambientale. Si nutrono di muffe, funghi, lieviti, alghe che si formano sulle derrate mal conservate e sui residui abbandonati sul pavimento, negli angoli, sulle scaffalature, dentro gli interstizi di macchinari. Sono di minuscole dimensioni (1 a 3 mm) e di colore smorto: bianco, giallo, grigio o marrone. Le specie più diffuse sono il Liposcelis divinatorium e altre dello stesso genere, il Trogium pulsatorium e alcune specie del genere Lepinotus.

SISTEMI DI LOTTA
Premesso che gli insetti detriticoli sono dannosi per le derrate alimentari quanto quelli specifici, anzi di più in quanto indici di una situazione igienica compromessa.

La lotta si basa su interventi di emergenza seguiti obbligatoriamente da un esame critico delle procedure di sanificazione: pulizia, disinfezione, microclima, manutenzione e, se il caso, riesame dei processi di produzione con particolare riferimento agli sfridi.

Il capitolo pulizie merita una precisazione: sono gli angoli nascosti quelli che devono essere puliti, generalmente le aree ben in vista sono mantenute ragionevolmente pulite.

Per gli interventi di disinfestazione è bene utilizzare prodotti abbattenti nella fase eradicante, evitando così il rischio di contaminazione da residui. Naturalmente si possono utilizzare anche prodotti residuali avendo cura di proteggere sia le derrate sia le superfici di lavoro, senza trascurare gli interventi di decontaminazione.

Ciò fatto, si procede ad accurati interventi di sanificazione, quindi si effettuano i trattamenti mirati, In questo caso si usano prodotti residuali esenti da odori, profumi e anche privi di vapor effect; se quest’ultima caratteristica fosse ritenuta necessaria è indispensabile attivare una serie di interventi di sicurezza, ad esempio l’arieggiamento.

Resta inteso che gli insetticidi devono essere utilizzati secondo le disposizioni e le avvertenze riportate in etichetta e, non sarebbe male, disporre di disciplinari circostanziati per ogni filiera o linea di produzione. Sottolineiamo in conclusione che il monitoraggio serve a guidare gli interventi, se ciò non fosse diventerebbe una pratica costosa senza un obiettivo logico: sarebbe come una analisi clinica che evidenziando una patologia non fosse seguita da una adeguata terapia.

LE FORMICHE: INSETTI SOCIALI

 

Le formiche, nome con cui si designano solitamente gli insetti della la famiglia Formícidae appartengono al vasto ordine degli imenotteri, caratterizzati dalla presenza di dua paia di ali membranose (nel nostro caso solo le forme sessuate sono alate) e spesso dalla presenza di un aculeo o di una terebra (strutturata per l’ovoposizione) all’estremità dell’addome. Si distinguono con facilità poiché hanno il corpo nettamente diviso in tre parti: una testa, fornita di antenne genicolate (piegate a gomito) e mandibole taglienti, una zona centrale toracica su cui sono fissate le zampe ed una terminale comprendente l’addome vero e proprio, detto gastro, e i segmenti peziolari che congiungono il torace.

Le formiche sono insetti sociali che vivono in nidi chiamati formicai. Tali nidi, possono essere ipogei (sotterranei) o epigei (sopra il suolo), in cumuli di foglie (per esempio i grossi nidi fatti con aghi di pino di Formica rufa), in cavità di alberi e nei tronchi (come alcuni Camponotus), o costruiti unendo i lembi delle foglie sulle piante.

Vi sono circa 11.000 specie in tutto il mondo ed una diversificazione di comportamenti assai ampia. È recente la notizia che le prime formiche sono comparse circa 150 milioni di anni fa, ovvero almeno 40 milioni di anni prima di quanto si fosse finora creduto, ma hanno cominciato a proliferare e soprattutto a diversificarsi solo 100 milioni di anni fa ovvero alla comparsa delle piante da fiore (angiosperme); si ipotizza che la nuova composizione vegetale, abbia fornito, attraverso la formazione di lettiera a base di fogliame, una miriade di nuovi habitat idonei alla moltiplicazione di formiche ed altri insetti che a loro volta contribuivano quali fonte di cibo per le formiche.

I formicai sotterranei hanno varie uscite e sono costituiti da numerosi cunicoli che conducono a camere di varia foggia e dimensione che vengono impiegate per scopi precisi quali la deposizione delle uova da parte della regina, l’alimentazione delle larve, la cura delle pupe, l’allevamento dei futuri reali, l’approvvigionamento del cibo, la coltivazione di miceti a scopo alimentare ecc.

Le camere in cui vengono accumulati i semi vengono rivestite con un secreto impermeabilizzante prodotto dalle formiche per impedire che pernetri l’umidità e li faccia germinare.

Le società delle formiche sono caratterizzate dalla divisione in caste, fondamentalmente si distinguono in una fertile (i reali) e in una sterile (operiaie e soldati):

 

  • I reali, ovvero femmine e maschi fertili, provvisti di ali alla nascita che hanno il compito di fondare nuove colonie in seguito a sciamature periodiche. Solo pochi riescono, mentre la maggior parte è destinata a soccombere alle avversità ambientali e ai predatori.
  • Le operaie, sono femmine sterili e hanno compiti diversificati, costruzione, riparazione e pulizia del nido, approvvigionamento di cibo, allevamento e cura della prole (in genere sorelle, ma nelle formiche schiaviste possono essere anche future “schiave”), difesa. In alcune specie vi sono operaie di dimensioni differenti, talvolta tra le major (operaie di taglia maggiore) e le minor (operaie di taglia minore) la differenza è così grande da farle sembrare appartenenti a specie differenti. Tra le due dimensioni estreme vi possono essere anche operaie con taglie intermedie. I soldati, sono presenti solo in alcune specie, in Italia li possiamo osservare nelle Pheidole pallidula (note anche col nome di formiche dei soldati) e nelle Colobopsis (=Camponotus) truncotus. I soldati veri e propri si differenziano dalle operaie poiché hanno una taglia maggiore a crescita allometrica ovvero le varie parti del corpo hanno subito una crescita differente, spesso la testa e le mandibole sono molto grandi. Inoltre, quando ci sono i soldati non sono presenti altre forme con taglie intermedie.

    LE FORMICHE NEL MONDO

    Il numero mondiale di specie di formiche finora conosciute è di 11.880, una cifra ragguardevole, benché sia ben poca cosa rispetto alla quantità totale di formiche esistenti che secondo una stima eseguita da un noto mirmecologo sarebbe all’incirca di 10 milioni di miliardi, il cui peso complessivo potrebbe essere equiparato a quello di tutta la popolazione umana.

    Nelle zone tropicali la quantità e la molteplicità di specie di formiche è molto maggiore rispetto ad altre parti del mondo con clima temperato o freddo. In un solo albero in una località del Perù sono state reperite ben 45 specie diverse di formiche.

    È possibile vedere una panoramica delle formiche presenti in tutto il mondo nel web, nel sito www.antweb.org, una sorta di collezione mirmecologica ricchissima di immagini associata ad una prima parziale mappatura (prevalentemente dettagliata in America e nel Madagascar) in collaborazione con l’ormai noto Google Earth (mappatura fotografica della terra zoommabile ad ingrandimenti elevati, tali da poter vedere i tetti delle nostre case).

    Ai non esperti, le formiche appariranno molto simili tra loro, se non addirittura “tutte uguali”, ma a parte l’aspetto, abbiamo un’etologia assai varia. Se ci basiamo sull’alimentazione possiamo suddividerle in:

    • Specie predatrici: aggressive ed invasive, tra queste riCordiamo la formica argentina (Linepitema umile) e la Paratrechina longicornis
    • Specie coltivatrici: le formiche tagliafoglie del genere Atta (chiamate anche “formìche parasole” per via dei frammenti vegetali sorretti verso l’alto, come una sorta di ombrello) tagliano e trasportano costantemente parti di foglie che vengono poste in ampie camere sotterranee. Le foglie non costituiscono il loro cibo di riserva, ma servono da lettiera per lo sviluppo di un particolare micelio fungino che viene poi utilizzato come base alimentare.
    • Specie allevatrici: possono allevare afidi e cocciniglie all’aperto, sulla parte epigea delle piante, difendendoli da altri predatori e trasportandoli nei nuovi getti, oppure entro i nidi in camere speciali costruite attorno agli organi ipogei di piante infestate da afidi radicicoli. Da questi insetti le formiche prelevano un liquido zuccherino emesso come materiale metabolico di scarto.
    • Specie raccoglitrici: le formiche mietitrici (p. es. Monomonum pharoonis, detta formica faraone) sono solite raccogliere semi per tutta la stagione calda, accumulandoli nel nido per l’inverno.
    • Specie schiaviste: alcune specie hanno mandibole talmente grosse che non riescono a nutrirsi da sole e necessitano di schiave con mandibole normali che le nutrano.

    LE FORMICHE ITALIANE

    In Italia la famiglia dei Formicidi comprende 5 sottofamiglie, 60 generi e 226 specie. Ecco in breve le caratteristiche principali di queste sottofamiglie.

    • Dolichoderinae. Questa sottofamiglia comprende circa 1000 specie in tutto il mondo. Le dolicoderine nidificano solitamente nel terreno, sotto le pietre o legname in decomposizione, nei nidi delle termiti ecc. Sono formiche cacciatrici di altri artropodi o necrofaghe, ma ci sono anche specie che allevano afidi. Alcune specie del genere Bothriomyrmex sono schiaviste, ovvero le regine penetrano nel nido di altre specie uccidendone la sovrana e prendendone il posto.
    • Formicinae. Si contano circa 3700 specie nel mondo le cui dimensioni sono variabili da molto piccole a molto grandi. Sono soprattutto predatrici e necrofaghe, benché alcune allevino anche afidi. Di solito costruiscono il formicaio nel terreno, sotto le rocce, spesso di grandi dimensioni (Formica spp.) con colonie che possono anche comprendere migliaia di operaie. Sono aggressive e si difendono quando vengono molestate. La biologia è molto diversificata anche per quanto concerne le specie dello stesso genere, per la presenza in taluni casi di specie parassite e schiaviste (p. es. Formica spp. e Lasius spp.) Myrmicinae. È la sottofamiglia più grande dal momento che conta circa 6700 specie e include comportamenti, habitat e biologie diversificate.
    • Ponerinae. Questa sottofamiglia, rappresentata in ogni parte del nostro pianeta, include 2000 specie di formiche tra le più primitive, sia anatomicamente che socialmente: per esempio alcune regine escono dal nido per procurare il cibo alla propria prole. Hanno dimensioni variabili da piccolissime a molto grandi. Solitamente sono predatori di altri artropodi ed alcune specie si sono perfezionate nella caccia di prede particolari. Per esempio alcune specie di Amblypone si nutrono solo di centopiedi mentre le Proceratium razziano le uova di aracnidi.
    • Leptanillinae. È una piccola sottofamiglia di sole 46 specie. Conducono vita ipogea e sono in genere di piccole dimensioni, non superando i 2,5 mm di lunghezza.

    HABITAT

    Le formiche hanno colonizzato tutti i possibili habitat e micro-habitat esistenti: spiagge, luoghi aridi e rocciosi, boschi, giardini, alberi ed anche gli edifici, i marciapiedi, i cortili, i tombini ed ogni altro spazio urbano. Ecco, in linea generale, dove possiamo trovare alcune delle specie presenti nel nostro paese.

  • Formiche degli alberi. Camponotus ligniperda, C. erculeanus e C. vagus costruiscono i loro formicai all’interno di alberi cavi o nel tronco di piante in cattive condizioni. Crematogaster scutellaris,più nota col nome di formica “rizzaculó ” per la posizione che assume l’addome quando si sente in pericolo, costruisce generalmente il nido su parti morte di alberi, ma anche nelle travi e negli infissi di legno delle abitazioni. Il formicaio ha la consistenza del cartone (pertale motivo sono anche conosciute come formiche cartonaie) e viene forgiato utilizzando un secreto prodotto da specifiche ghiandole encefaliche. Dendrolasius fuliginosus, formica dal caratteristico odore, nidifica solo nel legno marcio di alberi morti. Liometopum microcephalum è la formica delle querce poichè nidifica su queste piante difendendole dai loro parassiti. Il formicaio viene edificato nelle gallerie scavate dagli insetti xilofagi. Anch’essa emette uno sgradevole odore per il quale è anche detta “formìca puzzola”.
  • Formiche degli edifici. Linepithema humile (ex Iridomirmex) è la formica argentina, è una specie predatrice e molto invasiva che tende a scacciare le altre specie dagli habitat conquistati. Pheidole pallídula è una formica d’origine tropicale ormai diffusa in tutta Europa e in Italia. Costruisce i nidi per lo più nelle sconnessure dei marciapiedi e degli edifici dove spesso penetra alla ricerca di cibo. Tetramorium caespitum anch’essa molto comune nei marciapiedi e nelle case, indesiderate dei nostri appartamenti. Lasius niger generalmente nidifica all’aperto ma può penetrare nelle case alla ricerca di cibo.
  • Formiche dei boschi. A parte le formiche degli alberi, che si possono includere anche in questo gruppo, possiamo affermare che la Formica rufa (detta anche formica rossa dei boschi) ne è un degno rappresentante dal momento che è una specie protetta ed è stata introdotta in alcuni contesti per combattere la processionaria del pino. Infatti, si stima che una sola società medio-grande, composta da 500.000-800.000 operaie esercita la sua attività predatona contro gli insetti nocivi su una superficie boschiva di 2-4 ettari.

    DANNI

    L’invasività delle formiche negli edifici ha come origine principale problemi di tipo igienico. Ci sembra interessante riportare in questa sede i casi sanitari determinati da due specie di formiche presenti anche sul nostro territorio. Nel 2002 gli annali italiani di dermatologia e allergologia hanno riportato che un’insolita infestazione domestica di Solenopsis fugax ha provocato una forma di orticaria di tipo papulare sugli arti e sul corpo di tre giovani donne.

    Le formiche con attività notturna hanno aggredito le persone nel sonno, le quali hanno riferito di aver percepito dei pizzicotti ed una sensazione di bruciore. Probabilmente le formiche, provenienti dalla terra di una pianta da appartamento, hanno reagito a stimoli di difesa trattenendo la pelle con le loro forti mandibole per poter pungere con il proprio aculeo e iniettare un alcaloide irritante.

    Nel 1999 nel sud dell’Iran, in due località diverse si sono verificati vari casi di alopecia provocati da Pheidole pallidula. In tutti gli episodi (18 in totale) si è constatato che le formiche hanno tagliato capelli alla base, a distanza di pochi millimetri dalla cute, causando chiazze evidenti di alopecia, raramente accompagnate da eritema o segni di escoriazione.

    Antiche credenze e nuove tecniche di difesa coesistono tuttoggi forse perché, aiutate sicuramente da un po’ di fortuna, qualche usanza tramandata dai nostri nonni può aver funzionato. Ecco una panoramica dei rimedi più utilizzati contro le formiche: per bloccare l’ingresso nelle case un tempo si usava mettere dei rami di betulla sul tetto o di maggiociondolo sulla finestra, mentre lungo i percorsi delle operaie i consigli tramandati sono molteplici.

    I repellenti più utilizzati sono: succo o fettine di limone meglio ancora se ammuffito, pepe, olio, talco, rame (pezzi veri e propri di metallo il cui odore infastidirebbe le formiche) e per ucciderle qualcuno è ricorso persino all’aspartame, il dolcificante artificiale usato nell’alimentazione umana. Pare che all’origine sia stato studiato proprio per questo scopo, ma ha avuto poi indirizzi commerciali ben diversi.

    Certamente un buon ausilio lo possono fornire le esche, anche se non sempre sono gradite allo stesso modo da tutte le specie e talvolta, nel fai da te domestico, si può incorrere in un posizionamento non corretto. Le esche sono delle scatolette con dei fori per il passaggio delle operaie, al cui interno si trova un substrato alimentare (in genere zuccherino o proteico) miscelato ad un principio attivo insetticida.

    In relazione al tipo di principio attivo utilizzato, le formiche possono morire nei pressi dell’esca o riuscire a trasportarla nel formicaio, aumentandone l’efficacia, ed arrivando a colpire anche la regina; questo è possibile soprattutto con gli IGR (regolatori di crescita) che interferiscono sull’attività riproduttiva e sullo sviluppo della prole.

    In ogni caso la lotta alle formiche non è semplice ed in molti casi la cosa migliore da fare è quella di ricorrere all’esperienza di ditte specializzate. L’irrorazione di prodotti più o meno residuali, le modalità, i luoghi e le eventuali repliche di intervento dovranno essere valutate caso per caso, in relazione ai vincoli applicativi esistenti e, naturalmente, alla specie di formica che ha causato il disagio.

    L’attuazione di misure preventive e di mantenimento sono di grande aiuto. Tra queste citiamo la sigillatura di crepe, fessure ed altre cavità idonee all’insediamento e al transito delle formiche, la diminuzione dell’umidità e di fonti di acqua libera, gradite a diverse specie di formiche, l’eliminazione di possibili fonti di cibo, lo sfalcio e la cura della vegetazione attorno agli edifici e, per quanto concerne i luoghi a rischio, la creazione di un’area perimetrale cementata.

Gestione pratica disinfezione

La prevenzione delle infezioni ospedaliere, obiettivo prioritario nell’ambito della sanità pubblica, può essere raggiunta non solo attraverso il miglioramento degli standard assistenziali ma anche attraverso l’adozione di criteri comportamentali ed operativi scientificamente adeguati.

In quest’ottica è stato elaborato questo lavoro in cui vengono illustrate le principali caratteristiche e le modalità di utilizzo dei disinfettanti, attraverso una presentazione estremamente schematica.

SIGNIFICATO DI ALCUNE PAROLE CHIAVE

  • Infezione: penetrazione e moltiplicazione di un agente infettante in un organismo. Non sempre è sinonimo di malattia: spesso, infatti, decorre senza evidenti sintomi clinici.
  • Contaminazione: presenza di un agente infettante a livello cutaneo / mucoso o ambientale (ad es. camici, strumenti chirurgici, letti, etc.).
  • Antisepsi: metodica capace di ridurre la contaminazione microbica su cute o mucose mediante l’applicazione di idonee sostanze chimiche capaci di neutralizzare un microrganismo uccidendolo o bloccandone la moltiplicazione. Generalmente riferita ad una sostanza chimica da utilizzarsi su tessuti viventi.
  • Asepsi: metodica capace di prevenire la contaminazione microbica di tessuti, materiali, ambienti.
  • Sanificazione: metodica che si avvale di detergenti o di disinfettanti in basse concentrazioni per ridurre il numero di contaminanti microbici a livelli tollerati da soggetti sani.
  • Il suffisso “cida” (ad es. battericida, virucida, etc.) indica agenti capaci di uccidere i microrganismi identificati dal prefisso.
  • Il suffisso “statico” (ad es. batteriostatico, etc.) indica agenti capaci di inibire la crescita dei microrganismi identificati dal prefisso.
  • Sterilizzazione: metodica chimica o fisica che ha come obbiettivo la sterilità, condizione nella quale la sopravvivenza di un microrganismo è altamente improbabile.
  • Disinfezione: metodica capace di ridurre la contaminazione microbica su oggetti e superfici inanimate mediante l’applicazione di idonei agenti fisici o chimici (ad es. calore, disinfettanti, etc.).
  • Azione residua: capacità di una molecola di prolungare nel tempo la sua azione -cida o – statica.
  • Articoli critici: articoli che entrano in contatto con tessuti normalmente sterili o con il distretto vascolare (ad es. strumentario chirurgico e per medicazione, etc.). Al momento del loro utilizzo, tali presidi devono essere sterili.
  • Articoli semicritici: articoli che entrano in contatto con membrane mucose (ad es. circuiti per anestesia e per respirazione assistita, alcuni endoscopi, termometri orali e rettali, etc.). Al momento del loro uso, la sterilità è auspicabile ma, qualora non fosse possibile, è necessaria la disinfezione ad alto livello.
  • Articoli non critici: articoli che entrano in contatto con la sola cute integra (ad es. termometri ascellari, fonendoscopi, etc.). Per tali presidi è sufficiente un trattamento di disinfezione di livello medio basso.

INDICAZIONI PER IL BUON UTILIZZO DI ANTISETTICI E DISINFETTANTI

  • I disinfettanti non vanno utilizzati quando l’obiettivo da raggiungere è la sterilizzazione.
  • Tutte le superfici da disinfettare, se si presentano visibilmente sporche, vanno accuratamente deterse ed asciugate, o lasciate asciugare (es. pavimenti), prima di essere disinfettate.
  • Dopo la disinfezione, non risciacquare le superfici trattate per consentire al prodotto di svolgere un’azione residua; solo i presidi da utilizzare sul paziente (ad es. endoscopi, termometri) devono essere accuratamente risciacquati dopo il trattamento.
  • Tutti gli antisettici ed i disinfettanti devono essere utilizzati rispettando le modalità d’uso riportate per ciascun prodotto.
  • Qualora fosse necessario travasare i prodotti in contenitori diversi da quelli originali, utilizzare solo recipienti perfettamente puliti ed asciutti, contrassegnati all’esterno con etichette che indichino, almeno, informazioni “essenziali” (ad es. nome del prodotto, data del travaso, eventuale diluizione effettuata, scadenza, etc.).
  • Tutti i flaconi vanno conservati lontano da fonti di luce e di calore e vanno immediatamente chiusi dopo ciascun uso.
  • Durante l’uso, evitare che la bocca del contenitore venga a contatto con le mani dell’operatore, con la cute del paziente o con qualsiasi altro materiale (ad es. batuffoli di cotone, etc.).
  • Abolire la pratica di tenere immerso, in soluzioni disinfettanti, lo strumentario per medicazione o altri piccoli dispositivi, poiché questa pratica non garantisce il “mantenimento della sterilità” degli stessi.

DISINFETTANTI

ACIDO PERACETICO

  • SPETTRO DI AZIONE: rapida azione su tutti i microrganismi incluse le spore batteriche.
  • MECCANISMO DI AZIONE: denaturazione delle proteine, distruzione delle membrane cellulari, ossidazione dei gruppi sulfidrilici e dei legami disolfuro di proteine, enzimi ed altri metaboliti.
  • CARATTERISTICHE GENERALI: non lascia residui ed i suoi prodotti di decomposizione (acido acetico, acqua, ossigeno, perossido d’idrogeno) non sono pericolosi. Efficace anche in presenza di materiale organico, esplica azione sporicida anche a bassa temperatura. In associazione col perossido di idrogeno è usato per la disinfezione degli apparecchi per emodialisi.
  • LIMITI: corrosivo per rame, bronzo, ottone, acciaio, ferro; questi effetti possono essere ridotti dall’aggiunta di additivi o modificando il ph della soluzione. E’ instabile particolarmente quando è diluito.
  • TOSSICITÀ: i vapori delle soluzioni concentrate causano irritazione delle mucose orale e nasale.
  • CAMPI DI APPLICAZIONE: disinfezione di apparecchiature per emodialisi; sterilizzazione ” a bassa temperatura” delle attrezzature termolabili con acido peracetico allo stato liquido o allo stato fisico di “gas plasma”.

ALCOOLI

  • SPETTRO D’AZIONE: esplicano azione tuberculocida, fungicida e virucida; sono rapidamente battericidi ma risultano inattivi contro le forme sporigene.
  • MECCANISMO D’AZIONE: denaturazione delle proteine.
  • CARATTERISTICHE GENERALI: l’alcool etilico esplica la sua azione ottimale alla concentrazione del 70/90%. L’alcool isopropilico può essere impiegato in alternativa: è leggermente più efficace, ma risulta più tossico; inoltre è più volatile e più costoso. Sono utilizzati anche per potenziare l’attività di altre molecole quali iodio, clorexidina, composti di ammonio quaternario, etc.
  • LIMITI: per esplicare la loro azione battericida devono avere un tempo di contatto superiore a 1 minuto. Hanno scarso potere residuo e di penetrazione; vengono inattivati in presenza di materiale organico (non sono efficaci sull’HIV quando il virus è legato a cellule o commisto a siero); se concentrati sono facilmente infiammabili.
  • TOSSICITÀ: i rischi di intossicazione acuta per via inalatoria sono presenti solo in ambienti di lavorazione industriale. Non possono essere utilizzati per l’antisepsi di cute lesa per il loro effetto istolesivo e per la possibile interferenza sui processi di cicatrizzazione. Per quanto riguarda l’alcool etilico denaturato, gli art. 251 e 252 del T.U. Leggi Sanitarie (1934) non ne consentono l’uso come antisettico per la presenza di sostanze denaturanti potenzialmente tossiche.
  • CAMPI DI APPLICAZIONE: disinfezione di oggetti e superfici; antisepsi della cute integra; prevenzione delle piaghe da decubito.

ALDEIDI

  • FORMULAZIONI CHIMICHE: formaldeide, glutaraldeide.

FORMALDEIDE

  • SPETTRO DI AZIONE: battericida, tuberculocida, attivo anche sulle spore, ottima azione antifungina ed antivirale
  • MECCANISMO DI AZIONE: denaturazione delle proteine mediante alchilazione dei gruppi amminici e sulfidrilici delle proteine e dell’anello di azoto delle basi puriniche.
  • CARATTERISTICHE GENERALI: si usa principalmente in soluzione acquosa o in forma gassosa per il trattamento di presidi termolabili e per la disinfezione ambientale.
  • LIMITI: esplica la sua azione lentamente, ha scarso potere penetrante, si polimerizza rapidamente e condensa sulle superfici con fenomeni di assorbimento e successivo rilascio.
  • TOSSICITÀ: irritante delle mucose congiuntivali e nasofaringea, può causare difficoltà respiratoria ed asma allergico. Per contatto cutaneo può dar luogo a dermatiti di tipo allergico. Si consiglia, quindi, di proteggere cute e mucose durante l’uso anche per i possibili effetti mutageni e cancerogeni e di limitarne l’uso alle condizioni assolutamente necessarie (Ministero della Sanità, Circolare 57 del 22/6/83).
  • CAMPI DI APPLICAZIONE: disinfezione di presidi termolabili ed ambienti.

GLUTARALDEIDE

  • SPETTRO DI AZIONE: per la sua capacità sporicida è tra i pochi disinfettanti da impiegare per la “sterilizzazione” di materiale termolabile.
  • MECCANISMO DI AZIONE: denaturazione delle proteine mediante alchilazione dei gruppi sulfidrilici, idrossilici, carbossilici e gruppi amminici dei microrganismi; altera il DNA, l’RNA e la sintesi delle proteine.
  • CARATTERISTICHE GENERALI: esiste in commercio in varie formulazioni: soluzione alcalina 2%, soluzione acida al 2%, associazione con altre sostanze (fenato, gliossale etc.). Le soluzioni acide sono più stabili ma meno attive di quelle alcaline.Per la disinfezione ad alto livello, il tempo di esposizione deve essere di almeno 20 minuti (90′ per l’inattivazione dei micobatteri atipici).

    La sterilizzazione di presidi termolabili richiede tempi di contatto di almeno 3 ore (fino a 10) e l’applicazione di successive rigorose norme di asepsi.

    La sua elevata tossicità ed i fenomeni di corrosione richiedono l’applicazione di regole ben precise:
    1) indossare guanti e mascherina durante la preparazione della soluzione, l’immersione, l’estrazione ed il risciacquo dello strumentario;
    2) il contenitore con la soluzione deve essere aperto solo il tempo necessario ad estrarre o introdurre il materiale da trattare;
    3) se si usa una bacinella metallica, interporre un foglio di plastica per evitare il contatto diretto tra le parti metalliche del materiale e del contenitore;
    4) le procedure devono essere effettuate sotto cappa o, almeno, in ambiente ben ventilato. Una volta attivata, la soluzione non deve essere conservata oltre il limite stabilito (2 / 4 settimane) e deve essere eliminata se diventa torbida. Dopo il trattamento la strumentazione deve essere adeguatamente risciacquata.

  • LIMITI: anche se attiva in presenza di sostanze organiche, il suo scarso potere di penetrazione ne ostacola l’azione in profondità. Le soluzioni si inattivano dopo 2/4 settimane; favoriscono i processi di corrosione elettrolitica se c’è contatto tra superfici metalliche; le soluzioni purificate hanno costi elevati.
  • TOSSICITÀ: può causare dermatiti allergiche, epistassi, asma, rinite ed irritazioni alle vie respiratorie ed agli occhi. Gli oggetti trattati devono essere risciacquati con acqua o soluzione fisiologica sterili prima del loro utilizzo.
  • CAMPI DI APPLICAZIONE: disinfezione ad alto livello o sterilizzazione di presidi termolabili qualora non siano disponibili metodiche alternative.
  • SMALTIMENTO DEI REFLUI: Le soluzioni usate di glutaraldeide, se non opportunamente disinfettate, devono essere smaltite come “rifiuti speciali pericolosi”.

COMPOSTI DI AMMONIO QUATERNARIO

  • SPETTRO DI AZIONE: battericidi, virucidi (verso i virus lipofilici), fungicidi; inattivi su spore, virus idrofilici e micobatteri.
  • MECCANISMO DI AZIONE: inattivazione degli enzimi produttori di energia, denaturazione delle proteine essenziali per la cellula e distruzione delle membrane cellulari.
  • CARATTERISTICHE GENERALI: hanno un’ottima azione detergente; sono poco costosi; hanno un’ottima solubilità, sono stabili e privi di effetti corrosivi; la loro attività viene potenziata quando utilizzati in soluzioni alcoliche.
  • LIMITI: sono inattivati da saponi, sughero e cellulosa (ad es. batuffoli di cotone); subiscono una forte riduzione di attività in presenza di sostanze organiche e di acque dure. Le soluzioni acquose possono facilmente contaminarsi in corso d’uso.
  • TOSSICITÀ: alle diluizioni d’uso non sono irritanti ma possono essere allergizzanti per applicazioni ripetute e/o prolungate.
  • CAMPI DI APPLICAZIONE: disinfezione a basso livello di superfici e presidi non critici; antisepsi di cute (purché in soluzione con alcool 70%).

CLOREXIDINA

  • FORMULAZIONI CHIMICHE: clorexidina gluconato in soluzioni a diverse concentrazioni e formulazioni.
  • SPETTRO DI AZIONE: attiva sui germi Gram positivi e Gram negativi; scarsamente attiva su micobatteri, funghi e virus. Non attiva sulle spore.
  • MECCANISMO DI AZIONE: danno della membrana citoplasmatica e inibizione enzimatica.
  • CARATTERISTICHE GENERALI: notevole affinità per la cute grazie alla quale permane a lungo con prolungamento dell’azione disinfettante residua.
  • LIMITI: l’attività battericida è solo limitatamente ridotta dalla presenza di materiale organico, ma è ostacolata dalla presenza di saponi, composti anionici, cellulosa, sughero, luce.
  • TOSSICITÀ: alle concentrazioni d’uso non è irritante ne tossica, ma un uso prolungato può dar luogo a dermatiti allergiche. Soluzioni concentrate possono irritare la congiuntiva ed altri tessuti e causare ematuria in caso di lavaggi vescicali. Il suo uso è controindicato nella chirurgia dell’orecchio e del sistema nervoso centrale.
  • CAMPI DI APPLICAZIONE: antisepsi di cute e mucose (ad es. lavaggio antisettico e chirurgico delle mani, preparazione preoperatoria della cute, etc); disinfezione di apparecchiature e superfici ambientali.

CLORO E DERIVATI

  • FORMULAZIONI CHIMICHE: ipocloriti “grezzi”, ipocloriti “stabilizzati” (clorossidante elettrolitico), cloramine.
  • SPETTRO DI AZIONE: attività antimicrobica a largo spettro, battericida, fungicida, tuberculocida e marcata attività antivirale.
  • MECCANISMO DI AZIONE: inibizione delle reazioni enzimatiche, denaturazione delle proteine, inattivazione degli acidi nucleici.
  • CARATTERISTICHE GENERALI: di sicura efficacia, poco costosi; il potere disinfettante è espresso come “cloro disponibile”.
  • LIMITI: sono rapidamente inattivati da materiale organico; danneggiano i materiali plastici e sono corrosivi verso nichel, cromo, acciaio e altri metalli ossidabili. Pertanto le soluzioni che superano lo 0,1 % (1000 ppm) di cloro disponibile non debbono essere usate ripetutamente su superfici metalliche; il tempo di contatto non deve superare i 30′ e deve essere seguito da risciacquo ed asciugatura; la diluizione non deve essere effettuata in contenitori metallici. Sono instabili e sensibili alla luce, per cui occorre preparare le soluzioni immediatamente prima dell’uso e tenerle al riparo da luce e calore. L’ipoclorito di calcio e il sodio dicloroisocianurato (NaDCC) sono molto stabili allo stato solido; l’ipoclorito stabilizzato (clorossidante elettrolitico) e le cloramine sono molto stabili allo stato liquido
  • TOSSICITÀ: sono irritanti e allergizzanti.
  • CAMPI DI APPLICAZIONE: impacchi ed irrigazioni di ferite e piaghe infette, ustioni, ulcere, etc.; disinfezione di presidi non metallici (ad es. tettarelle, biberons, padelle, etc.), apparecchiature dialitiche, ambienti, superfici e servizi igienici; usati anche per la disinfezione delle acque.Per “cloro disponibile” si intende l’indice numerico ottenibile sulla base del peso molecolare del cloro paragonato al peso molecolare del prodotto in esame. Il “cloro disponibile” viene espresso in quantità percentuale di cloro o in ppm (parti per milione); ad es. 1% = 10.000 ppm. Dal cloro disponibile, Available chlorine = Av C12, tolto poi il “cloro combinato”, con le sostanze organiche, si ha il “cloro libero”. Ricordando che la disinfezione con quantità basse o medie di cloro ha significato solo dopo una ottima preventiva pulizia, oggi si parla poco di “cloro libero” e molto di più di “cloro disponibile” per la più facile ed immediata valutabilità di questo.

FENOLI

  • FORMULAZIONI CHIMICHE: alchil- e aril- fenoli (ad es. fenilfenolo, etc.), alogenati (ad es. cloroxilenolo, o-benzil-p-clorofenolo, triclosan, etc.), associazioni.
  • SPETTRO DI AZIONE: battericidi, fungicidi, virucidi e tuberculocidi.
  • MECCANISMO DI AZIONE: precipitano le proteine e distruggono le membrane cellulari, inattivano sintesi enzimatiche essenziali e si legano a metaboliti necessari per la membrana cellulare batterica.
  • CARATTERISTICHE GENERALI: le soluzioni acquose hanno attività maggiore rispetto alle alcoliche e buona attività residua. Tossici, non vengono utilizzati sull’uomo, ad eccezione del cloroxilenolo e del triclosan. Sono scarsamente inattivati da materiale organico.
  • LIMITI: se assorbiti da materiale poroso lasciano residui irritanti non facilmente allontanabili col risciacquo; hanno odore sgradevole; l’esaclorofene è incompatibile con gli ammoni quaternari.
  • TOSSICITÀ: le formulazioni antisettiche possono dar origine ad occasionali dermatiti da contatto.
  • CAMPI DI APPLICAZIONE: decontaminazione e disinfezione di presidi (ad es. ferri chirurgici e di medicazione) prima della pulizia e sterilizzazione; disinfezione di pavimenti e superfici nelle sale chirurgiche e negli ambienti critici.
  • SMALTIMENTO DEI RIFIUTI: i moderni polifenoli detergenti non vanno confusi con il fenolo od il fenato di sodio, ne con i derivati del fenolo suggeriti per l’antisepsi cutanea (triclosan, etc.). Le formulazioni odierne presentano una efficacia 20 volte superiore ed una minore tossicità, tanto da non ricadere in nessuna delle limitazioni d’uso previste dalla legislazione italiana, europea, americana, anche per ciò che concerne lo smaltimento dei rifiuti.

IODIO E IODOFORI

  • FORMULAZIONI CHIMICHE: soluzioni alcoliche di iodio (derivati inorganici); soluzioni acquose ed idroalcoliche iodofore (derivati organici).
  • SPETTRO DI AZIONE: battericida, virucida, micobattericida, ma possono richiedere prolungati tempi di contatto per agire su determinati funghi e spore batteriche.
  • MECCANISMO DI AZIONE: distruzione delle proteine e degli acidi nucleici.
  • CARATTERISTICHE GENERALI: di sicura efficacia, relativamente poco costosi.Il loro potere disinfettante è espresso come iodio “libero”, cioè in soluzione, e iodio “disponibile”, cioè di riserva.
  • LIMITI: sono inattivati dalla presenza di sostanze organiche, corrodono alcuni metalli, sono incompatibili con acqua ossigenata ed acetone; le soluzioni comuni presentano una colorazione ambrata in relazione alla concentrazione di iodio disponibile, che però macchia cute e telerie.
  • TOSSICITÀ: possono provocare sensibilizzazione ed irritazione cutanee. Se applicati su ferite ed ustioni estese possono essere assorbiti interferendo temporaneamente con la funzionalità tiroidea. Le soluzioni alcoliche possono interferire con i processi di riparazione cicatriziale, fino a provocare necrosi.
  • CAMPI DI APPLICAZIONE: antisepsi di cute e mucose (ad es. lavaggio delle mani, preparazione preoperatoria della cute, etc.). • Per “iodio libero” si intende lo iodio “non complessato”.
    • Lo “iodio disponibile” è detto anche “iodio complessato” ,”iodio legato”, “iodio di riserva”.

PEROSSIDO DI IDROGENO

  • SPETTRO DI AZIONE: buona attività battericida, virucida, tuberculocida, sporicida e fungicida; particolarmente indicato contro germi anaerobi.
  • MECCANISMO DI AZIONE: idrolisi dei radicali liberi; alterazione delle membrane lipidiche, del DNA e di altre componenti essenziali delle cellule.
  • CARATTERISTICHE GENERALI: di sicura efficacia e basso costo. L’effervescenza che si produce a contatto con materiale organico favorisce il distacco meccanico di sporco e materiale necrotico.
  • LIMITI: corrode rame, alluminio, ottone e zinco. È incompatibile con molti disinfettanti (ad es. iodio) per cui è necessario risciacquare la zona con soluzione fisiologica sterile prima di applicare un altro prodotto.
  • TOSSICITÀ: lesivo per i tessuti; dopo l’applicazione la parte deve essere risciacquata con soluzione fisiologica sterile.
  • CAMPI DI APPLICAZIONE: antisepsi di cute e mucose; disinfezione di presidi (ad es. lenti a contatto, tonometri, etc.); sterilizzazione delle attrezzature termolabili “a bassa temperatura” con perossido di idrogeno allo stato fisico di “gas plasma”.

I coleotteri delle derrate alimentari

È difficile trattare un argomento così vasto e importante in poche pagine, quindi il nostro obiettivo principale sarà quello di fornire un inquadramento generale, utile per orientarsi successivamente verso ulteriori approfondimenti.

Per cominciare diciamo che i coleotteri sono caratterizzati dal possedere il primo paio di ali coriacee con funzioni protettive; queste ricoprono il secondo paio di ali membranose, che vengono distese in fase di volo.

I coleotteri che attaccano le derrate sono in genere di piccole e minuscole dimensioni (vi sono alcune eccezioni tra cui il diffuso Tenebrio molitor che vive tra i residui di farina nei molini), con livree non appariscenti, per lo più scure o di color marrone.

La metamorfosi è completa, ovvero il ciclo si svolge in questo modo: uovo>larva>pupa>adulto.

I regimi dietetici di larve e adulti possono coincidere o essere diversi; in qualche caso gli adulti non si nutrono utilizzando le proprie energie al solo scopo riproduttivo.

Le larve possiedono un apparato boccale masticatore con cui danneggiano le derrate alimentari, in molti casi gli imballaggi e talvolta persino le strutture (per esempio alcuni anobidi si impupano forgiando delle cellette nel legno dei pallet o degli scaffali). I danni comprendono anche la contaminazione degli alimenti con feci, spoglie di insetti, esuvie pupali e larvali, peli (questi residui possono causare reazioni allergiche), sostanze nocive e maleodoranti (per esempio i triboli), microrganismi trasportati passivamente (batteri, muffe).

A differenza dei lepidotteri, le larve dei coleotteri non producono filamenti sericei.

LE SPECIE

L’ordine dei coleotteri è quello che comprende il più elevato numero di specie nel mondo, ne conta circa 330.000. Di queste almeno 600 sono state trovate in associazione con le derrate alimentari. Il grado di associazione dipende molti fattori, innanzitutto dal tipo di alimentazione.

Il tipo di substrato influenza la velocità di sviluppo ed in alcuni casi lo stesso completamento del ciclo. Per esempio un insetto infestante può deporre le uova su un prodotto alimentare non preferenziale: le larve che nasceranno potranno crescere solo fino a un certo punto, a meno che non raggiungano altre sostanze importanti per la loro dieta.

 

Altri fattori legati allo sviluppo sulle derrate alimentari sono le condizioni ambientali: temperatura e umidità (compresa quella del substrato alimentare). Ai fini del controllo sono importanti le informazioni sui limiti termici di sviluppo di ciascuna specie, mentre il minor tempo di sviluppo da uovo ad adulto si ottiene alle condizioni ambientali (T e UR) ottimali e sul substrato alimentare preferito.

La potenzialità infestante è anche collegata al grado di attività.

Molte specie volano mentre altre camminano solamente; in ogni caso l’importante è sapere quali sono quelle che sono molto mobili e si spostano con facilità nello spazio invadendo con rapidità le derrate circostanti e i locali adiacenti.

Gli insetti che infestano gli alimenti si possono suddividere in due gruppi in funzione della loro importanza verso il prodotto attaccato:
1. infestanti primari: sono quelli che attaccano le derrate alimentari per primi. In genere hanno come cibo preferenziale tali derrate alimentari;
2. infestanti secondari: infestano le derrate alimentari solo quando sono state già attaccate altri insetti/acari o deteriorate da muffe. Sono considerati meno importanti in relazione al tipo di derrata, ma sono ugualmente temibili in quanto le condizioni per il loro sviluppo sono molto frequenti.

È impossibile parlare di ciascuna specie; anche tenendo conto solo delle più importanti, infatti, non basterebbe lo spazio a disposizione.

HACCP

Il D.Lgs. n. 155/97 sulla sicurezza alimentare prevede l’applicazione del metodo HACCP l’ormai nota analisi dei rischi e il successivo controllo dei punti critici. Questa analisi deve sempre includere, tra gli altri, anche il rischio di produrre un alimento contaminato da insetti, spoglie, frammenti di insetti, e persino metaboliti derivanti dall’attività degli stessi.

La contaminazione può superare un controllo sommario, ma non specifici esami qualitativi (per esempio filth-test) che servono per misurare il grado di igiene di un alimento.

L’analisi dei rischi si attua su tutto il percorso produttivo, dalla scelta dei fornitori fino all’uscita dei prodotti finiti negli automezzi. Una buona parte dei rischi di infestazione è prevenibile, vediamo come.

 

LA PREVENZIONE

La prevenzione deve cominciare in ambito di progettazione degli edifici destinati alla produzione degli alimenti. In questo caso siparte con numerosi vantaggi in più rispetto a chi si trova a dover gestire industrie già esistenti, strutturalmente antiquate o riadattate per nuove produzioni.

In questi casi un corretto management corrisponde già al concetto di prevenzione.

Le azioni consigliate per i nostri obiettivi sono principalmente le seguenti:
1. Scelta di fornitori qualificati;
2. Controlli in entrata delle materie prime e in caso di non conformità non accettazione della merce;
3. Gestione ordinata di spazi e locali, derrate e prodotti, attrezzature e macchinari, imballaggi e pallets, rifiuti e scarti;
4. Eliminazione di imballaggi che possono essere ricettacolo di insetti e disinfestazione dei pallets prima del loro reimpiego;
5. Tempi di stoccaggio brevissimi in tutte le fasi del percorso degli alimenti;
6. Programmi di pulizia dei locali e dei macchinari, consoni al tipo di produzione;
7. Interventi di disinfestazione programmati e soprattutto coordinati con sistemi di monitoraggio collaudati e verificati nello specifico contesto. Del monitoraggio (molto importante in termini di prevenzione) e delle tecniche di disinfestazione parleremo diffusamente nei prossimi paragrafi;
8.Attenzione anche alle aree cortilizie per quanto concerne la pulizia, l’ordine, la disinfestazione e la manutenzione. È utile pavimentare il perimetro esterno dell’edificio per evitare l’introduzione di polvere e materiale organico e lo sviluppo di vegetazione o habitat favorevoli agli infestanti;
9. Individuazione sulle strutture di punti “a rischio” su cui attuare un piano manutentivo comprendente pest-proofing e azioni mirate di disinfestazione.

Alcuni esempi:

  • applicare reti alle finestre, doppie porte con ritorno ed ogni altro mezzo antiintrusione e riparare quelli che non svolgono le suddette funzioni;
  • aggiustare le parti di macchinari che generano perdite di prodotto su cui possono svilupparsi anche infestanti primari;
  • eliminare spigoli vivi quali quelli esistenti tra pareti e pavimento e sigillare ogni crepa che possa essere ricettacolo di insetti: molti coleotteri detriticoli prosperano negli gli angoli e nelle fessure in cui si accumulano residui di lavorazione e sporcizia difficilmente asportabile;
  • controllare le perdite dagli impianti idrici per evitare la formazione di zone umide favorevoli a insetti che si cibano di funghi e miceli;
  • disinfestare con cura e con frequenza gruppi di cavi che rientrano in tubazioni ed altre realtà difficilmente gestibili.

IL MONITORAGGIO

Il monitoraggio è uno strumento ausiliario fondamentale per il controllo degli infestanti delle derrate alimentari. Si impiega per scopi diversificati e fornisce numerose e preziose informazioni, purchè si sia in grado di “leggerle” e non si usi questo servizio aggiuntivo solo con finalità promozionali come talvolta accade.

Si può impiegare sia per definire i problemi di infestazione che per valutare i risultati della disinfestazione, e in ogni caso dovrebbe essere sempre collegato a delle procedure atte a migliorare il servizio o ad attivare il ripristino degli standard di qualità che risultassero non conformi per arrivare alle azioni correttive vere e proprie.

Il monitoraggio ha la funzione di analizzare, in un contesto spaziale e temporale, quali sono le specie di insetti che transitano e quanti sono, il tutto influenzato da attività produttive, interventi di pulizia e disinfestazione, nonché variazioni climatiche. Per questo i dati non sempre vanno letti tal quali ma necessitano di essere tradotti in relazione alle variabili presenti.

Il primo passo per attuare un monitoraggio consiste nell’inquadramento dei problemi principali attraverso colloqui conoscitivi con il personale che ci accompagnerà poi nelle ispezioni di tutti ambienti. Durante il sopralluogo si dovrà valutare la situazione igienica, quella strutturale e le procedure gestionali su cui si può intervenire in termini di prevenzione. Inoltre si effettueranno campionamenti su prodotti, residui di lavorazione, detriti e trappole eventualmente già in uso.

Altri tipi di trappola potranno essere aggiunti per ampliare le nostre valutazioni.

I dati rilevati saranno quindi utilizzati per una prima pianificazione del monitoraggio sulla planimetria dell’industria alimentare. IL numero di trappole deve essere adeguato alle necessità, tenendo conto che un numero eccessivo comporta un aggravio di tempo e non necessariamente maggiori informazioni.

Successivamente, nella fase di applicazione, sarà utile soffermarsi sul giusto posizionamento delle trappole in relazione alle zone a rischio e ad altri elementi che possono influenzare le catture (altezza, ventilazione, polveri, lavaggi ecc.). La lettura dovrà essere a periodicità costante e sempre comparata con le attività che si svolgono nell’industria: pulizia, disinfestazione, variazioni relative movimentazioni o stazionamenti di derrate.

Stabilite le soglie di allarme, verranno segnalate le contromisure di emergenza che si dovranno attuare in caso di superamento. In particolari circostanze potrà essere necessario un sopralluogo per ricercarne le cause.

L’obiettivo è quello di tenere sotto costante osservazione l’ambiente (attraverso il monitoraggio) per effettuare i necessari interventi di contenimento degli infestanti che garantiscano l’igiene degli alimenti prodotti.

LA LOTTA

La metodologia di lotta più consona all’industria alimentare è senza dubbio quella che viene indicata con la sigla IPM (Integrated Pest Management). Indica l’utilizzo in forma integrata, in modo da ottenere il miglior rapporto rischio/beneficio, di tutte le risorse disponibili per controllare gli infestanti.

Le risorse di cui si può disporre si possono così suddividere:

1) Le tecniche

  • di lotta (correlate ai mezzi e alle attrezzature che intendiamo usare)
  • di monitoraggio (di definIzione del problema, di valutazione dei risultati, di mantenimento)
  • di pest proofing (sigillature di crepe e fessure, reti alle finestre, chiusura automatica delle porte ecc.)

2) Le conoscenze

  • entomologiche (informazioni bio-etologiche degli infestanti)
  • dei dati storici aziendali (modifiche di locali, impianti, attività produttive e quant’altro può essere utile alla definizione/risoluzione dei problemi)

3) I mezzi

  • chimici (insetticidi, acaricidi)
  • fisici (temperature, microonde, atmosfere controllate, polveri inerti ecc.)
  • biotecnici (feromoni)
  • biologici (ancora in fase sperimentale)

Per una buona riuscita della lotta è fondamentale che vi sia una stretta collaborazione tra tutte le funzioni in campo, in particolar modo tra la direzione di chi commissiona il servizio e chi lo esegue.

I lepidotteri delle derrate alimentari

I lepidotteri conosciuti più comunemente come farfalle, sono un ordine di insetti composto da circa 165.000 specie, di cui una parte estremamente esigua è associata alle derrate alimentari immagazzinate.

I lepidotteri sono caratterizzati dal possedere due paia di ali ricoperte di scaglie più o meno colorate. Questo insieme di scaglie forma disegni ed elementi cromatici utili in molti casi per il riconoscimento delle specie. Anche il corpo è variamente ricoperto di scaglie e villosità.

L’apparato boccale, detto spiritromba, è tubolare, in genere raccolto a spirale; talvolta è ridotto o atrofizzato.

E’ impiegato per la suzione di alimenti liquidi tra cui il nettare o altri fluidi zuccherini e vegetali e persino sierosità animali.

 

Il ciclo di sviluppo è a metamorfosi completa ovvero abbiamo i seguenti stadi: uovo > larva (o bruco) > crisalide (o pupa) > adulto.

L’insetto adulto è completamente diverso dallo stadio giovanile e la trasformazione avviene nella fase quiescente di crisalide.

Le larve, vermiformi, sono composte da tre segmenti toracici su cui si trovano tre paia di zampe e da 1O segmenti addominali che possono ospitare pseudozampe nei segmenti 3-4-5-6 e 10.

Il capo è ben distinto dal resto del corpo e possiede un apparato boccale masticatore. Sono, infatti, le larve responsabili dei danni alle derrate alimentari.

 

La loro attività è spesso accompagnata da produzione di fili sericei, che in caso di forti attacchi formano degli ammassi che legano insieme il substrato infestato. La seta ha funzioni protettive ed è impiegata in maggior misura quando la larva ormai matura tesse intorno a se un astuccio entro cui effettuare l’incrisalidamento.

I lepidotteri che causano danni alle derrate alimentari sono in genere denominati tignole. Tale termine viene però utilizzato anche per alcune farfalline che attaccano determinate colture (per esempio, melo, patata, vite, susino, barbabietola, ecc.).

I DANNI

Il ciclo di sviluppo dipende da più fattori, fra questi sono importanti le condizioni climatiche ovvero la temperatura e l’umidità relativa, che possono risultare idonee anche in micro ambienti, come ad esempio nei pressi di motori o in altri punti riscaldati in cui stazionano detriti e polveri alimentari.

Anche il tipo di substrato influisce sulla lunghezza e sulla vitalità degli insetti. Molti insetti delle derrate alimentari, come già specificato per i coleotteri, in mancanza di un substrato ottimale, depongono le loro uova su substrati di sostituzione, che consentono la sopravvivenza delle larve, ma non il completamento del ciclo. La mobilità delle larve e il loro apparato masticatore utile anche a perforare gli imballaggi consentono spesso alle larve di raggiungere altre derrate e magari cibi più favorevoli.

 

In genere però le larve, se hanno a disposizione alimenti preferenziali e spazio a sufficienza tendono a rimanere dentro il substrato fino alla maturità, dopodichè escono e tendono a salire verso l’alto, sulle superfici delle pareti e delle strutture dove cercano un luogo riparato per impuparsi (angoli, crepe, fessure, ecc.). E’ in questa fase che di solito viene notata l’infestazione, quando però i danni da parte delle larve sono già stati fatti.

Il materiale infestato risulta eroso e lordato da escrementi, spoglie, esuvie e fili sericei. Le feci hanno forma irregolarmente tondeggiante e prendono la colorazione del cibo ingerito, non sono da confondere con le uova, rotonde, biancastre e traslucide, difficili da ricercare in quanto deposte singolarmente sul substrato e talvolta in corrispondenza di microscopici fori degli imballaggi e delle confezioni.

Rammentiamo che la seta, nel campo delle infestazioni alimentari, è prerogativa assoluta dei lepidotteri.

LE SPECIE

Sono circa 75 le specie di lepidotteri associate alle derrate alimentari immagazzinate.
Fra queste le più importanti per i danni arrecati e per la loro diffusione sono Ephestia kuehniella, Plodia interpunctella, Sitotroga cerealella e Cadra figulilella (Sedlack et al. 1995). La plodia è sicuramente la tignola più diffusa a livello mondiale, mentre l’efestia è considerata la prima causa di danno ai prodotti alimentari stoccati seconda solo al coleot¬ero Tribolium castaneum.

PREVENZIONE, MONITORAGGIO E DIFESA

Per quanto concerne i lepidotteri valgono gli stessi concetti espressi nel precedente articolo sui coleotteri delle derrate alimentari. Ricordiamo che il monitoraggio si attua anch’esso attraverso l’impiego di trappole a feromoni di diversa foggia, principalmente a imbuto o a pagoda che anche in questo caso dovranno essere collocate in numero e posizione adeguati.

I ragni creature affascinanti

I ragni sono creature terribili e affascinanti allo stesso tempo sia per il loro aspetto che per le tecniche utilizzate per catturare le prede. In taluni suscitano ribrezzo o paura, in altri curiosità o ammirazione tanto da intraprendere persino l’allevamento di specie di particolare maestosità.

Qui faremo una breve dissertazione sulle loro caratteristiche, sulle specie dal morso velenoso e su alcuni ragni di particolare interesse presenti nel mondo e in Italia, in modo da conoscere un po’ più a fondo queste creature.

INQUADRAMENTO SISTEMATICO

I ragni appartengono al phylum degli artropodi caratterizzati principalmente dal possedere zampe articolate (da cui il nome scientifico) un corpo diviso in segmenti, simmetria bilaterale ed un esoscheletro. Al phylum degli artropodi appartengono diverse classi tra cui quella degli insetti, dei centopiedi e dei millepiedi, dei crostacei e degli aracnidi.
Quest’ultima comprende i ragni, gli scorpioni, gli acari e le zecche oltre al altri ordini di minore importanza per l’uomo. I ragni, dunque, appartengono all’ordine Aranea (= Araneida) e, nel mondo, se ne contano ben 40.000 specie riunite in 101 famiglie.

Si dividono in due sottordini: Mygalomorfpha e Araneomorpha. Il primo include ragni dai caratteri più primitivi, grossi, pelosi (con setole urticanti) e con i cheliceri che si muovono in maniera parallela rispetto all’asse corporeo, mentre al secondo appartengono principalmente specie costruttrici di tele; i loro cheliceri agiscono invece in maniera perpendicolare.

EVOLUZIONE

I reperti fossili relativi ai ragni sono scarsi, e da quanto sino ad ora rinvenuto, si presume che siano stati tra i primi animali a vivere sulla terra. I ragni si sono evoluti circa 400 milioni di anni fa all’inizio del periodo Devoniano da antenati acquatici che potevano raggiungere dimensioni notevoli (fino a 1,5 metri).

Il primo fossile di ragno, l’Attercopus fimbriungus, risale a 380 milioni anni fa (oltre 150 milioni di anni prima della comparsa dei dinosauri), ha l’addome segmentato ed è fornito di filiere. Il più grande è invece il Megarachne servinei, lungo circa mezzo metro e vissuto circa 300 milioni di anni fa. La maggior parte dei ragni fossili più primitivi (Mesothelae) sono segmentati e presentano le filiere disposte sotto la metà dell’addome. Si presume che fossero predatori di altri artropodi e la loro seta servisse a svariati scopi come ad esempio il rivestimento della tana o la protezione delle uova, ma non venisse ancora tessuta per catturare le prede.

I ragni con le filiere all’estremità dell’addome (Opisthothelae) sono invece comparsi circa 250 milioni di anni fa; il primo ragno migalomorfo compare in questo periodo. Si può ritenere che la tessitura vera e propria di ragnatele sia iniziata successivamente in parallelo con l’evolversi degli insetti volatori.
Il periodo terziario è infine quello più ricco di fossili intrappolati nell’ambra che mostrano ragni molto simili a quelli attuali.

ANATOMIA

I ragni sono spesso erroneamente confusi con gli insetti benché abbiano caratteristiche morfologiche ben definite ed evidenti, tra cui quella più lampante è la presenza di otto zampe (gli insetti ne hanno solo sei). I migliori osservatori avranno inoltre notato che il corpo è suddiviso in due soli segmenti anziché tre come gli insetti poiché il capo e il torace sono fusi insieme a formare il cefalo-torace.

L’altro segmento è l’addome alla cui estremità si trovano le filiere che servono per produrre la seta; questa esce allo stato liquido e indurisce a contatto con l’aria. Sulla regione cefalica possiamo individuare gli occhi, semplici e in numero variabile da due a quattro paia, in alcuni casi però possono anche essere assenti; i pedipalpi, con funzioni tattili e i cheliceri uncinati per la presenza di un artiglio mobile collegato con ghiandole velenifere che producono delle tossine atte a immobilizzare le prede.

I RAGNI NEL MONDO E NEL NOSTRO PAESE

I più grossi Migalomorfi sono esotici e per la loro appariscenza vengono spesso allevati in terrari dagli aracnofili. Il fatto di essere robusti e pelosi induce spesso erroneamente a chiamarli tarantole (gli americani usano anch’essi l’appellativo Tarantulas) che è stato preso dalla specie europea Lycosa tarantula, araneomorfo della famiglia dei Licosidi.

Fra i migalomorfi prevale la famiglia dei Theraphosidae, di cui un degno rappresentante è il genere Avicularia. Questo enorme aracnide arboricolo di circa 10-15 cm di legspan (lunghezza che va dalla prima zampa di un lato alla quarta zampa del lato opposto), vive nell’habitat forestale americano (Perù, Equador, Venezuela, Brasile ecc.).
È stato descritto per la prima volta nel 1705 in Suriname da una naturalista svizzera, che la denominò Avicularia ovvero mangiatrice di uccelli (Avi = uccelli, cularia = mangiatrice). In effetti la sua dieta, molto varia, oltre agli artropodi include anche animali di dimensioni minute quali raganelle, pipistrelli, rettili, roditori e più raramente uccelli (colibrì).

Questo ragno costruisce una tana realizzata da una fitta maglia tubolare di seta e la mimetizza con detriti e foglie, sia in frammenti che intere, in questo caso usando la seta come collante per i lembi. In cattività può vivere a lungo, la femmina anche 10 anni, mentre il maschio in genere solo un anno.

A dire il vero nonostante sia un predatore ha un carattere assai mite e lo si può comunemente incontrare anche nelle abitazioni costruite a ridosso delle foreste. Alcune tribù americane usano alimentarsi di questa e di altre specie di Terafosidi.

Altre specie di Terafosidi sono il ragno Brasiliano rosa-salmone (Lasiodora parahybana), il ragno nero brasiliano (Grammostola pulchra) entrambi terricoli, con abitudini crepuscolari; il Goliath birdeater cioè Golia mangiatore di uccelli, il cui nome scientifico è Theraphosa Biondi, vive in Brasile, Venezuela, Suriname, Guyana e Guyana francese ed è insieme alla Theraphosa opophysis il ragno più grande della terra, le femmine adulte, infatti, possono raggiungere e oltrepassare i 25-30 cm di legspan.

I migalomorfi italiani sono rappresentati dalle famiglie Atypidae, con 4 specie del genere Atypus, Ctenizidae con 22 specie, Therophosidoe con l’unica specie endemica sicula Ischnocolus triangulifer, Dipluridae con la specie Brachytele icterica presente nelle regioni del nord.

Gli Araneomorfi, comprendono invece un numero di famiglie molto più vasto e specie in grado non solo di produrre la seta ma di costruire ragnatele più o meno complesse per catturare le proprie prede. Le tele circolari rappresentano un grado di perfezione elevato, che si manifesta nella bellezza e nella regolarità della struttura stessa. In questo tipo di ragnatele, i fili radiali non sono viscosi e permettono al ragno di muoversi su tutta la superficie senza problemi, mentre quelli a spirale sono appiccicaticci e servono appunto per intrappolare le prede.

LE SPECIE VELENOSE

La maggior parte dei ragni del nostro pianeta non è pericolosa per l’uomo, ma da alcuni bisogna stare alla larga per il loro veleno assai tossico e persino mortale. Negli Stati Uniti si è calcolato che ci sono almeno 60 specie responsabili di morsi ai danni dell’uomo.
Nell’America del sud risiede un temibile aracnide aggressivo e veloce, il Phoneutria fera, in grado di uccidere un topo con appena 0,006 mg della sua tossina. Pericolosa al pari della sua fama è la vedova nera (Latrodectus mactans) particolarmente diffusa in Canada e in quasi tutto il Sud America: è stato stimato che il veleno della femmina è 15 volte più tossico di quello di un serpente a sonagli.

In Australia vive un ragno l’Atrax robustus, il cui maschio ha un veleno 5 volte più potente di quello della femmina e può causare all’uomo edemi polmonari e persino arresto cardiaco. In Africa i ragni del genere Sicarius possono provocare per effetto del veleno gravi emorragie. In diverse parti del mondo si riscontra abbastanza comunemente il ragno bruno solitario o ragno violino (in inglese Brown reckluse spider) appartenente al genere Loxosceles. Si tratta di in piccolo ragno di 1-1,5 cm di colore bruno, che può provocare edemi ed ulcerazioni anche gravi. Le specie europee e presenti anche in Italia del ragno violino sono meno velenose e il loro carattere mite, limita notevolmente le possibilità di arrecare danno.

Un altro aracnide quasi cosmopolita, presente in Europa e anche in Italia e potenzialmente pericoloso è il ragno-sacco (Cheiraconthium punctorium), il cui morso può provocare lesioni cutanee necrotiche e fenomeni neurotossici. Per sua natura non è aggressivo ma probabilmente lo può diventare nel periodo dell’ovoposizione per difendere la prole.

In Italia vivono altre due specie di ragni velenosi, la malminatta o ragno volterrano (Latrodectus tredecimguttatus) di colore scuro con tredici puntini rossi sul dorso, il cui veleno produce disturbi del sistema nervoso (tremori, aritmie e contrazioni muscolari) e la tarantola (Lycosa tarentula) il cui morso, molto meno pericoloso procura solo un forte dolore e un successivo arrossamento.

SPECIE COMUNI NEGLI AMBIENTI ANTROPICI

Altri ragni possono essere considerati nocivi solo per il fatto di frequentare case e altri edifici, costruendo ragnatele in angoli soffitti e cavità varie. Tra questi ricordiamo il ragno ballerino (Pholcus falangioides) così chiamato per il movimento ondulatorio che esegue quando viene disturbato; le Tegenaria spp. e la Nuctenea umbratica, robusti predatori nottumi; i piccoli Scytodes che catturano le loro vittime lanciando filamenti dall’estremità appiccicosa; l’Amaurobius fenestralis che edifica tane tubolari entro cui si apposta attendendo che la preda si palesi inciampando in uno dei fili esterni.

Altri ragni prediligono la vegetazione, ricordiamo tra questi i comuni ragni dei giardini o ragni crociati (Aroneus diadematus), la variopinta epeira fasciata (Argiope bruennichi), i ragni granchio dai tipici movimenti laterali (Thomisidae), i ragni-lupo (Pisauridae) predatori della bassa vegetazione e del terreno, i ragni saltatori (Salicidoe) che catturano la preda avvicinandosi lentamente per poi scagliarsi sopra e, se disturbati, non esitano a fuggire a brevi balzi.

Il disinfestatore impertinente

Il vocabolario di parole e modi errati dell’Ugolini a suo tempo dichiarava: “Impertinente, per non appartenente, non può dubitarsi che non sia buona parola; ma siccome nell’uso più comune si adopera impertinente per arrogante e insolente, conviene essere molto cauti nell’usarla nel primo significato”.

Così inizia il suo molto stimolante libro Piergiorgio Odifreddi dal titolo “Il matematico impertinente” edito da Longanesi e ormai giunto alla quinta edizione. Orbene da “consulente impertinente” sia nel senso letterale sia, in alcuni casi, anche nel significato più comune, vorrei spendere una parola con voi sulla necessità di mettere un poco d’ordine nelle bizzarrie di alcuni capitolati unendo le forze di chi ritenga di avere un interesse professionale nel realizzare un documento logico.

Di certo non appartengo alla categoria degli scaltri o di quelli che non sentono la necessità di suffragare le loro affermazioni con dati statisticamente significativi e quindi mi ritrovo tacciato di insolenza e sovente incorro nel delitto di lesa maestà.

Ciò detto richiamandomi alla mia lunga militanza in una associazione di categoria mi sento di lanciare un appello per creare un gruppo di lavoro affinché si possano indicare le linee guida per un capitolato che contenga il minor numero possibile di bizzarrie, clausole vessatorie et similia.

IPOTESI METODOLOGICA

Premetto che ogni capitolato che ho avuto modo di leggere non finiva di piacermi e quindi chiedo venia a tutti coloro i quali, in questo difficile e delicato compito, si sono cimentati e si cimenteranno in futuro. Dico questo serenamente perché non mi sono piaciuti, rileggendoli, anche quelli che io stesso avevo scritto.

Come impostare il “nostro” progetto di capitolato? Stabilendo i prerequisiti, enunciando chiaramente gli obiettivi, definendo i contenuti e stabilendo con chiarezza i criteri metodologici. Alla rilettura mi appare un percorso semplice e logico.

Secondo me sono richieste competenze specifiche sulle leggi, in senso lato, che in qualche modo sono collegate al nostro lavoro (e non è cosa da poco). Avvocati fatevi avanti. È necessario poter contare su naturalisti con esperienze di ecologia e tutela dell’ambiente. Naturalmente gli aspetti sanitari e igienici devono essere approfonditi. Non si potranno trascurare esperti di attrezzature e di prodotti. Una parte assai importante sarà sviluppata da un team che si occuperà della parte organizzativa-estimativa.

Per ultimo, ma certamente non per importanza, bisognerà avvalersi degli esperti delle specifiche materie: zoologia, veterinaria, entomologia, statistica, elaborazione dati, archiviazione e comunicazione (gestione dell’informazione). Di una cosa sono sicuro: ho dimenticato qualche cosa, ma emergerà in corso d’opera.

Gli obiettivi devono essere chiaramente esposti, cercando, anzi evitando “gli eccetera” e gli “ad esempio”.

Si deve dire chiaramente quali sono i termini contrattuali. Un buon modo per verificare la coerenza di quanto esposto è, a mio avviso, il computo metrico estimativo di quanto richiesto: il motto è: “i miracoli non appartengono al nostro segmento di mercato”.

Il capitolo sembra semplice ma, mi si creda, quando penso a quanti parassiti si nascondono dietro il termine “disinfestazione” mi tremano i polsi. Ho personalmente creato una banca dati degli insetti che ho trovato in alcuni presidi ospedalieri che è risultata sorprendentemente così vasta che da sola potrebbe essere materia per un master di entomologia sanitaria.

I CONTENUTI

Una volta stabiliti i vari possibili obiettivi il gruppo di lavoro dovrebbe entrare nel merito tecnico-organizzativo e di controllo, nella definizione del dove e come l’obiettivo deve rendersi concreto. Sicuramente sarà il capitolo ove le varie scuole di pensiero prenderanno forma e si confronteranno nei vari pro e contro: non esiste la soluzione ideale, ma un compromesso fra costo, beneficio e rischio.

CRITERI METODOLOGICI

Il disinfestare, in senso lato, racchiude un numero elevato di discipline professionali, tecniche, scientifiche e possiede, potenzialmente, un notevole impatto emotivo e educativo, tanto che proporrei questi argomenti nei corsi di educazione ambientale delle scuole, dando così un senso di concretezza alle scienze naturali e ambientali.

In fondo stabilito l’obiettivo, devo scegliere i mezzi per ottenerlo e verificare se ho le risorse economiche necessarie.

Per spiegarmi mi rifugio in un esempio: sono a Milano e devo andare a Roma, l’obiettivo è quindi la capitale, come posso raggiungerla? In bicicletta, in automobile, in treno o in aereo?

In bicicletta, posto che ne abbia il fisico, potrei godermi il paesaggio e scoprire dei luoghi suggestivi, però come minimo ci metto una settimana… In automobile, a parte gli ingorghi, non sarei soggetto ad orari. In treno potrei anche leggere finalmente quella relazione… però anche l’aereo ha i suoi vantaggi. Detto ciò valuterò i vari costi e farò le mie scelte. Nei criteri metodologici metterei anche le verifiche critiche: ad esempio se nel testo trovo che i prodotti devono essere innocui, leggerò il testo dell’etichetta di tutti i prodotti e forse cambierò l’enunciazione della frase in modo da renderla coerente con la realtà. Certo sarebbe bello che ci fossero, ma così non è. Se nelle attrezzature sono richieste delle specifiche di potenza dovrò darne motivazione tecnica… e così via di seguito.

CONCLUSIONI

Io credo nella collaborazione, credo che il personale di prima linea raccolga dei dati che hanno la forza della concretezza, della vita vissuta, ho imparato molto dagli ex spazzini ora operatori ecologici, ho imparato molto dai tecnici disinfestatori. Ascoltiamoli e valorizziamoli.

Il team dovrebbe anche valutare l’equità del capitolato, se così non fosse richiederebbe degli aggiustamenti in corso d’opera, con il rischio di compromettere la necessaria armonia del rapporto. L’ente potrà incamerare qualche penale, ma rinuncia ad una collaborazione che potrebbe dare buoni risultati. Cerchiamo anche di essere critici verso le nostre convinzioni, logici nelle nostre scelte e concretamente realistici.

IL MONDO DELLE VESPE

Tra gli imenotteri aculeati, le specie più comuni sono quelle che hanno una spiccata socialità ovvero le vespe, i calabroni e le api domestiche. Vi sono però altre specie che possono interferire nelle attività umane e creare piccoli problemi o disagi, fino a dover intervenite tramite un trattamento di disinfestazione vespe.

Esaminiamo ora le specie che si incontrano con maggior frequenza.

VESPE MURATRICI

Tra queste vi sono alcune vespe solitarie come i grossi sfecidi, detti vespe muratrici, che volano pesantemente con le zampe a penzoloni entrando anche all’intemo degli edifici alla ricerca di un luogo tranquillo e riparato per edificare nidi di fango, chiamati dagli entomologi nidi pedotrofici che letteralmente significa per il nutrimento della prole.

Spesso si intrufolano in cavità quali quelle del soffitto che contengono i fili eletrici dei lampadari, oppure all’interno dei cassettoni delle tapparelle o ancora nello spazio tra i mobili e le pareti, all’esterno edificano in angoli riparati sotto le strutture quali i davanzali, i sottotetti, le cancellate, le tettoie, ecc. diciamo che non finiremo mai di stupirci dell’infinità di luoghi adatti al loro scopo.

La specie più comune è lo Sceliphron spirifex, lungo 15-29mm di colore giallo e nero con un lungo peduncolo tra torace e addome e antenne arricciate. La femmina costruisce dei nidi di fango oblunghi, singoli o a gruppi, talvolta fusi tra loro in un grosso ammasso terroso.

Il nido viene rifornito di ragni paralizzati con l’aculeo e dopo aver deposto un uovo chiude l’entrata e ne comincia un altro. Da ogni uovo si svilupperà una larva che si ciberà dei ragni, poi si trasformerà in pupa e da questa emergerà l’adulto che con le mandibole aprirà il sottile opercolo uscendo all’aperto.

Questa vespa non è considerata pericolosa per l’uomo ma può impaurire per il suo aspetto e, come per gli altri insetti, non è tollerabile l’ingresso in luoghi in cui l’igiene è importante.

VESPE VASAIE

Altre piccole vespe solitarie timide e per nulla aggressive appartengono alla famiglia degli Eumenidi, sono le cosiddette vespe vasaie così chiamate per la forma dei loro nidi di fango anch’essi pedotrofici. Le femmine di Eumenes pomiformis costruiscono nidi tondeggianti di circa un centimetro di diametro. Cacciano bruchi di lepidotteri e li paralizzano col loro aculeo, poi li trasportano all’intemo del nido. Come per gli sfecidi un solo uovo per nido che viene poi accuratamente chiuso col fango.

Edificano prevalentemente negli angoli esterni di muri in punti riparati. Anch’esse sono ritenute inoffensive e generalmente non costituiscono un problema, se non di carattere igienico.

API DEL SUDORE

Gli Halictidae comprendono le api del sudore (in inglese: sweat bee) il cui nome deriva dal fatto che sono attratte dalla sudorazione della pelle. Questa peculiarità è spesso la causa della loro dannosità in quanto possono infliggere delle punture alle persone accaldate in particolare quando si sentono intrappolate, per esempio tra le pieghe degli abiti.

Tale puntura è dolorosa ma di minor entità rispetto a quella delle api domestiche. Alla stessa stregua degli altri imenotteri pungenti, può causare reazioni allergiche di varia entità in individui sensibili. Presentano una forma di socialità primitiva e i nidi si trovano spesso aggregati in colonie. Queste si formano sia perché le femmine che nidificano producono feromoni di aggregazione sia per il fatto che lo stesso luogo presenta le condizioni ottimali per la nidificazione.

I nidi vengono scavati nel terreno e contengono le celle per l’allevamento della prole. Secondo la specie si possono avere una o più (anche 4-5) generazioni annuali. La maggior parte delle specie sverna come femmina fecondata in ripari diversi dal nido originario.

Sono capitati due casi in cui questi insetti hanno rappresentato un problema. Uno relativo ad un campeggio, e un altro in un giardino privato in un contesto urbano. È stato consigliato un trattamento con un prodotto abbattente a profilo ecologico favorevole da eseguire verso sera, quando le api del sudore sono rientrate nel nido, sul segmento di terreno in cui si trovavano i nidi individuati dai fori di transito degli adulti. Dopo il trattamento l’area è stata ricoperta da un telo plastico allo scopo di bloccare gli adulti in uscita e favorire l’azione insetticida. Per evitare le successive colonizzazioni si può intervenire modificando le condizioni della porzione di terreno interessata dal gruppo di nidi rendendola non idonea alla realizzazione dei nidi (zappatura, rullatura).

API SOLITARIE

Le api solitarie alla stessa stregua delle api domestiche sono in grado di pungere ma non sono aggressive e generalmente si difendono solo in caso di necessità, per esempio quando si sentono trattenute dalle dita o imprigionate tra gli abiti. La specie che sicuramente incute più ansia è la grossa Xylocopa violacea, lunga 18-25 mm, di forma tozza e robusta, di colore bluastro violaceo, ali comprese. È chiamata ape carpentiera poiché costruisce i suoi nidi nel legno morto di pali, staccionate e tutori, ma anche in altre strutture di legno nel contesto urbano.

La femmina, floricola, scava con le robuste mandibole un cunicolo, separa le cellette con legno tritato e impastato con la saliva e in ciascuna depone un uovo con la sua riserva di miele. Altre api solitarie edificano il loro nido nelle cavità di muri, di legno morto o nei fori delle strutture degli edifici.

L’ape tappezziera o tagliafoglie (Megachile centuncularis) costruisce cellette per l’allevamento della prole in un modo molto curioso. Taglia a forma di semiluna i lembi di foglie e petali di fiori, li trasporta arrotolati tra le zampe fino al nido, poi li deposita all’interno delle cellette d’allevamento per tappezzarle singolarmente. Le cellette, ciascuna con un singolo uovo, assumono forma tubolare e vengono rifornite del miele necessario alla nutrizione della larva. E’ capitato di trovare alcuni nidi che erano stati costruiti tra le listarelle delle veneziane tenute sollevate per qualche tempo.

Le Osmia spp e le Chalicodoma spp. Edificano i loro nidi nei muri e in altre parti strutturali esterne degli edifici dove costruiscono delle capsule tondeggianti di fango visibili oppure utilizzano l’interno di cavità preesistenti. Anche queste api solitarie in alcuni casi possono aggregarsi in colonie formate da numerosi nidi costruiti a poca distanza tra loro.

INFESTANTI SCONOSCIUTI O QUASI

Delle pulci si sa soprattutto che saltano, pungono, e che spesso le portano i nostri animali domestici, alcune persone addirittura fanno confusione tra pulci e pidocchi utilizzando a sproposito i loro nomi. Approfondiamo l’argomento e conosciamo meglio la bio-etologia di alcune specie per poter meglio impostare la lotta e attuare i più corretti sistemi di prevenzione e monitoraggio. Le pulci sono ectoparassiti ematofagi obbligati di vertebrati a sangue caldo.

Oltre il 94% delle specie note parassitizza i mammiferi, mentre le rimanenti gli uccelli. La maggior parte delle specie è strettamente associata al ricovero del proprio ospite (tana, nido, cuccia, giaciglio ecc.) e sale sopra di lui solo per succhiarne il sangue. Sono insetti di piccole dimensioni, atteri (senza ali) con testa piccola e poco mobile, munita di un robusto apparato boccale pungente succhiante e di antenne molto corte, di soli tre articoli, praticamente infossate nel capo. Il corpo è molto compresso ai lati per permetter loro di scivolare meglio tra i peli e le piume dei loro ospiti. Per raggiungerli, le pulci sono dotate di zampe posteriori lunghe e robuste che consentono di compiere salti notevoli: se li equiparassimo a prestazioni umane ci permetterebbero di raggiungere le nostre abitazioni senza nemmeno usare l’ascensore!

Sistematicamente sono pulci gli insetti dell’ordine Aphaniptera (detto anche Siphonaptera): Nel mondo ci sono ben 16 famiglie e con circa 2000 specie. Non possiamo non menzionare i Tungidae (Chigger fleas) cui appartiene la nota Tunga penetrons, la cui femmina penetra nella pelle delle persone facendosi strada tra unghia e dito dei piedi e vi si insedia per deporre le sue uova.

Per quanto concerne il nostro Paese abbiamo le seguenti famiglie:

  • Pulicidae cioè le pulci comuni. La maggior parte delle specie che producono infestazioni appartengono a questo gruppo: la pulce del gatto (Cteenocephalides felis), del cane (Ctenocephalides canis), del ratto (Xenopsylla cheopis), dell’uomo (Pulex irritans), del coniglio (Spilopsyllus cunicoli) e del riccio (Archceopsylla erinacei);
  • Ceratophylludae comprende alcune pulci dei roditori tra cui quella del ratto Nosopsyllus fasciatus e di alcuni uccelli;
  • Hystrichopsyllidae comprende pulci di insettivori;
  • Ischnopsyllidae comprende pulci di pipistrelli;
  • Leptopsyllidae comprende pulci di uccelli e conigli;
  • Vermipsyllidae comprende pulci di mammiferi carnivori

Il loro ciclo di vita è cadenzato dai seguenti stadi vitali che si presentano in questa sequenza: uova, 3 stadi larvali, pupa, insetto adulto. Le pulci adulte salgono sull’ospite per nutrirsi, quindi avviene l’incontro tra i due sessi e l’accoppiamento. La femmina inizia quindi a deporre le uova tra il pelo o le piume del suo ospite. Queste uova non sono fissate e vengono perse dall’animale durante i suoi spostamenti e in particolare quando si sdraia per dormire. La durata del ciclo varia in funzione delle condizioni climatiche da 2-3 settimane a diversi mesi per le specie più comuni.

Le larve delle pulci per svilupparsi più velocemente prediligono livelli di temperatura e umidità elevati e tali condizioni vengono di solito a trovarsi nei ricoveri degli animali: il metabolismo corporeo nei luoghi dove riposano gli animali infatti contribuisce a creare le condizioni ottimali per le pulci. Quando le uova quindi si schiudono le larve che ne fuoriescono sono vermiformi e si rintanano nelle fessure e negli anfratti, confondendosi tra i detriti e la polvere. Si cibano degli stessi detriti e delle feci delle pulci adulte che contengono residui indigeriti di sangue.

Le larve raggiungono la maturità qualche tempo dopo aver effettuato la seconda muta; è il momento in cui iniziano a tessere un leggero bozzolo di seta inglobando, per mimetizzarlo, alcuni detriti che trovano nell’ambiente in cui sono cresciute. Terminato il bozzoletto, avviene una terza muta che le trasforma nello stadio quiesciente di pupa. Nella pupa si sta ora formando l’insetto adulto. Quando è ormai completo, rimane ancora nel suo involucro in attesa del momento propizio per venire fuori.

I morsi delle pulci di solito causano solo arrossamento e prurito. Alcune persone possono però manifestare reazioni allergiche alla saliva inoculata dalle pulci. Le pulci sono inoltre dei potenziali vettori di virus, batteri (salmonellosi, tifo murino, peste, tularemia) e parassiti (Dipylidium caninum).

INFESTAZIONI, PROBLEMATICHE IGIENICO-SANITARIE E GESTIONE DELLE INDUSTRIE ALIMENTARI

La sicurezza alimentare, fra le principali priorità delle Autorità europee e nazionali, è per il consumatore un importante aspettativa.

In una società evoluta, ricca di complessità come la nostra, l’igiene degli alimenti sta assumendo sempre più importanza sia per le tecnologie disponibili sia per gli stili di vita e le modalità di consumo in rapida evoluzione. Basta leggere i giornali o guardare la televisione per accorgersi di quanto sia alta l’attenzione dei media per ciò che mangiamo. I consumatori sono più attenti ai problemi sanitari legati agli alimenti e, anche attraverso le loro rappresentanze, possono esercitare pressioni sulle istituzioni, affinché venga tutelato il diritto alla salute.

E cosa ci si può aspettare dal seguire le regole e rispettare le norme? È la strada più difficile, ma senza alternative: la trasparenza, la chiarezza, la buona volontà alla lunga premiano! Negli ultimi decenni si sono registrati enormi sviluppi sia per quanto concerne i metodi di produzione e lavorazione degli alimenti che per i controlli necessari ad assicurare il rispetto di standard accettabili di sicurezza. L’Unione Europea ha posto la salute dei consumatori tra gli obiettivi primari della propria azione legislativa. Molte normative europee sulla sicurezza alimentare sono state promulgate ed altre sono in corso di emanazione.

La principale novità introdotta dai nuovi regolamenti comunitari è la necessità di garantire produzioni salubri lungo tutta la filiera; ciò perché ciascun elemento della catena di lavorazione presenta un potenziale impatto per la sicurezza alimentare. L’adozione di misure igieniche preventive secondo i principi dell’analisi del rischio all’intera filiera comporta la necessità di adeguare procedure e comportamenti a standard internazionali scientificamente fondati

Il Decreto Legislativo N. 155 del 26 maggio 1997, relativo all’attuazione delle Direttive 93/43/CE e 96/3/CE concernenti l’igiene degli prodotti alimentari, meglio conosciuto come H.A.C.C.P., introduce una metodologia ormai universalmente praticata: il controllo del processo per i fattori di igiene degli alimenti, attraverso l’analisi di processo denominata Hazard Analysis and Critical Control Point (H.A.C.C.P.) e l’eliminazione o il controllo dei punti critici individuati (CCP), attraverso attrezzature, metodologie operative, comportamenti del personale, ecc. Al riscontro di una non conformità, l’azione correttiva deve essere immediata ed efficace, con verifica del risultato raggiunto. Tale impostazione è fondata sulla necessità di difendere il consumatore debole, bambino o anziano, malato o individuo a rischio.

I LUOGHI DI POSSIBILE INFESTAZIONE

Sanità degli alimenti vuol dire anche razionale prevenzione, radicale e periodica pulizia di tutti gli spazi, ordine nei locali, sorveglianza a partire dalla materie prime, organizzazione del lavoro nonché conoscenza delle condizioni che favoriscono la vita e il moltiplicarsi degli organismi infestanti. Le industrie alimentari hanno quindi bisogno di un continuo monitoraggio, coordinato da operatori professionali, in modo da prevenire, segnalare e combattere i problemi derivati dalle infestazioni di Artropodi e altri piccoli animali (come roditori, uccelli ecc.)

Considerando le sostanze alimentari lungo la filiera, il percorso che esse compiono prima di giungere sulla tavola del consumatore, possiamo individuare varie tappe che interessano le fasi di produzione, di trasformazione, di conservazione, di immagazzinamento, di preparazione e di consumo. Ogni momento dell’attività produttiva delle derrate alimentari è insidiato da stuoli di insetti che per sopravvivere invadono ogni ambiente costruito dall’uomo. Depositi, negozi di alimentari, panifici, pastifici, aree di lavorazione degli alimenti, mense, ristoranti, cucine di abitazioni costituiscono locali ove la temperatura si mantiene a livelli medio-alti; in tali luoghi questi sgraditi inquilini riescono a svilupparsi, a completare più generazioni, causando danni o fastidi non indifferenti alla convivenza umana.

La possibile presenza di questi organismi adattatisi all’ambiente antropico mina la sanità dei prodotti alimentari. Una conseguenza di tutto ciò è che, in molti casi, a seguito di un iniziale, trascurato attacco provocato da un numero ridotto di individui, ben presto ci si trova a fronteggiare una massiccia infestazione. A tal riguardo, si può affermare senza dubbi che il controllo parassitario svolto nei locali di conservazione e trasformazione degli alimenti influenza in maniera determinante la qualità igienica di un alimento e dunque il suo valore qualitativo intrinseco.

Le manipolazioni che i prodotti subiscono prima di giungere alla nostra mensa, le esposizioni all’atmosfera e agli organismi macro e microscopici che essa trasporta, consentono l’incorporamento di materiale indesiderabile, in relazione anche alle condizioni ambientali in cui è stato conservato il cibo. Se la filiera produttiva o le materie prime sono causa di inquinamento o gli operatori non hanno attenzione per l’igiene, l’alimento assume un sudiciume inaccettabile di cui fanno parte anche insetti o loro frammenti. Ma soprattutto la produzione, da parte degli infestanti, ad esempio di chinoni e di metaboliti nitrogeni – oltre a modificare le caratteristiche reologiche dei prodotti, sono sospetti di attività mutagena e oncogena – deve rendere gli operatori del settore particolarmente attenti.

Per chi si avvicina a un determinato alimento, sapere che questi piccoli animali, interi o sminuzzati, insieme a impurità di vario genere, sono reperibili in molti cibi e che il loro numero è spesso consistente, non è certamente di conforto. Non a caso per primo il dipartimento della sanità statunitense ha riconosciuto accettabile negli alimenti commercializzati negli USA solo un certo numero di frammenti di insetto, in entità variabile a seconda del prodotto (tale indicazione viene seguita in vari altri Paesi).

Il riconoscimento analitico delle impurità solide (attraverso l’analisi del Filth-test) può rivelare se un prodotto contiene corpuscoli estranei in misura accettabile. La natura delle impurità, identificata, può far risalire al nodo della filiera dove si è verificata la contaminazione.

Si estende così la pratica di far svolgere alle maestranze corsi di aggiornamento in modo che ciascuno abbia piena consapevolezza della responsabilità e dell’importanza del proprio contributo.

Come è noto, gli Artropodi, nella loro frequentazione di ambienti e substrati sudici e pullulanti di microrganismi, si imbrattano di muffe e batteri, dei quali possono diffondere spore o altri corpuscoli riproduttivi successivamente disseminati su superfici, piani di lavoro, impianti o direttamente su materie prime e prodotti finiti.

In questi ultimi anni le allergie vengono segnalate come conseguenze, sempre più frequenti, delle infestazioni alimentari. Non solo acari, come già noto da tempo, ma anche numerosi insetti (Coleotteri Dermestidi, Curculionidi e Tenebrionidi, Lepidotteri Piralidi, Ditteri Drosofilidi) sono causa di reazioni cutanee e allergiche su percentuali non indifferenti di persone. Non poche specie sono caratteristicamente infeudate a particolari substrati alimentari e si sviluppano solamente in ben definite condizioni ambientali. Le calandre, Sitophilus granarius, S. oryzae e S. zeamais, e il cappuccino dei cereali, Rhyzopertha dominica, sono tipicamente legate ai semi integri di vari cereali; con il rostro scavano nella cariosside per deporre l’uovo, dal quale nascerà una larva, che svuoterà il chicco di frumento. Il loro danno si manifesterà solo alla fuoriuscita dell’adulto.

Spesso è lo stesso consumatore che con la borsa della spesa porta involontariamente a casa, e poi colloca in dispensa, cibo già infestato. Anche l’alimento confezionato può essere ancora vulnerabile. Dal suo esterno, ad opera di insetti il cui apparato boccale è capace di perforare alcuni involucri, compresi i materiali plastici e i fogli di alluminio. Dal suo interno, in quanto può esserci in atto una infestazione pregressa latente, difficile da osservare e determinare, che si sviluppa nella confezione stessa.

Alcuni insetti e acari, dei generi Tenebroides, Ephestia e Tyrophagus, infestano i cereali determinando l’asportazione del germe, mentre negli sfarinati sottraggono le vitamine del gruppo B e il ferro. In particolare, i Tribolium sono responsabili di un sapore fenolico e di un odore acre nelle farine.

La polifagia di molte specie citate “gioca” contro l’uomo! Infatti l’adattabilità della tignola fasciata (Plodia interpunctella) a nutrirsi oltre che di grano, riso e farina anche di frutta secca, cracker, noci, biscotti, latte in polvere, pepe rosso, ecc., dell’Oryzaephilus surinamensis, considerato quasi onnivoro, a infestare anche zucchero, pane, carne essiccata, pasta, dell’Ephestia cautella a danneggiare non solo fichi secchi, ma anche farina, noci, cacao, ecc., spiega come tale possibilità di trasferirsi da un alimento all’altro di origine radicalmente diversa faciliti la diffusione e il moltiplicarsi di questi infestanti.

Ugualmente caratteristica è l’artropodofauna infestante gli alimenti di origine animale, quali carni e formaggi. Gli acari micofagi e i loro predatori sono ad esempio abbondanti sui feltri fungini di tali prodotti nella fase di conservazione, come pure è frequente in essi la mosca del formaggio (Piophila casei). Gli scattanti vermi dei formaggi che, soprattutto in quelli grassi a pasta tenera, producono degradazione del prodotto caseario, costituiscono per persone sprovvedute che se ne nutrono un succulento pasto che può indurre indesiderate difficoltà gastriche!

POSSIBILITA’ DI GESTIONE

L’esperienza ci ha insegnato che una volta incappati in una infestazione, la stessa risulta difficile da estirpare in breve tempo, pertanto, la maggior parte degli sforzi va indirizzata all’integrazione dei metodi di prevenzione, dei sistemi di monitoraggio e nella scelta della più opportuna tecnica di lotta da attuare, con il massimo coinvolgimento di tutte le maestranze interessate.

Nella lotta antiparassitaria tradizionale il ruolo dominante è affidato all’uso di mezzi chimici – applicati con diversa frequenza in relazione alle specie da controllare, alla gravità degli attacchi parassitari, ai principi attivi utilizzati – considerando solo marginalmente la prevenzione e le tecniche di monitoraggio. Operando in locali in cui l’uomo vive e svolge le sue attività o in cui si conservano sostanze destinate all’alimentazione quali, abitazioni, scuole, ospedali, mense o ristoranti, la difesa più moderna deve privilegiare essenzialmente la profilassi contro le infestazioni. Tali fatti hanno portato, in questi ultimi anni, a prendere in considerazione la possibilità di effettuare tecniche di difesa più “pulite” e “sicure”. Ci si appresta a utilizzare con maggiore ineresse metodi non inquinanti, come atmosfere controllate, freddo, calore, regolatori di crescita, modificatori comportamentali, nonché sostanze disinfestanti selettive ed efficaci anche a dosi minime.

Le misure preventive si basano, tra l’altro, su una rigorosa ed assidua pulizia di locali e impianti, eliminando quotidianamente scarti, residui, polvere in tutti i possibili recessi; significa tenere puliti i macchinari, gli spigoli tra pareti e pavimenti, i davanzali delle finestre, le tubazioni, i nastri trasportatori, le canaline elettriche, le travi dei tetti, le strutture metalliche dei magazzini.

Tutto ciò è ancora più realizzabile se nella progettazione degli opifici, si sono tenute in considerazione le esigenze relative ad una razionale gestione igienica di reparti e impianti. Le macchine ideali devono offiire una facile accessibilità in ogni parte e presentare solo pochissimi punti in cui si possono accumulare i detriti e le polveri di lavorazione.

Per il successo di tale approccio è quindi prioritario operare con metodi che devono contemplare non solo l’organizzazione di adeguati programmi di pulizia, ma anche pratiche di esclusione e di costante monitoraggio degli infestanti al fine di ridurre al minimo il rischio di compromettere le produzioni. Troppo frequentemente si osserva, invece, come le basilari norme di buona prassi vengono completamente ignorate, soprattutto per una sottovalutazione dei problemi che si possono creare in una industria, in un supermercato o in un impianto mal progettati: porre rimedio diviene in questi casi molto difficile, se non impossibile! A volte le modifiche necessarie risultano troppo onerose.

Nel complesso, quindi, sono disponibili diverse possibilità per contrastare efficacemente le infestazioni da piccoli animali. Poiché lo sviluppo e il desiderio di conoscere sono nell’indole stessa dell’Uomo, varie situazioni lasciano confidare che nel prossimo futuro considerevoli ulteriori progressi saranno compiuti a garanzia della salubrità degli alimenti.

INFEZIONI NOSOCOMIALI E IGIENE OSPEDALIERA

La disinfezione di routine delle superfici è stata per lungo tempo considerata una componente importante dell’igiene ospedaliera. Il significato di questa disinfezione costituisce ancora oggi l’oggetto di controversia nei paesi germanofoni. Studi provenienti da diversi gruppi e spesso realizzati con prelievi microbiologici estesi hanno dimostrato che la contaminazione ambientale negli ospedali (in modo particolare dei pavimenti) può essere ridotta sostituendo la disinfezione ad una semplice pulizia (la riduzione passa da circa 80% a 95-99%).

Ciononostante questo effetto è osservato solo durante un breve periodo: 2 ore dopo la disinfezione il numero di germi raggiunge nuovamente il valore iniziale.

Finora nessuno studio ha dimostrato un rapporto tra la disinfezione delle superfici e una riduzione delle infezioni nosocomiali. Molti paesi (Finlandia, Svezia, Norvegia, Francia, Portogallo e Italia) raccomandano quindi un piano di disinfezione mirato, nel quale una semplice pulitura è sufficiente per la maggior parte delle superfici.

I microrganismi presenti sulle superfici sono per la maggior parte del tempo trasmessi ai pazienti tramite le mani. Una disinfezione appropriata permette quindi di evitare questa contaminazione e di ridurre il rischio di trasmissione ai pazienti. Questo è sicuramente più importante rispetto alla disinfezione delle superfici.

Malgrado ciò, numerosi studi mostrano che la conformità del personale raggiunge raramente il 40-50% anche nelle fasi di studio.

L’allergia ai prodotti disinfettanti è un altro argomento che si oppone alla disinfezione di routine delle superfici. Si tratta di una delle malattie professionali più frequenti per il personale di cura e di pulizia. Inoltre i prodotti disinfettanti sono eliminati negli scarichi, dove possono esercitare la loro attività antibatterica e nel peggiore dei casi possono ridurre la quantità di microrganismi necessari per il trattamento delle acqua di scarico.

Infine l’uso eccessivo di questi prodotti può anche condurre teoricamente allo sviluppo di resistenze.

Ciononostante 2 studi hanno chiaramente dimostrato che una disinfezione delle superfici è necessaria se i pazienti sono portatori di StaphyZococcus aureus meticillino-resistenti (MR-SA) e di enterococchi resistenti alla vancomicina. Questi due microrganismi possono sopravvivere sulle superfici per settimane e essere quindi trasmessi. L’acquisizione di microrganismi sulle mani a partire dalle superfici è stata dimostrata in una situazione clinica sperimentale partendo dalle tastiere dei computer.

Gli MRSA costituiscono un problema d’importanza crescente anche nella comunità. Una trasmissione tramite una sauna è stata descritta in Alaska. L’emergenza degli MRSA con resistenza alla vancomicina rafforza la necessità di prendere delle misure per evitare la disseminazione di questo germe. Anche i bacilli Gram negativi possono colonizzare le superfici, come per esempio Stenotrophomonas maltophilia nell’ambito della mucoviscidosi. Le spore di Clostridium difficile possono pure essere facilmente evidenziate (nel 37% dei casi) in camere di pazienti con diarrea

Delle salmonelle sono state messe in evidenza nelle toilette fino a 50 giorni dopo una contaminazione artificiale. Un’epidemia causata da una salmonella resistente ai chinoloni è stata messa in relazione con delle superfici e dei materassi contaminati. Questi dati suggeriscono che una decontaminazione (una riduzione del numero di germi) delle superfici permette di ridurre il rischio di trasmissione di microrganismi, sia la decontaminazione è realizzata con una pulizia meccanica o combinata a una disinfezione.

Il miglior mezzo per pervenire a una riduzione della carica batterica non è stato ancora scientificamente stabilito per ogni situazione. Ecco perché gli esperti hanno formulato delle raccomandazioni spesso diverse secondo la loro valutazione dei fatti menzionati sopra.

A dispetto di questa situazione poco chiara sul piano scientifico, i servizi di pulizia chiedono delle raccomandazioni da parte dell’igiene ospedaliera. Una disinfezione chimico-meccanica è sempre raccomandata dopo una contaminazione accidentale. Il gruppo Swiss-NOSO raccomanda una disinfezione di routine delle superfici nelle camere che ospitano pazienti portatori di germi multiresistenti.

Nelle camere dove c’è un susseguirsi rapido di pazienti e in quelle dove soggiornano pazienti con diverse malattie sotto-giacenti, è possibile che una disinfezione di routine delle superfici pei metta di diminuire il rischio di trasmissione di germi multiresistenti. Questa disinfezione non è tuttavia necessaria nelle unità o le camere normali.

In tutti i casi è importante scegliere un prodotto disinfettante con un alto potere detergente in modo da evitare di dover trattare due volte le stesse superfici. Inoltre, il prodotto deve essere possibilmente biodegradabile e non deve essere vaporizzato. I prodotti a base di glutaraldeide sono stati i disinfettanti di scelta per decenni e sono stati soppiantati dalla formaldeide. L’odore può però essere sgradevole e bisogna assicurare una buona aerazione delle camere. Ci sono oggigiorno sul mercato dei prodotti equivalenti sul piano microbiologico che permettono una buona pulizia e una disinfezione.

Nell’applicazione di un prodotto, raccomandiamo di usare dei dosatori oppure di far preparare la soluzione in farmacia. I disinfettanti che devono essere preparati direttamente dal personale delle pulizie non sono raccomandati nella misura in cui la concentrazione utilizzata non può essere verificata. E’ in questo modo che si è sviluppata un’epidemia recentemente descritta, la cui causa è stata attribuita a delle concentrazioni insufficienti di disinfettanti e ad un’applicazione sbagliata del prodotto: dei 28 bambini colpiti, 11 hanno presentato uno choc settico e 2 sono morti. Tutte le procedure, comprese quelle riguardanti la protezione del personale devono essere consegnate per scritto in modo da minimizzare eventuali errori o incomprensioni.

GLI INSETTI ESOTICI IN ITALIA

Dal dopoguerra ad oggi le specie esotiche introdotte in Italia sono aumentate in maniera esponenziale. Secondo un’indagine effettuata sul comparto del verde il numero complessivo di segnalazioni di nuovi insetti supera il centinaio ma, mentre nel ventennio tra il 46 e il 65 si sono registrate solo 13 introduzioni, nel ventennio tra il 76 e il 95 il numero di insetti segnalati è stato di oltre sei volte superiore, ovvero 80 casi.

La causa di questa “immigrazione” così spinta è sicuramente imputabile al progressivo incremento degli scambi commerciali con l’estero, in particolare con l’America e l’Asia visto che più del 60 % degli insetti introdotti è originaria di questi continenti. La maggior parte delle specie penetrate è responsabile di danni al verde ornamentale, poi in modo decrescente a quello forestale e urbano, ai fruttiferi, alle piante orticole e alle altre erbacee.

L’ordine maggiormente rappresentato è quello dei rincoti omotteri, in particolare le cocciniglie e gli afidi, in misura molto inferiore si segnalano, coleotteri, lepidotteri, ditteri e tisanotteri. Molti di questi insetti si sono acclimatati, alcuni sono rimasti localizzati alle aree di introduzione mentre altri si sono propagati all’interno del nostro Paese attraverso le vie di comunicazione ed il commercio. Allo stesso modo l’Italia è in qualche caso diventata vettrice di questi parassiti in altri stati.

CHE FARE?

Anche se il settore del verde è quello più colpito non dobbiamo dimenticare che il rischio i introduzione di insetti esotici sussiste anche per altri comparti come quello delle derrate alimentari o quello degli insetti responsabili di danni alla salute dell’uomo o degli animali domestici e d’allevamento (vedi il caso della zanzara tigre).

Anche le progressive modifiche climatiche sono motivo di preoccupazione perchè possono assecondare l’insediamento di insetti non comuni e perciò poco noti in una determinata zona. Nell’eventualità che ci si trovi di fronte a parassiti di difficile identificazione è perciò importante affidarsi a competenze che ne effettuino l’esatta classificazione e potranno inoltre indicare le più idonee forme di lotta da applicare.

La corretta raccolta di esemplari e una breve descrizione del contesto del prelievo (per esempio luogo, data, tipo di danno e se è una pianta indicazione dell’essenza attaccata, ecc… ogni informazione aggiuntiva è sempre gradita) sono fattori importanti per consentire una rapida identificazione.

Insetti che cosa mi ha punto

Piccoli tiranni ci rovinano le serate estive all’aperto con continui e irritanti morsi, ma anche di giorno possiamo subire, soprattutto nelle aree verdi, aggressioni da parte di insetti e altri artropodi. Tra gli ematofagi, oltre, alle onnipresenti zanzare (ricordiamo che vi sono specie diurne come l’Aedes caspíus e la A. albopictus o zanzara tigre), possiamo imbatterci in altri “vampiri” quali ad esempio simulidi, pappataci, tafani, mosche “cavalline”, zecche e acari dei mietitori.

I SIMULIDI

I simulidi sono moscerini nerastri dal corpo tozzo e dal torace fortemente ingobbito. Le larve si sviluppano in acque limpide e ossigenate. Gli adulti si riuniscono in sciami e attaccano soprattutto gli animali al pascolo nei prati. Solo le femmine sono pungenti e prediligono le zone in cui vi è meno pelo penetrando in gran numero anche all’interno dei padiglioni auricolari. Gli animali, così disturbati, continuano a scuotere la testa.

Possono essere soggetti alla puntura anche le persone e i loro animali da compagnia che frequentano parchi e zone a verde in cui ci sono acque pulite. Il veleno iniettato da una puntura causa un’irritazione localizzata larga 1 – 3 cm rossa, gonfia e talvolta bollosa, si accompagna spesso un’infezione; più punture portano persino a intossicazioni con malessere, febbre e vertigini.

I PAPPATACI

I pappataci o flebotomi sono minuscole zanzare lunghe 2-3 mm e con le ali disposte verticalmente sopra il corpo in posizione di riposo. Le larve si sviluppano in terreni sabbiosi umidi, nel materiale organico di cantine, crepacci di vecchi muri, cavità di alberi, stalle, letamai, condutture fognarie, vasche di sollevamento e in cumuli di foglie marcescenti. Gli adulti hanno in genere un raggio di attività compreso nei 50 m circa dal luogo di farfallamento. Solo la femmina è ematofaga. Le punture provocano una reazione simile a quella delle zanzare, ma più persistente e pruriginosa.

I TAFANI

I tafani sono grosse mosche caratterizzate da un corpo robusto, largo e depresso, un capo grande con occhi sviluppati e iridescenti e da un apparato boccale pungente a forma di stiletto triangolare che si allarga alla base producendo nelle vittime piccole ferite a taglio talvolta sanguinanti. Anche in questo caso è solo la femmina a pungere. Le larve, predatrici di insetti, crostacei, molluschi e vermi, più raramente saprofagghe, crescono in habitat differenti, difficili da individuare, ad esempio nel fango, nella sabbia, nel terreno o nell’acqua; tra detriti vegetali o in letamaie.

LE MOSCHE CAVALLINE

Le mosche cavalline (Stomoxys calcítrans) sono simili a mosche domestiche ma caratterizzate da un apparato boccale pungente sottile. Le larve si sviluppano in cumuli di detriti vegetali (foglie, paglia, alghe). Entrambi i sessi si nutrono di sangue e pungono sia gli animali che l’uomo provocando punture dolorose ma prive di importanti reazioni locali.

LE ZECCHE

Possiamo essere morsi dalle zecche sia direttamente circolando in aree verdi senza adeguate protezioni, sia indirettamente da individui trasportati dai nostri animali domestici. La puntura è indolore ma il rischio è legato alla trasmissibilità di agenti patogeni pericolosi tra cui l’agente eziologico della malattia di Lyme che solitamente produce una sintomatologia di tipo influenzale accompagnata da un caratteristico eritema migrante (ma talvolta purtroppo non è tra i sintomi).

In estate e autunno la larva del’acaro dei mietitori (Neotrombicula autumnalis) può procurarci una fastidiosa dermatite che si verifica più frequentemente nelle zone in cui gli abiti sono più aderenti al corpo (elastici dei calzini, punto vita, colletti, polsini). Questa si nutre delle cellule cutanee e del sangue dell’ospite e inietta una saliva particolarmente irritante che provoca la reazione eritematosa.

La lesione provocata dall’acaro nell’uomo, consiste nella formazione di un canale tubolare attraverso cui le larve si nutrono per circa tre giorni. Ciò provoca la formazione di fastidiose bolle pruriginose e dure, chiamate genericamente col nome di “eritema autunnale”.

GLI IMENOTTERI ACULEATI

Tra i pungenti, ma non succhiatori di sangue, ci sono gli imenotteri aculeati. I più aggressivi sono le vespe, alcune specie possono attaccarci anche solo se transitiamo in prossimità dei loro nidi. Per evitare la puntura di questi insetti frequentatori di fiori è consigliabile non utilizzare profumi intensi che potrebbero attirarli.

Un’altra delle precauzioni da adottare per evitare spiacevoli incontri è di non sollevare pietre, rami o tronchi caduti a terra in quanto potremmo trovare scorpioni, centopiedi o ragni che, se molestati non esiterebbero a usare le loro armi contro di noi.

Tra questi ultimi ricordiamo la malmignatta o ragno volterrano (Latrodedus tredecimguttatus), lo chiamerei il parente “buono” della vedova nera in quanto il suo veleno, pur avendo effetti tossici, non è letale come quello della più nota vedova nera. L’adulto è di dimensioni ridotte e non oltrepassa i 15 mm, è nero lucente con l’addome tondeggiante, ornato con tredici macchie rosse, talvolta poco evidenti o assenti. Nel maschio le macchie sono generalmente più chiare, mentre gli stadi giovanili presentano un bordo bianco attorno alle macchie. Questa specie è presente nell’Asia centrale e sud occidentale e nell’Europa meridionale, nell’area del Mediterraneo. E’ reperibile in tutta Italia, diffusa soprattutto nelle regioni del centro, del sud e nelle zone costiere. È molto comune in Toscana, in particolar modo nel volterrano da cui deriva il nome comune. Frequenta pietre, piante erbacee e cespugliose, muri a secco, rocce e talvolta penetra negli edifici. Costruisce, tra le pietre e la vegetazione bassa, una ragnatela molto irregolare di diametro massimo attorno ai 20 cm. Attende in posizione riparata che una vittima rimanga impigliata tra i fili della ragnatela e quindi la raggiunge e le getta addosso altra seta adesiva quindi le inietta il veleno che ha un effetto letale quasi immediato. Le prede sono costituite da insetti, anche di dimensioni notevoli,tra cui coleotteri e cavallette, e da altri ragni. Il suo ciclo biologico si espleta in due anni. La femmina produce nel corso della vita alcuni involucri di seta contenenti le uova. Tali involucri vengono solitamente fatti aderire alle pietre. La malmignatta, se disturbata, può mordere accidentalmente l’uomo. La reazione locale è di lieve entità (arrossamento, tumefazione), ma il veleno iniettato ha un effetto neurotossico che può produrre, già dopo un quarto d’ora dal morso, sudorazione e salivazione accentuate, nausea, vomito, cefalea, febbre, angoscia. Talvolta si presentano dolori addominali o agli arti. La variabilità dei sintomi è soggettiva e in ogni caso conviene sempre consultare un medico al più presto. I sintomi scompaiono in genere dopo qualche giorno, al massimo una settimana. Nonostante la serietà del morso, in Italia, negli ultimi vent’anni, non sono stati registrati decessi dovuti a questa causa.

I COLEOTTERI

Un effetto simile a quello delle punture è provocato da alcuni coleotteri che contengono nel loro corpo sostanze vescicanti e irritanti e che se schiacciati o, anche involontariamente, vengono a contatto con la nostra cute possono provocare dermatiti localizzate. Tra questi ricordiamo gli staflinidi del genere Paederus e alcuni cantaridi tra cui la Lytta vescicatoria. I bruchi di alcuni lepidotteri forniti di peli particolarmente urticanti, come la processionaria del pino (Thaumetopoea pytiocampa) possono produrre dermatiti localizzate e lineari in caso di contatto diretto oppure diffuse per effetto del trasporto aereo dei peli.

IN AMBIENTI CHIUSI

Anche al chiuso, in casa o in ufficio per esempio, non possiamo stare tranquilli e non parlo solo dei soliti insetti volanti pungenti che ci assillano (zanzare e flebotomi) o degli striscianti più comuni quali cimici, pulci e zecche dei colombi che, per le loro dimensioni sono più facilmente individuabili. Vorrei invece riportare un paio di casi meno noti.

Il primo è un insetto legato alle infestazioni da tarli, lo Scleroderma domesticum è il suo parassita, un minuscolo imenottero di aspetto simile a una formica fornito di un aculeo, che accidentalmente, ma di frequente, viene utilizzato per pungere le persone che coabitano i locali infestati. Questo insetto si insedia anche nelle imbottiture dei mobili divenendo assai fastidioso. Ovviamente la disinfestazione dei locali deve essere accompagnata da quella più specifica delle strutture (parquet infissi) e dei mobili tarlati.

L’altro caso è quello degli acari dei volatili che per colpa dei piccioni o di altri uccelli che stazionano o nidificano sui nostri tetti cittadini possono poi penetrare all’interno dei locali, procurando alle persone che vi transitano fastidiose punture con papule, vesciche e dermatiti. Le specie più frequentemente rinvenute in ambiente civile sono Dermanissus gallinae e Ornithonyssus sylviorum. L’infestazione è di difficile identificazione per via delle dimensioni degli acari, in i genere si incolpano insetti innocui presenti nell’ambiente, e solo dopo un’accurata ricerca è possibile intervenire con l’aspirazione diretta della polvere su tutte le superfici del locale, cale, compresi poltrone, sedie imbottite, divani, letti e naturalmente davanzali e stipiti delle finestre.

Insetti svernanti negli edifici

L’ambiente esterno circostante può essere fonte di introduzioni numericamente allarmanti di insetti negli edifici. Solitamente queste invasioni sono legate alle consuete modifiche climatiche stagionali che inducono le specie che svernano come adulti a cercare un ricovero adeguato per proteggersi dalle condizioni avverse.

In altre parole gli insetti adulti per poter superare l’inverno si devono cercare un posticino caldo, sicuro e accogliente, facilmente accessibile (ovviamente da loro e quasi mai dal disinfestatore!); di solito lo cercano vicino alle loro fonti di sostentamento che in molti casi sono costituite dalle aree verdi. Per questo motivo è importante, ai fini di una rapida identificazione, informarsi sulle pnncipali essenze presenti nelle zone circostanti il caso di infestazione.

Le infestazioni legate allo svernamento possono manifestarsi in autunno nella fase di ricerca dei ricovero, o in pieno inverno in relazione a stimoli dell’ambiente utilizzato come ricovero, oppure in primavera al risveglio dell’attività che porterà di nuovo alla vita all’aria aperta.

Se il periodo in cui avvengono queste invasioni occasionali è estivo in genere tale comportamento può essere legato a stimoli di natura diversa come l’attrazione a fonti luminose, come avviene in maniera netta per i chironomidi e in modo meno evidente ad esempio per alcuni carabidi, o la ricerca di condizioni ambientali più favorevoli come per gli artropodi che necessitano di elevata umidità (per esempio i porcellini di terra) oppure a causa della normale espansione territoriale della specie, che in alcuni casi porta gli individui in alcune fasi della loro vita ad esplorare la zona circostante alla ricerca di spazio, cibo, partner ecc.

Alcuni esempi in questo senso sono offerti dalla “gatta pelosa”, il bruco della Thaumetopoea pytiocampa, dall’afide delle conifere del genere Cynara, o dalla cimice dell’olmo (Arocatus melanocephalus) che già parecchio tempo prima di cercare un luogo per svernare girovaga nelle abitazioni introducendosi finanche nei letti. Naturalmente non prendiamo in considerazione in questo contesto tutti i casi in cui l’infestazione ha un’origine interna all’edificio e/o più generazioni di insetti si susseguono indipendentemente dall’ambiente esterno dentro gli edifici stessi.

QUALI SPECIE SVERNANO NEGLI EDIFICI

Tra gli insetti svernanti negli edifici i più comuni sono le mosche e i mosconi che restano più o meno attivi anche in inverno, li possiamo vedere anche all’aperto nelle giornate soleggiate. Lo svernamento come adulto è comune nelle varie specie di mosche, ma in relazione al tipo di ambiente esterno possono riscontrarsi nelle infestazioni picchi di presenze di alcune specie talora non particolarmente conosciute.

Tra queste ricordiamo la Polleria rudis, (di cui riportiamo la scheda bioetologica) parassita dei lombrichi che si manifesta talvolta con pullulazioni periodiche. In genere le mosche e i mosconi penetrano più facilmente nelle case o nei locali disabitati. Si introducono strisciando attraverso le varie aperture (prese, d’aria di impianti di aerazione e caldaie, cappe di camini, fessure di infissi, cassettoni, sottoporta ecc.) attratte da condizioni di temperatura ottimali all’ibernazione, poi, all’accensione del riscaldamento che le rende attive rimangono intrappolate all’interno dei locali e spesso vengono rinvenute morte sul pavimento o sui i davanzali delle finestre qualora queste lascino filtrare la luce del sole.

Tra i ditteri, oltre alle mosche, non possiamo dimenticare il cloropide Thaumotomyia notata, un moscerino giallo e nero che in alcune annate e in determinati ambienti forma sciami imponenti. Le sue larve sono predatrici di afidi che vivono a spese delle radici di erbe pratensi.

Anche le vespe svernano come adulti ed alcune femmine fecondate possono in autunno cercare rifugio all’interno delle abitazioni ma non sono noti casi di presenze numericamente allarmanti.

Tra i rincoti omotteri vi sono diverse cimici della vegetazione che cercano rifugio nelle case: le più comuni sono le cimici verdi Palomena prasino e Nezora viridula: in autunno assumono una colorazione bruna e iniziano a infilarsi tra le pieghe della biancheria stesa, negli anfratti degli infissi e talvolta capita di vederle girare con quel loro volo pesante e rumoroso attorno alle luci domestiche. Se inavvertitamente vengono schiacciate o solo molestate emettono un liquido nauseabondo, capace persino di sciogliere il polistirolo. Ultimamente si è fatto notare il neo-arrivato cimicione americano delle conifere (Leptoglossus occidentalis) di cui abbiamo già trattato qualche mese fa. Lo si riconosce facilmente per la presenza di una caratteristica espansione sui femori posteriori.

Anche la cimice dell’olmo (Arocatus melanocephalus), in questi ultimi anni ha fatto parlare di se per le frequenti pullulazioni che si sono verificate in particolar modo in alcune zone dell’Emilia Romagna. Tra gli altri emitteri vi sono anche le tingidi. La Corythucha ciliata, o tingide del platano, è spesso presente in maniera massiccia nei viali alberati con questa essenza e, per le sue minute dimensioni, può penetrare facilmente nelle fessure dei muri e nelle screpolature degli infissi delle abitazioni.

Tra i coleotteri invece ritroviamo la simpatica coccinella, che può trovar rifugio talvolta in piccoli gruppi nelle cavità degli infissi e nelle zone del sottotetto. In genere però non costituisce un fenomeno allarmante, sia per il numero generalmente esiguo e soprattutto per il fatto di essere un insetto conosciuto da tutti e ritenuto innocuo.

La galerucella dell’olmo (Xanthogaleruca luteola) qualora sia particolarmente infestante sulle piante può spostarsi in autunno negli anfratti degli stabili penetrando poi anche nelle abitazioni.

In genere la miglior difesa consiste nell’impiego di sistemi antiintrusione, quali reti a maglie fini alle finestre e sigillature laddove vi siano crepe e fessure. Qualora non sia possibile evitare completamente l’accesso agli insetti occorrerà intervenire secondo necessità eseguendo un trattamento abbattente per le presenze attive e usando, qualora se ne ravveda la necessità in relazione alla specie, prodotti a rilascio graduale da utilizzare nei punti di annidamento. In alcuni casi, come per le mosche, potrebbe essere indicata l’installazione di lampade luminose nei locali più soggetti a tali infestazioni.

GLI INSETTI DELLE BIBLIOTECHE E DEGLI ARCHIVI

Sono all’incirca una settantina le specie di insetti responsabili di danni ai volumi di archivi e biblioteche. Infatti, se gli insetti si avvicinano ai libri non è per un loro interesse alla cultura, bensì perché costituiscono un substrato alimentare adeguato alle loro esigenze. Infatti alcune specie apprezzano la carta, che altro non è che cellulosa, altri preferiscono le colle, che possono essere amilacee o di origine animale, altri ancora sono attratti dal rivestimento in pelle o cuoio delle copertine mentre altri scelgono quelle in tela e le cuciture e costolature in fibra tessile.

Non è finita: alcuni, come gli xilofagi, prediligono le strutture che contengono i libri quali scaffali, armadi e teche, ma nel contempo possono procurare danni anche ai volumi adiacenti perché anch’essi fanno parte della loro dieta o semplicemente per transitare o per cercare un buon posto per impuparsi. Anche i fattori ambientali come la temperatura e l’umidità elevate possono favorire gli attacchi da parte degli insetti, sia direttamente se sono ottimali per il loro sviluppo, sia indirettamente in quanto facilitano il proliferare di muffe e ife fungine di cui si nutrono determinati insetti.

Ma vediamo quali sono nello specifico e il tipo di danno che possono arrecare: conoscendoli meglio sarà possibile attuare in modo più mirato le azioni di prevenzione monitoraggio e difesa. Andiamo per “ordine”.

TISANURI

I tisanuri sono i pesciolini d’argento. Per la loro forma piatta si insinuano facilmente tra i libri e si nascondono nell’oscurità dove agiscono indisturbati sia nelle ore notturne che diurne. Termobia domestica predilige ambienti caldi e asciutti mentre Lepisma saccarina si sviluppa in presenza di climi più freschi e con maggior umidità.

Praticano erosioni superficiali irregolari senza lasciare residui. Se si osservano i danni in controluce si notano zone trasparenti e talvolta brevi perforazioni imbutiformi.

Questi insetti aggrediscono maggiormente le zone di carta, pergamena e cuoio in cui vi è presenza di colle naturali, assai gradite.

ORTOTTERI

Il grillo domestico Acheta domestica può arrecare danno in ambienti caldi e asciutti. Produce erosioni con le mandibole su carta, cuoio, tela e pergamena.

BLATTODEI

Le blatte sono onnivore ed estremamente diffuse, per questo non bisogna sottovalutare la potenzialità dannosa anche in ambienti quali archivi e biblioteche.

Blattella germanica, Blatta orientalis, Supella longipalpa e Periplaneta americana raschiano soprattutto le parti esterne dei libri, le lettere dorate delle copertine in pelle, le etichette, le costolature, le parti in cartone. Inoltre imbrattano tali superfici con le loro deiezioni e rigurgiti.

I danni maggiori si registrano nei paesi tropicali dove alcune specie di blatte divorano inizialmente il legno umido delle strutture passando in seguito ai documenti in esse custoditi.

ISOTTERI

Le termiti si nutrono di cellulosa e quindi sono dannose sia al legno che alla carta.

Le termiti sotterranee nidificano nel sottosuolo e penetrano negli edifici dall’esterno. Producono danni anche in presenza di ambienti e materiali asciutti.

Le termiti del legno umido necessitano per insediarsi di zone umide, ma possono attaccare la carta asciutta in quanto più tenera del legno.

Le termiti del legno secco tra cui la temibile Cryptotermes brevis (segnalata anche in Italia) colpiscono materiale asciutto, tra cui, oltre il legno e la carta anche il cuoio e la pergamena.

Le termiti, diffuse soprattutto nelle aree tropicali e sub tropicali, sono considerate delle piaghe nelle biblioteche africane e del Centro America. In Italia sono presenti e diffuse su tutto il territorio Reticulitermes lucifugus e Kalotermes flavicollis.

PSOCOTTERI O CORRODENTI

Sono meglio noti come pidocchi dei libri. Le specie più comuni negli nelle biblioteche sono Líposcelis divinatoríum e Trogium pulsatorium. Si sviluppano in gran numero particolarmente in presenza di elevata umidità ambientale e dei substrati dove si nutrono di microrganismi fungini in essi presenti.

Il danno consiste in una progressiva corrosione superficiale delle pagine (da cui il nome Corrodenti) che produce, se l’inchiostro è commestibile, la lenta scomparsa del testo scritto; in caso contrario l’erosione segue il contorno delle lettere rendendo più difficile l’individuazione del danno.

LEPIDOTTERI

La famiglia dei tineidi comprende alcune specie dannose nelle biblioteche. Le larve delle tarme si nutrono di fibre tessili animali e pellami e si sviluppano per lo più sui detriti rilasciati dai volumi. Provocano erosioni con le loro mandibole e l’imbrattamento con la seta prodotta per proteggersi lungo il transito e impuparsi.

Anche alcune tignole polifaghe delle derrate (piodia ed efestia), in presenza di materiali amilacei possono rinvenirsi occasionalmente nelle biblioteche.

COLEOTTERI

Diverse specie di dermestidi (Dermestes spp.Attagenus spp. e Anthrenus spp.) si nu trono di sostanze animali (cuoi, pelli, colle, seta, lana, pergamene) e vegetali (colle amilacee).

Le larve sono assai distruttive in quanto si muovono velocemente sui substrati creando danni generalizzati con erosioni e fori.

Gli anobidi sono molto importanti nelle biblioteche. Alcune specie come Stegobium paniceum e Lasioderma serricorne sono anche comuni infestanti polifagi delle derrate alimentari.

Altre sono xilofaghe (p. es. Anobium spp., Nicobium spp. Dendrobium spp.) ma attaccano anche la cellulosa dei volumi.

Gli anobidi producono gallerie e nicchie di impupamento all’interno dei substrati attaccati. Per questo motivo a volte ci si accorge dei danni tardivamente, solo quando si notano i piccoli fori rotondi di sfarfallamento degli adulti all’esterno.

L’attività dei tarli si evidenzia anche tramite la fuoriuscita di fine rosura dai fori e dal materiale infestato. Altri tarli del legno come i lictidi producono gallerie a sezione ovalare e fine rosura. Attaccano specialmente i volumi contenenti sostanze amilacee.

I cerambicidi (capricorni) possono danneggiare le strutture in legno delle biblioteche e arrecare danni ai documenti attigui. I ptinidi (tra cui Ptinus fur) sono insetti polifagi che si nutrono di legno, pelle, cuoio, lana e varie derrate alimentari. Producono gallerie e nicchie nei volumi e nelle pergamene attaccate.

IMENOTTERI

Formiche, vespe, api solitarie e altri imenotteri possono produrre danni occasionali negli archivi e nelle biblioteche. Tra le formiche i Camponotus sono in grado di divorare la cellulosa quali legno e carta.

I Siricidi e la Xylocopa violaceo possono danneggiare le strutture in legno e i volumi contenuti. Gli sfecidi del genere Sceliphron costruiscono i loro nidi pedotrofici di fango nei cantucci più disparati, per esempio tra i libri, deteriorandone le parti contigue con macchie e umidità.

SCHEMA DI MONITORAGGIO, PRVENZIONE E DIFESA

MONITORAGGIO

  • Collocazione di trappole luminose per insetti volanti e a colla per gli insetti striscianti.
  • Ispezioni periodiche del materiale, delle strutture e degli ambienti con controllo di tracce sulle superfici polverulente, di rosura e spoglie di insetti.
  • Eventuali campionature periodiche di polveri e detriti presenti nei luoghi a rischio seguita dall’indagine entomologica al microscopio dei campioni.

PREVENZIONE

  • Controllo delle condizioni ambientali (temperatura, umidità e luce): mantenere preferibilmente laT a 15- I 8°C e I’UR a 45-60% ed evitare l’irraggiamento diretto del sole o luci fluorescenti.
  • Pulizia periodica, arieggiamento e controllo dello stato dei volumi.
  • Disinfezioni periodiche antimuffa.
  • Disinfestazioni periodiche per il controllo degli insetti.

DIFESA

In caso siano necessari interventi di emergenza ci si deve rivolgere ditte specializzate in quanto si tratta di interventi delicati che necessitano di specifica perizia. I prodotti e le tecniche impiegate non devono provocare ulteriori danni quali alterazioni di colore o patine oleose. Si possono utilizzare diverse tecniche quali impiego di insetticidi, di gas tossici o inerti in camere a tenuta stagna, di atmosfere controllate, irraggiamento con microonde o onde ad alta frequenza.

I tarli nemici del legno

Le cornici, le travi del tetto, gli stipiti delle porte, i mobili ed i pavimenti a parquet possono essere seriamente danneggiati da una serie di insetti comunemente chiamati “tarli del legno”. Di rado si riesce a scorgere l’insetto responsabile, ma la sua presenza è indicata dalla comparsa di piccoli fori rotondi sui manufatti lignei e da una fine segatura (rosume), che cade dalle gallerie scavate dentro il legno.

Il rosume permette di diagnosticare l’infestazione, il tipo di attacco e a volte anche la specie responsabile dell’infestazione. Può essere composto da frammenti grossolani e distinguibili tra loro, cosa che indica uno scavo effettuato per creare un rifugio, mentre quando il rosume assomiglia ad una segatura fine e farinosa, a volte ammassata a pallottole, indica che il materiale legnoso è passato attraverso l’apparato digerente dell’infestante. È più facile accorgesi della segatura nei periodi in cui non si effettuano pulizie giornaliere, perché in questo modo si permette l’accumulo del rosume vicino ai mobili colpiti.

Innanzitutto occorre verificare se l’infestazione è ancora attiva o se si tratta di un problema ormai risolto. Colorando di scuro una parte del legno infestato si noteranno i nuovi fori perché appariranno chiari. Oppure si possono fotografare parti del mobile e mettere a confronto le immagini nel tempo.

Particolarmente a rischio sono gli oggetti lignei che si trovano in zone umide: la presenza di funghi del legname favorisce l’attacco dei tarli, sotto il cui nome generico sono incluse numerose specie di insetti silofagi (mangiatori del legno). Alcuni si sviluppano a spese di piante vive, dentro cui scavano gallerie nei vasi che trasportano la linfa (floema), altri si sviluppano invece su piante morte o sul legname lavorato. Alcuni preferiscono le parti dure delle piante, altri quelle più tenere, alcuni privilegiano il legno stagionato, altri il legno recente, alcuni si limitano scavare lunghe gallerie da cui fuoriescono quando raggiungono lo stadio adulto, altri, invece, divorano completamente l’oggetto ligneo riducendolo in polvere.

Alcuni legni sono particolarmente presi d’assalto, altri (ad esempio il legno di pino marittimo) non vengono graditi dai tarli.

LE SPECIE PIÙ COMUNI E PIÙ TEMIBILI IN ITALIA

Anobidi

I più frequenti nelle abitazioni sono alcune specie di piccoli coleotteri, delle dimensioni di 2-9 mm, appartenenti alla famiglia degli Anobidi, insetti di forma cilindrica e ricoperti di fini setole, che sporchi della segatura da loro stessi prodotta, appaiono impolverati.

Tra le specie più diffuse ci sono Anobium punctatum, Nicobium hirtum, Nicobium castaneum, Oligomerus ptilinoides, Xestobium rutovillosum, ogni specie con caratteristiche del tutto particolari.

Anobium punctatum è un insetto lungo dai 3 ai 5 mm, di colore bruno; le larve si sviluppano in 1-2 anni, l’adulto si vede raramente, perché vive solo 20-30 giorni dopo l’uscita dal legno, attraverso un foro rotondo di pochi mm di diametro (1-1,5 mm), che si verifica in giugno-agosto.

Ogni femmina produce 20-40 uova, che inserisce nelle piccolissime fessure e negli anfratti del legno, nelle venature e negli incastri dei mobili e delle strutture; risultano quindi salvi quei manufatti composti da legno lucidato con resine o vernici, mentre vengono attaccati i manufatti di legno ben stagionato, i vecchi mobili, le travi di sostegno, le suppellettili nelle chiese, le statue, i libri antichi, le opere d’arte raccolte nei musei; si può trovare in molti tipi di legno, quali abete, pino, pioppo, noce, acero, tiglio, pero e melo.

Le larve hanno mandibole robuste con cui scavano lunghe gallerie che hanno un andamento tortuoso e irregolare che segue la direzione delle venature del legno, e una sezione che aumenta con man mano che le larve crescono d’età. Possono digerire il legno che ingeriscono grazie alla presenza, nel loro intestino, di organismi endosimbionti (protozoi e batteri).

Il rosume è formato da particelle a forma di limone, è grossolano e mescolato agli escrementi della larva (può essere utilizzato per il riconoscimento dell’insetto). Gli anobidi attaccano solo gli strati più esterni del legno, per questo non producono, di norma, danni strutturali ma esclusivamente estetici, dovuti ai fori di uscita, degli adulti.

Oligomerus ptilinoides è molto comune nel legno delle bacheche (faggio, noce) e delle suppellettili in genere.

Lictidi

Per quanto riguarda i coleotteri della famiglia dei Lictidi, citiamo per importanza due specie Lyctus linearis, di origine europea, e Lyctus brunneus, di origine tropicale, ma trasportato in tutto il mondo con il legname d’importazione, risulta ora la specie più diffusa, favorito nelle colonizzazione dal riscaldamento delle case.

Si tratta di insetti di piccole dimensioni (3-5 mm), di colore rosso-bruno con corpo appiattito antenne piccole e rivolte in avanti. La femmina depone le uova all’interno dei vasi del legno, che devono affiorare alla superficie; il ciclo di sviluppo delle larve dura 1-2 anni, a seconda delle condizioni ambientali (a temperature elevate e umidità inferiore al 30% possono essere sufficienti 8-10 mesi, con aumento rapidissimo della diffusione), l’adulto esce dal legno in primavera (aprile-maggio). Il foro d’uscita è molto sottile (1,5mm), ed è il primo indizio per scoprire una infestazione da Lyctus.

Le femmine appena sfarfallate possono deporre le uova sullo stesso legno in cui si sono sviluppate, aumentando quindi il danno e l’infestazione. Le uova vengono deposte in profondità (sono quindi difficili da eliminare) e schiudono in un paio di settimane.

Questa specie attacca esclusivamente i legni teneri ricchi di amidi, non riesce infatti a digerire la cellulosa. Il legno viene sminuzzato con le mandibole, ingerito ma non digerito, per cui si forma un rosume sottile come farina, che riempie le gallerie.

Soprattutto predilige il legno di quercia e numerose latifoglie nostrane a legno tenero e con grossi vasi floematici (acero, noce, frassino, castagno, olmo, nocciolo, ciliegio, olivo e robinia). Non vengono invece attaccati il ciliegio, il faggio, l’ontano, il pioppo, il salice, la betulla, il tiglio, il melo e il pero. Spesso attacca pavimenti in parquet, i battiscopa, le intelaiature e gli stipiti delle porte, i rivestimenti, i compensati e le impiallicciature.

Quando la presenza degli insetti è considerevole il legno può risultare completamente distrutto trasformandosi in un ammasso unico di rosura compressa. A volte distrugge completamente lo strato interno mentre lascia intatta la superficie esterna trattata da vernici. La lotta deve avere assolutamente carattere preventivo e iniziare appena l’attacco comincia. L’adulto, fuoriuscito dalle gallerie larvali, può essere avvistato sui muri o sulle tende di casa.

Cerambicidi

Tra i cerambicidi va citato Hesperophanes cinereus Villers, specie diffusa in tutta l’arca mediterranea, colpisce latifoglie quali cerro, robinia, faggio, pioppo, noce e castagno. Le femmine, di colore bruno, depongono 100-200 uova allungate nelle fessure e negli anfratti del legno (travature dei tetti, mobili, pavimenti in legno, ecc). Lo sviluppo larvale dura 2-3 anni e i danni alle strutture possono essere gravissimi, a causa delle gallerie di grosse dimensioni scavate dalle larve (quando le infestazioni sono elevate, possono giungere a fare crollare tetti o soffitti).

Uno dei maggiori nemici del legno è il cosiddetto Capricorno delle case (Hylotrupes bajulus), coleottero cerambicide cosmopolita lungo fino a 20 mm, di colore bruno-grigiastro, le cui larve provocano danni estremamente gravi alla struttura e alla consistenza dei manufatti specialmente se si tratta di conifere (abete rosso, abete bianco, larice, pino silvestre).

Si può trovare nelle travi dei tetti e dei solai, ma anche all’interno delle abitazioni, negli infissi e nei mobili, dove le larve, di grosse dimensioni, si sviluppano in un tempo che varia dai 3 ai 10 anni a seconda delle condizioni di temperatura e di umidità dell’ambiente (temperatura ottimale: 28-30°C).

Gli adulti, di colore bruno-nero, lunghi 1,5-2 cm, con lunghe antenne nodose lunghe fino a 1 cm, escono dal legno quando la temperatura è elevata e il clima piuttosto secco (giugno-agosto), attraverso fori ellittici da cui esce una rosura molto abbondante e molto fine, mescolata con gli escrementi cilindrici. Dotati di ali, gli adulti possono spostarsi e infestare luoghi diversi da quelli in cui si sono sviluppati.

Le uova vengono deposte nelle fessure del legno, nelle spaccature e nelle giunzioni, dopo 1-2 settimane escono le larve, e un nuovo ciclo ha inizio. Spesso è possibile udire l’incessante attività notturna delle larve, che possono raggiungere i 4 cm di lunghezza, mentre scavano le loro gallerie e cunicoli. Prediligono i legni asciutti, e le gallerie si portano dalla superficie fino all’interno del manufatto, raggiungendo il diametro di 6-8 mm.

Le gallerie vicine possono essere separate da un diagramma molto sottile, tanto che le forti infestazioni possono provocare la rottura della stabilità meccanica delle travi. I fori di uscita sono ovali, larghi 4-5 mm, ma non sempre gli adulto escono dalle gallerie. Visto che l’attacco non viene rilevato se non dopo l’uscita della prima generazione, e visto che la superficie esterna non viene mai intaccata, è difficile individuare prontamente questi insetti, se non per il rumore provocato dalle grandi e robuste mascelle delle larve, che si può sentire anche a distanza di 1-2 metri.

Allo stesso modo è facilmente riconoscibile, in primavera (aprile-maggio), il ticchettio ritmico dell’Orologio della morte (Xestobium rufovillosum), che non è altro che il richiamo amoroso per l’accoppiamento, prodotto battendo ripetutamente il capo contro le pareti delle gallerie (10 colpi ogni 2 secondi) ad intervalli regolari che ricordano il ticchettio di un orologio.

Il coleottero misura 7 mm di lunghezza e attacca di preferenza il legno umido, meglio se aggredito da funghi, di Querce, Olmi, Noci, Ontani, Pioppi, salici. Il suo ciclo si completa in un periodo variabile da 1 a 6-10 anni, la larva si impupa in prossimità della superficie del legno, e gli insetti adulti usciranno forando la sottile pellicola che rimane, oppure si possono accoppiare all’interno del legno, nelle gallerie.

Le parti gravemente danneggiate vanno eliminate e bruciate, per evitare la diffusione delle larve. Il rosume ha la forma di palline schiacciate, i fori di sfarfallamento misurano 2-4 mm.

Curculionidi

Fra i Curculionidi xilofagi, in Italia è presente il Pentarthrum huttoni. Si tratta di insetti di piccole dimensioni, di colore bruno, con un lungo rostro anteriore su cui sono inserite le antenne. Sia gli adulti che larve scavano gallerie lungo le fibre del legno; le gallerie sono molto più piccole di quelle degli anobidi e il foro di uscita è di forma ovale.

Attaccano prevalentemente legno su cui siano presenti dei funghi.

MEZZI DI LOTTA

Accertata la presenza del tarlo occorre intervenire con prodotti che possano raggiungere e uccidere le larve senza danneggiare il legno. Possono venire impiegati insetticidi disciolti in solventi organici (evitare le soluzioni acquose che fanno gonfiare il legno) o gas tossici.

L’uso di insetticidi ad azione residuale sul legno attaccato dai tarli può solo bloccare lo sviluppo delle larve neonate, che si trovano negli strati più superficiali del legno, ma non può nulla contro le larve che sono ormai giunte in profondità.

Per infestazioni limitate si possono impiegare insetticidi specifici trattando con abbondante spennellatura le parti non verniciate (interno dei mobili), previa rimozione della polvere superficiale; è consigliabile smontare l’oggetto per riuscire a trattare fino agli angoli più nascosti inoltre sarebbe meglio richiudere per giorni le parti trattate in contenitori a tenuta in cui introdurre l’insetticida, per creare delle camere a gas.

Gli oggetti di minori dimensioni possono essere immersi nel prodotto antitarlo. Le gallerie favoriscono la penetrazione del liquido all’interno. Nei fori il prodotto va iniettato in profondità. Va ricordato che nei trattamenti contro i tarli deve essere ripetuto a distanza di 7-10 giorni, dopodichè occorre attuare un attento monitoraggio per verificare la progressiva diminuzione dell’infestazione (diminuzione dell’emissione di rosura del legno e della comparsa di nuovi fori di sfarfallamento).

Occorre fare attenzione ai prodotti impiegati che possono, macchiare o rovinare le superfici trattate (fare preventivamente delle prove su parti nascoste dell’oggetto, soprattutto se si tratta di legni laccati o verniciati). La segatura va raccolta e bruciata per evitare la diffusione delle uova e delle larve.

È inutile fare un trattamento antitarlo ad un solo mobile o ad una sola stanza, bisogna individuare ogni tratto infestato. Potrebbe trattarsi dello zoccolo di un armadio, di una listella usata per chiudere una fessura, l’importante è attuare un attento controllo per identificare ogni possibile focolaio residuo.

Le ditte specializzate, cui si raccomanda di ricorrere soprattutto per infestazioni di una certa rilevanza, per mobili di pregio e per le strutture portanti, effettuano diversi tipi di trattamenti. I metodi fisici (alte temperature, basse temperature, irraggiamento, microonde e infrarossi) sono curativi, ma nel tempo il legno può essere di nuovo attaccato da insetti. Possono essere anche previsti interventi in camere a gas con atmosfere controllate che soffocano gli insetti (durata del trattamento: 10 giorni). Il vantaggio è che la struttura lignea non viene minimamente intaccata.

L’azione con sostanze chimiche ha una durata nel tempo che dipende dal tipo di sostanza impiegata e dalle modalità di applicazione. Gli insetticidi agiscono per contatto (assorbiti dal tegumento degli insetti), ingestione o inalazione (fumigazioni). I manufatti possono poi essere trattati con sostanze preservanti con azione fungicida o insetticida od ad azione combinata.

Se il legno è molto degradato può essere necessario preservarlo con resine sintetiche che, una volta evaporato il solvente, formano con il rosume degli insetti una massa solida all’interno delle gallerie (evitare il fai-da-tè). Ultimo consiglio: ai tarli non piace mordere la cera d’api, per cui se se la trovano davanti di norma cambiano strada. Non si tratta di un antitarlo, ma può comunque essere utile usarla per riempire buchi, fessure, crepe, anfratti e giunzioni.

Si raccomanda di prevedere un trattamento mirato ad opera di professionisti quando si tratta di posizionare un mobile tarlato in un ambiente arredato con manutatti lignei indenni, per evitare il proliferare dell’infestazione. Inoltre non sottovalutare il problema quando l’attacco è rivolto a strutture portanti della struttura (travi, solai, … ) o del mobile (piedi, gambe delle sedie, … ). Tecnici specializzati riescono a riconoscere il tipo di infestazione e il tipo di infestante anche grazie all’impiego di trappole per gli insetti adulti e di esami radiografici delle strutture lignee. In tal modo si potrà individuare il metodo migliore da applicare per limitare i danni.

Si ricorda che associato ai tarli del legno può comparire un piccolo acaro (Pyemotes ventricosus), di piccole dimensioni (0,2 mm), di colore giallo-verde, che si nutre pungendo anobidi e lictudi, ma può provocare sulla pelle degli uomini delle vescichette che danno un forte prurito.

Per accertarne la presenza occorre ricercare il parassita sul legno tarlato e negli accumuli di polvere. Un altro fastidioso ospite associato ai tarli è un pic colo imenottero aculeato appartenente alla famiglia dei Betilidi (Scleroderma domesticus) di aspetto e dimensioni simil ad una piccola formica (2-4 mm). Ha un sottile aculeo che usa per paralizzare le larve dei tarli su cui depone le sue uova. Nel periodo primaverile-estivo esce dalle gallerie e può pungere gli uomini con punture molto dolorose associate a un gonfiore locale arrossato, che scompare in una decina di giorni. In soggetti sensibili si possono verificare febbre alta e malessere generale. Per risolvere il problema occorre intervenire con interventi mirati ai tarli, sue vittime.

TERMITI

Negli ultimi decenni sono stati segnalati in tutte le regioni attacchi di termiti a manufatti ii legno di interesse storico. In natura hanno l’importante compito di distruggere il legno di radici e tronchi delle piante morti per permettere il riciclo della materia, ma presso i manufattI umani possono essere davvero pericolose.

Vivono in colonie (termitai) costruiti nel terreno o dentro il tronco di un albero, in cui sono presenti da centinaia a migliaia di individui divisi in 3 caste: le operaie, lunghe 6-8 mm, bianche e sterili, i soldati bianchi e simili alle operaie ma con enormi mandibole dentate sul capo, usate per difendere la colonia, un re e una regina di grandi dimensioni, gialli o neri, con due paia di ali trasparenti, che si occupano della riproduzione.

In primavera si verifica la sciamatura degli individui fertili, dopo l’accoppiamento le ali si staccano, e le coppie formate da re e regina raggiungono un luogo adatto dove dare origine ad una nuova colonia. A parte che durante la sciamatura le termiti non escono mai all’aperto perché non sopportano la luce del sole: costruiscono gallerie impastando insieme legno e terra dentro cui si muovono per cercare il cibo.

Si nutrono di tutto ciò che è fatto di cellulosa (legno e carta). Hanno bisogno di una certa umidità (è quindi buona norma fare sempre circolare aria nei locali) e sono favorite dalle alte temperature. Il loro attacco alle strutture è silenzioso e segreto nei legni teneri, dove scavano in profondità, mentre è facilmente evidente nei legni duri, dove scavano gallerie superficiali. Risultano repellenti per le termiti solo i legni resinosi, il mogano e il tek. A volte ci si accorge della loro presenza solo per il crollo di una trave, di un solaio o del pavimento.

In Italia sono presenti tre specie: Reticulitermes lucifugus, Kalotermes flavicollis, Cryptotermes brevis.

Le prime sono termiti sotterranee che costruiscono il nido nel terreno umido e raggiungono il legname vicino, per cibarsene, costruendo gallerie di protezione con terra e legno impastati. Distruggono il legno scavando gallerie parallele alla direzione delle fibre, riempite da escrementi. La superficie esterna del legno risulta intatta, per cui è difficile riconoscere un attacco. Formano colonie di decine di migliaia di individui, ma spesso ci si accorge corge della sua presenza quando è troppo tardi, per il crollo di una trave, di un palo di sostegno, di un tetto o delle tavole di un pavimento.

Il legno consumato presenta ampie lacune alternate da strati sottili allungati nel senso delle fibre. La segatura non viene gettata all’esterno, ma l’interno delle gallerie viene tappezzato da un impasto fatto con escrementi, legno e saliva con cui le operaie costruiscono il cosiddetto “legno di sostituzione”.

Reticulotermes non tollera la salsedine quindi è rara nelle aree costiere mentre è più frequente nelle regioni interne soprattutto se particolarmente umide.

Kalotermes flavicollis attacca principalmente il legno secco, come battiscopa e telai delle porte. Il nido è costruito all’interno del legno stesso e la colonia non raggiunge mai grandi proporzioni (un migliaio di individui). I loro cunicoli sono mantenuti liberi dagli escrementi (cilindrici a sezione esagonale con scanalature longitudinali) che vengono allontanati attraverso piccoli fori, per cui l’attacco può essere individuato per la presenza degli escrementi che si accumulano sotto al legno attaccato. Manca in questa specie la casta degli operai, che è sostituita dagli individui giovani (neanidi). Re e regina presentano il collo giallo.

Cryptotermes brevis è una specie di origine orientale importata con legnami infestati e segnalata per la prima volta in Italia nel 1997. Ha caratteristiche simili a Kalotermes, infatti attacca il legno secco sopra il terreno. Le colonie sono poco numerose (300-2000 individui).

La presenza delle termiti può essere scoperta cercando le gallerie di camminamento (simili a colate), verificando la consistenza del legno con un punteruolo, notando la sciamatura o le ali che vengono abbandonate dopo tale fenomeno. Occorre costruire una barriera attorno all’edificio da difendere, per impedire l’accesso dal nido attraverso anfratti e fondamenta. I muri di cemento possono frenare l’avanzata solo se non ci sono fessure.

Occorre quindi fare attenzione ai passaggi lungo le giunture, agli ingressi dei tubi e dei cavi, presso gli scoli, le intercapedini e le prese d’aria. L’impiego di insetticidi generici e la scarsa esperienza rischiano di fare spostare la colonia in un punto diverso della stessa struttura. Il problema principale è la localizzazione del nido che deve essere distrutto con accorgimenti particolari. Vengono in tal senso usati prodotti regolatori della crescita, forniti sotto forma di esche alimentari, che bloccano lo sviluppo della colonia che a poco a poco diminuisce fino a scomparire. Il trattamento può durare mesi o anche anni se la colonia è particolarmente estesa. Occorre comunque ricordare le attività preventive che sfavoriscano il più possibile l’infestazione.

Intanto è bene creare condizioni micro-ambientali sfavorevoli allo sviluppo delle termiti, isolare le testate delle travi dalle murature a rischio, aerare le strutture e i sottotetti controllare la risalita dell’umidità nelle pareti, eliminare le infiltrazioni di acqua, impedire fenomeni di condensa, effettuare controlli periodici delle strutture a rischio.

Inoltre occorre evitare l’immissione di legni a rischio (mobili antichi, legna da ardere, artigianato orientale). Fare attenzione all’eventuale formazione dei camminamenti (simili a colate terrose), che possono presentarsi su pareti umide e travature, lungo le soffittature o i battiscopa.

LOTTA ADULTICIDA

Le zanzare, come ben sappiamo, non sono tutte uguali. Alle nostre latitudini è bene farne una classificazione pratica per valutare poi le migliori tecniche di lotta.

La prima suddivisione potremmo farla dividendo le varie specie in quelle che svernano come adulti e quelle che lo fanno allo stadio di uovo.

Per le prime è possibile e auspicabile effettuare trattamenti adulticidi invernali, per le seconde evidentemente no.

Crediamo che in certi microclimi particolari (acque termali) si possa ritrovare anche la fase larvale nella stagione invernale, ma sono casi assai limitati.

I METODI

Lotta-adulticida Lotta Adulticida

Una prima osservazione consiste nel perché non si possa considerare di emettere un’ordinanza ove si renda obbligatoria la lotta adulticida invernale. È efficace, poco impegnativa se si conoscono i siti da trattare, assai economica e basta effettuare un solo trattamento per tutta la stagione (sarebbe sufficiente una bomboletta a svuotamento totale).

E’ intuitivo che per le aree pubbliche tali trattamenti dovrebbero essere effettuati dall’Ente pubblico, al pari della lotta larvicida assai più onerosa.

Per le specie che svernano come uovo ancora non si è trovato il mezzo per effettuare tale tipo di lotta e neppure esistono ipotesi di lavoro che facciano sperare di riuscirvi.

Una seconda classificazione funzionale è sicuramente quella di raggruppare le varie specie per sito di ovodeposizione. Nei ristagni d’acqua di una certa dimensione (ad esempio risaie), nelle pozze d’acqua di piccole dimensioni (ad esempio caditoie stradali, sottovasi, recipienti vari ecc.), nei tronchi cavi degli alberi, nelle acque assolutamente pure, in pozze d’acqua salmastra, ecc.

Seconda considerazione: il sapere dell’esistenza delle varie specie a livello quali-quantitativo, area per area, consente un tipo di intervento veramente mirato. In questo caso l’informazione di quali, quante e dove è importante e il primo monitoraggio potrebbe nascere dalle informazioni ricavate da persone che di certi siti o biotopi sono a conoscenza perché svolgono un’attività professionale in quei luoghi come, ad esempio, gli addetti alla rete fognaria, i giardinieri dell’ufficio parchi e giardini.

Importante in questo caso è il rigoroso censimento della maggior parte dei siti di ovodeposizione, non solo i tombini. Essi restano “il macrosistema” di riferimento e i primi da “trattare”, però senza trascurare gli altri.

Il monitorare comporta innanzitutto il censimento dei potenziali siti di ovodeposizione e ciò è impegnativo, anzi, molto impegnativo. Naturalmente anche per questo tipo di lotta è bene pensare a specifiche ordinanze affiancate da campagne di informazione che vadano oltre i “soliti” volantini.

In una città ove tale strumento è in auge da parecchi anni ad un controllo effettuato a mezzo interviste telefoniche è risultato che buona parte degli interpellati non era a conoscenza di quando avrebbe dovuto fare per collaborare a contenere il fenomeno zanzare, pur lamentandone la presenza. Non riportiamo le percentuali perché il campione non poteva dirsi rappresentativo dell’Universo.

Approfittiamo per sottolineare quanto importante sia l’interpretazione statistica dei dati a disposizione e, primo fra tutto, stabilirne il grado di rappresentatività. È anche possibile applicare il metodo di Delphi (quello dell’oracolo per intenderci), ma in tal caso la prudenza non è mai troppa nel trarre indicazioni operative. Il pro e il contro c’è in tutte le scelte. Ora veniamo alla lotta adulticida.

GLI STRUMENTI

Per lotta adulticida si intende la distribuzione di una sospensione insetticida in un dato ambiente. È innegabile che tale tecnica comporta l’immissione nell’aria ambiente di una certa quantità di tale formulato.

Le attrezzature sono:
– atomizzatori/nebulizzatori regolati a basso, medio, alto volume a secondo delle necessità;
– ultra basso volume (ULV), attenzione che questi ultimi sono da usarsi in luoghi confinati e utilizzando prodotti specificatamente registrati;
– irroratrici a volume ridotto, questa tecnica è da rivalutare. È la più adatta a trattare il verde ove le zanzare si “riposano” ed è parimenti quella che comporta la minor deriva. Se si usa l’irrorazione “spinta” pressione d’esercizio e tipo di ugello sono da determinare con la massima attenzione. Fra un ugello tradizionale a cono vuoto e un ugello a turbolenza passa la stessa differenza che c’è fra una moto stradale e una da pista.

In tutti i casi, ovvero qualsiasi attrezzatura si scelga, è importante conoscerne l’esatta portata e il tipo di granulometria erogata (in parole semplici il diametro medio “normale” delle goccioline erogate, norma in senso statistico).

Un dato da non trascurarsi, pena errori macroscopici, è la velocità di avanzamento. Velocità, portata e fascia trattata consentono di determinare il dosaggio unitario, di fatto è il parametro più importante per prevedere un reale effetto ottenibile.

Ne consegue che un importante strumento di monitoraggio operativo è quello di verificare la copertura ottenuta durante l’esecuzione del lavoro. Certamente non è semplice, ma è pur sempre possibile.

Attenzione che i dati raccolti, il principale dei quali è il numero di gocce per centimetro quadrato, devono essere incrociati con la distanza dal punto di erogazione e tipo di collocazione.

È evidente che il posizionamento di indicatori in aree nascoste, e lo si deve fare, comporta l’interpretazione corretta del dato per confronto e integrazione con quelli posti in posizioni più facilmente raggiungibili dalla sospensione erogata.

PRODOTTI E DOSAGGI

Nella lotta adulticida il formulato, il relativo principio attivo, il profilo tossicologico, la possibile fitotossicità e il “destino ambientale” devono essere analizzati e valutati attentamente.

Prodotto ad azione residuale o solo abbattente? È un dilemma da valutare caso per caso.

Per la scelta della velocità di avanzamento vi sono diverse scuole di pensiero, diciamo che un dato medio potrebbe essere 10-12 km/ora, ma ho visto trattamenti a passo d’uomo (4 km/h) fino ad arrivare ai 20 km/ora, che francamente mi sembrano eccessivi dato che non si può andare oltre le concentrazioni riportate in etichetta.

Ultima considerazione, la lotta adulticida potrebbe essere suggerita come integrante la difesa fitosanitaria del verde ornamentale nei giardini condominiali. Potrebbe essere argomento di discussione con gli amministratori in uno dei convegni promossi dalle loro associazioni.

Concludiamo con il sottolineare che la valutazione dei risultati di una lotta adulticida non è una cosa facile come potrebbe apparire: misuro il prima e il dopo e il gioco è fatto. La misurazione non può essere fatta così semplicemente perché il prima e il dopo non sono “mai” misurabili in pari condizioni.

Si deve tenere conto di un fattore di accumulo, naturalmente accumulo di effetto/efficacia e non di prodotto (quest’ultimo fatto non deve mai accadere).

Due cose sono certe: la prima è che nella lotta adulticida si abbattono anche le zanzare che sfarfallano dai siti di competenza “privata”, la seconda è che tale pratica è effettuata o auspicata da chi dal risultato di tale trattamento trae un vantaggio concreto: campeggiatori, associazioni di albergatori, organizzatori di eventi.

Ogni argomento esposto meriterebbe un ulteriore approfondimento, ma a livello metodologico le variabili più importanti sono state indagate.

Lotta alle formiche

In Italia le formiche non si possono considerare un grande problema: in genere si presenta limitato e circoscritto in particolari periodi dell’anno, e le specie interessate non sono particolarmente feroci e preoccupanti. Non si tratta, per intendersi, delle notizie allarmistiche apparse tempo fa sui quotidiani relativa alla M. schumanni, che vive nella cavità degli alberi, nella foresta amazzonica peruviana, e il cui secreto – secondo alcuni autori – agisce come erbicida, “diserbando” le giovani piante (a eccezione della D. hirsuto, che prolifera), attaccando con le mandibole il tessuto e portando, nel giro di poche settimane, a morte le altre giovani piante.

Né si tratta della formica argentina (Iridomyrmex humilis, ricordate il racconto di Italo Calvino?) che hanno il numero dalla loro parte, oppure della formica bull dog, (Myrmecio gulosa) australiana che attacca qualunque essere vivente che entri nel suo territorio – esteso parecchi ettari – uomo compreso.

TEMIBILE E AFFASCINANTE

Non si può rimanere indifferenti a questo microcosmo, a questa immagine così diversa da quella stereotipata della formichina laboriosa e umile, che si prodiga nell’accumulare provviste per l’inverno: l’immagine che ne esce, mano a mano si conoscono, è quella di determinati e minuscoli combattenti, difensori del proprio territorio e, anzi, invasori! È affascinante anche considerare la capacità di questi insetti di collaborare tra di loro, si può dire che abbiamo perfetti esempi di ottimizzazione delle risorse, sia nella ripartizione di compiti, sia nelle traiettorie dei percorsi che seguono nel trasporto del cibo e nel predisporre un attacco.

LE CONDIZIONI PER UN’INFESTAZIONE

Diversi sono i fattori che contribuiscono all’insediarsi di un’infestazione, a partire dalla prima causa, valida per ogni tipo di insediamento di agenti infestanti: la scarsa igiene e pulizia. Inoltre, l’umidità o, meglio ancora, il ristagno di questa nelle strutture in legno, strutture che toccano su basamenti umidi, la perdita di acqua dai tubi è uno dei fattori favorenti, come la presenza di crepe nelle fondazioni o nelle infrastrutture superiori; la presenza di piante infestate da insetti che producono melata, come gli afidi, la metcalfa.

COME INTERVENIRE

Una volta effettuato il sopralluogo, e raccolte le necessarie informazioni, si può intervenire con diverse metodiche d’intervento, a partire dalla modificazione dell’ambiente, con l’eliminazione delle perdite d’acqua, la scomparsa delle fonti di cibo: il luogo perde così attrattiva per le formiche e non è più favorevole allo sviluppo delle colonie. Si possono anche effettuare interventi meccanici, come la chiusura e la sigillatura di crepe e fessure, blocco dei passaggi, rimozione della vegetazione che circonda gli edifici e che si insinua in crepe e aperture del terreno.

Infine, si possono attuare interventi chimici, utilizzando formulati ad azione residuale, come polvere secca nelle fessure, nelle intercapedini; formulati liquidi lasciati percolare all’interno dei nidi ed esche basate su IGR, fattori regolatori di crescita. “Gli insetticidi ad azione residuale permettono di ottenere il miglior risultato quando sono applicati direttamente sul nido – consiglia Alberto Baseggio, di India – mentre in presenza di anfratti, interstizi e cavità chiuse è utile insufflare un lieve strato di polvere secca, oppure nebulizzare finemente con un prodotto ad azione residuale”.

È bene evitare di applicare quantità esagerate di insetticidi, per non incorrere nell’effetto repellente, che provoca l’allontanamento delle formiche dall’area trattata. E se il nido è scavato nel legno? Allora sarà necessario “difendere” il supporto nel migliore modo possibile, rendendolo meno “appetibile”, per esempio impregnandone la superficie e le fessure con insetticidi. Se poi il nido si trova nelle fondazioni di un edificio, o in luoghi non accessibili,”possono essere impiegate con successo esche basate su insetticidi regolatori di crescita” conclude Baseggio.

UN’ESPERIENZA

Ancora Alberto Baseggio racconta un caso in cui si è trovato a disinfestare dalla presenza del Camponotus herculeanus un’area del genovese: come sua abitudine, questo insetto aveva nidificato all’interno di alberi morti che il proprietario della casa non si era preoccupato di tagliare, infatti la caratteristica di questo insetto è di attaccare alberi in deperimento, quindi spostarsi su altro tipo di legname disponibile, e poi verso le abitazioni, dove attacca le tavole di legno, il sottotetto e così via.

La creazione, per esempio come accaduto in villaggi turistici nella provincia di Venezia, di strutture rese più gradevoli da parti lignee con travi a vista, hanno visto anche verificarsi questo tipo di inconveniente. Se poi si aggiunge che si trattava di edifici utilizzati solo nel periodo estivo, quindi privi di riscaldamento ma ben coibentati, rappresentavano il sito ideale per nidificare, poiché dalle travi esterne le formiche scavando venivano a contatto con il legno del tetto dell’edificio.

LE PROPOSTE DELLE AZIENDE

Per controllare la formica faraone Bayer Environmental Science propone Maxforce, esche pronte all’uso, che contengono Idrametilnon e aminodinhydrazone. L’Idrametilnon agisce sulla respirazione mitocondriale, inibendo la produzione di energia: una volta che è ingerito, a causa dell’interruzione del processo metabolico (respirazione cellulare) per cui il cibo viene trasformato in energia, l’insetto cade in un progressivo stato di letargia e quindi muore. Poiché questo non avviene immediatamente, vi è il tempo necessario perché le operaie portino piccoli bocconi di esca ai loro nidi, per nutrire le larve e la regina.

Maxforce esca per formiche può essere applicato rapidamente (un’esca ogni 10 metri quadrati), raddoppiando il numero in caso di grandi infestazioni. L’Idrametilnon è fotostabile e l’introduzione all’interno di contenitori protetti (bait station) permette una maggiore residualità del principio attivo, che non viene alterato dal contatto diretto con la luce. Vebi propone Deltacid 15, con deltametrina in microemulsione acquosa, che ha un’azione lungamente residuale, non contiene solventi, è inodore e non macchia e ha un largo spettro d’azione.

Contro gli insetti striscianti si utilizza nella dose di 1 – 1,50%, cioè 100-150 ml di prodotto per 10 litri di acqua; un litro di soluzione è sufficiente per 10 metri quadrati. A base di Chlorpyrifos è Pennphos, l’insetticida proposto da India, indicato per ambienti dove l’intervento di disinfestazione non deve lasciare odori residui e dove è richiesta un’elevata persistenza dell’azione insetticida.

Il Chloripyrifos etile è contenuto all’interno di sfere di dimensioni ridottissime la cui parete porosa è costituita da polimeri, impermeabili finché non è diluito in acqua: quando il prodotto viene diluito (la diluzione può variare dall’ 1 al 5%), inizia l’evaporazione dell’acqua utilizzata come vettore e quindi la graduale fuoriuscita del principio attivo.

LOTTA AI PARASSITI

I parassiti stanno quotidianamente e progressivamente infestando l’ambiente. Ogni giorno un’orda di tenaci insetti pungenti, parassiti, roditori, batteri e funghi si diffonde e attacca l’uomo, così come il mondo animale e vegetale: frutta, foglie e ogni sorta di materia organica commestibile utile all’uomo.

Oltre ai danni materiali, molti parassiti sono anche pericolosi per il rischio di trasmissione e diffusione di differenti forme patogene, per questo motivo una lotta continua e mirata è imprescendibile, purché portata avanti con mezzi idonei, quantità calibrate e dosi minime, per non danneggiare l’ecosistema, patrimonio vitale per l’intero universo ogni vivente.

Fin dal 1955, Tifone è in prima linea nella sperimentazione e nello sviluppo di macchine e attrezzature altamente professionali, sicure, efficaci e innovative per la disinfestazione, la difesa e la cura dell’ambiente e delle aree verdi. Leader indiscussa in Italia e all’estero,Tifone ha recentemente arricchito la sua già vasta e articolata gamma di disinfestatrici della linea “Sanità” (apprezzata per la sua funzionalità, per le soluzioni innovative e per la lunga durata della attrezzature) con l’inserimento di nuovi modelli ancora più performanti, sviluppati con l’ausilio della più avanzata tecnolgia e con il know-how acquisito in oltre 50 anni di ininterrotta attività nel settore dell’atomizzazione.

Ecco allora il modello Vento D I 2.K300, la macchina ideale per iniziare bene l’attività nel campo della disinfestazione; le nuove versioni della linea Citizen Kompact, la serie leader nel mondo, utilizzata ogni giorno da centinaia di operatori per i trattamenti più diversificati, nelle 3 versioni da 300, 400 e 500 litri; e ancora la City plus, originale macchina Tifone integrata di tutte le funzioni necessarie per trattamenti altamente mirati, nelle 2 capacità da 350 e 460 litri.

TUTTE LE NOVITÀ

Le innovazioni presenti su queste linee di macchine sono davvero interessanti, come il serbatoio in colore “verde anti-alghe”, il grande livello meccanico (per una lettura chiara ed immediata del contenuto del serbatoio ben visibile anche da bordo), la pulsantiera ergonomica “Full-Function”, con comandi a monodito per tutte le funzioni dal posto di guida e la nuova pompa microdosatrice con 3 serbatoietti specifici per i prodotti disinfestanti iniettabili direttamente nel serbatoio principale, senza alcuna manipolazione da parte dell’operatore. Macchine innovative – perché anticipano le richieste del mercato – semplificate nell’utilizzo e tali da rendere rapido e redditizio ogni tipo di trattamento per la disinfestazione e varie altre funzioni speciali per la difesa e la cura dell’ambiente e delle aree verdi, sia con cannone o lancia che con thermonebbia Aerosol.

IL MEGLIO DELLA TECNOLOGIA, A UN PREZZO COMPETITIIVO

Il “programma Tifone” offre una gamma completa e articolata, con capacità serbatoi da 300 a 1.000 litri, motori diesel di seconda generazione affidabili e silenziosi di varie potenze per gittate fino a 40 metri, in grado di soddisfare ogni richiesta. Inoltre, il progetto di base delle linee Citizen e City prevede una serie di accessori originali Tifone, tutti integrabili alla macchina base, in grado di personalizzare l’attrezzatura in funzione delle attività dell’utilizzatore… Praticamente il meglio della tecnologia oggi conosciuta, a un prezzo veramente competitivo, grazie all’industrializzazione del prodotto.

LOTTA AI RODITORI: GARA D’ASTUZIA

La lotta a topi e ratti è parte della storia dell’uomo, dal momento che seguono le sue tracce fin dai tempi remoti con una fedeltà degna di miglior causa: presenza umana equivale a disponibilità di cibo, e quindi affezione profonda a motivata. Questo attaccamento non è mai stato ricambiato e quindi nel tempo sono stati messi in atto tutti gli accorgimenti a disposizione per la soluzione del problema (o almeno il suo contenimento).

Non disponendo quindi, come ad Hamelin, di un piffero magico per risolvere la questione, i mezzi a cui si deve ricorrere a tutt’oggi sono evoluti ma certamente meno pittoreschi.

AFFRONTARE IL PROBLEMA

Come sempre, per procedere in maniera corretta ed efficace è necessario guardare “a monte” e cercare ed eliminare i fattori che in un’area favoriscono l’insediamento di topi e ratti e quindi l’infestazione, come la disponibilità di acqua, di cibo, la possibilità di predisporre tane sicure: individuare questi siti rimane la fase di partenza per una lotta efficace e orientata. Se invece l’infestazione si presenta in fase acuta, cioè è necessaria una rapida riduzione dei roditori infestanti, si utilizzano le esche rodenticide, la maggior parte delle quali hanno come principio attivo un anticoagulante: gli anticoagulanti di prima generazione – Warfarin, Coumatetratyl, Clorfacinone – erano a dose multipla, quelli di seconda, più potenti, a dose singola, sono il Difenacoum, Bromadiolone, Brodifacoum e Flocoumafen, efficaci dopo un’unica ingestione, anche se i sintomi appaiono dopo qualche giorno.

In caso di resistenza agli anticoagulanti si può ricorrere a rodenticidi che esplicano un’azione differente, come il Calciferolo, per esempio, i cui effetti si manifestano in breve tempo (per questo si chiamano rodenticidi “acuti”), un tempo inferiore a quello degli anticoagulanti: questo fatto può indurre i roditori a una diffidenza e far sì che non assumano dosi letali: in questi casi, è necessario un “pre-adescamento”, per più giorni viene messa a disposizione dei roditori la base alimentare dell’esca priva del veleno, quando poi questi hanno superato la diffidenza e si abituano ad assumere quel tipo di esca, viene utilizzata l’esca completa di veleno “acuto”.

Per proteggere le esche dai deterioramenti, vengono inserite in basi che offrono il vantaggio di poter controllare il contenuto e proteggere l’esca da fattori in grado di deteriorarla (agenti atmosferici, sporco eccetera). Il numero delle postazioni da collocare nell’area infestata può essere molto vario. “Indicativamente, in un edificio infestato – informa Alberto Baseggio, di India – si collocano 2 – 3 postazioni ogni 100 metri quadrati”.

I dispensatori di esca non dovrebbero essere posizionati nelle immediate vicinanze delle fonti di alimento che si sanno utilizzate dai roditori, ma lungo il cammino tra queste e le tane, e i luoghi di approvvigionamento di acqua.

Quanta esca utilizzare? Se si utilizzano anticoagulanti della prima generazione è bene pensare a una quantità maggiore (100-200 grammi), minore (50-150 grammi) se invece si fa ricorso agli anticoagulanti della seconda generazione.

Per impostare il trattamento nel modo più corretto è necessario annotare dati e informazioni: avere una mappa del sito con segnalate le collocazioni delle esche; le indicazioni del formulato applicato e il principio attivo; e tutte le informazioni utili. Per quanto riguarda le ispezioni; “Inizialmente possono essere condotte ogni 3-4 giorni” – informa ancora Baseggio – per poi diminuire di frequenza quando inizia a diminuire il consumo delle esche. Solitamente i tempi per eseguire un’efficace derattizzazione sono di 2-3 settimane, ma non di rado ne possono essere necessarie anche cinque”.

PUBBLICO E PRIVATO

Settore pubblico e settore privato devono affrontare il problema, e spesso questo si traduce nelle differenti possibilità economiche che consentono di affrontare l’argomento con modalità e tecniche differenti. Qualche interessante spunto c’è.

Come ci comunica Alberto Baseggio, la USSL di Adria, un comune veneto, ha approntato uno studio incentrato sul numero di postazioni associato al consumo dell’esca nel tempo: si è visto che vi sono due momenti importanti in cui effettuare gli interventi: a fine estate e a primavera-inizio estate, perché è in questi periodi che vanno effettuati gli interventi, più ravvicinati.

Un’indicazione perché sia il privato a farsi carico del problema viene dal sindaco di Venezia, Massimo Cacciari: in particolari territori – come è, per la sua struttura, Venezia- il settore pubblico non è in grado di intervenire efficacemente e coprire le aree interessate: è il singolo proprietario di negozio, di ristornate, per fare alcuni esempi, che deve provvedere a gestire il problema..

Nel settore c’è una certa atmosfera di attesa, legata alla attuazione della Direttiva biocidi: i rodenticidi sono i primi principi attivi ad essere presi in considerazione, e nei prossimi mesi si vedranno i primi risultati. Tra i vari argomenti, si discute anche a quale livello di utilizzo devono essere considerati i topicidi, per il professionista e il grande pubblico. “A questo punto si possono aprire opportunità per il disinfestatore – è il parere di Federico Guanzini, di Copyr – se diventerà il punto di riferimento qualificato a cui rivolgersi, da vero professionista del settore”.

Molti sono i punti interrogativi aperti a cui negli ultimi mesi dell’anno verranno date risposte: per ora rimaniamo in attesa che il futuro chiarisca dubbi e incertezze e si delinei una chiara linea di interventi.

Intanto, le aziende affrontano il mercato e in genere si ritengono soddisfatte delle richieste in questo settore. Vebi ha fatto della lotta ai roditori un suo punto di forza e, come afferma Nicola Lora: “Abbiamo grandi soddisfazioni nella linea dei blocchi paraffinati, che risultano molto pratici e affidabili”. A fronte di un impegnativo investimento in macchinari per arrivare a ridurre il livello di paraffinato e aumentare l’appetibilità, il riscontro è stato ed è decisamente positivo. Se la pasta, quanto ad appetibilità, risulta sicuramente più gradita a topi e ratti, il paraffinato, per i vantaggi che offre, sta ottenendo via via sempre più favore.

Anche se la pasta fresca offre sempre una grande appetibilità, andando incontro alle esigenze alimentari “raffinate” dei topi che preferiscono i prodotti non manipolati, di qualità.

UN MODO ALTERNATIVO

In particolari settori, prodotto di nicchia che però sta avendo un buon successo è BlackTerrier, il sistema basato su ultrasuoni che trova un efficace canale negli impiantisti elettrici, settore pubblico e privato destinato però al grande pubblico, come Enel, ferrovie, enti autostradali, nelle cabine di comandi elettrici.

Come fa rilevare Alessandro Cuzzuol: “Se il settore pubblico riveste una quota importante di fatturato, ora anche il privato si sta avvicinando a questo prodotto: abbiamo avuto l’opportunità di entrare nelle aziende alimentari, nelle risiere, nei mangimifici, (dove eravamo presenti con altri prodotti) e iniziamo a vedere i risultati. Non ci sostituiamo certo ad un’azione preventiva programmata, ma siamo in grado di coadiuvarla”.

Lotta roditori ambienti rischio

La lotta ai roditori continua a rappresentare un aspetto igienico sanitario di non semplice soluzione, anche se si sono affacciate nuove, o presunte tali, strategie di lotta, di gestione delle risorse, di attenzione alla sicurezza, ecc.

Resta il fatto che realisticamente, nonostante i progressi della chimica fine e delle nostre conoscenze, possiamo affermare che nella migliore delle ipotesi si tende a contenere il “problema” nonostante l’impegno dei disinfestatori, consulenti, professori, direttori di produzione, responsabili della manutenzione, progettisti, amministratori delegati, autorità sanitarie e quant’altri sono o dovrebbero essere coinvolti nell’Integrated Pest Management, che comprende anche la sempre citata: prevenzione.

Roditori Roditore

Sembra una maledizione, l’opera del derattizzatore si porta dietro l’immagine del pifferaio magico a cui oggi si aggiunge l’obbligo di avere la bacchetta magica.

Le strutture aziendali sono un dato di fatto, si possono migliorare con illuminati piani di ristrutturazione e manutenzione. Piani che devono trovare le necessarie coperture finanziarie, altrimenti si mettono in crisi i bilanci e in pericolo gli stipendi.

Certo tutto è migliorabile e parimenti non porsi l’obiettivo che “prevenire è meglio che curare” significherebbe navigare a vista, con programmi di lotta effettuati senza la necessaria lungimiranza. Ciò detto è pur sempre vero che ci siamo trovati di fronte a riunioni in cui un’azienda alimentare era stata comperata e rivenduta due o tre volte, il personale era disorientato, l’obiettivo era la sopravvivenza dell’azienda e quindi produrre, il resto doveva essere fatto, ma non con priorità uno.

Certo la situazione può essere considerata al limite, ma è realistico affermare che la gestione aziendale deve essere armonica, ben organizzata e pianificata realisticamente.

In una occasione il direttore di produzione prese in considerazione le idee del controllo qualità, del “disinfestatore” (un ottimo disinfestatore), degli addetti alle pulizie (nello specifico la squadra interna, una cooperativa e un’impresa “specializzata”). In estrema sintesi si era deciso di fare degli interventi di emergenza, la situazione lo richiedeva! Di suddividere la fabbrica in aree, cominciare a pulire e contemporaneamente mettere delle “pezze” ove le strutture erano più fatiscenti. Lo slogan era: “Bisogna coinvolgere tutti e soprattutto che si fa sul serio, magari poco, ma bisogna vedere “da subito” i risultati”. Il disinfestatore ebbe l’autorizzazione a fare un paio di interventi straordinari. Effettivamente dopo alcuni mesi nello stabilimento si respirava un’aria nuova, la differenza fra le aree “bonificate” e le altre saltava agli occhi. Dopo due anni ci ritrovammo a festeggiare un risultato parziale, ma tale da renderci ragionevolmente soddisfatti.

PREVENIRE E PERSEVERARE

Come è andata a finire? Vorremmo poter dire che l’opera di manutenzione è proseguita nel tempo sempre con il medesimo impegno, ma non è così.

Ormai gli standard di pulizia e di disinfestazione erano nella media, anzi anche un poco meglio per cui il direttore di produzione passò la gestione dei servizi all’ufficio acquisti… il budget di spesa fu drasticamente ridotto. Una cosa è certa il tempo necessario per raggiungere un livello di “impermeabilizzazione” ai parassiti diventerà più lungo.

In ogni caso ribadiamo che prevenire è l’obiettivo strategico, ma per non rendere l’affermazione un’istanza di principio è necessario stabilirne i costi e soprattutto ottenerli tenendo presente quanto riportato di seguito:

Roditori Roditore

Vediamo in breve di che cosa è capace il nostro amico codalunga. I suoi record sono ricavati da ricerche su entrambe le specie presenti nel nostro paese: Rattus norvegicus e Rattus rattus.

Può capitare a chi cerca di individuare i passaggi dei ratti di chiedersi se è possibile che un ratto sia in grado di arrampicarsi su un filo, di passare da un certo buco o di saltare da una certa altezza. Ebbene i ratti sono in grado di:

  • passare attraverso qualunque apertura più larga di un centimetro e mezzo quadrato;
  • arrampicarsi e spostarsi lungo i fili metallici sia in senso orizzontale sia verticale;
  • arrampicarsi all’interno di condotti e tubi che abbiano un diametro compreso tra i 4 e 10 cm;
  • arrampicarsi lungo i bordi esterni di tubazioni di qualsiasi lunghezza e larghezza purché siano fissati alla parete con una distanza massima di 7 cm;
  • strisciare su qualsiasi condotto o tubo;
  • saltare verso l’alto per più di un metro da una superficie liscia;
  • saltare in lungo per più di 1.2 m su di una superficie liscia;
  • saltare in lungo per più di 2.5 m da una altezza di 4 m; cadere da un’altezza di 15 m senza rimanere uccisi o riportare danni fisici gravi;
  • scavare in verticale nella terra per più di 1 m di profondità;
  • arrampicarsi sui muri in mattone o su qualsiasi altro materiale purché abbia una superficie abbastanza ruvida da offrire appigli;
  • arrampicarsi sulle vigne, piante rampicanti, arbusti e alberi o viaggiare senza alcuna difficoltà lungo i fili telefonici e della luce e guadagnare senza problemi i piani più alti delle costruzioni;
  • nuotare per più di 800 m in acque aperte, immergersi nell’acqua passando attraverso i sifoni dei gabinetti, nuotare nelle fogne anche controcorrente;
  • rosicchiare e scavare fori di passaggio attraverso innumerevoli materiali, compresi rivestimenti di piombo, mattoni in cotto, scorie metalliche e fogli di alluminio. Come appare chiaro la lotta contro i ratti presenta molte difficoltà proprio per le incredibili possibilità di queste specie.

MANIFESTAZIONI MURINE

Nel contesto generale, vastissimo e dalle molte implicazioni, quale quello della lotta e del contenimento delle infestazioni murine in senso lato, mi limiterò a considerare soltanto gli aspetti che concernono le industrie alimentari, cioè la difesa delle derrate in tutte le loro fasi di lavorazione, dalla condizione di materia prima fino alla condizione di prodotto finito, confezionato e pronto per essere avviato al consumo umano.

E’ questo certamente un contesto decisamente speciale e delicato nel quale un certo modo di operare, che può avere un senso in occasione di disinfestazioni, in tante altre situazioni, nel caso esula da qualsiasi logica responsabile di applicabilità e dobbiamo giocoforza dare importanza estrema ad altri principi e ad altre logiche di intervento con una determinazione ed una convinzione che può stentare assai ad essere acquisita da chi di dovere.

E prima di essere più esplicito su quella che in tempi abbastanza rapidi, a mio avviso, dovrà essere l’unica possibilità e l’unica logica ragionevole per una difesa efficace delle industrie alimentari, debbo richiamarmi ancora ad una considerazione di fondo, di valenza più generale e da me già espressa in altre occasioni.

IL METODO DELLE ESCHE

Ancora oggi, quando tutto da tempo ormai si evolve sulla base di continue innovazioni tecniche, talvolta anche assai sofisticate, è preoccupante constatare quanto sia ancestrale, saldamente persistente, sostanzialmente immutato e di gran lunga prevalente il criterio seguito per risolvere il problema dei roditori infestanti gli ambiti in cui l’uomo vive e svolge le sue attività: cioè quello di fare assumere a questi animali, in quantità adeguata e veicolandolo e camuffandolo in una sostanza ritenuta appetita, un principio tossico che, alternandone gravemente alcuni meccanismi fisiologici, ne induca la morte in tempi più o meno brevi.

Tutto ciò che in epoche a noi sempre più prossime può avere rappresentato qualche forma di progresso non ha riguardato la sostanza del criterio medesimo, ma soltanto la disponibilità di principi attivi più efficaci, caratterizzati da nuovi meccanismi di azione e sotto certi aspetti più sicuri, ed un modo in qualche misura più responsabile di impiegarli.

C’è poi da rilevare che tale atteggiamento riguarda tutto il mondo civile e su di esso continua ad essere assestato il settore dei formulatori di principi attivi e di esche, di coloro che concepiscono, realizzano e distribuiscono congegni che dovrebbero renderne più ecologica ed efficace l’applicazione, delle imprese di disinfestazione, di tutti coloro che svolgono il ruolo di esperti, di consulenti, di ispettori, con apparente soddisfazione (soprattutto economica) di tutti, salvo di coloro che soffrono del problema roditori e non se lo vedono mai risolvere in misura soddisfacente.

LA PREVENZIONE

Nel contempo, sempre parlando a livello generale, l’alternativa della realizzazione di seri e consistenti interventi di prevenzione delle infestazioni (con tutti i risvolti che essa può assumere nei diversi contesti), che pur costituisce un capitolo fondamentale in tutti i manuali di lotta ai roditori (e dovrebbe rappresentare una integrazione sostanziale anche nel caso di necessità di impiego del mezzo chimico) non ha mai trovato e continua a non trovare una adeguata considerazione e a non essere compresa nel suo reale significato, tanto da restare una mera opzione che si è restii a realizzare seriamente, soprattutto perchè implica investimenti cospicui quando il problema che deve prevenire non è ancora insorto.

L’INDUSTRIA ALIMENTARE

Fatta questa considerazione di carattere generale vorrei affermare con la massima convinzione che se questo modo di procedere (esche tossiche gestite con varie strutture protettive e scarsa ed inesistente prevenzione) può trovare ancora ragionevole e duraturo impiego in tanti altri ambiti antropici, esso trova ormai difficoltà crescenti ad essere accettato ed applicato utilmente nel settore delle industrie alimentari.

Nel contesto specifico infatti, al di là delle esigenze sempre più perentorie e specifiche da parte dell’opinione pubblica in materia di igienicità degli alimenti (che già di per se comportano provvedimenti legislativi sempre più restrittivi e vincolanti), tutta una serie di incongruenze e di limiti che caratterizzano le esche tossiche ed il loro uso (ancorchè limitato alle aree più esterne) lascia ragionevolmente intravedere il loro abbandono in tempi abbastanza rapidi e l’affidamento della difesa esclusivamente ad opere di prevenzione.

Opere rigorosamente eseguite nella fase stessa di progettazione degli edifici, prima che le infestazioni insorgano, e quindi, esclusivamente dipendenti dalla convinzione, dalla lungimiranza e da una politica di adeguati investimenti degli imprenditori-produttori di alimenti.

La coscienza che nel settore specifico le cose si stiano evolvendo in questo senso è ormai molto più diffusa di quanto in realtà, per evidenti ragioni commerciali, non venga apertamente manifestato.

Ciò che ha consolidato ulteriormente la mia convinzione in tal senso è stato anche il fatto che per la prima volta, in un contesto internazionale, quale è stata la Conferenza appena conclusa, mi è capitato di cogliere chiaramente, nelle relazioni degli esponenti di due grosse società straniere impegnate fino a pochi anni fa in una determinata promozione di esche tossiche di nuova concezione, il disagio, per quanto riguarda le industrie alimentari, di insistere eccessivamente sull’uso del mezzo chimico, e la decisione di sollecitare una maggiore attenzione ad opere di prevenzione o, quantomeno, all’uso di alcuni mezzi alternativi la cui validità è comunque al momento tutta da dimostrare.

Voglio anche aggiungere che anche molti rappresentanti di imprese che offrono servizi di disinfestazione e che, quando i risultati non sono quelli attesi, sono i primi ad essere messi sotto accusa sia da coloro che commissionano i servizi sia da eventuali loro consulenti, sono i primi a rendersi conto ed a lamentarsi delle difficoltà cui vanno incontro, soprattutto per la scarsa manutenzione degli stabili o per una pulizia poco accurata o inadeguata: tutti aspetti che spesso vanificano il loro impegno.

L’IMPIEGO DELLE ESCHE TOSSICHE

Resta comunque assodato, che l’esclusione di materiali tossici quantomeno dai locali ove si manipolano e si conservano alimenti è già una pratica adottata da qualche tempo e una condizione pretesa da coloro che sono preposti a garantire e/o a verificare una adeguata condizione di igienicità dei luoghi di produzione.

Per quanto riguarda invece le affermazioni da me espresse relativamente al fatto che anche destinare l’uso di esche tossiche alla sola realizzazione di cinture perimetrali più o meno esterne agli edifici può creare più problemi di quanti si pensi di risolvere (convinzione da me maturata solo in occasione di specifiche recenti esperienze), è opportuno che adduca qual ulteriore chiarimento:

1) tali cinture periferiche si possono realizzare solo con esche a base di un principio attivo anticoagulante e debbono risultare distribuite ad intervalli regolari, in appositi contenitori, tutto intorno all’edificio da proteggere. L’intercettazione di tali esche da parte di topi e/o ratti che si avvicinano all’edificio dovrebbe avvenire prima che essi possano entrarvi attraverso qualche varco. In realtà accade nella maggior parte dei casi che l’azione cronica (cioè in qualche misura ritardata) dell’anticoagulante ammesso che ne sia stata assunta una dose letale, consente comunque ai soggetti intossicati di raggiungere l’edificio, di penetrarvi e di morire all’interno;

2) è poi stato inequivocabilmente dimostrato che una buona parte del materiale tossico, disposto in contenitori protettivi che subiscono una prolungata esposizione solare, risulta rapidamente degradato e reso inservibile dalle alte temperature che vengono a determinarsi all’interno dei contenitori medesimi;

3) un ulteriore inconveniente per le esche disposte nei locali periferici o all’esterno dei medesimi deriva dal fatto che in certe fasi stagionali esse subiscono un significativo consumo e un deciso abbattimento dell’appetibilità da parte di una congerie di animali invertebrati che ne sono attratti, non ne sono intossicati e finiscono per vedere favorire l’incremento delle loro popolazioni in prossimità degli edifici dai quali è opportuno che gli stessi siano esclusi.

CAMBIARE METODO

Nel caso delle industrie alimentari la ormai riconosciuta limitatezza del mezzo chimico (dipendente da una serie di fattori dei quali alcuni sono stati appena illustrati), mi fa ritenere che sia venuto il momento di sostenere con convinzione che gli imprenditori che desiderino effettivamente garantirsi la migliore protezione possibile debbono cambiare radicalmente atteggiamento di fronte al problema ed impegnarsi in un’opera radicale di “impermeabilizzazione” e di adeguamento delle strutture interne ed esterne dei propri locali di produzione.

E’ evidente che il perseguimento di questo obbiettivo non è cosa da poco e non può comunque accadere in tempi brevi. Tanto che si rende necessaria un’opera di persuasione pervicace, assidua e che parta da più fronti contemporaneamente.

Questo nuovo approccio, oltre che non facilmente comprensibile ed accettabile nell’immediato da tutti gli imprenditori, richiede investimenti iniziali sicuramente onerosi (anche se largamente ripaganti in tempi lunghi) e potrebbe risultare insostenibile per molti di essi.

È evidente che la soluzione ottimale, sulla linea di questo approccio, dovrebbe consistere nel poter disporre di nuovi edifici per i quali, già in fase di progettazione, siano state previste opere, materiali e accorgimenti tali da risultare in grado di impedire, a qualsiasi livello, la penetrazione di individui della dimensione di un topo domestico.

In realtà al momento siamo ben lungi da questa condizione, in quanto gli imprenditori già cercano di economizzare sui budget da destinare a limitate opere di risanamento che potrebbero ridurre il problema di infestazioni già in atto e l’idea di costruire ex novo edifici a prova di topo è ben distante da essere presa in seria considerazione.

Allo stato attuale, poi, non esistono per quanto io sappia, progettisti che dispongono delle essenziali nozioni di base che potrebbero realmente permettere loro di capire quali sono le soluzioni tecniche ed i materiali idonei per consentire una reale esclusione di questi animali.

Pertanto posso concludere con le seguenti affermazioni:
1) nel settore della difesa delle derrate alimentari la lotta ai roditori non potrà mai portare a risultati soddisfacenti e duraturi fintanto che l’uomo cercherà la soluzione solo nell’impiego di esche rodenticide (che è in sostanza quello che oggi si fa per larga parte). Troppi e spesso insuperabili sono i fattori di natura biologica, comportamentale e chimica che limitano o invalidano pesantemente il successo di questa tecnica;
2) una protezione adeguata delle nostre derrate si potrà avere soltanto con opere e provvedimenti tempestivamente e specificamente progettati, che al l’atto pratico garantiscono una efficace inaccessibilità dei roditori a contatto delle derrate medesime, costi quello che costi. Si parla in sostanza di quella parte sostanziale del capitolo prevenzione che auspica il perseguimento di una reale esclusione. Condizione, quest’ultima, che qualora fosse perseguita per edifici fin dalla loro fase di progettazione (e non come conseguenza di un riadattamento secondario) automaticamente renderebbe inutile il ricorso alle esche tossiche.

E’ ovvio che, queste impegnative considerazioni di fondo possono portare ad un nuovo modo di operare solo in tempi abbastanza lunghi. Tanto che al momento rimangono tutti i problemi di sempre cui quotidianamente è necessario in qualche modo far fronte responsabilmente con i mezzi di cui disponiamo. Accade in sostanza di trovarsi spesso di fronte ad una scarsa incisività dei mezzi correntemente adottati e ad un continuo tamponamento di situazioni critiche di problematica soluzione che, con un po’ più di impegno e determinazione potrebbero anche essere almeno in parte superate.

A tal proposito debbo poi rilevare che alla base di queste situazioni critiche spesso persiste ancora, da parte degli imprenditori, una buona dose di ignoranza e di disinteresse per il problema.

Infatti, accanto alla cronica inadeguatezza delle strutture degli edifici, esistono (dobbiamo dirlo senza riserve) motivi di ordine psicologico o di ordine più o meno speculativo, connessi con l’atteggiamento di molti imprenditori (in particolare dei panificatori), soprattutto piccoli e medi, che li porta a conservare, ancor oggi, una totale o comunque discreta ignoranza circa la reale portata di questo tipo di problema, oppure ad avere una eccessiva tolleranza o una scarsa attenzione nei con fronti del medesimo, con tendenza, finché possibile, a minimizzarlo, se non quando richiamati alla realtà da situazioni evidentemente sconvenienti o da regole ineludibili imposte da qualche normativa.

L’IGIENE

In non pochi casi a ciò si associa anche il mantenimento di una sostanziale scarsezza di igiene dei locali di lavorazione e di deposito delle materie prime e del prodotto finito, cosa che diversi imprenditori sono in realtà poco propensi a considerare e a modificare.

A tale proposito, sulla base di quanto mi è capitato di rilevare in questi ultimi tempi in diverse regioni italiane, come considerazione conclusiva mi viene da osservare che neppure l’ormai famoso decreto legislativo n° 155/97 sull’autocontrollo nelle aziende alimentari (sistema HACCP), che prevede l’individuazione e la gestione dei rischi chimici, fisici e biologici nell’ambito delle stesse, e che certamente può dare un contributo determinante anche ad un consistente ridimensionamento del problema specifico dei roditori abbia fino ad oggi inciso significativamente su questo atteggiamento.

Cosa che sembra dipendere dal fatto che le stesse visite di controllo degli ispettori delle ASL rimangono al momento dei fatti piuttosto aleatori e, nel caso, con valutazioni spesso non conformi tra provincia e provincia.

MAXFORCE WHITE IC IL NUOVO GEL PER IL CONTROLLO PROFESSIONALE DEGLI SCARAFAGGI

Dall’esperienza e dalla ricerca internazionale di Bayer CropScience per la lotta agli insetti nocivi, presentiamo un nuovo ed innovativo insetticida in gel per uso professionale per il controllo di tutte le specie di scarafaggi presenti negli ambienti confinati, ampiamente sperimentato e distribuito in molti Paesi del mondo.

La sua novità e la sua forza, è l’ IMIDACLOPRID®, una nuova molecola insetticida per il settore ambientale capace di agire anche dove i principi attivi tradizionali incontrano segnali di resistenza.

Questa sostanza attiva, sviluppata dai laboratori di ricerca Bayer CropScience , apre un nuovo capitolo nella lotta agli insetti infestanti associando elevata efficacia a basse dosi di impiego. Innovazione, facilità d’utilizzo, protezione duratura nel tempo, sicurezza, sono questi i principali punti di forza che fanno di MAXFORCE WHITE ic un prodotto insetticida destinato esclusivamente ai professionisti della disinfestazione.

Il suo impiego è semplice e veloce. Basta infatti applicare alcune piccole gocce di ca 5mm di diam del prodotto, 1/3 gocce per mq, nelle zone nascoste, nelle fessure, lungo i margini dei locali.

La formulazione agirà velocemente, attirando gli scarafaggi, i quali, dopo essersene cibati, verranno eliminati.

Il gel è stabile nel tempo e non secca, garantendo un effetto prolungato e una protezione contro gli scarafaggi per più di 90 giorni.

Per l’impiego NON servono preliminari particolari e durante l’uso è possibile rimanere nei locali. MAXFORCE WHITE ic è infatti inodore, di colore bianco, e non contamina l’aria.

Il prodotto è “Non Classificato” per gli aspetti tossicologici ai sensi delle direttive UE 78/631. Grazie alla sue caratteristiche di efficacia e sicurezza, MAXFORCE WHITE ic risulta essere particolarmente indicato per un’applicazione in aree delicate quali cucine, apparecchiature del settore alimentare, magazzini, ripostigli, mense, industrie alimentari, locali domestici, etc…

Mosche nella contaminazione alimenti

0ggi si può osservare come il problema della presenza di questi infestanti in molti Paesi è tuttora di attualità, a causa delle trasformazioni ambientali operate dall’uomo e della maggiore disponibilità di risorse trofiche, trovate presso aree agrarie, industriali e urbane, un tempo non esistenti. Con il termine di “mosche” si comprende un numero rilevante di specie appartenenti alla grande famiglia dei Ditteri, aventi interesse medico e sanitario, responsabili della diffusione di numerosi microrganismi patogeni e significative perdite economiche, unitamente a rischi igienicosanitari per le aree urbane adiacenti, in relazione alla dispersione degli adulti.

L’importanza medica è più rilevante di quanto si ritenga comunemente, perché è stato dimostrato che esse possono essere il serbatoio di batteri patogeni (in grado di provocare malattie) e servire da ospite intermedio di uova o vermi di parassiti dell’intestino, virus, protozoi e funghi.

Tutti questi agenti patogeni possono interessare la specie umana e altri animali vertebrati. Ovviamente, la possibilità che una determinata malattia batterica, virale o parassitaria possa effettivamente colpire in misura maggiore o minore animali o persone è legata a diverse altre variabili, il cosiddetto “peso epidemiologico”, rappresentato per esempio dalla carica infettante o infestante, dalla gravità dell’infezione o dell’infestazione, dalle condizioni fisiche personali dei soggetti a rischio e così via.

La Mosca domestica (Musca domestica) è la rappresentante cosmopolita più tipica e diffusa tra le molte entità che frequentano le industrie alimentari, i ristoranti, i supermercati, le abitazioni, da sempre considerata una vera e propria calamità. Si tratta di una specie ubiquitaria, la sua area di origine è sconosciuta, ma si ritiene possa essere l’Africa, dove si sviluppa tuttora negli escrementi di mammiferi. Le dimensioni ridotte ed il numero elevato di individui le conferiscono un ruolo di rilievo nella contaminazione crociata dei prodotti alimentari.

Come tutti gli insetti superiori (oleometaboli), compie il proprio ciclo vitale attraverso quattro diversi stadi di sviluppo in cui l’insetto si presenta con aspetti nettamente distinti tra loro (Fig. 1). La mosca adulta è sempre alla ricerca di cibo, ha un apparato boccale lambente-succhiante e un regime alimentare essenzialmente glicifago. Le larve, al contrario, hanno un apparato boccale masticatore-lacerante, costituito da grandi uncini, che consentono loro lo spostamento sul substrato alimentare. Esse si rinvengono negli organismi vegetali o animali, nella terra, nell’acqua e in sostanze putrescenti.

Le mosche sono molto mobili, non possiedono particolari preferenze di habitat, frequentano i posti più sudici in assoluto quali fogne, depositi di rifiuti, escrementi, materiali putridi o alterati: è quindi evidente che ospitano sia all’interno sia sulla superficie del corpo una miriade di microrganismi che sono successivamente disseminati su superfici, piani di lavoro, impianti o direttamente su materie prime e prodotti finiti.

L’alimentazione avviene a spese di qualunque composto organico, liquido o semi-liquido, che l’adulto riesce a raggiungere, dal liquame a ogni sostanza vegetale o animale, fresca o in decomposizione, attratto dall’ammoniaca emanata dal letame e dalle sostanze in fermentazione.

L’elevata capacità riproduttiva, a fronte della straordinaria quantità di cibo e le alte temperature, consente alle mosche di moltiplicarsi, in particolare nei mesi più caldi le generazioni si possono accavallare e verificare infestazioni gravissime, di difficile contenimento. Ogni femmina può deporre vari gruppi di 100-150 uova per un totale che supera i 900-1000 elementi. L’incubazione secondo la temperatura, si conclude in 8-48 ore. Il ciclo vitale si compie in un arco di tempo che varia in funzione delle condizioni atmosferiche e stagionali, a 16°C sono necessari 45-51 giorni; a 25° C 14-16 giorni; a 35°C 8-10 giorni perché passi da uovo, larva, pupa ad adulto.

In linea teorica, è stato calcolato che in condizioni favorevoli, una sola coppia di mosche, può generare, da maggio a settembre, quattromila trilioni di individui. Per fortuna si tratta solo di teoria che non tiene in considerazione la mortalità di gran parte degli individui nei diversi momenti del ciclo biologico! Forse la caratteristica comportamentale di alcuni ditteri più disgustosa e potenzialmente pericolosa per la salute umana e animale è rappresentata dalla frequente abitudine di rigurgitare parte degli alimenti parzialmente digeriti. Essendo incapaci di nutrirsi di sostanze allo stato solido, attraverso la cosiddetta proboscide rigurgitano una certa quantità di saliva per portare in soluzione le sostanze di cui si ciberanno; tale fenomeno è conosciuto come “vomito”. E’ opportuno fornire queste brevi notizie perché il modo di assunzione del cibo ed i ripetuti rigurgiti giocano un ruolo importantissimo nella diffusione di molti microrganismi ingeriti in precedenza da sostanze infette.

La ricerca scientifica ha mostrato che dalle mosche domestiche sono stati isolati oltre 100 agenti di disparate malattie dell’uomo e degli animali domestici. Alcuni esempi di germi patogeni ospitati dalle mosche sono: Aeromonas spp., Campylobacter spp., Clostridiurn botulinum, Escherichia coli, Salmonella spp., Shigella spp., Staphylococcus spp., Vibrio spp., agenti del tracoma, enterobatteri, streptococchi, batteri della congiuntivite, dell’antrace, della tubercolosi, etc.

Questi organismi, ingeriti dalla mosca che li elimina con le proprie deiezioni, rimangono intatti, ancora vitali e virulenti, mentre altri aderiscono alle setole del suo corpo. Un solo esemplare può essere in grado di trasportare sino a 26 milioni di batteri, sulle zampe o tramite l’apparato boccale, trasmettendoli con il contatto diretto o per rigurgito di saliva contaminata o con le proprie feci (può depositare, in media, da 25 a 50 deiezioni in un solo giorno).

Non meno importanti, nella contaminazione alimentare, sono i mosconi grigi (della famiglia Sarcophagidae), i mosconi blu (del genere Calliphora spp.) e i mosconi verdi (del genere Lucilia spp.).

Nell’industria alimentare le mosche si introducono attratte dalle sostanze zuccherine o da liquidi percolanti. Esse risultano particolarmente nocive nelle industrie dolciarie, nelle lavorazioni dei succhi di frutta, nei concentrati di pomodoro, a volte alla testata di impianti per la produzione di pasta in particolare se è “all’uovo”, nonché laddove sono lavorati latte e carni. Negli allevamenti zootecnici (bovini, suini, ovini, equini, avicoli) e nei centri di compostaggio dei rifiuti solidi urbani la presenza di elevate popolazioni di mosca domestica e di altre specie di ditteri molesti (Fannia cannicularis ed altri) comporta notevole disagio agli animali allevati e agli operatori occupati in queste strutture. Inoltre il “nervosismo”, provocato dalle mosche, si ripercuote negativamente sul rendimento delle produzioni zootecniche (alcune stime riportano un calo generale di resa produttiva che può raggiungere il 10%).

POSSIBILITA’ DI CONTENIMENTO DELLE INFESTAZIONI

Le esplosioni muscidiche sono spesso difficilmente controllabili se non è attuato per tempo un programma di lotta efficace. Ai fini dell’attivazione di un piano operativo, un elemento fondamentale è costituito dall’effettuazione di uno studio entomologico ed ecologico. Una sufficiente conoscenza del ciclo biologico delle mosche è condizione indispensabile per eseguire gli interventi nei tempi e con le metodologie appropriate, integrando tali azioni con attività di pulizia.

Il primo istinto è di ricorrere immediatamente ad una bella spruzzata di insetticida (non è quello che si fa, spesso a sproposito anche in ambito domestico?), che però non porta a risultati definitivi se non seguito da opportune azioni per contrastare lo sviluppo larvale. Inoltre, uno dei principali problemi nell’uso generalizzato ed intenso di antiparassitari è il rischio che si determini l’insorgere di fenomeni di resistenza nonché fenomeni di tossicità (acuta o cronica) nei confronti dell’uomo stesso ponendo problemi sanitari non irrilevanti.

Allo stato attuale è necessario disporre ed attuare strategie di lotta integrata. Si tratta, quindi, di realizzare la conoscenza del problema ed effettuare l’educazione delle persone che, in casa o nell’ambiente di lavoro, lamentano la presenza di questi infestanti e cercare di ragionare il più possibile sulle strategie da attuare nella lotta al dittero.

Aspetto fondamentale di una strategia di lotta integrata alle mosche è di applicare principalmente tecniche di prevenzione ed esclusione limitando quindi, l’impiego degli insetticidi solo ai casi strettamente necessari. A questo punto le operazioni possibili prevedono le applicazioni di reti a porte e finestre, l’installazione di doppie porte per il transito di persone o di automezzi; l’utilizzo di reti di protezione coprenti il substrato fermentante opportunamente trattate con principi attivi ad attività residua ed azione adulticida; gli interventi larvicidi; i trattamenti adulticidi abbattenti con fosforganici di bassa tossicità e piretroidi sintetici distribuiti con irrorazioni localizzate sulle superfici più frequentate dalle mosche; l’impiego di lampade attratticide; l’intrappolamento mediante esche alimentari avvelenate.

Nell’ambito dei moderni metodi di intervento si prospetta come un interessante procedimento innovativo l’utilizzo di regolatori di crescita per rendere inospitale il letame o la pollina. La “lotta biologica”, che prevede l’utilizzo di insetti utili (predatori e parassitoidi delle mosche moleste del genere Muscidifurax), è una tecnica ormai ampliamente sperimentata e diffusa in Nord Europa e, in questi ultimi anni, sta prendendo piede anche nel nostro Paese. Si tratta di piccole vespe in grado di deporre le proprie uova all’interno delle pupe di mosca domestica, Fannia cannicularis e altri ditteri molesti, che si trovano nei substrati solidi (letame, cumuli di compostaggio, etc.).

Dalle pupe di mosca “parassitizzate”, fuoriusciranno, anziché adulti di mosca, altre vespette parassitoidi. L’uso di questi microimenotteri richiede ancora grande cautela negli interventi. È probabile che gli insetticidi continueranno a svolgere in ogni caso un ruolo importante nella gestione delle infestazioni, al fine di assicurare un’adeguata sicurezza pubblica contro i vettori di malattie, anche in sintonia con le attese del consumatore sulla qualità dei prodotti alimentari. Ciò si verifica soprattutto negli ambienti domestici e urbani, in cui le soglie di tolleranza risultano molto basse, o nelle aziende alimentari e zootecniche, dove vengono effettuati controlli rigorosi. D’altronde, sia negli ambienti agricoli sia non agricoli, è sempre più richiesta l’attuazione di programmi sostenibili per un controllo integrato degli infestanti, che vadano incontro alla richiesta/necessità di un impiego minimo di prodotti chimici biocidi.

Per cercare di tenere lontane le mosche è buona norma ricordarsi di mantenere il massimo dell’igiene, con la consapevolezza che si può essere in grado di farle diminuire di numero (non di eliminarle!) utilizzando criteri gestionali corretti. Varie situazioni lasciano confidare che nel prossimo futuro considerevoli progressi saranno compiuti per garantire la salubrità degli alimenti. Si va altresì rafforzando la convinzione che la sicurezza della sanità alimentare si consegue se tutti coloro che operano nel processo produttivo prestano osservanza rigorosa alle norme sanitarie.

Ospiti poco conosciuti

Viaggiare allarga gli orizzonti, accorcia le distanze, permette nuove conoscenze, usi e costumi travalicano le barriere fisiche eccetera eccetera. A questo corredo di ampliamento culturale fa però contraltare anche una maggiore diffusione di eventi sgradevoli, patologie che una volta rimanevano confinate nei loro territori – in cui la natura aveva già messo in atto misure difensive adeguate – ora vanno a trovare fertile terreno anche in altri ambienti, che devono così imparare a difendersi, ed è un processo non sempre facile e indolore.

Questa facilità di scambi awiene anche per gli insetti fitofagi e il danno arrecato alle piante può essere, secondo i casi, più o meno significativo, tuttavia sempre si impone una conoscenza approfondita sia della biologia degli insetti, sia dei metodi da approntare per una difesa adeguata e tempestiva.

AMPIA VARIETA’

L’Hyphantria cunea negli anni dal 1994 al 1996 creò qualche problema (In Italia vi furono numerosi studi e in particolare vi fu l’impegno dell’Istituto fitosanitario obbligatorio di Reggio Emilia). Arrivò con le casse di legno di platano, contenenti armi, destinate alle basi americane: da li poi si diffuse, creando problemi poiché attaccava soprattutto il verde pubblico, alberature stradali e nei parchi.

Gli interventi presentavano difficoltà, per esempio quando si dovevano trattare alberi molto alti (come i platani) posti in vicinanza delle abitazioni, perché gli atomizzatori utilizzavano getti molto imponenti, e quindi era necessario utilizzare un prodotto che presentasse il minore numero di inconvenienti. Fu scelta per questo una varietà di B. Thuringiensis che però qualche inconveniente l’aveva: funzionava su larve piccole – e I’Hyphantria si pose a deporre uova in forma scalare -, perdeva molta della sua efficacia in caso di pioggia; era efficace solo per ingestione, perciò le foglie dovevano essere tutte uniformemente irrorate dal prodotto; aveva tempi operativi molto lunghi. Inoltre, il bacillo era sensibile ai raggi UV: per cui la lotta doveva svolgersi soltanto in orari precisi (dalle 3 di mattina fino alle 7 e 30 e poi dalle 21 alle 24).

Le larve di seconda generazione a fine agosto avevano mangiato e sufficienza e andavano a incrisalidarsi invadendo le proprietà private: ci si trovava così di fronte a larve grandi 2 cm, pelosissime (e immaginarsi la poca attrattiva che avevano!) che non si riusciva a combattere. Qualcosa di tardivo si poteva fare solo con i piretroidi, fatti per uccidere all’istante. E non era proprio la soluzione ideale. Poi, per fortuna, come era già accaduto in Giappone, si è sviluppato un controllo biologico, e I’Hyphantria ha iniziato ad ammalarsi, preda di parassiti e di uccelli che quando hanno capito che i peli non erano urticanti, se ne cibavano.

Già negli anni ’99-2000 era diminuita, ora ogni tanto ritorna, però non si presenta in forma tale da creare problemi massicci (a questo proposito citiamo in Italia gli studi del dottor Montermini). In questo caso, si sono utilizzate le trappole a feromoni per il monitoraggio, e quindi era possibile già approntare trattamenti.

Diverso è invece il caso della Metcalfa pruinosa, studiata approfonditamente perché presente in alcune zone in maniera massiccia, e in grado di arrecare danni – questa volta – all’agricoltura. Giovani e adulti si fissano sul retro delle foglie: succhiano linfa e come escrementi emettono acqua e zucchero, che cadono sulla superficie delle foglie sottostanti o della frutta che sta crescendo e su questa “vernice” si sviluppano dei funghi, le fumaggini, che rendono la frutta o incommerciabilizzabile o deprezzata, con conseguente danno economico.

Alla ricerca di parassiti specifici, negli USA fu trovato un imenottero, una microvespa, tuttavia gli interventi per combattere la Metcal fa pruinosa risultano difficili.

UN PARASSITA DELLE PALME

Parlando di insetti non autoctoni, Federico Guanzini, di Copyr, segnala un insetto che nelle nostre aree presenta interesse. Si tratta di un parassita delle palme: il Punteruolo rosso delle palme, Rhynchophorus ferrugineus importato insieme alle palme ornamentali, piante oggi molto diffuse, soprattutto al Sud (ma non solo), e che è in grado di causare danni imponenti.

Le larve, grosse come un pugno, si insinuano all’interno delle foglie, dentro il tronco, che è cavo e pieno di acqua e fibre, e quindi iniziano a cibarsi, a scapito della pianta, che viene letteralmente distrutta. La difficoltà nella lotta a questi insetti è la difficoltà di aggredirli efficacemente quando si trovano all’interno del tronco.

Due regioni – la Sicilia e la Campania – hanno decretato lo stop alle importazioni ma il problema rimane ed è imponente, e se si risolve attualmente con l’abbattimento della pianta, si cerca tuttavia un modo più completo di risolvere il problema, visto che esistono attrattivi a base di feromone specifico, utilizzati per il monitoraggio, e quindi si cerca di intervenire prima che gli insetti entrino nel tronco della palma. Non esistono prodotti specifici e autorizzati per la lotta al Rhynchophorus ferrugineus, però, in caso di infestazione, si può fare ricorso a procedure eccezionali che consentono – anche in tempi molto rapidi – di ottenere le debite autorizzazioni per utilizzare prodotti non specifici ma adatti.

Non solamente la Campania e la Sicilia hanno manifestato preoccupazioni, timori giungono anche dalla Liguria (a Sanremo c’è addirittura un centro studi e ricerche per le palme) e dal Parco di Monza, dove opera un centro frtosanitario molto efficiente.

IL NUOVO LEPIDOTTERO DEI GERANI

Problemi per balconi e terrazzi, se abbelliti da fioriture di gerani: la causa è il Cacyreus marshalli, lepidottero proveniente dall’Africa, in rapida diffusione in Italia, in grado di causare notevoli danni a queste piante. La sua rapida diffusione nel nostro Paese è dovuta alle condizioni ambientali favorevoli e alla totale assenza di antagonisti naturali, per cui l’insetto adulto svolge attività diurna in luoghi caldi e assolati, come balconi, terrazzi e davanzali senza allontanarsi troppo dalle piante nutrici. Depone uova singole da cui fuoriescono piccole larve bianche che penetrano i fusti dall’apice e vi scavano gallerie discendenti: le larve mature, di colore verde con bande dorso-laterali lilla, escono dai getti e si nutrono di foglie, fiori e apici vegetativi, creando danni simili a quelli di altri fitofagi.

Cacyreus marshalli compie in Italia 5-6 generazioni all’anno, generalmente sovrapposte, che alla fine della stagione lasciano le piante parzialmente rinsecchite, defogliate, spesso senza fiori e con i caratteristici fori d’uscita tondeggianti a livello degli internodi.