VIRUS

I virus sono organismi microscopici, presenti in tutti gli ambienti ove siano presenti esseri viventi o vegetali; i virus vivono sia all’interno di organismi viventi sia su di essi ed hanno una grande capacità di adattamento ambientale. Presentano una struttura biologica semplice, sono formati da un capside ( rivestimento proteico che protegge l’acido ribonucleico) e da un filamento di acido ribonucleico o RNA, hanno una forma simile a un poliedro o un piccolo bastoncino, la loro dimensione va dai 200 ai 2.000 nanometri.

La loro scoperta risale al 1899, attualmente se ne conoscono più di 5.000 diverse tipologie, dalle innumerevoli differenze e caratteristiche, tali da creare notevoli difficoltà di classificazione.

I virus, essendo organismi incapaci di riprodursi in modo autonomo per mancanza di acido nucleico, devono introdursi nelle cellule di altri organismi viventi, in questo modo, ne compromettono le funzioni dando alle cellule dell’ospite, informazioni che inducono a duplicare il virus, tanto che, dopo poco tempo, la pianta inizia a produrre particelle virali alterando la crescita della stessa, se non addirittura facendola morire; la radice del nome virus “vis” deriva dal latino e significa veleno.

Trasmissione dei virus: anche nel caso dei virus, la trasmissione e propagazione avviene per mezzo di:

  • semi infetti
  • terreno infetto da nematodi e funghi
  • per contatto di strumenti di coltura
  • insetti
  • pollini.

Sintomatologia:le virosi non hanno una sintomatologia costante e distinta, virus diversi producono effetti simili oppure, lo stesso virus si manifesta dando sintomatologie diverse  a volte trattasi di infezioni latenti che non producono sintomi visibili sulla pianta ospite. Per i virus, le condizioni climatiche sono determinanti quindi temperatura, umidità, esposizione alla luce, la stessa composizione del terreno, la specie vegetale, periodo di infezione.

Altro aspetto importante è la somiglianza dei sintomi provocati dai virus con quelli provocati da funghi, micoplasmi, batteri ecc. ma l’identificazione esatta del ceppo del patogeno e indispensabile e grazie a moderne tecniche molecolari, microscopio elettronico questo è reso possibile.

In Italia la virosi del tabacco più evidenziate sono:

virosi complessa: sono virosi causate da più virus ed è la pianta del tabacco ad esserne colpita maggiormente: i sintomi di questo tipo di virosi provoca maggiori danni alle colture, i sintomi sono più gravi e più articolati: necrosi del fusto, sulle foglie mosaico con schiarimenti delle nervature, malformazioni e collosità. La virosi complessa provoca il rallentamento della crescita della pianta o addirittura lo blocca.

mosaico del tabacco > TMV ( piante di patate e di pomodoro sono attaccabili dal TMV)

  • maculatura clorotica che può cambiare con chiazze di verde intenso
  • bollosità
  • malformazioni del lembo

mosaico del cetriolo > CMV( piante ornamentali, cucurbitacee, pomodori e peperoni)

  • aree di colore verde pallido tendenti ad estendersi su tutta la foglia
  • fusione delle nervature fogliari
  • distorsione del lembo e delle foglie

Virus Y >PVY ( colpisce in modo particolare le piante di tabacco causando notevoli danni)

  • bardatura nervale
  • schiarimento delle nervature
  • incurvamento delle foglie
  • difficoltà di crescita della pianta stessa

PVYn  consiste in una variante necrotica del virus Y ma più pericolosa, i sintomi: bandatura nervale, schiarimento delle nervature, lieve mosaico, graduale decolorazione estesa tra le nervature, sviluppo rallentato, e foglie ripiegate verso il basso.

Maculatura anulare > TRSV ( Tabacco Ring-Spot Virus): i sintomi compaiono esclusivamente sulle foglie con minuscoli anelli di colore giallastro e graduali formazioni di altri cerchi concentrici all’interno. Progressivamente i sintomi diminuiscono anche se il virus rimane attivo e le nuove foglie nascono e crescono sane.

Necrosi> TNV oltre alle piante di tabacco colpisce piante di zucca, mais, orzo. I sintomi: in genere colpisce le piccole piantine; la necrosi attacca la base del fusto raggiungendo poi le foglie colpendo prima la nervatura mediana e poi quelle laterali e provocando la morte della piantina.

I sintomi sulle piante adulte sono: necrosi del fusto, sulle foglie aree necrotiche circolari, bollosità, nervature infossate.

Necrosi striata> TRV ( Tabacco Ratte Virus) sintomi: macchie sulle foglie giallastre che allargandosi, diventano necrotiche. Queste foglie si rompono se toccate, si arricciano e increspano. Anche sullo stelo si possono formare delle necrosi così come sulle nervature fogliari e sui piccioli.

Le dimensioni della pianta sono inferiori alla norma.

Mosaico dell’erba medica> AMV ( Alfalfa Mosaic Virus) sintomi: sulle foglie si formano necrosi allungate o a forma di anello, su foglie nuove, le nervature si schiariscono e i germogli sono piegati e presentano un mosaico giallastro. Questo virus si diffonde prevalentemente sull’erba medica, ma può colpire altri tipi di colture: piselli peperoni patata, sedano e trifoglio.

STRUMENTI DI LOTTA ALLA VIROSI

Il pericolo delle virosi è data dalla capacità dei virus, di mantenersi attivi in tutti gli ambienti: nel terreno, nei semi, nelle piante e anche in alcuni animali. Non sono ancora disponibili metodi antivirali curativi, pertanto, lo scopo degli strumenti di lotta è perlopiù di controllo e contenimento.

Spesso i danni maggiori che le virosi possono provocare dipendono dal ceppo di provenienza del virus, dal tipo di pianta e dal periodo di infestazione del virus.

Procedure colturali:

  • Effettuare la semina su terreni sterilizzati e che non siano stati precedentemente coltivate a solanacee e tabacco.
  • Prima di seminare disinfettare o estirpare dal terreno interno e circostante i semenzai con fungicidi o piretrine prima di seminare.
  • Controllo scrupoloso dei semenzai per eliminare eventuali piante ammalate.
  • Disinfezione degli attrezzi da lavoro con alcool a 90°.
  • Disinfezione delle mani con acqua saponata, o soluzione di fosfato di sodio al 10%, (immergere le mani nel latte prima di togliere le piantine dal semenzaio risulta essere un ottimo sistema per rendere i virus del mosaico del tabacco, inattivi e ridurne la diffusione).
  • È vietato fumare mentre si effettuano operazioni colturali in campo e in semenzaio per l’alto rischio di diffusione di virus tipo TMV.
  • Distruzione a mezzo fuoco dei residui di colture precedenti.
  • Evitare di interrare i residui di colture precedenti.
  • Fare delle rotazioni usando piante che non siano possibili piante ospiti di virus patogeni, soprattutto nei terreni dove si sono verificate delle forti infestazioni attendere almeno tre anni effettuando rotazioni con piante di frumento, leguminose, erbaio, prima di riutilizzare il terreno per piante di tabacco
  • Evitare di piantare in prossimità di piantagioni di tabacco, piante ospiti come patata, pomodoro, peperone, zucchino, melanzana ecc.

La prevenzione riguarda anche la lotta contro i vettori dei virus: nematodi, funghi, insetti, pollini e semi, questi ultimi sono i maggiori diffusori di virus. Per combattere i vettori è importante conoscere come si muovono e quali sono i fattori che contribuiscono alla loro diffusione:

  1. nematodi: sono presenti nel suolo, hanno un raggio di movimento ridotto e il tipo di terreno e l’acqua sono gli elementi che hanno un’influenza sulla loro attività.
  2. insetti e pollini e semi possono percorrere distanze più ampie fino a 10 km grazie all’aria e temperatura. Un metodo di lotta contro gli insetti, consiste nella copertura delle piante con pellicole isolanti.
  3. funghi anche questi presenti nel terreno sono aiutati dal PH del terreno e dall’acqua.

La validità dei sistemi di lotta e prevenzione dipende anche, da una valutazione corretta del coltivatore riguardanti fattori di carattere economico ed ecologico, ossia il rapporto fra costo dell’applicazione di un prodotto chimico in grado di contrastare i vettori dei virus, e il costo di varietà già geneticamente resistenti. Questi due fattori se uniti insieme possono prevenire efficacemente le infestazioni epidemiche dei virus.

A guardia della pulizia

Il titolo giusto per Ecolab è proprio “I guardiani della pulizia”, dato l’impegno costante e professionalmente elevato di questa multinazionale americana leader mondiale per la fornitura di soluzioni, sistemi, servizi e prodotti per l’igiene e il cleaning in campo professionale. Informazioni statistiche dicono che nel 2004 ha raggiunto 4,2 miliardi di dollari di fatturato (3,2 miliardi di euro), una garanzia di competenza e affidabilità.

Con il servizio come suo fiore all’occhiello, non si limita alla produzione di detergenti adatti ad tipo di esigenza delle imprese che operano nel settore dell’ospitalità e dell’alimentazione, ma si avvale di  tecnici e consulenti estremamente preparati, il cui solo compito è  di analizzare attraverso studi seri le esigenze di ogni cliente, al fine di fornire soluzioni globali, comprendenti anche l’addestramento la formazione e la qualificazione del personale, come anche l’assistenza periodica.

SERVIZIO E QUALITA’

Il servizio e la consulenza  al cliente sono la base dell’attività di  Ecolab, come anche i prodotti e i programmi. Una rete capillare di tecnici e partner professionali, è al servizio quotidiano del cliente con l’obiettivo di migliorare e mantenere i più elevati standard d’igiene con conseguenti risparmi di tempo, lavoro e costi.

La multinazionale in questione, si può definire quindi una  rete di specialisti altamente qualificati, sempre a disposizione per consulenza, supporto e formazione riguardanti i prodotti, le loro caratteristiche e le corrette modalità di uso; senza dimenticare né trascurare un costante impegno nella ricerca della qualità, cosa che crea un legame forte con i suoi clienti.

I suoi prodotti e i suoi servizi con standard elevati,  sono infatti all’altezza di soddisfare non solo le necessità dei clienti, ma pensati con lo scopo di rispondere esaurientemente alle esigenze della loro stessa committenza.

La certificazione ISO 9001 è garanzia di elevati livelli qualitativi di tutti i settori aziendali di Ecolab: ricerca e sviluppo, produzione e servizio.

ECOLOGIA E SICUREZZA

Il rispetto dell’ambiente e l’innovazione in fatto di sicurezza, è un fattore prioritaria che coinvolge molti aspetti, dalla scelta accurata delle materie prime allo sviluppo tecnico di confezioni e imballaggi  ecocompatibili. Ecolab esercita un accurato controllo affinché durante tutte le fasi di produzione vengano rispettati gli standard ISO 14001 per la salvaguardia dell’ambiente. L’uso di  formulati esclusivi da lei ideati e sviluppati a seguito di anni di ricerca e test sul campo, hanno permesso di realizzare, ad esempio,  prodotti solidi o liquidi ad altra concentrazione con elevatissime performance .

Le confezioni ideate con materiali facilmente riciclabili sono garanzia di riduzione riguardo il trasporto, prevengono inutili sprechi ed eliminano i problemi di smaltimento rifiuti.

Il programma di sviluppo scientifico perseguito da Ecolab rivolto ad un’ampia varietà di prodotti si concentra sugli aspetti chimici con l’obiettivo di raggiungere sempre il massimo risultato) sia su quelli normativi in modo che ci sia un continuo aggiornamento adeguato alle leggi vigenti, riguardanti il rispetto dell’ambiente e della sicurezza nei luoghi di lavoro.

SISTEMA HEALTHGUARD

Il sistema ospedaliero è senza dubbio il luogo migliore dove testare, con riscontri efficaci, tutte le ricerche e le professionalità acquisite grazie alla ricerca, indirizzata ad ottenere i migliori risultati possibili per la salute.

Che la pulizia abbia un ruolo fondamentale nell’ambiente ospedaliero, è una conclusione alla quale si giunge e per logica, ma anche grazie a statistiche allarmanti. In Italia su 9 milioni e mezzo di ricoverati ogni anno, circa 500 mila di essi si contraggono un qualche tipo di infezione proprio in ospedale.

Tutto ciò rende necessario un approccio serio, sistematico e ben strutturato a  garanzia di adeguati livelli di igiene in questo tipo di luoghi. E’ evidente quindi che, pulire e igienizzare le superfici in ambito ospedaliero è tra le misure più efficaci per prevenire tali tipi di infezioni contratte a seguito di ricovero.

Il Sistema Healthguard di Ecolab (Sistema Integrato Ecolab di pulizia e disinfezione per il settore ospedaliero) a cui fanno riferimento anche molte riviste specializzate nel settore, è stato  studiato e sviluppato per fornire uno strumento  efficace al perseguimento di tale obiettivo e riguarda un insieme di elementi, finalizzati ad offrire una risposta efficace e adattabile a tutte le esigenze e problematiche di pulizia in strutture sanitarie.

Healthguard, questo sistema integrato di pulizia e disinfezione, è senza dubbio  una soluzione innovativa non principalmente per i contenuti dei singoli elementi ma per la loro combinazione che riesce in modo innovativo ad ottimizzare risorse e processi.

UN SISTEMA INNOVATIVO ED EFFICACE

Si chiama  Metodo Pre-wash, ed unisce  materiali e procedure operative rappresentano i componenti del sistema di “nuova concezione”. Per mezzo di un semplice ed immediato processo di implementazione e verifica rende Healthguard un “sistema innovativo”.

Le procedure del Sistema Integrato Healthguard sono state studiate per effettuare in modo ottimale le operazioni di detergere e disinfettare i pavimenti e le superfici delle strutture sanitarie. Il sistema si basa sulla codifica di procedure dettagliate per tipologia e aree di intervento,  le quali permettono  un modo di operare semplice ed immediato. I risultati immediati sono, grazie a questa codifica delle operazioni,  l’addestramento del personale e la riduzione dei tempi di lavoro con i relativi risparmi di costi.

Il metodo Pre-wash che consiste nella preimpregnazione dei panni per la detersione e disinfezione, rappresenta una metodologia particolarmente indicata in ambienti ospedalieri dove la disinfezione delle superfici è svolta in presenza dei pazienti e contemporaneamente alle attività sanitarie quotidiane.

L’”igiene sicura” è il risultato di Flessibilità, modularità, razionalizzazione, ergonomia, praticità, semplicità d’uso, risparmio, personalizzazione, sicurezza e qualità dei materiali, caratteristiche peculiari del metodo in questione

Il Mobilette Healthguard integrato al metodo, garantisce  vantaggi importanti dal punto di vista organizzativo riguardanti tutele fasi del processo (quella precedente l’inizio del lavoro, quella di preparazione, quella operativa, la fase di effettiva sanificazione, e quella conclusiva di ricondizionamento).

Ecolab fornisce con il Sistema Healthguard una soluzione pronta all’uso: procedure, prodotti, attrezzature, programmi di noleggio di macchine lava-biancheria, lavasciuga, addestramento e formazione. Assolutamente niente è frutto di improvvisazione!

LA CARATTERISTICA COSTANTE: RICERCA

La pulizia delle superfici è oggi considerata un fattore ad altissime rilevanza  nel controllo e nella prevenzione delle infezioni in ospedale.

Con questo obiettiva in mente  Ecolab non si limita, ne si accontenta di aver sviluppato il Sistema Healthguard di sanificazione ospedaliera, ma fa della ricerca scientifica ad alto livello un punto fermo delle sue attività, ricerca volta a valutare l’efficacia del sistema in questione, nonché le migliori metodologie di pulizia come garanzia di igiene ed economicità di risultato.

La sperimentazione che è stata condotta dall’Università degli Studi di Ferrara – Cattedra di Citologia ed Istologia – ha interessato il reparto di Chirurgia Generale e d’Urgenza del Policlinico S. Orsola Malpigli di Bologna. La ricerca si è concentrata sulla decontaminazione dei pavimenti, paragonando i risultati derivanti da due differenti metodologie di sanificazione: quella tradizionale e quella adottata da Ecolab riguardo l’abbattimento della carica microbica.

I risultati ottenuti dal test (avvenuto durante il regolare svolgimento delle attività sanitarie al fine di riprodurre condizioni esattamente rispondenti alla realtà), hanno dimostrato la straordinaria superiorità dei metodi legati al Sistema Healthguard, per ottenere un’efficace sanificazione dei pavimenti.

Ecolab ha corredato inoltre il programma con un dettagliato manuale di procedure operative che si è dimostrato un utilissimo strumento, a disposizione sia delle direzioni sanitarie che sono così in grado di  definire  protocolli interni di pulizia e sanificazione) sia per gli uffici tecnici delle imprese che operano in questo delicato settore e che regolarmente  si trovano a preparare capitolati d’offerta.

note sui diritti e citazioni

AMIANTO, UN PERICOLO DA CONOSCERE

L’amianto, chiamato anche asbesto, è un minerale a struttura fibrosa del gruppo dei silicati. Etimologicamente deriva dalla terminologia greca e latina che significa «immacolato, incorruttibile, inestinguibile, pietra che non si consuma». Le sue caratteristiche chimico-fisiche possono subire alterazioni in seguito ad esposizione alle alte temperature e/o agli attacchi di acidi.

In natura si possono trovare due classi di amianto che a loro volta si suddividono in sei tipologie di minerale – identificate nei Serpentini (Crisotilo – utilizzato nelle fibre tessili) e negli Anfiboli (Actinolite, Tremolite, Amosite, Crocidolite, Antofillite – maggiore resistenza agli acidi rispetto agli asbesti di serpentino, maggiore durezza e bassa igroscopicità).

Le caratteristiche intrinseche del minerale sono la resistenza al fuoco, all’invecchiamento, alla trazione, alla flessione; possiede altresì capacità fonoassorbenti e termoisolanti.
La sua resistenza alla trazione può essere paragonata a quella dell’acciaio mentre rispetto al calore modifica la sua struttura fibrosa quando supera i circa 600 °C (Crisotilo), i circa 1000 °C (Crocidolite) o oltre (Amosite), perdendo però resistenza alla trazione.

Alla definizione delle caratteristiche concorre anche la sua particolare fibrosità che si può visivamente rappresentare allineando ipoteticamente fianco a fianco in un centimetro: 250 capelli, 500 fibre di lana, 1300 fibre di nylon, 30.000 fibre d’amianto che, scomposte, salgono a 335.000 fibrille di amianto.
Le fibre dell’amianto sono infatti estremamente fini e tendono progressivamente a suddividersi longitudinalmente in parti sempre più sottili denominate fibrille o placchette (in relazione alla tipologia del minerale di amianto), sino a giungere ad una dimensione non più percepibile sensorialmente.
L’amianto di Serpentino si compone di microscopiche fibrille (diametro da 0,02 a 0,04 micron) mentre l’amianto di Anfibolo ha una struttura a placchette (dimensione da 0,1 a 0,2 micron); entrambe hanno rilevante lunghezza (tra i 50 e gli 80 micron) rispetto alla sezione.

Le ripetute sollecitazioni meccaniche e gli agenti atmosferici agevolano lo sfaldamento della matrice d’amianto che determina il rilascio nell’ambiente di fibre e fibrille. I minerali di asbesto di maggiore impiego e di più ampia conoscenza sono il Crisotilo (silicato idrato di magnesio – denominato anche amianto bianco), la Crocidolite (silicato idrato di sodio e ferro – denominato anche amianto blu) e l’Amosite (silicato idrato di magnesio e ferro – denominato anche amianto bruno).

Il basso costo di produzione e di commercializzazione unitamente alle caratteristiche sopra esposte, ne ha permesso e consentito l’utilizzo nella produzione di ben oltre 3000 prodotti appartenenti a settori merceologici molto differenziati. Oltre l’80% dell’amianto prodotto è stato comunque utilizzato direttamente o indirettamente in edilizia ed in termini assoluti le quantità sono principalmente concentrate su manufatti di cemento amianto (in particolare coperture, tubazioni, serbatoi.

L’amianto compatto da nuovo e sino a quando mantiene le caratteristiche di prodotto integro, non rilascia fibre se non è lavorato con utensili meccanici. L’amianto friabile può invece rilasciare fibre in quantità elevata, anche solo per un effetto di danneggiamento provocato con la semplice pressione manuale.

LE LEGGI

La legge 257 del 27 Marzo 1992 riguardante le «Norme relative alla cessazione dell’amianto» vieta l’estrazione, la produzione e la commercializzazione dell’amianto e dei manufatti o materiali contenenti amianto. Quello esistente e già in uso può essere oggi mantenuto, ma osservando procedure specifiche ed idonee in relazione alla diversa tipologia di prodotto ed allo stato di conservazione del manufatto.

Il Decreto Ministeriale 6 Settembre 1994 indica le modalità di effettuazione degli interventi di bonifica in caso di incapsulamento, confinamento e rimozione mentre il successivo e più recente Decreto Ministeriale 20 Agosto 1999 stabilisce che il ricorso ai rivestimenti incapsulanti per la bonifica di manufatti in cemento amianto deve essere fatto sulla base di criteri e caratteristiche adeguate, come pure la scelta dei dispositivi di protezione individuale per le vie respiratorie deve essere fatta sulla base di oggettive idonee analisi tecniche.

L’articolo 34 del Decreto Legislativo 277/91 stabilisce che, in caso di bonifica (lavori di demolizione, di rimozione, di trattamenti superficiali o di sovracopertura di materiali appartenenti ad edifici di civile abitazione o industriali o comunque a strutture di qualsiasi genere), il soggetto attuatore deve informare dell’intervento l’Azienda Sanitaria Locale competente per territorio mediante l’invio di uno specifico piano di lavoro contenente le indicazioni di carattere generale riguardanti i soggetti coinvolti e la localizzazione dell’intervento, i dati relativi all’attività di bonifica, le metodologie operative, le norme di prevenzione che intende attuare, le caratteristiche tecniche degli impianti utilizzati ed attenderne l’approvazione che è previsto sia rilasciata entro 90 giorni dalla presentazione della documentazione; in difetto i lavori possono essere iniziati, ferma restando la responsabilità del datore di lavoro per l’osservanza delle norme in vigore e delle procedure previste.

Per quanto riguarda la protezione dei lavoratori dal rischio amianto il decreto prevede la notifica per le lavorazioni a rischio, la misurazione del rischio, la pianificazione degli interventi di rimozione e demolizione di materiali contenenti amianto, il rispetto di opportune misure igieniche, il controllo sanitario degli esposti e la tenuta di un registro per i medesimi, le misure tecniche ed organizzative da adottare nelle lavorazioni ed ancora i valori limite da rispettare e le misure di emergenza da adottare in caso di superamento.

Il Decreto Legislativo 626 del 19 Settembre 1994, che recepisce otto diverse direttive comunitarie, definisce un nuovo modello di prevenzione che coinvolge i datori di lavoro ed i lavoratori per il miglioramento delle condizioni di salute e di sicurezza nei cantieri di lavoro (intendendo come tali ogni ambito lavorativo) con particolare attenzione al controllo dei rischi sia specifici che di ordine generale. In particolare il Decreto indica le misure da adottare per la protezione da agenti cancerogeni, che debbono essere identificati dall’etichettatura che riporta «R45 – può provocare il cancro» o «R49 – può provocare il cancro per inalazione».

In tempi più recenti, nella seduta plenaria del 15 Gennaio 2004, la Commissione per la valutazione dei problemi ambientali e dei rischi sanitari connessi all’impiego dell’amianto – di cui all’articolo 4 comma 1 della citata legge 257/92 – ha approvato i disciplinari tecnici sulle modalità per la classificazione, il trasporto ed il deposito dei rifiuti di amianto, introducendoli nella normativa di riferimento da osservare.

Il disciplinare in questione è stato altresì recepito con Decreto del Ministero dell’Ambiente del 29 Luglio 2004 numero 248 riguardante il regolamento relativo alla determinazione ed alla disciplina delle attività di recupero dei prodotti e dei beni di amianto e contenenti amianto. Nel corso del 2004, completando così tutti gli adempimenti normativi previsti dalla Legge 257/92, ha infine trovato attuazione la norma che prevede l’obbligo di iscrizione delle ditte che effettuano bonifiche da amianto all’Albo Nazionale delle Imprese che fanno la Gestione dei Rifiuti, nella categoria 10. L’iscrizione distingue le ditte inidonee ad interventi di bonifica per materiali in matrice compatta (categoria l0A), ed inidonee ad interventi di bonifica per materiali in matrice sia compatta che friabile (108).

LA PREVENZIONE

Il rilascio di fibre nell’ambiente è conseguenza delle azioni di rimozione, di degrado o di danneggiamento dei materiali, del taglio o della foratura di manufatti, indipendentemente dalla tipologia del prodotto. Infatti in tutte le tipologie di impiego, l’amianto è contenuto in matrici a base cementizia, resinoide, gessata o con altri leganti che ne determinano la consistenza. Eventuali rimozioni di materiali contenenti amianto, specie se in matrice friabile, indipendentemente dal loro eventuale aspetto esteriore anche consistente, debbono essere eseguite solamente da personale specializzato ed appositamente preparato. La preparazione professionale degli operatori deve essere assicurata attraverso una adeguata formazione professionale impartita nel rispetto dei vincoli di legge.

Eventuali rimozioni di materiali contenenti amianto in matrice compatta possono essere anche fatti dal singolo Proprietario (limitatamente alle tipologie di intervento gestibili singolarmente) purché vengano osservate le indicazioni tecniche, le procedure e gli obblighi normativi previsti dalle disposizioni vigenti (si richiama la pubblicazione «Indicazioni tecniche di intervento su materiali contenenti amianto in forma compatta – Procedure per la rimozione e l’incapsulamento di materiali con amianto in matrice compatta» predisposta con il concorso del Gruppo di Lavoro amianto della Regione Liguria).

Non sempre comunque la rimozione è la scelta migliore o quantomeno la più idonea o quella necessaria. I Decreti Ministeriali del Settembre 1994 prima in modo più grezzo e dell’Agosto 1999 successivamente in modo più puntuale ed articolato, distinguono fra i materiali per i quali è opportuna la rimozione e quelli che possono essere mantenuti al loro posto, sia senza intervento alcuno, sia dopo opportuni ed adeguati interventi di ripristino e di trattamento superficiale. In ognuno dei casi nei quali si interviene occorre comunque porre attenzione agli aspetti di prevenzione ambientale e personale. In ordine alla prevenzione ambientale è necessario ad esempio provvedere a rimuovere i materiali coibenti in ambienti protetti, pulire accuratamente le coibentazioni danneggiate, bonificare le coibentazioni in amianto e/o altri materiali amiantosi (solo quando si rende necessaria la scoibentazione), identificare con cartelli le zone a rischio, isolare l’area di lavoro ed evitare di pulire le pavimentazioni o le zone interessate con scope o aria compressa.

In ordine alla prevenzione personale occorre che gli operatori delle Ditte che operano in presenza di amianto adottino le misure preventive quali l’uso di idoneo vestiario monouso e di respiratori approvati per l’amianto, evitino di fumare, mangiare e bere durante i lavori che espongono a polveri contenenti amianto e provvedano ad una accurata pulizia personale dopo le lavorazioni, evitando di contaminare il vestiario con quello utilizzato per la rimozione dell’amianto. Inoltre occorre che i lavoratori tuttora esposti, trattandosi di persone a rischio anche se solamente potenziale, si sottopongano ad accertamenti sanitari periodici.

L’INVECCHIAMENTO

L’invecchiamento dei leganti, il danneggiamento accidentale o conseguente ad interventi di manutenzione, le infiltrazioni d’acqua, gli effetti eolici, producono la progressiva disgregazione dei materiali contenenti amianto che ha come effetto il possibile rilascio di fibre d’amianto nell’aria e la conseguente contaminazione ambientale. Per effetto delle loro ridottissime dimensioni le fibre (la fibra d’amianto regolamentata ha lunghezza maggiore di 5 micron, larghezza o diametro inferiore a 3 micron, il rapporto tra lunghezza e larghezza o diametro è maggiore di 3 ad 1- 1 micron corrisponde ad 1/1000 di millimetro), la cui lunghezza peraltro può raggiungere anche alcuni centimetri, si presentano leggere ed aerodinamiche e potendosi disperdere agevolmente nell’atmosfera restano a lungo sospese nell’aria per la bassissima velocità di sedimentazione che ne favorisce la diffusione nell’ambiente (l’aria, il vento, il traffico veicolare, la movimentazione della terra, ecc., concorrono a trasferirle anche in luoghi lontani dalla sorgente di emissione).

La notevole resistenza agli agenti fisico-chimici ambientali che possiedono le fibre d’amianto, anche se in misura differenziata a seconda della matrice, permette alle medesime di restare a lungo in condizioni pressoché inalterate e ne favorisce la permanenza nell’ambiente con la sola possibile variabile di una semplice loro ridistribuzione. L’inalterabilità e la volatilità concorrono a far superare alle fibre d’amianto le normali difese dell’organismo umano con effetti, in ragione di una eventuale prolungata esposizione, che possono essere nocivi, causando l’insorgere di malattie – che a loro volta possono essere anche mortali – dopo un periodo di latenza anche molto lungo (sino a 25 – 30 anni).

L’inalazione di fibre d’amianto può dare origine a quadri clinici di natura patologica del polmone (asbestosi) e della pleura (placche, ispessimenti diffusi, versamenti recidivanti) ed a malattie neoplastiche del polmone (carcinoma), della pleura – ed anche del peritoneo – (mesotelioma), della laringe (carcinoma). La malattia maggiormente diffusa è la «asbestosi» (termine introdotto nel 1927 dopo studi già avviati nel 1899 da medici inglesi) che identifica una fibrosa polmonare che determina nei soggetti colpiti una reazione cronica infiammatoria del polmone. Le probabilità di contrarre l’asbestosi sono direttamente proporzionali alle quantità di amianto respirato. Per diagnosticare l’asbestosi, conoscendo la storia lavorativa della persona, è necessario effettuare una radiografia del torace mentre per quantificare il danno al polmone si ricorre alla spirometria.

Agli inizi degli anni sessanta viene riconosciuta scientificamente una connessione causale tra particolari forme di tumore polmonare e l’estrazione d’amianto; tra queste il «mesotelioma» con manifestazioni pleuriche che viene associato all’esposizione da amianto non solamente di tipo professionale ma anche indiretta o paraoccupazionale. L’azione cancerogena delle fibre di amianto può essere conseguenza anche di una esposizione limitata.

Attualmente le persone maggiormente a rischio possono essere considerate gli addetti alle opere di bonifica dall’amianto i quali, peraltro, svolgendo la loro attività nel rispetto dell’uso dei dispositivi di protezione individuale e di cantiere, vengono correttamente ed adeguatamente tutelati. La percentuale di rischio di questi, come del resto di tutti gli interessati, si incrementa se sono fumatori. Le persone esposte ad amianto devono essere sottoposte a visita medica ed a radiografia toracica per l’accertamento di eventuali sofferenze che potrebbero peggiorare con l’esposizione ad amianto; tali accertamenti devono essere ripetuti annualmente al fine di accertare precocemente l’insorgenza di malattie, con possibilità di sostituire la radiografia al torace con prove di funzionalità respiratoria, valutazione della presenza di crepiti ispiratori alle basi polmonari e ricerca di corpuscoli di amianto nell’escreato. Coloro che hanno cessato l’esposizione ad amianto devono proseguire nel tempo i controlli sanitari. Fondamentale, in presenza di amianto, è la prevenzione che deve tradursi nella limitazione dell’esposizione e dei rischi aggiuntivi (fumo di sigaretta).

Al rilascio di fibre volatili d’amianto nell’ambiente, oltre ai materiali friabili che possono sbriciolarsi con maggiore facilità e rilasciare più agevolmente il contenuto di fibre (o fibrille o placchette) d’amianto, possono anche concorrere i materiali o i manufatti contenenti amianto realizzati con matrici definite compatte, installati in edifici prefabbricati ed in muratura in genere (coperture – lastre, pannelli, tegole, – tubazioni – di scarico fumi vapori e liquami -, serbatoi contenitori di liquidi, pavimenti in vinilamianto – da non generalizzare con la terminologia linoleum che identifica anche un prodotto realizzato dopo il 1973 biodegradabile al 97% ed ecologico – pareti divisorie, controsoffittature, pareti o strutture metalliche rivestite per protezioni fonoassorbenti o termoisolanti, ecc.), in edifici con intonaci contenenti amianto applicato a spruzzo o a cazzuola, in impianti civili ed industriali con tubazioni per liquidi e fluidi, caldaie e serbatoi rivestiti, per guarnizioni di tenuta di porte tagliafuoco, in stabilimenti per la produzione di amianto-cemento dismessi, in treni e mezzi di trasporto marittimo, in tessuti antifiamma.

Altre forme di impiego dell’amianto – che si sono rivelate fonte di inquinamento e dispersione di fibre nell’ambiente – hanno riguardato l’impasto con resine sintetiche per ottenere i ferodi usati per frizioni e freni, le corde, i nastri, le guaine, le funi utilizzate per fasciare le tubazioni calde e rivestire cavi elettrici vicini a fonti di calore. Concorrono altresì alla dispersione di fibre la carta ed i cartoni, i filtri, le barriere antifiamma ed i rivestimenti protettivi da fonti di calore che, se usurati, rilasciano facilmente le fibre d’amianto; le coppelle ed i pannelli di fibre grezze compresse. Infine un ulteriore apporto può essere rappresentato dalla presenza del minerale lavorato e mescolato con leganti in alcuni elettrodomestici, all’interno degli asciugacapelli, in forni e stufe, prese e guanti da forno, in teli da stiro.

L’elencazione di cui sopra, pur nella sua specificità, non è peraltro da considerare di per sè esaustiva, esistendo ulteriori possibili situazioni anche particolari nelle quali si possono riscontrare presenze anche significative di minerali d’amianto.
Volendo riassumere quali sono stati i principali impieghi dell’amianto in base alla tipologia possono essere individuati, quali esemplificazioni maggiormente significative, i seguenti:

  • Amianto greggio – isolante termico e acustico, carica inerte in pitture e materie plastiche, cemento-amianto, guarnizioni, frizioni, freni, ecc.
  • Filati di Amianto – tessuti, guarnizioni, filtri, rivestimenti, indumenti, ecc.
  • Cartoni in Amianto – rivestimenti in lavorazioni edili, porte e pareti antifiamma, coibentazioni di generatori di calore, ecc. Analogamente, riassumendo gli ambiti di utilizzo, possono essere elencati i seguenti:
  • Edifici civili ed industriali – applicazione su strutture metalliche prefabbricate; pareti e soffitti (amianto floccato fonoassorbente); tetti (cemento amianto); altri impieghi (canne fumarie, pluviali, porte tagliafuoco, condotte aerazione, cartoni, ecc.)
  • Impianti tecnologici – coppelle per tubazioni, serbatoi, caldaie confinate con garze, nastri o guaine, corde e trecce; guarnizioni di flange, valvole e sportelli; impianti protetti con pannelli (cartoni con leganti organici ed inorganici)
  • Rotabili – mezzi di trazione elettrica o diesel, elettromotrici, carrozze passeggeri e letto, trasporto merci deperibili (frigo).Premesso quanto sopra esposto è comunque giusto e doveroso richiamare l’attenzione sul concetto, se ancora ce ne fosse la necessità, della differenza che esiste tra la presenza di manufatti contenenti amianto e gli effetti sanitari provocati dall’amianto.

    LA VERIFICA DELLA PRESENZA

    Perplessità più o meno fondata circa la presenza di materiali contenenti amianto in un edificio od in un impianto, comporta un opportuno quanto necessario accertamento per sciogliere il dubbio, in particolare se si è in presenza di situazioni che evidenziano un eventuale possibile rilascio dì fibre per il cattivo stato di conservazione del prodotto installato. L’accertamento della presenza e la conseguenze verifica dell’esistente deve seguire una procedura semplice ma efficace che consta dell’ispezione degli edifici, dei locali e degli impianti, l’eventuale prelievo e le conseguenti analisi dei materiali che si ritiene debbano essere sottoposti ad accertamento, la valutazione della possibilità di rilascio di fibre da parte dei manufatti in osservazione, la valutazione del contesto urbanistico e strutturale.

    La verifica – che è bene sia documentata con una attestazione scritta – può essere inizialmente fatta ricercando la documentazione tecnica disponibile riguardante la struttura o l’impianto, ricorrendo alla memoria «storica» dei residenti o di chi ha operato in quel luogo, interpellando il costruttore per accertare l’epoca della realizzazione o delle eventuali ristrutturazioni o rifacimenti, svolgendo un sopralluogo con conseguente verbalizzazione da parte di personale tecnico esperto (di manutenzione o di conduzione impianto) che attesti o accerti l’eventuale presenza (con apposizione di avvisi ed avvertenze nei posti nei quali viene rilevata) o assenza di prodotti contenenti amianto; nei casi dubbi o di particolare preoccupazione bene è approfondire la conoscenza facendo effettuare una analisi strumentale.

    L’analisi strumentale deve essere fatta su significativi campioni di materiale per il cui prelievo è necessario osservare una procedura ben definita, che prevede l’applicazione di impregnante nella zona interessata dopo aver indossato apposita tuta e guanti monouso nonché maschera facciale filtrante o con filtro classe P3 ed il prelevamento con attrezzi manuali (pinze, forbici, ecc.) in aree già degradate (per quanto possibile) di un adeguato campione di materiale (5 cmq. 10 grammi); il campione, con le indicazioni delle caratteristiche del prelievo, deve essere inserito in una busta di plastica sigillabile ed inviato al laboratorio di analisi; a prelievo effettuato vengono adeguatamente sigillate le parti esposte.

    La presenza di materiali contenenti amianto in un edificio non determina automaticamente un pericolo per la salute degli occupanti o di coloro che frequentano lo stabile, il capannone, i locali, purché essi siano in uno stato di conservazione buono oppure risultino adeguatamente protetti, incapsulati o confinati.
    Detta presenza comporta però per il Proprietario, l’Amministratore o il Rappresentante Legale – ai sensi e per gli effetti del DM 6 Settembre 1994 – la designazione della figura del «responsabile del problema amianto» che, a sua volta, dovrà:

  • controllare periodicamente lo stato di conservazione dei materiali installati (con comunicazione di avvenuto accertamento all’ente preposto fatta almeno una volta all’anno per i materiali friabili ed almeno una volta ogni tre anni per i materiali compatti), al fine di valutare il rischio connesso al rilascio di fibre e coordinare gli eventuali programmi di controllo e manutenzione sino a giungere agli interventi di bonifica;
  • tenere una documentazione relativa all’ubicazione dei manufatti, con particolare riferimento alle installazioni che necessitano di frequenti interventi di manutenzione;
  • predisporre le procedure di sicurezza per gli interventi di manutenzione e di pulizia ed informare gli occupanti dell’edificio sui rischi di quella presenza e sui comportamenti da adottare.L’accertamento della presenza – sulla base degli orientamenti che hanno informato il piano regionale di protezione dall’amianto e che hanno determinato i contenuti della fase di censimento della presenza di materiale friabile o compatto conclusa a Dicembre 1998 – ha riguardato le zone di interesse collettivo (pubbliche, private aperte al pubblico, condominiali, ecc.) e quelle private che possono avere effetti sull’ambiente esterno; sono state invece escluse dalla rilevazione le presenze di materiali interne alle unità di uso privato.Il censimento regionale di fatto non si è mai comunque interrotto avendo la Regione dato facoltà ai ritardatari, o a coloro che hanno inteso regolarizzare la loro posizione successivamente, o ancora nei confronti di coloro che hanno individuato la presenza di manufatti contenenti amìanto solo successivamente a seguito di accertamenti più approfonditi o individuazioni causate da interventi di manutenzione, di segnalare comunque la presenza senza incorrere nell’applicazione di sanzioni ma a fronte solamente dell’applicazione di una penalità. Obiettivo della Regione infatti non è quello di punire bensì di conoscere per meglio concorrere a governare la presenza.

L’ARTE DEL RICICLO

Si fa sempre un gran parlare dei valori nella nostra società e l’argomento diventa ogni giorno più scottante in proporzione al crescere del diario con altre culture e con il disagio sociale provocato dal vuoto lasciato dalla cancellazione dei punti di riferimento.
Anche lo scarto fa parte dei punti di riferimento: infatti è l’ombra concreta di qualcosa che è esistito ed è custode dell’esperienza vissuta.

Pochi giorni fa un vecchio negozio con i pavimenti in legno che suonano sotto i passi delle persone, il soffitto basso, una scaletta di legno massiccio che porta ad un soppalco, l’arredamento formato da mobili antichi, è stato sventrato per fare posto ad un’agenzia commerciale e ogni suo piccolo ricordo è stato raccolto e mandato ad una discarica.

In questi ultimi anni ci sono stati mutamenti radicali nel modo di produrre e di arredare e nello stesso tempo è aumentata, in modo esponenziale, la varietà dei materiali utilizzati. Si è creata in questo modo un’enorme discarica fatta di oggetti e di materiali che gradualmente circonda il cosiddetto mondo civile e industrializzato, che prima o poi dovrà confrontarsi con le tensioni sociali e con la fame che spinge all’emigrazione masse sempre più consistenti.

Per affrontare questa situazione occorre dare spazio all’espressione vibrante e tangibile delle idee e promuovere iniziative mirate alla soluzione di quei temi che riguardano l’umanità nel suo complesso.

L’ARTE COME STRUMENO DI CAMBIAMENTO

È in questa ottica che diventa indispensabile un incontro tra tutti coloro che si occupano delle tematiche ambientali, compresi gli artisti, per dare vita ad una nuova dimensione nella quale le attività possano interagire per elaborare nuove soluzioni.

In questo contesto la corrente artistica Trash Art dimostra come con la fantasia e la creatività si possano realizzare opere di grande spessore artistico pur utilizzando materiali obsoleti e destinati alla discarica.

Ma occorre fare di più, utilizzare questa enorme energia artistica per aiutare gli addetti ai lavori a rimuovere questa situazione di stallo e riprendere la marcia a favore dell’ambiente.

Situazione di stallo che può essere superata solo con il coinvolgimento di tutti, e per farlo occorre coinvolgere gli artisti della corrente Trash Art, in grado di incontrare un vastissimo pubblico dando luogo ad un’esperienza spaziale da cui può nascere un flusso, un movimento che può trovare riscontri in ogni parte del globo, poiché la creatività e i rifiuti sono una presenza costante della nostra quotidianità.

E’ in questa prospettiva che è in fase di organizzazione l’allestimento di un’esposizione internazionale della “Trash Art” (arte del riciclo). L’Esposizione Internazionale di questa particolare corrente artistica è una ribalta che pone al centro dell’attenzione il “rifiuto”, aprendo intorno ad esso dibattiti e confronti affinché tutto ciò che ha terminato la sua funzione primaria possa trovare una nuova dimensione.

UN NO ALL”‘USA E GETTA”

L’Esposizione Internazionale di Trash Art non è solo un’esposizione delle opere o installazioni realizzate sul posto dagli artisti, ma intende promuovere idee per la soluzione dei vari temi della raccolta, del riciclo e dello smaltimento dei rifiuti.

L’augurio che ci facciamo è che tutti coloro che vi parteciperanno (da protagonisti o da visitatori), percepiscano l’enorme possibilità che offre l’attività di riciclaggio adattando così il proprio sistema di vita perché la stessa possa raggiungere gli obiettivi e i risultati possibili.

L’Esposizione Internazionale di Trash Art vuole anche essere punto d’incontro tra uomini di scienza, artisti, politici e tecnici addetti ai lavori, affinchè la salvaguardia dell’ambiente coinvolga tutti.

Lo stesso catalogo, realizzato per l’occasione, rappresenterà uno strumento di grande utilità in particolare per gli addetti ai lavori, perché renderà possibile un’interpretazione contemporanea della situazione e del livello di sensibilità su cui operare ritrovando affinità, mescolando le diversità, producendo una metamorfosi sulle forme di pressione con cui fino ad oggi si è affrontato il tema.

L’Esposizione Internazionale dell’arte del riciclo può rinnovare il ruolo che l’arte ha nel tessuto sociale, rendendo più accessibili i linguaggi artistici e la mondializzazione della cultura della creatività.

La scelta del luogo è ricaduta su Genova per due motivi: il primo perché la vista di Genova è favolosa da aprile a luglio con la sua luce continuamente mutevole, il vento che increspa la superficie dell’acqua, i vicoli con i suoi tetti di ardesia ora bagnati dalla pioggia ora arsi dalla luce cangiante, che entrano nel cuore velandolo di malinconia per le cose passate e che scivolano ora su uno ora sull’altro come nuvole, simbolo del cambiamento incessante che rendono misteriosa la sostanza di questa città.

Il secondo tiene conto della forte contrapposizione alla cultura del ‘usa e getta” insita nel genovese che ama rielaborare materiali e oggetti che portano impresse le impronte del vissuto o la storia personale. L’Esposizione Internazionale riconsegna a Genova il ruolo di esploratrice di nuove realtà, smentendo la fama di cinica dissacratrice della fantasia e di schiava del pragmatismo economico, aprendosi ad una forma espressiva che diventa ogni giorno più importante tra le forme d’arte tradizionali.

Per quanto riguarda la città di Genova, gli spazi destinati alla mostra possono rappresentare l’opportunità sia per i genovesi sia per i visitatori italiani e stranieri di seguire un percorso turistico e culturale tra le varie concezioni architettoniche, le ville e i parchi della città.

L’esposizione internazionale nasce con la connotazione di una biennale infatti, ogni due anni, artisti e tecnici rinnoveranno il loro appuntamento con incontri per confrontarsi sugli sviluppi della ricerca in questo settore.

Esposizione internazionale che può espandersi e realizzarsi in ogni parte del mondo, perché ovunque è necessario formare la coscienza e la convinzione che con creatività e fantasia si possa fornire un più alto ordine di complessità, di utilità e di vitalità trasformando oggetti ritenuti non più utili nella realtà. Contrapporsi alla cultura dell”‘usa e getta” è un’espressione di civiltà e sensibilità: l’esasperazione del consumismo, oltre a creare un’eccessiva quantità di rifiuti che invade gli spazi vitali, inculca nell’individuo la convinzione che ogni cosa che ha svolto la sua funzione è destinata al rifiuto.

Un abito mentale che, i dati statistici lo confermano, si è esteso all’essere umano e in particolare a quelle persone anziane che, per motivi di salute, sono di intralcio alla quotidianità.

L’EDUCAZIONE AMBIENTALE COMINCIA A SCUOLA

Tra le varie iniziative previste occuperanno un ruolo rilevante quelle svolte nell’ambiente scolastico per orientare i giovani ad una maggiore attenzione alle problematiche ambientali, attenzione che deve attivarsi attraverso i confronti tra la quotidianità e il ciclo della vita umana con lo spazio che ci circonda e l’ecosistema nel suo complesso.

L’educazione ambientale deve innanzitutto evidenziare il mondo che abitiamo, le sue contraddizioni e l’immensa articolazione di pregiudizi, di luoghi comuni e la necessità che abbiamo di ripagare i vecchi debiti che abbiamo nei confronti dello spazio che ci circonda.

Gli artisti e gli addetti ai lavori metteranno a disposizione la loro competenza per attivare laboratori atti a sviluppare la creatività e la fantasia, aprendo nuovi sbocchi e collaborazioni con le istituzioni scolastiche.

Questi laboratori diverranno un nucleo operativo dedicato all’interazione tra arte ed ambiente, in quanto i progetti e le attività si svilupperanno a partire dal sentimento degli stessi interessati e rappresenteranno un invito aperto alla costituzione di una società multiecologica.

Tutti sono invitati a collaborare portando il contributo delle proprie competenze e professionalità per partecipare ad una trasformazione sociale responsabile che diventa sempre più urgente.

L’esposizione internazionale propone numerose ed interessanti iniziative anche nei mesi che la precedono, per la divulgazione e per aumentare la sensibilità e predisporre il tessuto socio-economico a recepire nella sua interezza questo grande avvenimento.

Avvenimento che fa parte di strategie per affrontare una situazione ambientale così compromessa: la prima consiste nel continuare incessantemente a denunciare le situazioni a rischio, sottolineare gli abusi, gli errori, le carenze del sistema pubblico e privato, usando la paura dell’evento catastrofico, del danno eccessivo, del rischio per la salute dell’individuo come deterrente e come stimolante affinché le istituzioni prendano prowedimenti drastici assicurando nel contempo la collaborazione attiva della popolazione.

Il secondo modo è quello propositivo, che affianca alla denuncia il coinvolgimento di tutti gli addetti ai lavori su scala mondiale attraverso la realizzazione di incontri nel corso dei quali vengono messe a confronto le iniziative e i risultati raggiunti, ma ancor più attraverso una campagna di sensibilizzazione che stimoli l’amore per lo spazio che ci circonda come parte integrante della vita stessa, adoperandosi per un cambiamento della cultura dell’usa e getta, sottolineando l’enorme possibilità che offre l’attività di riciclaggio e l’opportunità di adattare il proprio sistema di vita affinché questa attività possa svilupparsi per raggiungere gli obiettivi previsti.

E’ nostra profonda convinzione che l’energia prodotta dalla creatività e dalla fantasia di un’artista sia tale che può non solo materializzarsi attraverso le opere, ma può fornire, se sapientemente amalgamata al pragmatismo degli addetti ai lavori, elementi di novità e spazi per soluzioni di grosso spessore tecnico.

Borreliosi di lyme

A causa della comparsa di numerosi casi di artrite in modo del tutto inaspettato nella contea di Old Lyme (Connecticut, USA), il dr. Allen Steere, epidemiologo e reumatologo identificò i primi casi di Malattia di Lyme, era l’anno 1975. Una spirocheta risultò essere la causa di questa malattia. Fu chiamata Borrelia burgdorferi, dal nome del dr. Willy Burgdorfer, che nel 1982 nel Rocky Mountain Laboratories, (Montana, USA), scoprì la correlazione tra la malattia e questo agente patogeno.

Da allora il numero dei casi è andato aumentando estendendo le zone interessate  fino a tutto l’emisfero nord, dove nei nostri giorni, la borreliosi di lyme, risulta essere la più diffusa malattia infettiva trasmessa da vettori. In Europa non era del tutto sconosciuta, anche se non si era accertato l’agente eziologico a causa della mancanza dei mezzi tecnologici. Questa è uno dei motivi per cui si preferisce chiamare questa patologia Borreliosi di Lyme (BL) invece che Malattia di Lyme: Buchwald (Germania 1883), Afzelius (Svezia 1909), Garin (Francia 1922), Bafverstedt (Svezia 1943).

I primi casi registrati in Italia furono accertati in Liguria nel 1983, a ciò, seguirono altri casi a Trieste dove nel 1986 fu isolato il germe patogeno. Per questo motivo fu fondato il GISML – Gruppo Italiano per lo Studio della Malattia di Lyme.

La suddetta malattia è seria e quindi da non sottovalutare visto e considerato che è responsabile di gravi danni permanenti  e che tanto il vettore quanto il microrganismo responsabile della patologia si stanno ampiamente diffondendo sia in natura che negli ambienti antropizzati. Ecco perché vale la pena conoscere i fattori di rischio e la modalità di prevenzione. Questo coinvolge sia la popolazione in generale che, in particolare i lavoratori e i datori di lavoro sulla base alla normativa in materia di sicurezza e salute sui luoghi di lavoro.

Il decreto legislativo 626/94, in materia di sicurezza e salute sui luoghi di lavoro, dedica infatti il Titolo VIII al rischio di esposizione ad agenti biologici e prevede che venga effettuata una valutazione dei rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori.
Il datore di lavoro deve poi fornire ai lavoratori informazioni ed istruzioni, in relazione ai rischi per la salute dovuti agli agenti biologici presenti, ed a sottoporli a sorveglianza sanitaria da un medico competente.

L’obiettivo che si intende raggiungere con questo articolo, è quello di provvedere informazioni le più corrette possibili al riguardo, è sfatare alcuni tra i miti più diffusi che avvolgono questa patologia.

Al riguardo crediamo sia importante ricordare che:

  • nel emisfero nord è divenuta tra le più diffuse malattie infettiva trasmesse a mezzo di vettori;
  • gran parte della popolazione risulta essere a rischio di esposizione;
  • spesso non è  facile da diagnosticare o, al contrario, viene erroneamente diagnoisticata;
  • una informazione chiara e corretta consente di evitarla o comunque affrontarla con successo al fine di evitare la progressione fino alle fasi tardive, con i relativi disturbi cronici invalidanti a cui rende soggetti.

Schematicamente si può dire che esistono due famiglie di zecche: le Argasidae o molli e le Ixodidae o dure. E’ solamente in queste ultime che si trova la zecca, vettore della BL e più specificamente si tratta dell’Ixodes ricinus.

Questo tipo di zecca e la relativa presenza dell’infezione da lei causate sono fenomeni diffusi. Due sono le aree a più elevata endemia e cioè la penisola Scandinava e il gruppo dei Paesi dell’ex blocco socialista con l’aggiunta di Austria e Germania meridionale. In Italia dopo i casi a cui abbiamo già fatto riferimento avvenuti in Liguria e nel Friuli, se ne sono progressivamente riscontrati degli altri interessando in particolare regioni come lo stesso Friuli Venezia Giulia,la Liguria, il Veneto, l’ Emilia Romagna e il Trentino Alto Adige. Risultano comunque alcuni casi anche in Piemonte e Lombardia, soprattutto nella zona dei laghi.

In Italia la BL, come previsto dal DM 15/12/90, è soggetta a notifica obbligatoria in classe V, anche se come nel caso di altre patologie, questo obbligo sociale è ampiamente disatteso. Ciò impedisce di  avere un quadro preciso della situazione in atto e del suo evolversi. Un’indagine epidemiologica effettuata dal GISML ha preso in esame le regioni più colpite dal problema, e in conseguenza di ciò sono emersi dati non troppo incoraggianti. Nel periodo dal 1986 al 1997 i casi di BL erano stati 1171 circa con una costante tendenza all’aumento.

IL VETTORE

La BL è una zoonosi trasmessa all’uomo dalla puntura di una zecca infetta del tipo Ixodidae, più specificamente in Europa trasmessa dalla Ixodes ricinus, generalmente nota in Europa centrale anche come “zecca dei boschi”. Si tratta di zecche presenti in vari ambienti del territorio, di dimensioni variabili da 2 ad 8 mm in base al loro stadio di sviluppo (larva, ninfa, adulto), molto resistenti a condizioni ambientali sfavorevoli e caratteristicamente distribuite a “macchia di leopardo” con zone infestate divise da zone indenni.

L’ attività di questo tipo di zecca si svolge prevalentemente  dalla primavera all’autunno avanzato, anche se, in caso di inverni miti si è riscontrata una certa attività. Sono parassiti di numerosi animali selvatici e domestici ed a volte anche dell’uomo. Si nutrono del sangue del loro ospite, un pasto che dura anche diversi giorni, con l’obiettivo di completare il proprio ciclo di sviluppo. Le femmine adulte, alla fine del pasto, si lasciano cadere a terra per morire solo dopo aver deposto numerose uova. La puntura generalmente non viene rilevata dalla vittima a causa di una sostanza anestetica presente nella saliva del parassita.

Lo stadio in cui le zecche sono maggiormente coinvolte nella trasmissione dell’infezione è quello ninfale, e questo perché, coincide con il periodo di massima attività del parassita associato al periodo di  massima attività dell’uomo all’aperto. La zecca  è un acaro e non un insetto, non può volare né saltare, si limita a camminare,  attendendo sull’erba e attaccandosi all’ospite quando questi gli passa accanto. Al fine di non creare inutili allarmismi c’è da dire che nelle nostre zone la percentuale di zecche infette risulta essere ancora bassa, ciò significa che essere punti da una zecca  non significa automaticamente ammalarsi di Bl.

LE ZONE A RISCHIO

L’ambiente ideale per le Ixodes ricinus è quello dove sussiste un alto tasso di umidità relativa. Predilige ambienti umidi, ombreggiati, con una bassa vegetazione ed ancor meglio un letto di foglie secche, Erba incolta,  zone di confine tra prato e bosco soprattutto se con presenza d’acqua risultano essere un Habitat adatto. Si riscontrano comunque un progressivo adattamento ed espansione in altri ambienti, cosa che rende a rischio anche i parchi urbani ed i giardini privati.

ANIMALI SERBATOIO E VETTORE

I Serbatoi d’infezione sono soprattutto i  topolini di campagna da cui la zecca riceve il germe punge. L’Ixodes ricinus nel opera una selezione riguardo il suo ospite  ed attacca quindi chiunque le passi accanto, tutti gli animali possono fungere da vettore compresi quelli a sangue freddo.
Un ruolo rilevante a questo riguardo sono gli uccelli  che fungono da veicoli di trasporto aereo, a lunga – media distanza, determinando l’infestazione di aree che prima non contavano la presenza della zecca.  Ciò permette di comprendere l’impossibilità di operare  una disinfestazione su vasta scala con qualche possibilità di successo.

COME PREVENIRE LA PUNTURA

Non essendo praticabile, come già accennato, una adeguata disinfestazione risolutiva, la prevenzione principale è l’evitare di essere punti. Ovviamente ciò non vuol dire evitare le zone all’aperto, ma adottare delle misure semplici e pratiche come ad esempio quella di  coprirsi il più possibile indossando indumenti a maniche lunghe e pantaloni lunghi infilati dentro a scarponcini o comunque dotati di stringhe o, in alternativa, pantaloni lunghi infilati nei calzettoni.
Si deve cioè far sì che la zecca trovi difficile raggiungere zone di pelle scoperta. Sono da preferire vestiti di colore chiaro in modo che le zecche, essendo scure, possano essere identificate  facilmente  e quindi rimosse prima che si attacchino alla pelle. E’ buona norma camminare al centro dei sentieri, evitando di strusciarsi contro la vegetazione ai lati, e fare attenzione a non sedersi direttamente sull’erba. Per I cacciatori c’è da prestare attenzione nel maneggiare e trasportare la selvaggina perché questa può essere  infestata da zecche.

Esistono Repellenti a base di permetrina a bassa concentrazione che risultano essere efficaci ma non in commercio in Italia. Risultano limitatamente efficaci i repellenti a base di DEET applicati su vestiti e cute esposta, è importante però non eccedere nella quantità e frequenza d’uso, ricordando che potrebbero essere tossici nei bambini piccoli.
Anche i cani ed i gatti possono veicolare le zecche e quindi è buona norma controllarli spesso e ricorrere al consiglio del Veterinario per i prodotti repellenti più efficaci. Una efficace prevenzione riguardo le  zone residenziali consiste nel rimuovere attorno alle case i letti di foglie secche, gli arbusti e le cataste di legna come pure tenendo ben curati prati, siepi e cespugli. L’erba di prati e giardini va tenuta sempre ben tagliata per consentire una maggior penetrazione dei raggi solari.

IL CONTROLLO

Le probabilità d’infezione diminuiscono in modo sensibile se la zecca resta attaccata alla cute per meno di 36-48 ore, ciò rende importante il controllo del corpo per poter estrarre eventuali zecche il più velocemente possibile.

Dopo un’escursione i vestiti vanno lavati in lavatrice ad una temperatura il più alta possibile poi, prima di fare il bagno e completamente spogliati, si deve ispezionare accuratamente tutto il corpo con l’aiuto di un’altra persona per le zone difficilmente visibili.
Particolare attenzione deve essere rivolta al cuoio capelluto in modo particolare nei bambini che sono spesso colpiti in questa parte del corpo. Questo controllo preventivo deve essere fatto prima del bagno al fine di non urtare inavvertitamente una zecca, col risultato di spezzarne il corpo e lasciare il rostro conficcato nella pelle, rendendo così impossibile sapere che lì era presente una zecca. Questo è molto importante per le misure preventive che si devono invece adottare dopo l’estrazione.

LA CORRETTA ESTRAZIONE DELLA ZECCA

E’ importante la rimozione corretta di un’eventuale zecca infissa nella cute. Ciò va fatto afferrandola con una pinza a punte sottili il più aderente possibile alla cute e quindi tolta tirando verso l’alto. Va afferrata al suo apice, il più aderente possibile alla cute evitando attentamente di prenderla per il corpo con il rischio di schiacciarla e quindi, di iniettarsi il suo contenuto come con una siringa.
C’è comunque, anche se si opera con la massima attenzione, la possibilità che la zecca si rompa e che il rostro resti conficcato nella cute. In Tal caso si può estrarre il rostro scarificando delicatamente  il punto cutaneo dove era infissa usando un ago da siringa sterile. Una volta rimossa la zecca è necessario disinfettare la cute, senza però usare disinfettanti coloranti, e si può applicare una pomata antibiotica per uno-due giorni. La zecca non va gettata ma o deve essere conservata, per un successivo controllo, oppure va bruciata, il sistema migliore e più sicuro per eliminarla.

Per quanto riguarda le pinzette specifiche per zecche in Italia, fino a poco tempo fa, non si trovava nulla in commercio e molte persone si recavano in Austria o Svizzera per procurarsele. Adesso si comincia a trovarle anche in Italia, in qualche farmacia e in negozi di articoli per animali, dal momento che una delle ditte estere produttrici ha aperto una filiale italiana.

L’ERRATA ESTRAZIONE DELLA ZECCA

Molti metodi empirici e raccomandati dalla “saggezza popolare” risultano essere inefficaci e magari anche pericolosi. Non si deve applicare nulla sul acaro, l’estrazione deve essere fatta con l’unico e semplice utilizzo di una pinzetta a punte sottili. Da evitarsi assolutamente  metodi impropri di estrazione quali l’applicazione di fonti di calore quali ad esempio brace di sigaretta, fiammiferi spenti, aghi arroventati etc. o l’applicazione di sostanze varie come olio, petrolio, benzina, trielina, ammoniaca, acetone, etere etc.
Con questi metodi si può indurre nella zecca un riflesso di rigurgito con aumento esponenziale del rischio di infezione visto ché il germe patogeno, causa della Bl si localizza nel suo intestino e nelle sue ghiandole salivari. Si deve inoltre evitare di toglierla con le mani o di schiacciarla tra le dita in quanto, c’è il rischio, anche se remoto, di acquisire l’infezione attraverso piccole lesioni della pelle o per schizzi di sangue negli occhi, nella bocca o nel naso.

DOPO L’ESTRAZIONE

Una volta rimossa la zecca è fondamentale effettuare tutti i giorni, per un periodo di almeno 30-40 giorni, un controllo della zona interessata dalla puntura per cogliere l’eventuale comparsa del segno clinico  della malattia nella sua fase precoce localizzata e cioè l’Eritema Migrante: una chiazza rossastra tondeggiante in espansione centrifuga che, molto spesso, tende a schiarire al centro formando un’immagine ad anello che si espande sempre più fino a sparire e con cui possono coesistere sintomi non specifici come febbre, stanchezza, sintomatologia simil-influenzale ed ingrossamento linfonodale.

Solo a questo punto va iniziata una terapia antibiotica. Si deve prestare attenzione anche all’eventuale comparsa di un’improvvisa artrite acuta, in persone che non ne hanno mai sofferto in passato, oppure di una cefalea non abituale o di una sintomatologia neurologica non spiegabile in altro modo. Va ricordato però che, con l’esclusione della tipica lesione cutanea, tutti gli altri disturbi non sono sintomi di Malattia di Lyme se non in alcuni casi. Di fronte a questi sintomi perciò, prima di sospettare una Malattia di Lyme, vanno ricercate ed escluse eventuali patologie reumatologiche c/o neurologiche primitive, molto più frequenti e diffuse rispetto alla BL.

PROFILASSI ANTIBIOTICA

Non è indicata né raccomandata. L’assunzione di antibiotici maschererebbe i segni dell’eventuale infezione nel periodo di incubazione, va invece effettuato il controllo. Se durante i 30-40 giorni del periodo d’osservazione fosse necessario instaurare una terapia antibiotica, per intercorrenti patologie non correlate alla BL, si dovranno utilizzare farmaci efficaci per entrambe le patologie ma seguendo lo schema previsto per la BL. Questo per evitare di inibire le manifestazioni cliniche dell’eventuale BL presente.

Il mancato rispetto di questa regola e quindi l’uso di antibiotici, impedisce infatti il manifestarsi dell’Eritema Migrante, unica lesione patognomonica della BL, senza però la certezza di eliminare l’ infezione facilitandone invece il suo progresso alle fasi successive più difficili da diagnosticare.
La Borrelia burgdorferi infatti, oltre a collocarsi frequentemente a livello endocellulare, si caratterizza per un precoce attraversamento della barriera emato-encefalica come pure con sue localizzazioni in altre zone raggiungibili con difficoltà dai farmaci. Questa è una delle principali ragioni per le quali la terapia va prolungata per tre settimane e per la quale i Macrolidi non sono indicati.

SIEROLOGIA

Non va eseguito alcun test a seguito di una semplice puntura di zecca. Il test  da solo non è diagnostico. E’ gravato da scarsa sensibilità e specificità, non è standardizzato ed inoltre le metodiche utilizzate nei vari laboratori si differenziano l’una dall’altra e non sono spesso confrontabili. Vi sono molte false positività, false negatività e reazioni crociate. Nelle aree endemiche poi circa il 15% delle persone sane risulterà comunque positivo, in quelle non endemiche tale percentuale è intorno al 5-10%.
Il test inteso come esame di screening va quindi evitato: non si deve curare il test di laboratorio bensì la malattia. Anche per il Western blot, utilizzato come test di conferma in caso di ELISA od IFA positivi, vi sono grandi limitazioni: spesso può essere anch’esso negativo durante la fase Precoce Localizzata di malattia; una terapia antibiotica, anche incongrua, instaurata nella fase Precoce Localizzata può smorzare o bloccare la risposta immunitaria, portando ad una perdita di reattività, creando così una pericolosa causa di falsa siero-negatività anche nella fase Disseminata Precoce di malattia.

TERAPIA

I principi attivi da usare nella Fase Precoce sono Tetraciclina, Doxiciclina, Amoxicillina e, in caso di allergia, Cefuroxima acetile. Vanno assunti per sospensione orale e per un periodo di tre settimane. I Macrolidi sono attivi in vitro ma poco in vivo e sono da considerarsi farmaci da utilizzare come ultima chance in caso di intolleranza, raramente riscontrata, a tutti i precedenti. Nelle Fasi successive della malattia è indicata una terapia parenterale con Ceftriaxone per almeno due settimane.

VACCINO

Non esiste alcun vaccino. Un vaccino messo a punto negli USA, è stato ritirato dal commercio il 25 febbraio 2002. Anche se in Italia non è ancora commercializzato, esiste invece un vaccino per un’altra malattia trasmessa da zecche: la TBE (Tick Borne Encephalitis o meningoencefalite virale da zecche) presente in molti Paesi europei ma poco in Italia e, per il momento, solo in determinate aree del nord-est. Attenzione quindi a non confondere questo vaccino per la TBE con quello per la BL che, come detto, non esiste. Va inoltre ricordato che la BL non da luogo allo sviluppo di immunità specifica perciò un paziente, precedentemente trattato e guarito, si potrà riammalare se punto nuovamente da una zecca infetta.

NOTIFICA

Come già accennato in precedenza, in Italia la BL è soggetta a notifica obbligatoria da parte del Medico che effettua la diagnosi. Ciò assume importanza rilevante, sia per la sorveglianza epidemiologica e sia perché consente di poter predisporre interventi sanitari adeguati in tempi brevi. Purtroppo pero tale obbligo è ampiamente disatteso. In Emilia Romagna, in aggiunta alla notifica obbligatoria, è stata anche attivata una sorveglianza speciale dedicata a questa malattia.

Eritema Migrante – definizione. Macula o papula eritematosa che, nella sua forma tipica, si espande progressivamente, nell’arco di giorni o settimane, per formare una larga lesione tondeggiante, di diametro superiore ai 5 cm, che tende a risolvere al centro lasciando un margine periferico in espansione centrifuga.

note sui diritti e citazioni

CHI INQUINA PAGA

La normativa contenuta nella Parte VI del D.Lgs, n. 152/2006 (art 174 Trattato CE) e l’applicazione della responsabilità civile per danno ambientale (art. 18 Legge n. 349/1986) richiedono alle imprese un nuovo approccio e soprattutto una nuova mentalità nell’affrontare il problema. Si tratta quindi di approntare un diversa operatività gestionale, perché le aziende devono essere in grado di mettere in atto tutte le azioni possibili sul piano scientifico, tecnico, economico e giuridico – per prevenire il danno ambientale e, nel caso in cui si verificasse, affrontarlo e gestirlo con competenza, in linea con ciò che afferma la nuova disciplina.

QUALI SONO GLI OBBLIGHI

Che cosa deve fare allora un’impresa? Vi sono tre approcci diversi, nei tre differenti casi, che comprendono la valutazione di un potenziale rischio, il caso di un rischio – accertato con gli strumenti a disposizione – prossimo ad accadere, e quando l’evento si è verificato.

Innanzitutto, nel momento in cui si prevedono pericoli per la salute umana e l’ambiente (anche se si tratta solo di “potenziali” pericoli), l’azienda è tenuta a informare “senza indugio” le autorità locali e il Prefetto, anche se non è stata ancora provata scientificamente la certezza del rischio.

Qualora vi sia invece una minaccia imminente di danno ambientale, cioè “il rischio sufficientemente probabile che stia per verificarsi uno specifico danno ambientale”, un rischio valutato tecnicamente e scientificamente, entro 24 ore (e a proprie spese), l’impresa, dopo avere informato gli enti territoriali e il Prefetto, deve adottare misure di prevenzione e sicurezza; l’omissione della comunicazione comporta una sanzione dai 1000 ai 3000 euro per ogni giorno di ritardo.

Se il danno ambientale si è gia verificato, l’azienda deve (sempre a proprie spese) adottare tutte le iniziative per controllare, circoscrivere ed eliminare il danno. Allo stesso tempo, devono sottoporre al Ministero dell’Ambiente le possibilità di riparazione e di ripristino (secondo l’Allegato 3, ParteVI, D.Lgs. 152/2006).

UN APPROCCIO DIVERSO

È un impegno non da poco, quello che viene richiesto alle aziende, e significa affrontare il tema del rischio e dell’eventuale danno ambientale considerando globalmente le competenze, sia nell’attuare tutte le possibili misure di prevenzione, sia per una tempestiva gestione del danno, quando venga a manifestarsi e, quindi, nella sua “riparazione”.

Tutto ciò presuppone di essere in possesso degli strumenti adatti – tecnico scientifici – uniti a un’adeguata preparazione amministrativa gestionale. Si tratta cioè di creare e diffondere la cultura del “crisis management” che, come sempre quando si parla di “cultura”, significa aprirsi a un orizzonte più ampio, acquisire nuove conoscenze e capacità, affrontare nuove responsabilità con rinnovata consapevolezza. In aiuto possono anche venire i Sistemi di gestione Ambientale (Iso 140001 ed EMAS), che rappresentano uno strumento ideale per integrare gli aspetti relativi alla gestione del rischio ambientale, per quanto riguarda il controllo dei rischi ambientali e la sostituzione di un sistema organizzato di controllo e gestione integrativo.

PREVENZIONE E CONTROLLO

Se, come è ovvio, il rischio non può essere eliminato dalle imprese umane, tuttavia si può limitare ed è possibile attuare misure di prevenzione e di controllo che possano evitare il verificarsi di eventi sfavorevoli, ma, nel caso questi accadessero, limitare i danni e correre ai ripari in maniera efficace e tempestiva: per questo è necessario che l’impresa attivi le proprie risorse e utilizzi adeguatamente gli strumenti a sua disposizione, in una logica di prevenzione.

La valutazione tecnica del rischio consente di identificare, in un processo, le attività che presentano la maggiore probabilità di produrre un danno ambientale e misurarlo; la valutazione gestionale è importante nell’identificare e verificare le modalità operative in cui si svolgono le attività che possono presentare un rischio ambientale, identificare i possibili miglioramenti, mettere in atto gli idonei sistemi di controllo.

ASSICURARSI: UN IMPEGNO E UN AIUTO

Avere una valutazione economica precisa e accurata di ciò che possono venire a costare all’azienda i danni ambientali connessi al rischio a cui è esposta l’impresa è il primo passo necessario, a cui segue il confronto di questi con i costi necessari per la prevenzione ed eventualmente valutare come e in quale misura ricorrere agli strumenti assicurativi a disposizione degli operatori del settore. Infatti, il mercato assicurativo offre la possibilità di ampliare la copertura, e la normativa (art, 14, direttiva 2004/35/CE) lo richiede specificatamente: in questo caso, cioè considerando l’impegno con un’assicurazione, le risorse economiche che l’impresa deve prevedere a accantonare per ripristinare le conseguenze dei danni ambientali si riducono in maniera sensibile.

In conclusione, gli strumenti per un’adeguata gestione del danno ambientale nella sua più ampia accezione – dalla prevenzione al controllo alla gestione degli effetti – ci sono, le valutazioni economiche sono volte a considerare le soluzioni più aperte:tutto questo porta a richiedere alle aziende un management evoluto, non una strada preferenziale, ma una strada “obbligata” per meglio operare. Nei confronti propri e – dal piccolo al grande, con l’impegno di tutti – dell’intero pianeta.

Città e topi

Il titolo indica con chiarezza due argomenti che apparentemente possono sembrare definiti, ma se li osserviamo con l’occhio esercitato del naturalista-ecologo ci rendiamo conto che nascondono complessità di cui è necessario tenere conto se si vuole progettare bene il lavoro di bonifica murina urbana.

UN SISTEMA COMPLESSO

La città è un sistema complesso che possiamo suddividere in due grandi sottosistemi: le aree di pertinenza pubblica e quelle di pertinenza privata.

Nel contesto pubblico possiamo indicare gli edifici scolastici, gli ospedali, gli uffici e, entrando negli spazi aperti, i parchi, le strade e la rete idrica e la fognatura, senza contare i canili e, in questi ultimi tempi, il diffondersi dei gattili.

Nel contesto privato l’elenco potrebbe comprendere tutti gli edifici ad uso abitativo, le industrie (in particolare quelle alimentari), gli esercizi commerciali e di ristorazione, gli sporting club ecc. Inoltre ogni sottosistema può essere suddiviso a sua volta, ad esempio, in spazi aperti e spazi confinati.

Se osserviamo più da vicino ad esempio le scuole, vediamo che le problematiche si intrecciano perché coesiste la linea alimentare, vedi refettorio, la rete fognaria e L’area verde di pertinenza, e non può logicamente essere trascurata l’interazione con l’ambiente circostante, né con il tipo di utenza.

Continuando la nostra disamina, vediamo che le fognature possono essere definite le “autostrade” dei nostri ratti (il Rattus norvegicus viene infatti appellato il Ratto delle fogne), attraverso di esse i vari nuclei familiari si spostano dalle loro tane, non facili da identificare, verso i punti di approvvigionamento. Non a caso si nota una forte presenza murina nelle aree circostanti i ristoranti.

Quindi dalla fogna ai punti di alimentazione i ratti da dove passano? Ed ecco che all’attento osservatore, soprattutto nelle ore crepuscolari, emergono dalle bocche di lupo ombre furtive che rapidamente appaiono e scompaiono secondo camminamenti sempre uguali.

MEGLIO PREVENIRE

Cosa fare o cosa si dovrebbe fare per contenere il fenomeno dei ratti urbani? Diamo per scontato che la corretta gestione dei rifiuti sia la variabile più importante, ma siamo anche consapevoli che il nostro dire rimane un’istanza di principio, di fatto il fenomeno delle discariche abusive e degli alimenti abbandonati nei giardini pubblici è in allarmante aumento e noi “derattizzatori” ne dobbiamo prendere atto e intervenire con “terapie” d’urto in attesa che le cose cambino.

L’elenco riportato è tutt’altro che completo e i dati sono l’insieme della mia esperienza diretta, delle informazioni verbali di alcuni derattizzatori e della poca letteratura disponibile. Per le specie indicate si vedano le schede bioetologiche allegate. In conclusione posso affermare che i roditori si distribuiscono nel contesto urbano a macchia di leopardo e di conseguenza i piani di lotta devono prima individuare le aree da trattare e successivamente intervenire in modo da attenuare la consistenza numerica delle singole colonie, quindi l’approccio metodologico deve, nella maggior parte dei casi, essere “razionalmente localizzato”.

DELLA NORMA E DELLE PENE OVVERO: L’APPLICAZIONE DELLE REGOLE DI GESTIONE AMBIENTALE IN REALTÀ OSPEDALIERE

Le strutture sanitarie sono spesso oberate dal proprio mandato di gestire i bisogni di salute della popolazione attraverso l’erogazione di prestazioni sanitarie anche particolarmente complesse, con un progressivo aggravio nei costi e nella difficoltà di gestione delle proprie attività.

Le successive riforme sanitarie, dettate dalla necessità di contenere la spesa a favore di logiche di appropriatezza delle prestazioni in linea con il principio fondamentale di garanzia universalistica di assistenza tipico del sistema italiano, hanno portato alla focalizzazione delle organizzazioni sul concetto di prestazione sanitaria di qualità adeguata e sul principio di decidere basandosi su dati oggettivi e confrontabili.

Il progredire di questa richiesta di gestione per gli aspetti organizzativi nelle strutture sanitarie comporta la scelta di abbracciare progressivamente percorsi di controllo e valutazione delle prestazioni e degli esiti sempre più articolati.

L’ultima frontiera pare sia quella di valutare l’applicabilità delle regole e dei principi delle norme ISO 14001 ai “siti produttivi” ospedalieri, dove la cogenza delle prescrizioni legislative dovrebbe trovare una rapida e puntuale applicazione.

Vero è che il panorama italiano della normativa in materia ambientale è particolarmente articolato, in ultimo è stato recentemente pubblicato il testo unico in materia ambientale (D.Lgs. 152 del 2006) che raggruppa, dopo non poche difficoltà, molta della normativa applicabile ai sistemi di gestione.

Le indicazioni in merito alla gestione ambientale dei sistemi di produzione di beni e servizi sono subordinate ad una serie di aspetti ed impatti, per utilizzare la terminologia affine alla norme ISO 14001, diversificati in relazione al contesto produttivo, al bene o servizio prodotto ed alla tipologia di produttore.

Questa enorme diversificazione si scontra con la presunta necessità di regolamentare le fattispecie di produttori e di siti.

Nell’ambito della gestione dei reflui, per voler fare un esempio, gli ospedali occupano una nicchia legislativa che li vede normalmente autorizzati in qualità di scarico civile, pertanto totalmente sovrapponibili ad un condominio, e questo è razionalmente plausibile essendo questi identificabili in produttori di reflui derivanti “prevalentemente” dal metabolismo umano, definizione mediata dalla normativa precedente.

In materia di acque il nuovo decreto che recepisce la Direttiva 2000/60/CEE, e rappresenta un vero testo unico che disciplina sia la tutela quali-quantitativa delle acque dall’inquinamento (D.lgs. 152/99, D.M. 367/03) che l’organizzazione del servizio idrico integrato (legge Galli).

Nuova è la definizione di scarico inteso oggi come qualsiasi immissione di acque reflue in acque superficiali, sul suolo, nel sottosuolo e in re-e fognaria, indipendentemente dalla loro natura inquinante, anche sottoposte a preventivo trattamento di depurazione. La nuova definizione non prevede più la canalizzazione diretta tramite condotta allargando quindi il principio di riferimento.

Abbiamo visto come gli ospedali e, più propriamente ogni struttura sanitaria che esegua prestazioni ancorché minimamente invasive, necessiti di sistemi di gestione e trattamento dei propri materiali ed ambienti che si conformino progressivamente con le indicazioni di sostenibilità ambientale rispetto alla propria attività.

L’utilizzo di risorse idriche negli ospedali, sia destinati all’acuzie che all’elezione o alla riabilitazione, è sempre elevato sia per i fini igienico sanitari propri della funzione di ospitalità dell’ospedale, che per le funzioni tecniche proprie di gestione della struttura stessa.

Analizzando il percorso di questi anni, dove la finalizzazione delle prestazioni alla garanzia di risultato, con un progressivo approccio per processi alle attività cliniche e di supporto, ha portato alla piena gestione dei dispositivi utilizzati per l’ottenimento dei risultati attesi.

In antitesi alle esigenze di gestione e controllo, che prevedono spesso una presenza costante di figure professionali dedicate alle attività di valutazione, gli organici e l’organizzazione stessa delle strutture si sono modulati intorno ad esigenze di risparmio e di gestione oculata, privilegiando i core process aziendali e delegando molte delle attività di supporto a figure esterne attraverso modelli di gestione appaltata.

Volendo fare un esempio rispetto alle implicazioni derivate da questi modelli nella gestione ordinaria, l’utilizzo di detergenti e disinfettanti nei processi di sanificazione ospedaliera è stato in questi ultimi anni prevalentemente oggetto di una valutazione di efficacia del dispositivo nel raggiungere i risultati attesi di pulito e disinfettato per le superfici, privilegiando sicuramente l’aggressività del prodotto sullo sporco o sul potenziale patogeno alla luce del principio correttissimo di difesa e tutela dell’utente della prestazione sanitaria.

Le attività di sanificazione sono ormai prevalentemente destinate a sistemi in appalto che, essendosi allineati ai livelli di complessità organizzativa delle nostre aziende sanitarie, sono oggetto di modelli di selezione orientati alla gestione per progetti, garantiti attraverso processi certi, ma delegati, nella loro descrizione e applicazione, alle società vincitrici dell’appalto.

Le aziende sanitarie hanno, di conseguenza, progressivamente rinunciato al controllo tecnico dei dispositivi utilizzati dalle aziende fatte salve le valutazioni sulle molecole impiegate e sulla loro compatibilità con i siti, intesi come superfici, dove queste verranno impiegate.

Sono quindi passate sotto silenzio le indicazioni di compatibilità ambientale presenti sulle schede tecniche e di sicurezza dei prodotti, fino a quando hanno cominciato ad emergere segnalazioni relative alla valutazione degli scarichi a seguito di problemi ai depuratori e agli sbocchi del sistema fognario.

La sfida affrontata da alcune strutture sanitarie nell’ultimo periodo è stata quindi improntata al riappropriarsi di questa prerogativa di controllo sul processo di sanificazione, gestione dei rifiuti, del calore e dell’energia attraverso sistemi diversi, tra cui proprio l’adesione volontaria ai modelli di organizzazione propri dei sistemi a fonte giuridica privata come le ISO.

La spinta forte nella direzione di abbracciare modelli organizzativi condivisi e confrontabili come quelli ISO nasce dal progressivo avvicinamento delle Aziende Sanitarie ai sistemi di valutazione e gestione della qualità (cfr ISO 9001/2000) anche in relazione alle indicazioni contenute nelle successive riforme sanitarie che promuovono l’adozione di modelli di valutazione qualitativa in grado di confrontare i livelli prestazionali delle aziende stesse.

La vicinanza con il sistema qualità delle ISO ha portato quindi ad approcciare altre norme come appunto la 14001 in tema di gestione ambientale, le norme derivate dal sistema inglese sulla sicurezza dei lavoratori, le norme di social accountability (SA 8000), scoprendo panorami nuovi su cui confrontare le proprie forze al fine di proporre ai propri utenti la migliore prestazione consentita da contesto e risorse.

Alcuni Sistemi Sanitari Regionali hanno addirittura favorito o persino obbligatoriamente richiesto l’adozione di sistemi certificabili ISO per i sistemi qualità delle aziende sanitarie, in modo da rendere intervalutabile il sistema tra le aziende.

Il risultato è un numero in progressivo incremento di aziende sanitarie certificate per la qualità, ancorché prevalentemente sulla produzione di un bene come un referto o un’analisi.

Con queste premesse, la scommessa di adottare sistemi certificabili in tema di gestione ambientale pareva facilmente vinta, il ragionamento poteva facilmente basarsi sul fatto che l’ospedale o l’azienda sanitaria essendo fortemente regolamentata, fosse facilmente verificabile e assimilabile nelle proprie risultanze ai requisiti richiesti dalla 14001.

Nella realtà dei fatti, per coloro i quali hanno iniziato il percorso, le sfide si sono concretizzate nel momento che si è resa necessaria la dimostrabilità dei propri risultati e della rispondenza ai requisiti, spesso inversamente proporzionale al livello di complessità dell’azienda stessa.

I vantaggi di uno sforzo importante come quello di addivenire ad un percorso ISO 14001 risiedono in prima istanza nella capacità per l’azienda di conoscere finalmente i propri processi di gestione per le attività di supporto ai core process aziendali.

Queste attività, spesso vissute a corollario del sistema rivelano la loro criticità quando non pienamente gestite, abbiamo esempi nella manutenzione ordinaria e straordinaria delle centrali aerauliche, termiche, idriche; dei sistemi di acquisizione e trattamento di acque ed energia, per poi terminare con tutte le attività connesse con la gestione dei prodotti di scarto delle prestazioni clinico assistenziali che l’azienda sanitaria propone alla cittadinanza.

Se questi aspetti sono sicuramente noti alla mente degli operatori sanitari, ancorché gestiti solo parzialmente, altri tendono all’oblio istituzionale e tra questi possiamo individuare tutte le norme autorizzative, la gestione degli accessi al sito aziendale, fatti da strade e parcheggi, la gestione del rumore prodotto e dei potenziali inquinanti ambientali provenienti dalla gestione del riscaldamento e del raffreddamento degli ambienti.

Lo strumento più importante per accedere a queste informazioni in maniera organizzata e funzionale alla formulazione di un progetto di miglioramento è sicuramente l’analisi ambientale iniziale, consigliata e non obbligatoria per la norma, ma di sicuro valore per enti che poco conoscono della propria struttura gestionale in questi aspetti.

ANALISI AMBIENTALE INIZIALE

L’Analisi Ambientale Iniziale (AAI) consiste in una approfondita indagine finalizzata all’ottenimento di informazioni utili a tracciare un quadro sulle caratteristiche ambientali del Sito di attività; questo quadro informativo permette di evidenziare le criticità ed i margini di miglioramento dei livelli di sostenibilità dell’organizzazione.

Le informazioni acquisite durante l’AAI dovranno essere aggiornate annualmente con procedure previste dal Sistema di Gestione Ambientale.

L’Analisi Ambientale Iniziale può essere strutturata su otto contesti di indagine che identificano:
1. Stato dell’Ambiente del territorio di competenza dell’ospedale, inteso come sede fisica;
2. Struttura organizzativa, prassi e procedure di gestione ambientale esistenti;
3. Attività/servizi svolti direttamente, attraverso appalti e con aziende municipalizzate;
4. Aspetti/impatti ambientali delle attività, dei prodotti e dei servizi;
5. Prescrizioni legislative e regolamentari applicabili;
6. Politiche ambientali intraprese e piani programmi adottati;
7. Scenari di emergenza;
8. Percezione della popolazione.

Una volta analizzati i vari contesti di indagine è necessario che l’Ente definisca dei criteri di valutazione delle criticità emerse durante l’Analisi Ambientale Iniziale, al fine di attribuire loro un livello di significatività.

Viene a definirsi quindi una sorta di “classifica delle criticità” che dovrà essere tenuta in considerazione per la definizione di politica, obiettivi e programmi per il miglioramento delle performance ambientali.

Il risultato atteso da un evento di questa portata è sicuramente un approccio maggiormente consapevole alla ecocompatibilità delle proprie attività assistenziali, ma avrebbe un potere attrattivo molto relativo nei confronti di quei manager poco illuminati in materia ambientale se non si traducesse anche in una gestione economicamente più vantaggiosa degli eventi.

La traduzione in pratica dei percorsi di avvicinamento alla certificazione consente di ottenere informazioni importanti rispetto alle proprie capacità di performance su quei costi che spesso vengono definiti come strutturali ed imprescindibili nell’ambito della redazione di un bilancio di previsione di una azienda, individuando spazi e margini di miglioramento che consentono di identificare costi ridondanti e superflui, modulando per esempio la gestione dei ritiri sui rifiuti, oggetto di gestione appaltata, in relazione alla reale produzione del sito, evidenziando potenziali capacità di differenziazione di conferimento per quei rifiuti assimilabili agli urbani e, non in ultimo, l’accessibilità sempre più frequente a fondi e finanziamenti agevolati di provenienza europea o statale, sia per l’ottenimento del certificato, sia per i piani di intervento in tema di ecocompatibilità.

DETERGENTI: TRA RICERCA AVANZATA E DISCOUNT

Il problema della “caccia al prezzo” continua ad esistere anche se si raccolgono alcuni segnali positivi. Confrontandoci con le industrie, abbiamo capito che il substrato su cui proliferano le politiche discount è l’elevata arretratezza culturale degli utilizzatori finali e dei responsabili acquisti. Un’arretratezza che fa proliferare aziende di basso profilo dannose per il mercato, che non permette lo sviluppo delle vendite di prodotti concentrati e superconcentrati per ridurre i costi di trasporto e di imballaggio, ma che soprattutto non capisce l’esigenza di tutto il mercato di orientarsi verso politiche più ecologiche, efficaci e – in ultima analisi – anche economiche.

“La caccia al prezzo c’è sempre stata – ci ricorda Sergio Antoniuzzi, presidente di Icefor e memoria storica del mercato -. Esisteva già dal 1960, quando è iniziata la chimica e continua tuttora. Le aziende improvvisate sono sempre proliferate, tante sono sparite, alcune stanno nascendo adesso perché pensano sia semplice e banale fare i prodotti.

Miscelare un cocktail di componenti chimici, aggiungere essenze profumate e il gioco è fatto. Vige in questo settore una continuità di confusione. Si vedono aziende che spesso vendono a piccoli commercianti prodotti con etichette fantascientifiche, ma si tratta di prodotti carichi di sostanze alcaline o di acidi forti perché, su certi clienti disinformati, fa subito effetto l’aggressività sullo sporco dimenticando il vero processo di detergenza, che consiste nella bagnabilità delle superfici, l’emulsione dello sporco ma, cosa ancor più importante, senza intaccare le superfici”.

“Per quanto ci riguarda ritengo che il mercato nell’ultimo anno si sia stabilizzato rispetto a qualche tempo fa, ma si è stabilizzato su una fascia di prodotti a più basso prezzo rispetto a prima” sentenzia ironico Gianni Pierbon, amministratore delegato di Interchem Italia. “In effetti anche noi – spiega Igli Turini, presidente di Unira – non possiamo dire che la situazione sia molto migliorata sul fronte della battaglia dei prezzi”. “Sicuramente il fottore prezzo è ancora oggi molto importante – conferma l’ufficio marketing di Donai -,fino a diventare un fattore determinante per un torget particolare di clientela che ancora oggi fa del fattore prezzo la conditio sine qua non per la scelta del fornitore.

Solitamente si tratta di piccole realtà, orientate su prodotti di limitata qualità e che non offrono particolari servizi al cliente, oppure strutture rivolte alla fornitura di enti e appalti pubblici. Ma anche negli altri casi è comunque un fattore molto sentito, in qualsiasi trattativa. Va inoltre sottolineato che l’effetto euro – che ha portato a delle speculazioni in diversi settori – non ha influito sui nostri listini, che sono stati prima convertiti e poi adeguati negli anni a seguire con la stessa incidenza di aumento applicata prima dell’euro”.

IL PEGGIOR CLIENTE? LO STATO

Nella precedente risposta di Donai ma anche di altre aziende, colpisce il pessimo approccio utilizzato per la selezione dei prodotti destinati alle pubbliche amministrazioni.Tanto da essere spesso accomunato alle esigenze delle “piccole realtà, orientate su prodotti di limitata qualità e che non offrono particolari servizi al cliente”.

Ma non dovrebbe essere una funzione statale quella di promuovere la qualificazione dei mercati e di premiare gli investimenti in ricerca e sviluppo e in soluzioni ecologiche, così tanto richieste dagli stessi governi? Senza contare la qualità del pulito che viene offerto ai “clienti” delle pubbliche amministrazioni: i degenti degli ospedali, gli anziani delle case di riposo, i bimbi delle mense scolastiche. E infine alla salute degli stessi addetti agli interventi di pulizia. “La ricerca del prezzo è una tendenza ancora in atto, soprattutto per forniture e appalti di enti pubblici dove la valutazione viene fatta esclusivamente sui prezzi, che generalmente devono essere inferiori all’anno precedente – spiega Claudio Lavarini, direttore commerciale di Marka -. Difficilmente si riesce a far valutare il rapporto qualità/prezzo”.

“Per quanto riguarda gli interventi routinari e generici, in particolare derivanti da gare d’appalto – conferma Eugenio Giusti, direttore generale di Geal -, risulta ancora in atto la tendenza al ribasso sui prodotti, assommata alla despecializzazione e al ribasso sulla manodopera (extracomunitari). Purtroppo, soprattutto nelle gare d’appalto, il parametro fondamentale è e rimane il prezzo dell’opera e quasi mai la qualità dell’intervento. Perciò viene meno in partenza la ricerca dell’efficienza nell’operazione e quindi della qualità del prodotto detergente. Quando invece il parametro è la qualità o meglio la specificità della prestazione, allora il prezzo del detergente non ha, né può avere, questa ridicola incidenza”.

QUALCOSA STA CAMBIANDO

Fra i tanti manager che ho intervistato non mancano opinioni più improntate alla ricerca delle soluzioni, che riscontrano dei segnali di cambiamento, “Spesso capita di confrontarsi con dealer che, nonostante i nostri sforzi nell’evidenziare i vantaggi del prodotto di alta qualità, optino per un detergente a basso costo – afferma Stefano Cassanelli, responsabile commerciale di Italchim -. Purtroppo finché ci sarà domanda di prodotti economici, ci sarà la relativa offerta.

Ma il mercato si sta stabilizzando e oggi ogni dealer è in grado di proporre dal prodotto economico al super concentrato. L’interesse dei nostri clienti si sta orientando verso i prodotti di alta qualità in grado di ottenere ottimi risultati su più di superfici e su diversi tipi di sporco. Su nostro suggerimento, i dealer stanno cominciando a gestire meno prodotti ma più efficaci e polivalenti: un modo per semplificare la gestione del magazzino e ridurre l’impegno del personale, spesso confuso da una infinita gamma di prodotti, a volte inutili in quanto molto simili tra loro”.

“I prodotti di primo prezzo hanno sempre una quota importante nello scenario professionale – spiega Riccardo Carpanese, marketing manager di Sutter Professional -: crediamo in un’inversione di tendenza nel breve termine quando da un lato le aziende di marca, depositarie del know how, abbasseranno la pressione promozionale puntando su altre leve di marketing, e dall’altro lato una serie di variabili si comporranno dando vita a uno scenario del Mercato Professionale i cui vagiti sono già in atto.

Come la tendenza delle aziende di marca, anche attraverso canali istituzionali, all’educazione dei consumatori finali, facendosi portatori di istanze fondamentali come la sicurezza (che metterà fuori mercato diversi produttori) e la concentrazione della distribuzione, fortemente correlata all’aumento di quota dei prodotti di marca, sull’esempio di paesi più evoluti come l’Inghilterra e la Germania”.

FORMAZIONE: L’IMPEGNO DELLE INDUSTRIE

Nonostante le condizioni generali non siano di grande sostegno, le industrie del settore continuano a investire sia nella ricerca di nuovi prodotti sia nella formazione a favore di tutti gli attori della filiera del pulito. Proprio la formazione e la comunicazione appaiono come l’esigenza più urgente per promuovere una “culturalizzazione” di massa in tema di “pulito”.

“L’efficacia e la qualità dei nostri prodotti è ormai un dato acquisito – spiega Luca Cocconi di Arco Chimica -. Quello che invece non è ancora acquisto è rappresentato dal loro corretto impiego in base alle necessità dei clienti cui si lega una efficace metodologia di pulizia. Ecco perché insieme alla ricerca di prodotti qualitativamente superiori abbiamo investito tantissimo in formazione diretta sia ai capi cantiere sia agli addetti delle imprese di pulizia. Nell’ultimo anno abbiamo incontrato oltre 1.800 persone nei nostri corsi direzionali e presso i singoli cantieri. Questo elemento è sicuramente centrale e vincente se si vogliono ottenere risultati di miglioramento e risparmio nei costi di gestione dell’azienda”.

“Negli ultimi mesi Firma, per conoscere le maggiori difficoltà applicative del settore, ha effettuato scrupolose ricerche sui cantieri delle imprese di pulizia, al fine di poter apportare ulteriori migliorie ai sistemi attualmenTe in uso, sia nella scelta del detergente che nel corretto utilizzo dei più idonei sistemi di pulizia – dice Francesco Accorsi di Firma -. Nonostante un alto livello di efficacia, Firma non si stanca mai di effettuare interventi di Ricerca e Sviluppo per i propri formulati.

Oltre a implementare costantemente l’efficacia dei prodotto in termini di rapporto qualità/prezzo, ci siamo posti l’obiettivo, non secondario, della costante riduzione dei rischi per gli operatori e della riduzione dell’impatto ambientale del prodotto in uso. Tale attività è stata condotta anche attraverso una costante formazione degli operatori, al fine di portarli a piena conoscenza delle prestazioni dei prodotti utilizzati, per un migliore rendimento del detergente, per la sicurezza degli operatori stessi e per la riduzione degli impatti verso l’ambiente. La nostra azienda è infatti convinta che solo attraverso questo percorso si possa giungere a una concreta riduzione dei costi all’uso: prodotto adeguato, giusta concentrazione, ottimizzazione delle tecniche e dei metodi di lavoro, riduzione degli infortuni sul lavoro e minimizzazione della quantità di rifiuti prodotti.”

“La formazione è indispensabile all’idoneo utilizzo – afferma Stefano Cassanelli di Italchim -. Spesso alcuni prodotti di ottima qualità, con concentrazioni di materia attiva molto elevate, non vengono percepiti come più vantaggiosi, se non utilizzati correttamente. Siamo convinti che la formula vincente, in grado di creare piena soddisfazione da parte degli utilizzatori, sia data da un prodotto di buona qualità, con un prezzo competitivo, accompagnato dal servizio dato dall’in formotore tecnico in grado di trasmettere a colui che andrà a utilizzare il prodotto, i corretti modi di utilizzo, per ottenere da ogni formulato reali vantaggi durante il proprio lavoro”.

Certo sarebbe opportuno che anche gli altri attori del mercato, oltre alle industrie, si impegnassero allo stesso modo per formare gli addetti alle pulizie. Le stesse imprese e i dealer. Solo un’attività coordinata tra tutte le forze potrà dare dei risultati concreti. “Buzil è stata la prima negli anni Settanta a fornire i primi prodotti concentrati in bustina. Il concetto era talmente semplice, che tutti ci abbiamo creduto: ma è stato un disastro perchè gli utenti, le imprese di pulizia, non comprendevano il valore dei vantaggi – spiega Renato Lodetti, titolare di Lodetti, azienda milanese che distribuisce in esclusiva in Italia ì prodotti Buzii tedeschi -. Non è cambiato molto da allora: le imprese investono dappertutto tranne che nella formazione del personale addetto alle pulizie. Noi, come altri produttori, facciamo corsi di formazione per migliorare la professionalità degli operatori, ma l’elevato turn over di questi lavoratori vanifica gran parte dei nostri sforzi”.

DOVE VA LA RICERCA?

Nonostante il mercato proponga già formulati di alta qualità (altamente specifici, multiuso ecc.) con confezioni molto differenti fra loro (concentrati, monodose ecc.) che spesso non sono ancora ben comprese dall’utenza, i laboratori che si occupano di ricerca nelle industrie continuano a fare passi in avanti. Come vedremo dalle prossime dichiarazioni, la ricerca viene indirizzata in varie direzioni: non ci si limita al detergente, ma si lavora anche sui dosatori e sull’ecosostenibìlìtà delle produzioni.

“La nostra azienda – ci spiega Vincenzo Cama, direttore di Kemika Italia – è molto impegnata nello studio dei sistemi di dosaggio, di erogazione e di applicazione dei prodotti. Nel rendere più efficaci e semplici questi sistemi si può avere un reale risparmio. È in questo modo, infatti, che il ruolo dei veri concentrati può essere messo in evidenza. Per quanto concerne la nostra azienda nel 2005, rispetto al 2004, le vendite dei concentrati è aumentata”. ”Donai – ci spiegano dall’ufficio marketing – sta investendo nello studio dei prodotti solidi, dei superconcentrati in crema compattata, da utilizzare con particolari dispositivi di dosaggio. Abbiamo già iniziato con successo la commercializzazione dei primi due prodotti solidi, per il lavaggio automatico e manuale delle stoviglie, e stiamo continuando la ricerca con altri formulati per altri impieghi”.

“Data la crescente domanda di nuovi formulati e nuovi tipi di prodotto, e data l’importanza strategica di questa funzione per un’azienda di produzione, Polychim investe mediamente l’8- 10% del proprio fatturato in ricerca e sviluppo – afferma Dario Re di Polychim -. Il laboratorio inoltre tiene costantemente monitorati i rendimenti dei prodotti già esistenti, andando a implementarli quando necessario.

Abbiamo un’offerta completa: alcuni, come i concentrati, i superconcentrati e i polivalenti, sono già presenti nella nostra produzione da qualche anno e hanno raccolto risultati incoraggianti. I monodose invece sono allo studio, data la sempre maggior richiesta proveniente dai nostri clienti, attirati dalla facilità d’uso e dalla rapidità di diluizione dei sacchetti monodose”. “L’investimento in ricerca – dice Gianni Pierbon, amministratore delegato di Interchem Italia – è completamente rivolto alla messa a punto di prodotti più efficaci, con minore impatto ambientale (non solo dal punto di vista formulistico, ma anche dell’imballo destinato a diventare un rifiuto) che possano far risparmiare tempo agli operatori. Credo che nessuna azienda seria investa nella ricerca di prodotti economici: al massimo potrà fare una politica di prezzi aggressiva sui suoi prodotti di qualità”.

QUALE DETERGENTE PER IL FUTURO?

Non c’è che l’imbarazzo della scelta: concentrati, super concentrati, monodose, polivalenti, schifezze da quattro centesimi. Ma dove andrà il mercato? Quali saranno i prodotti del futuro?

“I prodotti superconcentrati sono sempre e comunque prioritari per un’industria chimica – spiega l’ufficio marketing di Donai -, poiché l’obiettivo dei ricercatori è quello di creare prodotti utilizzando materie prime nuove che consentano di creare formulati sempre più efficaci, che consentano un corretto risultato di pulizia con l’impiego di quantità di prodotto sempre maggiori. Oltre ad essere una prerogativa di chi fa ricerca, i prodotti superconcentrati hanno indiscussi vantaggi commerciali, visto che consentono di abbattere le spese imballaggio, stoccaggio e trasporto, oltre all’evidente vantaggio ecologico visto il minor impiego di plastica e cartone”. “Per incontrare le esigenze della nostra clientela – afferma Valerio Zanoni, responsabile produzione e controllo qualità di Chemical Line Italiana -, puntiamo sui prodotti polivalenti e concentrati. Inoltre negli ultimi anni abbiamo creato prodotti altamente qualitativi per la pulizia e il trattamento di marmi, pietre ecc.”

“Ecolab ha un ventaglio amplissimo di soluzioni – ci spiegano dalla il Marketing Professional Product Division di Ecolab -: dai prodotti pronto uso ai superconcentrati. L’innovazione, il rispetto dell’ambiente, dalla scelta accurata delle materie prime allo sviluppo di confezioni, imballi innovativi ed ecocompatibili sono al centro dell’attenzione. Formulati esclusivi, sviluppati dopo anni di ricerca e prove sul campo, hanno consentito, ad esempio, di realizzare dei prodotti solidi senz’acqua o liquidi superconcentrati straordinariamente performanti. Le loro confezioni facilmente riciclabili garantiscono inoltre una drastica riduzione di tutti i trasporti, prevengono gli sprechi ed eliminano i problemi di smaltimento.

I sistemi di dosaggio dei prodotti superconcentrati di Ecolab, come ad esempio il sistema Oasis Pro, consentono di preventivare i costi d’uso, riducendo drasticamente gli sprechi mantenendo, contemporaneamente, uno standard qualitativo elevatissimo”. “Come tutte le migliori aziende anche la nostra è in grado di offrire ai clienti prodotti superconcentrati, monodose, polivalenti – afferma Luca Cocconi di Arco Chimica -. Riteniamo però essenziale studiare un diverso sistema di distribuzione ed erogazione del prodotto soprattutto nei cantieri con un elevato consumo, dove sono possibili maggiori sprechi. È un progetto che stiamo valutando e pensiamo di poterlo presentare al Pulire 2007”.

“Da sempre abbiamo prodotto formulati fortemente concentrati – conferma Sergio Antoniuzzi di Icefor -. Dal 1990 abbiamo proposto al mercato i superconcentrati della Linea Unico ma il loro diffondersi è sempre faticoso in quanto si tratta di prodotti che vanno utilizzati con appositi diluitori di soluzione e le soluzioni non sempre rispondono alle esigenze delle operazioni di pulizia giornaliere. Già nel 1980 Icefor vendeva prodotti monodose ma anche questi non hanno avuto sviluppo. La nostra azienda intende sviluppare prodotti concentrati mirati alle precise esigenze di igiene per i vari ambienti e superfici, confidando sulla professionalità dell’utilizzatore affinché possa a sua volta concentrare la forza chimica in base al Cerchio di Sinner. Questo è ciò che chiede il vero professionista perché, giornalmente, le condizioni di operatività sono variabili”. “La nostra azienda – spiega Franco Persano, direttore commerciale di Kiehl Italia – è stata una dei pionieri nel settore dei detergenti concentrati e dei monodose: li produciamo da oltre 20 anni. È il nostro core business e sempre di più puntiamo su questi prodotti per restare leader in Europa”.

“Nella nostra gamma esistono già prodotti superconcentrati confezionati in flaconi giustodose che coprono gran parte delle esigenze – afferma Claudio Lavarini di Marka -, l’utilizzo di questi prodotti, se impiegati secondo le dosi consigliate, è l’unico modo per ridurre il costo del prodotto in uso senza rinunciare alla qualità, purtroppo non esiste ancora la mentalità per questa tipologia di prodotti, che comunque riteniamo sia una delle strade da percorrere.

“I prodotti concentrati in flacone Easy Dose (flacone autodosante) sono il fiore all’occhiello della nostra linea detergenti – dice Riccardo Carpanese di Sutter Professional -. Il nostro impegno è di educare il cliente finale al loro impiego attraverso metodologie di utilizzo sempre più semplici, comunicando meglio il concetto del costo in uso e customizzando la nostra offerta verso le diverse tipologie di consumatore”. “Werner & Mertz – ci spiegano dall’ufficio marketing – investe ogni anno una percentuale crescente del proprio fatturato per continuare a sviluppare prodotti e sistemi che sempre meglio rispondano alle esigenze di economicità e performance dei clienti. Oggi l’azienda punta soprattutto su Prestige, il sistema che produce “pronti all’uso” direttamente sul cantiere e annulla così i costi più invisibili come quelli di stoccaggio e magazzino. Werner & Mertz dispone già da anni di concentrati dalle altissime performance. La novità del 2006 però consiste nella creazione all’interno dell’azienda di un dipartimento Training & Field Support capace di supportare il cliente nell’installazione e nella manutenzione dei sistemi di dosaggio: l’unico vero modo per consentire il corretto uso del prodotto con conseguente risparmio sui costi”.

AZIENDE CHE OFFRONO DETERGENTI

Generalmente le aziende offrono i seguenti detergenti:

  • detergenti disincrostanti anticalcare
  • detergenti neutri
  • detergenti alcalini
  • detergenti per superfici dure
  • detergenti sanitari e bagno
  • detergenti per cucina
  • detergenti lavaggio tessuti
  • detergenti lavaggio stoviglie
  • detergenti lavaggio frutta e verdura
  • detergenti per vetri
  • detergenti per metalli
  • detergenti per forni e friggitrici
  • detergenti per legno
  • detergenti per pietre naturali
  • pulitori e protettivi per cotto e marmo
  • detergenti per moquette
  • detergenti per carrozze ferroviarie
  • detersivi
  • prodotti multiuso
  • detersolventi
  • elimina macchie
  • disgorganti per scarichi
  • prodotti antiscivolo
  • prodotti antischiuma
  • prodotti antistatici
  • prodotti per spray cleaning

ECO-COMPATIBILITÀ E BASSO IMPATTO AMBIENTALE

In un articolo precedente abbiamo presentato gli obiettivi generali ed i principali risultati ottenuti da uno studio realizzato in collaborazione tra un Ente Pubblico ed una Società privata e pubblicato dalla Rivista Italiana delle Sostanze Grasse, titolato “Studio di formulazioni di detergenti per la collettività caratterizzate da elevata biodegradabilità e basso impatto ambientale”.

In estrema sintesi, ricordiamo che tra gli obiettivi che si prefiggeva tale studio c’era l’analisi, dal punto di vista della biodegradabilità, dei formulati di un pacchetto di diversi detergenti e non solo dei loro componenti tensioattivi.

Si intendeva inoltre verificare il tempo di bio-degradazione degli stessi, che per Legge è di 28 giorni massimo, per studiare la possibilità di abbassare tale limite che appare elevato.

Tale studio si è sviluppato in due parti, la prima delle quali, aveva come obiettivo la messa a punto di sistemi di depurazione su scala di laboratorio atti a consentire l’avvio dello studio della biodegradabilità e dell’impatto ambientale di tensioattivi, di formulati per la detergenza e di reflui reali contenenti tali prodotti.

La seconda parte della pubblicazione, illustra, invece, l’applicazione di una metodologia analitica di indagine per la selezione di una gamma completa di detergenti ecologici (EFDL, dall’inglese Environment Friendly Detergent Line), rispondenti alle complesse esigenze di una collettività e caratterizzati da elevata biodegradabilità e basso impatto ambientale.

L’obiettivo di questa seconda parte dello studio è stato quello di mettere a punto formulazioni di detergenti caratterizzati da comportamenti alla depurazione costanti nel tempo e altamente biodegradabili nelle reali condizioni di utilizzo (ossia nei reflui che derivano da comunità).

La gamma di formulazioni studiate corrisponde a varie tipologie di prodotti detergenti: di queste, sono state studiate le caratteristiche in termini di biodegradabilità e impatto ambientale mediante i sistemi di depurazione a fanghi attivi su scala di laboratorio: è infatti ormai appurato che l’elevata biodegradabilità di una certa sostanza inquinante non è di per sé una garanzia sufficiente di facile depurabilità, poiché negli scarichi idrici vanno a confluire, in maniera casuale, formulazioni di detergenti dalle caratteristiche molto diversificate, che possono creare problemi alla depurazione per il tipo di sostanze che contengono e per la mancanza di un opportuno acclimatamento della biomassa nei confronti di tali miscele complesse.

Sulla base dei risultati sperimentali ottenuti, è stata compilata una “classifica di merito ecologico” contenente tutti i formulati sottoposti alla sperimentazione; da tale classifica sono stati selezionati quei formulati che presentavano miglior comportamento alla depurazione, andando così a costituire la linea dei detergenti ecologici (EFDL).

La conferma della rispondenza di tale pacchetto ai requisiti ecologici è stata ottenuta mediante studio della depurazione dei suddetti prodotti con un impianto pilota di depurazione (“BIOCHECK”), simulante i processi depurativi che avvengono in un impianto su scala reale.

Infine, i risultati fin qui ottenuti sono stati “validati” andando a studiare il comportamento depurativo di un refluo reale, costituito dall’acqua di scarico campionata presso un Centro di Sperimentazione che ha utilizzato, nel periodo di prova, esclusivamente i formulati facenti parte della EFDL.

Per la determinazione della biodegradabilità sono state eseguite analisi specifiche per la determinazione dei tensioattivi:

  • Analisi MBAS (Methvlene Blue Active Substances) per i tensioattivi anionici (solfatati e solfonati);
  • Analisi BiAS (Bismuth lodide Active Substances) per i tensioattivi non ionici (etossilati).

La metodologia analitica impiegata per la selezione di tali formulati ha impiegato sistemi di depurazione a fanghi attivi su scala di laboratorio, messi a punto mediante prove preliminari e progettati in modo da simulare i processi che avvengono nei reali impianti di depurazione civili.

La valutazione dell’impatto ambientale dei detergenti, la selezione degli stessi per la formulazione della EFDL e lo studio del reale comportamento della linea ecologica di detergenti, ha previsto i seguenti passaggi:

A. Applicazione della procedura di valutazione della biodegradabilità alle seguenti sostanze:
1) singoli componenti costituenti le formula zioni complesse dei detergenti (tensioattivi puri, biocidi, antischiuma, ecc.);
2) gamma di formulazioni di detergenti, rispondenti a tutte le necessità di impiego di una collettività (detergenti per l’igiene personale, lavapiatti, brillantante, detergenti per superfici dure, ecc.);
3) miscele di diversi prodotti detergenti, al fine di valutare l’impatto ambientale dovuto alla presenza contemporanea di più formulati (situazione che si realizza poi, in pratica, in un refluo reale di una collettività).

B. Valutazione delle proprietà ecologiche di tutte le sostanze studiate e compilazione di “classifiche di merito ecologico”;

C. Selezione delle formulazioni caratterizzate dai migliori comportamenti nei confronti dei processi depurativi, e conseguente realizzazione di una EFDL;

D. Verifica delle caratteristiche ecologiche dei detergenti inclusi nella EFDL, mediante studio di un refluo reale prodotto da parte di una collettività che impiega esclusivamente i suddetti detergenti.

In tal modo è stato possibile selezionare, con successo, un gruppo di detergenti, in base alle caratteristiche di biodegradabilità e impatto ambientale; quindi, sono stati valutati eventuali effetti sinergici che possono evidenziarsi su miscele di prodotti detergenti, rispetto ad un sistema di depurazione a fanghi attivi; infine, è stato possibile riscontrare che l’impiego esclusivo di questi detergenti da parte di una collettività produce reflui che possono essere agevolmente depurati dal sistema di depurazione mediante biomassa, e ricondotti totalmente nei limiti di accettabilità per lo scarico in acque superficiali.

Per i detergenti facenti parte della EFDL non sono stati rilevati fenomeni di tossicità per i fanghi attivi né a livello acuto, né cronico. Tale risultato è di notevole rilievo sotto il profilo ambientale in quanto fornisce, attraverso una articolata procedura operativa attuabile su scala di laboratorio, la possibilità di una messa a punto efficace di formulazioni detergenti realmente “environment friendly” attraverso la valutazione del comportamento ambientale nelle effettive condizioni di campo.”

La sperimentazione in oggetto si è sviluppata in un arco temporale di 17 giorni effettivi di campionamento e corrispondenti attività di studio degli effetti del refluo campionato sul sistema di fanghi attivi.

COMMENTI E VALUTAZIONI FINALI

In precedenza abbiamo avuto modo di approfondire i concetti generali della biodegradabilità definita come un processo che comprende una complessa serie di trasformazioni operate da agenti biologici che attaccano, mutano, disgregano e infine metabolizzano un materiale, fino a ridurlo a molecole elementari quali anidride carbonica, acqua e sali minerali, in modo da renderlo, in tempi più o meno lunghi, adatto a essere riciclato nell’ambiente anziché accumularsi in esso.

Abbiamo poi esaminato quello che la recente legislazione, che adotta il Regolamento Europeo N. 648/2004, prevede in materia di biodegradabilità dei detergenti.

Viene infatti introdotta nella legislazione un’importante classificazione della biodegradabilità, dividendola in “biodegradabilità primaria” e “biodegradabilità aerobica completa”, vengono stabiliti i limiti in percentuale dei due tipi di biodegradabilità ( 80% per la “primaria” e 60% per la “completa”) e, soprattutto, vengono per la prima volta considerati tutti i tipi di tensioattivi, inclusi i cationici e gli anfoteri che prima non erano considerati.

Non vengono però comunque ancora considerati gli effetti dei “formulati” nel loro complesso.

Non è infatti detto che l’impiego di tensioattivi a basso impatto ambientale costituisca un requisito sufficiente (per quanto necessario) per ottenere formulati ambientalmente compatibili perché non è possibile prevedere il comportamento reale di un formulato sulla base delle informazioni individuali dei singoli tensioattivi, né degli altri componenti delle formule quali i solventi, i biocidi e gli antischiuma.

A questo proposito, abbiamo illustrato a grandi linee uno studio pubblicato nel 2003 dalla Rivista Italiana delle Sostanze Grasse che affronta proprio questa tematica e, cioè, se sia possibile mettere a punto dei formulati che siano effettivamente ed in quanto tali, biodegradabili nelle reali condizioni d’uso in tempi possibilmente inferiori a quelli previsti dalla legislazione corrente (28 giorni).

A questo riguardo, sulla base degli studi effettuati su:

  • tensioattivi mediante sistemi “BATCH” – in cui sono stati studiati tutte le tipologie di tensioattivi;
  • biodegradabilità e impatto ambientale dei tensioattivi mediante sistemi continui – in cui sono state effettuate analisi chimiche e biologiche COD (Domanda Chimica Ossigeno), MBAS (Methvlene Blue Active Substances), BiAS (Bismuth Iodide Active Substances), DHA (Attività Enzimatica) e SBI (Indice Biotico del fango)
  • domanda biochimica di ossigeno dei tensioattivi – con metodo BOD10 (domanda Biochimica di Ossigeno in 10 giorni);
  • biodegradabilità dei formulati mediante nricrovasche di depurazione in continuo – in cui sono stati testati vari formulati componendo una classifica di merito in funzione delle proprietà ecologiche;
  • biodegradabilità dei formulati mediante impianto di depurazione pilota “BIOTECK”;
  • impiego del “BIOTECK” per lo studio della biodegradabilità di un refluo di sintesi;
  • impiego del “BIOTECK” per lo studio della biodegradabilità di un refluo reale;
    e sui conseguenti:
  • Risultati parametri chimici
  • Risultati parametri biologici
  • Risultati parametri tossicologici
  • Risultati delle analisi cromatografiche
  • Risultati analisi chemiometriche
  • Risultati test dermatologici

Lo studio ha consentito di costituire un “pacchetto” di detergenti, in grado di soddisfare le diverse esigenze di detergenza di una collettività, cui attribuire il marchio distintivo EFDL (dall’inglese Environment Friendly Detergent Line), in ragione delle sue caratteristiche di elevata biodegradabilità e compatibilità ambientale.

La valutazione dell’impatto ambientale prodotto da molecole inquinanti è stato stimato attraverso la valutazione di parametri biologici che forniscono informazioni circa lo “stato di salute” del fango e la sua capacità di degradare le molecole con cui viene a contatto.

In tal modo, la valutazione di entrambi i parametri, la biodegradabilità e l’impatto ambientale, fornisce un’esauriente quadro circa il comportamento depurativo delle molecole studiate.

La valutazione del comportamento ambientale di formulazioni ha permesso di acquisire esperienze ed evidenze che testimoniano come, in alcuni casi, sia possibile conseguire un migliorato comportamento del formulato con la sostituzione di componenti critici. In altri casi, invece, le sostituzioni operate e le riformulazioni dei prodotti non hanno portato a sostanziali benefici.

Sulla base degli elementi raccolti, sono stati individuati 11 formulati che sono andati a costituire la EFDL.

Nell’impostazione generale del progetto, uno degli elementi di fondo è costituito dalle particolari condizioni sperimentali: le caratteristiche di compatibilità ambientale sono dimostrate non solo in test predisposti allo scopo, ma anche nelle reali condizioni d’uso, dove numerosi fattori possono sovvertire le previsioni basate sulla conoscenza dei comportamenti dei singoli componenti delle complesse miscele in gioco.

Per questo motivo, la fase decisiva e conclusiva del lavoro è stata dedicata allo studio del comportamento dei suddetti formulati facenti parte della EFDL in una sperimentazione “su campo” appositamente progettata.

Tale sperimentazione ha permesso di riscontrare che l’impiego esclusivo dei detergenti della EFDL da parte di una collettività produce reflui che possono essere agevolmente depurati e ricondotti nei limiti di accettabilità per lo scarico in acque superficiali (abbattimento medio MBAS 96,8 %; BiAS 83,3 %, COD 90,5 %).

E’ inoltre dimostrato che l’uso della suddetta famiglia di detergenti, pur richiedendo una inevitabile acclimatazione da parte del fango, non produce fenomeni di tossicità né a livello acuto, né cronico; inoltre i detergenti impiegati hanno un comportamento sostanzialmente omologo dal punto di vista della depurabilità.”

Sulla base dei risultati dello studio summenzionato, i Laboratori ARCHA S.r.l. hanno quindi potuto certificare che “dai risultati sperimentali ottenuti, illustrati nella allegata pubblicazione scientifica*, si può infatti dedurre che tali formulati, presenti in un refluo reale, presentano una biodegradabilità superiore al 98% in un tipico impianto a fanghi attivi di tipo civile”

(*: Studio di formulazioni di detergenti per la collettività caratterizzate da elevata biodegradabilità e basso impatto ambientale)

Pensiamo che questo possa essere il commento finale migliore e più incoraggiante per stimolare ulteriori e più approfonditi studi in materia di protezione ambientale almeno per quanto riguarda il settore dei detergenti.

Graffiti i muri non sono tele

Non è proprio vero: i muri possono essere – e lo sono stati – un supporto artistico. Negli anni intomo al 1922, in Messico i murales sono l’espressione artistica di un popolo, la voce fortemente espressiva per raccontare il disagio, il dolore, la follia di un popolo dalla storia drammatica. José Clemente Orozco, Diego Rivera, David Alfaro Siqueiros hanno affrescato chilometn di pareti. Ma stiamo parlando di una forma di arte che è l’espressione di un popolo; negli anni settanta, la pittura sui muri viene definita in modo improprio – graffito, espressione artistica con altro stile e contenuto. Esplode la popolarità di Keith Haring, Jean-Michel Basquiat, con la frenesia di pittura che dai muri di Brooklyn arriva nelle gallerie d’arte di Manhattan. Ma stiamo sempre parlando di arte.

Mutuato dall’arte, il “graffito” come lo si intende ora, con l’arte (e con la tecnica del graffito) non ha niente a che fare. Ci sono voci a sostegno della libertà d’espressione giovanile, a questo proposito, ma risulta difficile essere d’accordo quando si vedono muri deturpati da scritte colorate, facciate appena ripulite macchiate da schizzi e disegni di dubbia forma (il colore, invece, è sempre deciso). Si tratta di atti di vandalismo, espressione della mancanza di rispetto per la “cosa” pubblica, quella a cui si appellavano invece gli artisti messicani, per esempio.

CHE COSA SI PUÒ FARE

Non solo i muri, ma anche i monumenti sono un territorio da colpire e degradare, accentuando un problema che già di per sé risulta quantitativamente e qualitativamente complesso da gestire. L’ Istituto centrale del Restauro (Ministero per i Beni e le attività culturali) sintetizza i diversi metodi con cui si può approcciare il problema: si possono utilizzare mezzi di tipo meccanico, che si basano sulla possibilità di abradere gli strati costituiti dalle sostanze estranee fino alla loro rimozione.

Il rischio è che l’utilizzo di metodi industriali di pulitura (con sabbiatrici industriali, idropulitrici, frese a rotazione e così via) siano troppo aggressivi e asportino anche spessori più o meno consistenti di pietra insieme alla vernice. II problema è minimizzato se viene effettuata una pulitura meccanica di precisione da parte di tecnici specializzati (va da sé che questo intervento risulta economicamente molto oneroso).

Con i mezzi di tipo chimico si solubilizza il colore affinché non penetri ulteriormente nella pietra oppure venga a spandersi, creando aloni: si tratta di un vero intervento di restauro, che ha molte variabili: la natura della pietra, il tipo di vernice (il veicolo “solvente”) e la procedura utilizzata. Inoltre, è necessaria un’adeguata protezione (mascherine, occhiali protettivi eccetera) per gli operatori, poiché la maggioranza dei solventi sono tossici. C’è poi la strada della prevenzione: finalmente si è cominciato a pensare di proteggere le superfici a rischio con vernici “antigraffiti” (formulazioni i cui principi attivi dovrebbero costituire una barriera protettiva e rendere la rimozione dei graffiti semplice e priva di rischi).

Si tratta di prodotti che vengono descritti sacrificali oppure permanenti: i primi una volta applicati sulla superficie, vengono eliminati pulendo la stessa (quindi ogni volta è necessario poi ripristinarli), i secondi non vengono solubilizzati dal solvente utilizzato per rimuovere la vernice e mantengono quindi la loro efficacia. È importante sottolineare che edilizia civile e beni culturali hanno esigenze diverse e necessitano di attenzioni particolari e differenziate. Citiamo, giusto per la cronaca, un altro tipo molto diffuso di “soluzione” del problema: la copertura dei “graffiti” con pittura monocroma: il risultato – è sotto gli occhi di tutti – non è decisamente positivo.

UN MODO DI AFFRONTARE IL PROBLEMA

A parte la descrizione generale della metodologia per la rimozione dei graffiti, ogni azienda che propone tra le sue attività questo particolare servizio utilizza metodi e prodotti a lei propri. Un’azienda di Arezzo, la CIR Chimica Italiana Restauri, dal 1985 fabbrica prodotti per l’edilizia civile, il restauro monumentale e antigraffiti: abbiamo scelto di illustrarne alcune tecniche di applicazione. Per le superfici in pietra naturale, manufatti, cemento, superfici lucidate a piombo, e anche per pietre delicate utilizzate nei monumenti, superfici metalliche verniciate a forno, viene consigliato un prodotto idrosolubile che, oltre a eliminare gli imbrattamenti causati da spray e vernici, non danneggia eventuali protettivi tipo polisilossani o cere minerali microcristalline eventualmente presenti sui substrati da trattare.

Il prodotto va applicato con pennello, rullo o pistola a spruzzo sulla superficie asciutta, quindi si lascia agire per almeno cinque minuti sulle superfici lisce (il tempo aumenta se le superfici sono più porose). In caso di imbrattamenti stratificati, asportare con carta assorbente o spazzola l’imbrattamento dissolto e applicare nuovamente il prodotto fino alla sua completa eliminazione: a questo punto, risciacquare la superficie ed eliminare tutti i residui del prodotto.

Uniformare poi la pulitura finale applicando un prodotto adeguato alla natura del supporto: è importante ricordare che il contatto con l’acqua di risciacquo inattiva il prodotto. Lapplicazione è consigliata con temperature superiori ai 5°C.

PER TRATTARE PIETRE POROSE

Si utilizza un dissolvente gel, neutro, adatto all’utilizzo su superfici in pietra naturale porose e alveolizzate, laterizi, cementi, pietre delicate di tipo monumentale. Il prodotto – debitamente agitato – va applicato puro con pennello in setola naturale, ricoprendo la scritta con uno spessore di prodotto di almeno 2 mm. Lasciare agire per circa 20 minuti, in funzione della stratificazione e del tipo di imbrattamento, quindi risciacquare abbondantemente con acqua possibilmente in pressione sino alla totale eliminazione del prodotto.

Se non fosse possibile usare acqua, utilizzare un panno assorbente asciutto, raccogliendo il prodotto, e rifinire lavando con un dissolvente estrattore.

I PROTETTIVI

Per la prevenzione, un prodotto a base di cere minerali in miscela solvente chimicamente inerte impedisce l’attecchimento indelebile di vernici, pennarelli, spray e agevola la successiva pulitura con la linea specifica dei dissolventi. Il prodotto è reversibile con i dissolventi adatti e con acqua calda a 90°C. È adatto a essere steso su pietre naturali (travertini, graniti, pietre calcaree, porose), manufatti, legno, metalli in genere.

Per applicarlo ripulire accuratamente le superfici con il ripulitore idoneo alla natura del supporto e al tipo di sporco, lasciare asciugare bene il materiale da trattare e proteggere le superfici non interessate; deve essere applicato con vaporizzatore a bassa pressione, che permette una distribuzione di prodotto molto uniforme e tale da consentire più applicazioni in funzione del grado di protezione che si vuole conferire alla superficie.

Il prodotto essicca totalmente nel corso delle 24 ore successive alla sua applicazione; teme il gelo, perciò si deve applicare a temperature superiori a 10°C. La resa varia a seconda della porosità del supporto e del livello di protezione che si vuole ottenere (5- 10 metri quadrati per litro di prodotto); la resa diminuisce se applicato su superfici sabbiate o idrosabbiate.

Composto da cere montaniche e polimeri organici in soluzione acquosa è invece un protettivo sacrificale, antigraffiti e antismog, che dona ai materiali trattati idro e oleorepellenza; la sua prerogativa è la totale reversibilità all’acqua in pressione (80/90°C – 20/40 bar). Il protettivo perciò deve essere nuovamente applicato dopo ogni procedura di eliminazione degli imbrattamenti.

COME APPLICARLO

Dopo avere ripulito le superfici da trattare, lasciare asciugare bene il supporto e proteggere le superfici non interessate. Il prodotto può essere applicato a pennello, a rullo o preferibilmente a spruzzo con vaporizzatori a bassa pressione in due mani bagnato su bagnato, fino a saturazione del substrato. Per la successiva eliminazione degli imbrattamenti vandalici la pellicola protettiva deve essere inizialmente attivata con acqua calda in pressione (70/90°C – 20/40 bar).

Dopo le operazioni di eliminazione, il protettivo deve essere nuovamente applicato: il prodotto esplica la sua azione a partire dalle 24 ore successive alla sua applicazione; teme il gelo, si consiglia pertanto l’applicazione a temperature superiori a 5°C. L’efficacia della sua azione (anche se diminuisce di spessore nel tempo) si esplica per un periodo di circa cinque anni, anche se particolari condizioni di stress atmosferico possono ridurre la capacità protettiva.

Igiene ambientale ambito alimentare

La presenza degli insetti laddove vi sono derrate alimentari costituisce sempre un problema, per l’eterno tiro alla fune che vede da una parte una varietà di insetti attratti irresistibilmente dal richiamo del cibo e dall’altra chi a tutti i costi se ne deve liberare.

E se il problema in alcuni casi risulta limitato, quando si tratta di industria alimentare, di “ambienti sensibili”, le conseguenze di un’infestazione possono essere molto onerose, portando anche un danno di immagine (danno d’immagine = danno economico) nel caso poi al consumatore arrivi una confezione fornita, oltre che del prodotto richiesto, anche di un surplus animale.

UN SERVIZIO IMPEGNATIVO

Per il disinfestatore operare in questo ambito rappresenta un impegno notevole. Iniziamo con il prendere in considerazione gli ambienti dove si trovano questi insetti: infatti, l’operatore si trova ad affrontare un “ambiente sensibile” (industria alimentare, panificio, pasticceria, deposito di granaglie) e la presenza di macchinari complica l’approccio al problema e l’operatività degli interventi.

Il tempo è un fattore che gioca contro: perché bisognerebbe trattare le macchine (che si dovrebbero fermare), quindi intervenire con i prodotti adeguati, lasciare loro il tempo di agire e poi procedere alla pulizia. E al disinfestatore viene chiesto di farlo nei tempi morti, non si può fermare la produzione, quindi il lavoro viene eseguito in genere di sera, oppure al sabato, per non interferire nei cicli produttivi.

Il procedimento idealmente corretto e adeguato – smontare una macchina – non viene attuato, non tanto per mancanza di volontà nel bene operare, ma perché, nella realtà, non si può.

“Non tutte le parti della macchina poi entrano in contatto con i prodotti alimentari. – precisa Federico Guanzini, di Copyr – Si deve prestare la massima cura alle parti mobili, e scegliere un prodotto corretto che agisca il più rapidamente possibile: ci riferiamo a formulati a base di piretro e di piretroidi”.

SI TRATTA ANCHE DI METODO

Prima di parlare dell’applicazione di prodotti insetticidi, l’approccio al problema dovrebbe essere più coordinato e graduale.

Si dovrebbe predisporre un piano di controllo e monitoraggio, per verificare la presenza di infestanti sia in termini quantitativi sia di conoscenza del tipo di parassita, prendere anche in considerazione gli aspetti gestionali dell’industria alimentare (o dell’esercizio di cui si tratta), dai tempi e turni di lavorazione alla struttura degli impianti, alle caratteristiche del microclima interno, all’attuazione dei servizi di pulizia, per citare alcuni dei punti che andrebbero indagati e controllati.

E per fare questo è sicuramente necessaria la collaborazione della direzione dell’azienda alimentare.

“Considerare tutti gli aspetti prima di arrivare agli insetticidi, operare nell’ottica dell’Integrated Pest Management- afferma Alberto Baseggio di India – questa è la strada da seguire. L’evoluzione del disinfestatore c’è stata, sarebbe necessario che anche il cliente seguisse un’evoluzione, non guardasse solamente al fattore prezzo, si ponesse la domanda del perché un servizio ha un costo molto più alto di un altro, a parità di intervento… La qualità deve essere un valore riconosciuto. E anche la professionalità”.

QUALI SONO LE REGOLE PER AFFRONTARE GLI INFESTANTI?

Se ovviamente sarebbe auspicabile una tolleranza zero, nella realtà delle aziende alimentari esistono “limiti” interni, ogni impresa alimentare ha propri parametri, all’interno dei manuali HACCP o di autocontrollo e decide come controllare la presenza dei parassiti e quale livello “tollerare”.

L’entrata in vigore della normativa che ha ratificato l’HACCP la 155/97, ha portato un po’ di fermento nel settore, ha smosso le acque ed effettivamente per qualche tempo qualche cambiamento si è verificato, salvo poi ricadere nella consuetudine, anche per la mancanza di controlli da parte dell’autorità centrale.

Di prassi i controlli sono stati – e sono – molto rari (tanto da sembrare a qualcuno “punitivi” più che di ausilio, come dovevano essere concettualmente). E se nelle aziende di grandi dimensioni il cambiamento, veramente, si è verificato, per le piccole l’idea generale è che, tutto sommato, si è modificato ben poco, si è trattato più di modifiche di immagine che di sostanza.

“Le grandi aziende si sono adeguate, e al loro interno si è strutturata una figura con il compito di responsabile dell’igiene o della qualità – fa notare Nicola Lora, di Vebi – con funzioni di controllo. In questo ambito il problema dell’igiene ambientale è talmente delicato che vi è una persona che affianca il disinfestatore, sia per valutare il problema, sia per risolvere le difficoltà quotidiane”.

LE TRAPPOLE ELETTROLUMINOSE

Anche le lampade a cattura di insetti sono un’efficace arma contro gli infestanti, anche se: “C’è ancora molta confusione sul discorso delle lampade – afferma Alberto Baseggio – spesso queste sono presenti nei locali “sensibili”, ma risultano collocate a un’altezza di cinque, sei metri da terra, dove non danno fastidio: peccato però che le mosche volino a un metro, un metro e mezzo da terra e il limite di altezza di volo, per le tignole (secondo gli americani) sia di tre metri e quaranta!” Inoltre, gli impianti vengono installati non da tecnici, ma nella maggioranza dei casi da elettricisti, che, come anche è naturale, non sono in grado di valutare la frequenza con cui i neon devono essere sostituiti, per essere efficaci. Anche in questo caso, il costo è un fattore determinante, e così vengono posizionate poche lampade, e non correttamente.

LE PROPOSTE DELLE AZIENDE

Quello dei prodotti insetticidi adatti per il settore alimentare, considerando sia la protezione delle derrate nei luoghi di stoccaggio, sia il trattamento nell’industria alimentare piuttosto che nei luoghi di ristorazione, è un comparto molto seguito e a cui le aziende che si occupano di igiene ambientale dedicano tempo e risorse.

A partire da Bayer Environmental Science con i prodotti specifici per la protezione di cereali immagazzinati, perché “un raccolto immagazzinato deve essere un raccolto protetto”, e quindi è necessario, nei luoghi di stoccaggio o di transito, proporre un insetticida che garantisca il più basso livello di residui.

“K-Obiol ULV 6 – illustra Maurizio Rigolli, di Bayer Cropscience – è una formulazione pronta all’uso che associa Deltametrina con piperonilbutossido e olio di colza quale solvente vegetale (che permette una migliore adesione del prodotto sul cereale e una riduzione delle polveri generate dalla manipolazione delle derrate)”.

Tra gli insetticidi, Copyr propone Kenyatox Industria Alimentare, formulato per le industrie alimentari, a base di piretro naturale e sinergici, appositamente studiato per questi ambienti, dall’azione rapida, che non induce fenomeni di resistenza o assuefazione, mentre India propone due nuovi formulati, Bifenax e Bifenase, basati sul principio attivo Bifenthrin, piretroide evoluto, fotostabile.

Nel formulato, sospensione concentrata priva di solventi, è presente anche la Tetrametrina, piretroide fotolabile. Bifenax è una formulazione flowable, Bifenase è una formulazione aerosol in una bombola a svuotamento totale.

Igiene degli impianti

Il completamento della procedura di sanificazione non può prescindere dalla valutazione qualificante e quantificante del lavoro intrapreso. Oltre alle immediate ed economiche verifiche soggettive, influenzate dalla esperienza dell’operatore, devono essere condotte delle verifiche oggettive che fanno riferimento a valutazioni analitiche di tipo microbiologico e biochimico.

VALUTAZIONE SOGGETTIVA

Superfici

  • La valutazione del risultato ottenuto da una procedura di sanificazione è effettuata attraverso una osservazione visiva
  • Superfici pulite, senza residui adesi alla superficie
  • Presenza di film d’ acqua omogeneo
  • Assenza di gocce localizzate

VALUTAZIONE OGGETTIVA

Superfici

  • La valutazione del risultato ottenuto da una procedura di sanificazione è effettuata attraverso:
  • Analisi microbiologica tramite slide a contatto o tamponi, ricerca di indicatori dello stato igienico: C.B.T, Enterobacteriaceae / Coliformi totali, Lieviti, Muffe.
  • Analisi biochimica condotta tramite Bioluminometro. Viene determinato il contenuto di ATP presente in tutte le cellule sia vive sia morte. Il Valore ottenuto è un indice dello stato di pulizia della superficie. Questo tipo di analisi permette di ottenere tempi di risposta immediati.

Aria

La determinazione della carica microbica dell’aria può essere condotta tramite:

  • Metodo passivo: esposizione delle piastre di Petri all’aria per un tempo determinato
  • Metodo attivo: aspirazione forzata di un determinato volume d’aria e impatto su terreni solidi determinazione di: lieviti, muffe.

Acqua

  • La valutazione del risultato ottenuto da una procedura di sanificazione è effettuata attraverso filtrazione di un determinato volume d’acqua di risciacquo.
  • Analisi microbiologica per la ricerca di indicatori dello stato igienico
  • C.B.T, Enterobacteriaceae / Coliformi totali, Lieviti, Muffe.

DOCUMENTI DELLA SANIFICAZIONE

Dopo aver individuato:

  • NATURA DEL RESIDUO (Organico, inorganico, microrganismi)
  • TIPOLOGIA DI SUPERFICIE (Acciaio, leghe leggere)
  • METODOLOGIA DI APPLICAZIONE (immersione, aspersione, cleaning in place) e stabilito il prodotto in grado di offrire il miglior risultato in termini di efficacia e costo di utilizzo

viene approntato il documento di riferimento che prende il nome di PIANO DI SANIFICAZIONE nel quale vengono formalizzati, in relazione all’ambiente, reparto e tipo di impianto da sanificare:

  • DOVE INTERVENIRE oggetto dell’intervento
  • COSA FARE metodologia, tempo, temperatura, concentrazione
  • QUANDO INTERVENIRE periodo, frequenza, durata intervento
  • CHI INTERVIENE responsabile dell’operazione

PROCEDURE DI DISINFESTAZIONE

Ogni efficace intervento di sanificazione può considerarsi completo se vengono rimosse anche tutte le entità esterne (insetti e roditori) che possono creare un rapido reinquinamento delle superfici trattate o compromettere la qualità igienica dell’alimento.

L’eliminazione o perlomeno il controllo di insetti e roditori è chiamata disinfestazione e risponde a ben definite esigenze:
1. soppressione di entità in grado di contaminare ambienti e impianti
2. riduzione delle contaminazione secondarie da batteri
3. eliminazione di possibili fonti di trasmissione di malattie
4. miglioramento dell’igiene e dell’aspetto ambientale.

TIPI DI INFESTANTI

Gli infestanti che possono interessare l’industria alimentare rientrano nelle seguenti classi:
Insetti coleoptera (scarafaggi) e laepidoptera (farfalle, falene, mosche)
Aracnidi acari
Roditori
Chiropteri pipistrelli
Uccelli

I danni provocati da questi infestanti possono essere distinti in:

  • Danni economici scarto di prodotti alimentari
  • Danni sanitari veicoli di malattie, vettori di microrganismi

TIPI DI INFESTAZIONE

In generale vengono distinti due tipi di infestazione:

a) Infestazione permanente

E’ senza dubbio la più grave. L’infestante si localizza direttamente nell’ambiente o sull’alimento e, data la sua estrema rapidità di crescita, i danni indotti sono sempre notevoli.

b) Infestazione occasionale

L’infestante non si colonizza direttamente sull’alimento ma piuttosto nei locali dove questi sono conservati. Anche se vanno considerati visitatori occasionali, i rischi di contaminazione dei prodotti alimentari sono sempre notevolmente elevati.

PREVENZIONE DELLE INFESTAZIONI

Le opere di prevenzione sono da ricondursi essenzialmente ad interventi a carico delle strutture dell’edificio, volti ad escludere la possibilità di penetrazione negli stabilimenti. Per tale motivo è necessario:

  • Verificare tutti gli ingressi dello stabilimento di produzione
  • Sigillare e ostruire qualsiasi fessura presente nelle opere murarie
  • Provvedere all’isolamento e all’ostruzione dei condotti in ingresso allo stabilimento
  • Provvedere in corrispondenza degli sbocchi della rete fognaria la collocazione di reti metalliche con maglie di ampiezza non superiore ai 5 mm.
  • Munire tutti i collegamenti con l’ambiente esterno di doppie porte a chiusura automatica
  • Munire le finestre apribili di reti anti insetto sostituibili.

Garantita la presenza dei prerequisiti strutturali, devono essere adottate una serie di procedure di gestione dello stato igienico ambientale in grado di rimuovere i focolai di proliferazione degli infestanti presso le aree di lavorazione.

Tra le procedure adottate troviamo:

  • Taglio periodico della vegetazione spontanea
  • Allontanamento dei materiali di scarto durevoli (es. macchinari dismessi)
  • Rifiuti deperibili stoccati all’esterno: raccolta in appositi containers, stoccaggio lontano dagli ingressi, smaltimento settimanale
  • Rifiuti deperibili stoccati all’interno: raccolta in appositi containers, stoccaggio lontano dagli ingressi, smaltimento giornaliero
  • Corretta gestione magazzino materie prime e prodotti finiti
  • Corretta prassi igienica.

LOTTA ALLE INFESTAZIONI

Preliminarmente al programma di controllo dell’infestazione viene condotta un’azione di monitoraggio dell’infestazione allo scopo di conoscere il genere di infestante da eliminare.

I PROGRAMMI DI MONITORAGGIO hanno lo scopo di:

  • Identificare l’agente infestante (insetto, roditore)
  • Identificare il modo in cui questo infestante ha fatto ingresso nell’industria Molto spesso sono le materie prime, specie di origine vegetale, oppure gli imballaggi che rappresentano una porta di ingresso per gli infestanti
  • Studiare i mezzi da porre in atto per la loro eliminazione

I mezzi a disposizione per la sorveglianza degli infestanti sono molteplici e caratterizzati da una diversa efficacia. Tra questi troviamo feromoni, attrattivi alimentari e trappole, realizzati per un ampio insieme di insetti volanti o striscianti che attaccano le derrate alimentari.

E’ opportuno sottolineare che, al di là del particolare mezzo utilizzato come monitoraggio, riveste particolare importanza il periodico controllo e il rilevamento numerico degli infestanti catturati e comunque segnalati.

I PROGRAMMI DI CONTROLLO sono costituiti da interventi con mezzi chimici (insetticidi, rodenticidi) e/o interventi con mezzi fisici (ultravioletti, ultrasuoni, trappole).

INTERVENTI DI TIPO CHIMICO

I prodotti chimici ad azione disinfestante possono identificati in due gruppi: INSETTICIDI e RODENTICIDI.

INSETTICIDI

Piretro e i suoi derivati
Carbammati e uretani
Cloroderivati organici
Esteri fosforici
In base alla modalità di impiego possiamo avere:

Insetticidi abbattenti

Sono composti organici che esercitano una rapida azione letale agendo sul sistema nervoso degli insetti, degradandosi velocemente al termine della loro azione. Sono indicati quindi per quegli ambienti dove si richiede l’assenza di residualità (magazzini di granaglie, sale di lavorazione alimenti).

La maggior parte degli insetticidi utilizzati sono dei derivati naturali della polvere di piretro (piretrine) in grado di conferire ai prodotti caratteristiche di bassa tossicità e residualità.

Residuali

Sono costituiti da specifici composti di sintesi (piretroidi) che hanno il compito di mantenere valida la propria efficacia per tempi prolungati. L’insetticida ad azione residuale viene applicato sui muri degli edifici con lo scopo di agire da repellente all’avvicinamento degli insetti.

RODENTICIDI

La presenza dei roditori è da controllare soprattutto nei magazzini, depositi di derrate, locali di accumulo immondizie, stabili confinanti con aree di campagna. La risposta a questa esigenza viene data attraverso l’utilizzo di composti anticoagulanti che portano i roditori alla morte a causa di emorragie interne.

I rodenticidi si trovano in commercio sotto forma di esche, solitamente a base di bromadiolone posto su semi vegetali.

INTERVENTI DI TIPO FISICO

Le tecniche di tipo fisico possono essere utilizzate in associazione alle tecniche di tipo chimico oppure singolarmente.

Nella lotta contro gli infestanti è ampiamente diffuso l’utilizzo di barriere fisiche poste in prossimità delle aree di accesso all’edificio, oppure l’utilizzo di apparecchi a raggi ultravioletti posti in prossimità degli ingressi dei reparti produttivi o di stoccaggio.

Nella lotta contro i roditori trovano ampia diffusione l’utilizzo delle comuni trappole, al cui interno sono inserite le esche oppure degli apparecchi ad ultrasuoni con finalità repellente all’avvicinamento di questi animali.

DOCUMENTI DELLA DISINFESTAZIONE

Gli interventi di disinfestazione devono lasciare una chiara e sintetica documentazione su quanto viene svolto in azienda per il contenimento delle infestazioni e per la pronta identificazione delle aree interessate dagli interventi contro gli infestanti.

La compilazione della documentazione di registrazione ha lo scopo principale di fornire e definire in forma scritta quanto è stato messo in atto per la difesa dalle infestazioni, dalla identificazione delle specie da combattere fino alla articolazione di un intervento con l’identificazione dei punti di applicazione.

Tra i tipi di documenti troviamo:

  • Pianta dell’azienda
    Su una piantina topografica, in cui siano presenti sia le aree esterne che interne, devono essere riportati i punti in cui sono state collocate le postazioni permanenti (es. esche per i roditori, trappole per gli insetti) allo scopo di una pronta individuazione dei punti di rilevamento.
  • Schede monitoraggio
    Hanno lo scopo di registrare la presenza degli infestanti. Il confronto con le diverse schede risulta essere uno strumento per valutare nel tempo l’andamento della contaminazione e di conseguenza impostare uno specifico programma di trattamento.
  • Schede di intervento
    Servono a documentare le azioni intraprese sia di natura chimica che meccanica, allo scopo di ridurre il numero degli infestanti. Nel caso di interventi di tipo chimico, la scheda deve riportare il periodo del trattamento, il principio attivo utilizzato, la concentrazione di impiego, il sistema di distribuzione, le aree oggetto del trattamento.
    Nel caso di sistemi alternativi è necessario indicare il posizionamento delle trappole e l’esca utilizzata.

GLOSSARIO

Albero delle decisioni

Sequenza logica di domande volte a stabilire se un dato punto di controllo sia un CCP.

Analisi dei pericoli

Procedura che ha lo scopo di individuare i potenziali pericoli significativi dove la significatività è data dalla combinazione di due fattori: probabilità che il pericolo si verifichi (rischio), gravità del danno.

Azione correttiva

Azione da intraprendere quando il risultato del monitoraggio in corrispondenza del CCP evidenzia una perdita del controllo.

CCP Punto critico di controllo

Fase o procedura che è possibile tenere sotto controllo e sulla quale si può intervenire per prevenire, eliminare o ridurre a livelli accettabili il pericolo per la sicurezza di un alimento.

CCP process in

Punto critico che controlla una caratteristica misurabile solo durante lo svolgimento del processo di produzione.

CCP process out

Punto critico che controlla una caratteristica misurabile indipendentemente dal contemporaneo svolgimento del processo produttivo.

CCP1

Punto critico di controllo che garantisce il controllo del pericolo.

CCP2

Punto critico di controllo che riduce un pericolo ma non riesce ad escluderlo.

Controllare

Azioni necessarie per assicurare la conformità alle specifiche definite dal piano HACCP.

Controllo

Situazione che si verifica quando vengono eseguite le procedure di controllo e le specifiche sono raggiunte.

Diagramma di flusso

Rappresentazione sistematica della sequenza di fasi od operazioni eseguite per la produzione o fabbricazione di un particolare alimento.

Documenti di registrazione

Registrazioni su supporto cartaceo o informatico atte a dare evidenza della esecuzione di attività pianificate.

Fase

Un punto, una procedura o stadio della catena alimentare.

Gravità

Importanza delle conseguenze che possono derivare dal verificarsi di un pericolo.

HACCP

Metodologia preventiva per assicurare la salubrità dei prodotti alimentari attraverso l’analisi dei potenziali pericoli microbiologici, chimici e fisici che sono presenti nel ciclo produttivo e identificazione dei punti critici del processo che possono essere posti sotto controllo per la prevenzione, eliminazione o riduzione dei pericoli a livelli accettabili.

Limiti critici (o di accettazione)

Limiti espliciti legati a una caratteristica di tipo fisico, chimico, o biologica. Separano ciò che è accettabile da ciò che non lo è.

Misura di controllo

Ogni azione o attività che viene utilizzata per prevenire/eliminare un pericolo o ridurlo ad un livello accettabile.

Monitoraggio

Sequenza pianificata di osservazioni o rilevamenti, eseguita da personale addestrato e con strumenti idonei, per valutare se un CCP sia o meno sotto controllo. Si distinguono 5 procedure di monitoraggio: osservazione visiva, valutazione sensoriale, rilevazioni di caratteristiche fisiche, chimiche e microbiologiche.

Pericolo

Caratteristica biologica, chimica o fisica di un alimento, in grado di compromettere la sicurezza di chi lo consuma.

Piano HACCP

Documento preparato in base ai principi del1’HACCP, relativo al settore di filiera considerato, che descrive le procedure da seguire per garantire il controllo dei CP.

Rischio

Probabilità che un pericolo si verifichi.

Scostamento

Mancata osservanza di un limite critico.

Sicurezza alimentare

Proprietà di un prodotto alimentare derivante dalla innocuità di quest’ultimo, ossia dall’assenza di pericoli per la salute pubblica.

Validazione

Attività svolta per la raccolta di evidenze oggettive per confermare o meno l’efficacia del piano HACCP.

Verifica

Applicazione di metodi, procedure, analisi, in aggiunta al sistema di monitoraggio, al fine di confermare il funzionamento del Piano HACCP.

Igiene delle abitazioni

UMIDITÀ

Uno degli elementi insalubri più dannosi in un locale di abitazione è rappresentato dall’umidità.

L’effetto dannoso dell’umidità riguarda sia la integrità della struttura muraria, dei rivestimenti e dell’arredo che l’ambiente stesso all’interno dell’ abitazione, in quanto, favorendo lo sviluppo di muffe e di altri microrganismi, comporta grave pregiudizio per la salute umana.

È regola generale che un locale venga considerato inabitabile qualora la muratura contenga oltre il 3% in peso di acqua se in laterizio, e oltre il 7% in peso di acqua se costituita da materiale particolarmente poroso ed assorbente (es. il tufo).

Nei muri l’acqua può essere reperita per diverse cause, in particolare:

a) per imbibizione, che può avvenire per assorbimento direttamente dal sottosuolo, un fenomeno provocato in genere da fondazioni eccessivamente permeabili, oppure accidentalmente (origine meteorica) a causa della pioggia infiltratasi nelle murature attraverso fessure di terrazze e del tetto; in seguito alla rottura di tubazioni dell’impianto di distribuzione dell’acqua potabile; per effetto dei materiali da costruzione utilizzati (es. malta insufficientemente prosciugata o mattoni abbondantemente immersi nell’acqua prima della loro posa in opera). Si tratta di una causa di umidità che a seconda dei casi può essere transitoria o permanente, ma, in entrambi i casi, ha comunque, notevoli ripercussioni sotto il profilo igienico sanitario, oltre che sulla stabilità complessiva dell’edificio, soprattutto quando essa si manifesta in percentuali significative;

b) per igroscopia dei materiali da costruzione, ovvero in seguito all’utilizzo di materiali contenenti quantità abbondanti di sostanze organiche: sabbia marina non lavata, infiltrazioni nelle murature di acque di fognature a causa della rottura di tubazioni prospicienti, utilizzo di materiale di recupero etc., che determina, per effetto della trasformazione delle sostanze azotate, la formazione di cloruri, nitriti, salnitro ed altri sali dotati di notevole potere igroscopico (attitudine di un materiale di assorbire acqua sotto forma di umidità). Questa forma di umidità è in genere permanente, difficilmente eliminabile con le normali pratiche di manutenzione, mentre a livello preventivo buoni risultati si ottengono con l’impiego di materiali all’origine non igroscopici e con una buona impermeabilizzazione esterna;

c) per insufficiente prosciugamento dei muri, normalmente il prosciugamento dei muri avviene piuttosto lentamente ed è in funzione sia della struttura che dello spessore del materiale utilizzato; tale tempo è anche rilevabile con la formula t = k s2 ove:
t rappresenta il tempo di essiccamento;
S rappresenta lo spessore dei materiali;
k rappresenta il fattore dipendente dalla struttura del materiale.
È evidente che il valore del fattore k è funzione del tipo di materiale impiegato: ad esempio per la malta di calce esso è pari a 0,25, per la malta di cemento a 2,5, per i mattoni a 0,28, per il calcestruzzo a 1,6 etc. secondo una tabella appositamente predisposta.

Fattori favorevoli ad un aumento della velocità di prosciugamento sono, innanzitutto, una buona esposizione solare, la stagione estiva, un razionale e dimensionato riscaldamento artificiale, nonché un sufficiente lasso di tempo libero prima dell’ occupazione (non a caso le norme contenute nelle Istruzioni Ministeriali del 1896, stabilivano che l’abitabilità di un edificio di nuova costruzione non può essere concessa se non sono trascorsi 12 mesi dal giorno della ultimazione delle parti integranti del fabbricato: muri, solai, tetto, scale, volte delle cantine etc.).

L’articolo 221 del Testo Unico delle leggi sanitarie del 1934 stabiliva che gli edifici o parti di essi non potevano essere abitati prima dell’ispezione dell’ufficiale sanitario o di un ingegnere a ciò delegato che doveva accertare, tra l’altro, che i muri erano convenientemente prosciugati e che non sussistevano altre cause di insalubrità.

Attualmente il D.P.R. 22 aprile 1994, n. 425 abrogando questo articolo, stabilisce che per richiedere il certificato di abitabilità il proprietario deve produrre all’atto della richiesta una dichiarazione del direttore dei lavori che deve certificare, sotto la propria responsabilità, la conformità rispetto al progetto approvato, l’avvenuta prosciugatura dei muri e la salubrità degli ambienti. Entro trenta giorni il Comune rilascia il certificato di abitabilità (ai sensi della legge Bassanini è il tecnico comunale incaricato che rilascia il certificato di abitabilità), provvedendo, nel caso, a disporre un’ispezione da parte degli uffici comunali per la verifica dei requisiti richiesti. In caso di silenzio dell’ amministrazione comunale, trascorsi quarantacinque giorni dalla data di presentazione della domanda, l’abitabilità si intende concessa, tuttavia l’autorità competente, nei successivi centottanta giorni, può disporre l’ispezione suddetta e, eventualmente, dichiarare la non abitabilità nel caso in cui verifichi l’assenza dei requisiti richiesti alla costruzione per essere dichiarata abitabile.

Il prosciugamento in genere avanza abbastanza speditamente nei primi 5 mesi, dopo di che si ha un notevole rallentamento anche in rapporto allo spessore delle murature, infatti l’essiccamento è più rapido per quelle murature non particolarmente spesse (a mattoni vuoti o di materiale molto poroso), molto più lento per i muri costruiti impiegando materiali particolarmente compatti.

È chiaro che, grazie anche alle nuove tecniche di costruzione come ad esempio i muri a «cassa vuota», attualmente le murature sono in genere più sottili che in passato, molto più permeabili all’aria e, conseguentemente, è più rapido il loro prosciugamento;

d) per condensazione è una forma di umidità che si realizza mediante il contatto dell’aria carica di vapore acqueo con le pareti più fredde dell’edificio; la trasformazione del vapore acqueo in umidità per condensazione è provocata dalla ventilazione insufficiente dei locali di cucina, dal sovraffollamento (respirazione), oppure può avere un’origine esterna, tramite la penetrazione all’interno delle murature dell’umidità atmosferica da condensazione esterna sulle superfici dei muri perimetrali, durante il loro raffreddamento notturno.

Quest’ultima forma può, in parte, essere limitata mediante l’impiego di intonaci detti «anticondensanti», i cui componenti principali sono costituiti da impasti di cemento o calce con frammenti di pomice, vermiculite, segatura di legno ed altro materiale particolarmente poroso e leggero. Per ciò che concerne il vapore acqueo interno da cucina o sovraffollamento, è sufficiente prevedere una buona ventilazione interna attraverso sistemi di aspirazione quali cappe aspiranti, in particolare per i fornelli ed il wc, e di ricambio dell’ aria nonché il rispetto puntuale del rapporto aereo illuminante;

e) per umidità capillare o ascendente, si tratta di una forma di umidità molto frequente da reperire e dall’ origine diversificata e piuttosto complessa.
Ha partenza dal terreno sul quale è stato edificato lo stabile e può essere imputata all’azione di acque disperse di scorrimento o di falda freatica.

Nel primo caso, vengono quasi sempre evidenziati difetti di costruzione o inadeguate operazioni di ordinaria manutenzione degli edifici, nonché opere di urbanizzazione primaria non sufficienti o irrazionali (raccolta ed incanalamento difettosi delle acque bianche o meteoriche, insufficiente protezione delle fognature etc.).

È, comunque, una forma di umidità ben localizzata e con caratteristiche facilmente identificabili:

  • le macchie di umido sono presenti sui muri perimetrali ed interessano generalmente solo una parte dell’edificio;
  • la soglia dell’altezza di risalita presenta una notevole oscillazione annua;

Nell’umidità da falda, l’acqua, proveniente da una falda freatica sotterranea poco profonda in comunicazione diretta con l’acqua meteorica e con quella che si produce per lo scioglimento della neve, tende a risalire verso la superficie o piano di campagna, con una velocità doppia rispetto al grado di capillarità del terreno; diversamente dalla prima forma, questo secondo tipo di umidità interessa l’edificio in maniera uguale e simmetrica, in rapporto anche all’uniformità dei materiali adoperati, con un’altezza di risalita massima nelle zone d’ombra e minima in quelle soleggiate.

È un fenomeno che tende ad interessare, generalmente, tutti gli edifici costruiti nella stessa area e con materiali più o meno similari, con oscillazioni annue poco significative dell’altezza di risalita.

L’umidità ascendente si può localizzare diffusamente alle basi delle murature perimetrali ed in questo caso si può ipotizzare un’ origine tellurica da acque di falda, oppure in zone ben localizzate dei muri, prefigurandosi, in questo caso un’origine traumatica, quale ad esempio la rottura di cisterne o di condotte idriche sotterranee; in ogni caso l’umidità ascendente trasporta sali che provocano il distacco degli intonaci, inoltre le macchie di umidità sono presenti su entrambe le facce (interna ed esterna) della muratura; è una umidità stabile e duratura, tipicamente a partenza dalle zone inferiori degli edifici e a disposizione di «onda marina».

Carattere distintivo dall’umidità da condensazione è dato dalla soglia di evaporazione interna il cui livello è maggiore nel caso di condensa, uguale a quella esterna nel caso di umidità ascendente. Come avviene per tutte le forme di umidità, anche l’umidità ascendente è causa di notevoli alterazioni dello stato complessivo di igiene fino a creare danni statici imponenti, al punto da pregiudicare la sicurezza dello stabile interessato.

I parametri di valutazione degli effetti dell’umidità ascendente sono molteplici, in particolare interessa in questa trattazione il fenomeno dell’efflorescenza salina ovvero la formazione di concrezioni saline altamente igroscopiche da:
a) solfati: sono sali capaci di assorbire grandi quantità di acqua, hanno un alto grado di solubilità a temperatura ambiente, di conseguenza sono in uno stato ininterrotto di cristallizzazione-soluzione, con variazioni significative di volume e della tensione interna al materiale, provocando nel tempo la sua disgregazione;
b) cloruri: sono sali che combinati con altri sali (ad esempio i solfati), diventano molto igroscopici; sono sali tipici delle zone costiere e sono responsabili dell’umidità che si forma per condensazione del vapore acqueo a contatto con il freddo delle murature esterne;
c) nitrati: sono sali di origine organica e di conseguenza reperibili in particolar modo nelle zone rurali (per l’utilizzo di concime organico) o presso rotture di fognature. Sono capaci di assorbire grandi quantità di acqua che, cristallizzando con il gelo, si solubilizza successivamente a temperatura ambiente, diminuendo fortemente la compattezza del materiale da costruzione utilizzato.

Altre alterazioni si verificano a carico dei materiali lapidei e dei materiali metallici. Per ciò che concerne i materiali lapidei, le alterazioni a loro carico sono rappresentate in particolar modo dalla desquamazione, ossia dal distacco di croste e placche dallo spessore variabile, a causa dell’ anidride solforica presente nell’aria particolarmente inquinata, trasformatasi in acido solforico per reazione chimica a contatto con l’acqua meteorica; è un fenomeno riscontrabile in gran parte nelle zone umide dell’edificio e soggette a forte evaporazione, quali le parti inferiori eventualmente già interessate da umidità capillare, o superiori interessate da infiltrazioni di acqua piovana e in cui la capillarità del materiale dello strato sottostante è minore dello strato sovrastante, come, ad esempio, si verifica per i cornicioni in assenza di grondaie.

Lo sfarinamento, invece, è il distacco omogeneo delle pietre a causa della loro polverizzazione, è un fenomeno che interessa prioritariamente le pietre calcaree e le arenarie, venendo accentuato, oltre che dall’ erosione del vento, da particolari forme batteriche che si sviluppano in presenza di umidità.

Circa le alterazioni a carico dei materiali metallici, queste si realizzano attraverso un processo denominato corrosione; si tratta di una azione progressiva attraverso la quale i metalli tendono a ritornare al loro stato originario di ossidi.

Il fenomeno assume proporzioni diverse a seconda dei metalli interessati: ad esempio, il piombo ha una grande stabilità, così come lo zinco; facilmente corrosibili sono, invece, il ferro ed i laminati.

Tra le principali cause di corrosione dei metalli quella di origine atmosferica è da considerarsi la principale: infatti, il vapore acqueo presente nell’atmosfera, una volta raggiunto il punto di rugiada, si deposita sotto forma di piccole gocce d’acqua sui metalli esposti liberando in tal modo i gas presenti nell’atmosfera (ossigeno, anidride carbonica, anidride solforosa, anidride solforica), responsabili della ruggine iniziale che funge da catalizzatore del processo a catena di corrosione.

Altri fattori che intervengono nel processo di corrosione sono rappresentati oltre che dalla natura del metallo, dalla struttura del metallo stesso (non a caso la corrosione tende a iniziare tra le pieghe delle irregolarità superficiali del metallo), nonché dalla più o meno prolungata esposizione ai venti ed alla pioggia degli elementi metallici.

Per ciò che concerne le misure generali di prevenzione, inerenti le varie forme di umidità illustrate, queste si possono schematicamente riassumere:
1) indipendentemente dalla tipologia del suolo, le fondazioni devono essere costruite con materiali privi di capacità di assorbimento: cemento armato, calcestruzzo, malte di cemento etc.;
2) tra le fondazioni e murature sovrastanti vanno interposti strati di materiale impermeabilizzante (asfalto, calcestruzzo etc.) al fine di evitare la propagazione dell’umidità capillare ascendente;
3) nel caso di intervento in locali interrati, seminterrati o a piano terra, è necessario prevedere delle intercapedini tra suolo e pavimento, ovvero dei vespai, dallo spessore di 30 cm almeno, dotati di canali che permettano la libera circolazione dell’aria (vespai ventilati) in modo da favorire il naturale asciugamento;
4) nel caso di edifici già costruiti, che presentano umidità di tipo capillare ascendente, sono stati proposti vari sistemi: sifoni atmosferici monoassorbenti secondo Knapen o di Motzko, il cui principio è la circolazione dell’aria in tubi di terracotta porosa, inclinati all’interno dei muri, o piccole intercapedini ventilate all’esterno mediante dei canali che stabiliscono una corrente d’aria per il prosciugamento dei muri.

Altri sistemi sono le trincee drenanti che vengono utilizzate soprattutto per contenere l’umidità proveniente dall’acqua di falda freatica e per l’acqua superficiale di scorrimento. Il sistema è basato sulla costruzione di una trincea drenante ventilata, vuota o riempita con altro materiale, a secondo dei casi, intorno alle fondazioni, in modo da raccogliere le acque ed incanalarle verso il sistema di raccolta delle acque bianche, favorendo così, una maggiore superficie di ventilazione dei muri.

METODI DI MISURAZIONE DELL’UMIDITA’ NEGLI AMBIENTI CONFINATI

L’umidità negli ambienti confinati viene, in buona parte, rilevata mediante degli igrometri a capello o con degli psicometri: i primi si basano sulle proprietà naturali dei capelli di allungarsi quando l’umidità aumenta e di accorciarsi quando questa diminuisce; i secondi sono costituiti da due termometri montati su di un supporto, il primo ha il bulbo asciutto, il secondo ha il bulbo ricoperto da mussola bagnata con acqua distillata.

Il termometro a bulbo asciutto misura la temperatura dell’aria, il termometro a bulbo bagnato è influenzato dal raffreddamento determinato dall’evaporazione dell’acqua. Le temperature riportate dai due termometri sono uguali in condizioni di saturazione, diminuendo l’umidità relativa e aumentando la velocità di evaporazione, diminuisce anche la temperatura indicata dal termometro a bulbo bagnato.

In genere il giudizio sul fatto che un ambiente sia umido o meno, può essere espresso quando è verificabile una discreta differenza tra l’umidità esterna e quella dell’aria confinata.

Circa l’umidità contenuta nelle murature, i metodi che vengono proposti per la sua misurazione sono molti: da quello gravimetrico o ponderale, in cui un campione di muro viene prelevato con un trapano o una carotatrice e trasportato in laboratorio per la verifica della percentuale di acqua in esso contenuto, a quello al carburo di calcio che utilizza il gas che viene prodotto (acetilene) in un contenitore chiuso, a contatto con l’acqua contenuta nel campione; mediante un manometro, successivamente, viene misurato l’aumento di pressione che è proporzionale al contenuto di umidità presente nel campione.

Altri sistemi sono quelli a misurazione elettrica, il cui principio è che la resistenza di un qualsiasi materiale è in rapporto alla percentuale di acqua, ovvero più alto è il valore dell’acqua in esso contenuta, minore è la resistenza del materiale esaminato.

Altri (oltre a quello dell’umidità in equilibrio che utilizza la relazione esistente tra il contenuto di umidità di un materiale e l’umidità relativa dell’aria nell’ambiente dove esso è contenuto) sono basati sulla misurazione dei raggi gamma, sulla radiografia neutronica e sulla termografia a raggi infrarossi; a parte i primi due che richiedono l’ausilio di personale particolarmente addestrato in considerazione del fatto che vengono utilizzati strumenti ad energia nucleare, appare opportuno soffermarci brevemente sulla termografia a raggi infrarossi.

Il sistema tende a evidenziare e a misurare la distribuzione delle temperature superficiali di un materiale o di un oggetto quando questi venga sottoposto a riscaldamento; qualora venisse evidenziata un’anomalia della distribuzione in superficie del calore (zone più riscaldate rispetto ad altre etc.) queste possono essere indicative di dilatazioni o di microfissurazioni delle murature, sollevamenti di rivestimenti ed altre alterazioni prima che queste diventino sede di muffe, di incrostazioni o di depositi salini; tali zone possono essere evidenziate grazie a delle variazioni di colore la cui intensità crescente è misurabile secondo una scala di valori denominata termogramma. Tale sistema, inoltre, viene utilizzato anche per valutare il grado di isolamento termico di un edificio che si determina mediante i dispositivi di chiusura esterni ed interni.

Igiene negli allevamenti avicoli

L’INFLUENZA AVIARIA È UNA INFEZIONE DEI VOLATILI CAUSATA DA VIRUS INFLUENZALI DEL TIPO A; ESSA PUÒ INTERESSARE TANTO GLI UCCELLI SELVATICI QUANTO I VOLATILI DOMESTICI COME POLLI, TACCHINI E ANATRE. QUALI SONO I METODI E LE PROCEDURE PER MANTENERE UN CORRETTO STATO DI IGIENE?

Negli ultimi cinquant’anni si è verificata una profonda trasformazione nelle modalità di consumo della carne, e in particolare di quella avicola. Basti pensare che, alla fine degli anni sessanta, il consumo di carne avicola (galline, tacchini faraone ecc.) pro-capite degli italiani era poco meno di 11 kg e, nel 2004, tale consumo era passato ai 18,42 chilogrammi per persona con un consumo annuo di 1.067.000 tonnellate; la punta massima è stata nel 2001, con un consumo di circa 20 kg/pro-capite.

Le esportazioni italiane di carne avicola rappresentano circa il 11% della produzione totale, mentre le importazioni, prevalentemente dai paesi della zona dell’euro, non superano il 5%. L’avicoltura si è modificata, passando da un’attività marginale destinata prevalentemente al consumo familiare dell’allevatore, ad un’attività industriale orientata al mercato, divenendo il primo modello di zootecnia senza terra realizzato nel nostro Paese.

L’avicoltura rappresenta oggi, nell’economia italiana, un comparto molto interessante: nel 2004 la produzione lorda vendibile totale è stata di 2.670 milioni di euro (per il pollame 1.760 milioni e quella relativa alle uova ha raggiunto i 910 milioni). La produzione di uova nel 2004 è stata di 13 miliardi di pezzi pari a 822.00 tonnellate, con un consumo pro-capite di 222 uova.

Secondo l’UNA (Unione Nazionale dell’Avicoltura), le preferenze del consumatore hanno fortemente modificato l’offerta delle carni di pollame: nel 1986 il pollo era venduto per il 45% intero, per il 53% in parti e per il 2% sotto forma di preparazioni e prodotti trasformati; per il tacchino invece, le cifre erano del 3% di intero, 96% di parti sezionate, l% di prodotti elaborati e trasformati.

Nel 2004, sempre secondo le stime dell’UNA, la ripartizione dei consumi di pollo è stata la seguente: 16% int¬ro, 65% sotto forma di parti sezionate (petti, cosce ecc.), 19% di prodotti elaborati (pollo ripieno o completato con odori o contorni, spiedini, hamburger, salsicce, involtini, ecc.) e trasformati (wurstel, arrosti, cotolette, polpette ecc). Per la carne di tacchino i dati dell’UNA indicano: 2% di intero (in particolare in occasione delle festività natalizie), 80% di parti sezionate (fesa, cosce, sovraccosce, ossobuco ecc.), 18% sotto forma di prodotti elaborati e trasformati (fesa arrosto, wurstel ecc.)

L’INFLUENZA AVIARIA

L’influenza aviaria è una malattia infettiva dei volatili domestici e selvatici. E’ causata da un virus RNA, della famiglia Orthomyxoviridae, genere Orthomyxovirus tipo A.

I virus influenzali aviari si sono adattati a replicare principalmente nell’intestino degli uccelli acquatici (anatre, oche, germani, pivieri), e sono scarsamente capaci di replicarsi nell’uomo. Tuttavia, date le caratteristiche genetiche dei virus influenzali, hanno la capacità di andare incontro a mutazioni, e di formare ibridi virali (per riassortimento genetico) in caso di contemporanea infezione da parte di virus aviari e umani. Ciò potrebbe consentire di originare varianti in grado di diffondersi in modo efficiente nell’uomo; e verso i quali non vi è attualmente protezione immunitaria.

I casi umani di infezione da virus aviari ad oggi riportati sono rari (nel mondo, circa un migliaio dal 1997 ad oggi), e sono dovuti al contatto diretto con uccelli infetti, e non a trasmissione interumana.

L’uomo si può infettare solo attraverso il contatto diretto con uccelli infetti o morti di influenza aviaria, soprattutto per via respiratoria, a causa degli aerosol che si possono formare durante le fasi di manipolazione degli animali. Non sono stati evidenziati casi di trasmissione attraverso il consumo di alimenti prodotti da animali infetti.

Il virus dell’influenza aviaria è particolarmente resistente alle basse temperature (ciò spiega l’elevata diffusione nel periodo autunno-inverno). Rimane vitale per lunghi periodi nelle feci, nei tessuti e nell’acqua, mentre viene distrutto a 60° in tre minuti, ed è inattivato da disinfettanti come formalina e composti iodati.

Attualmente l’influenza aviaria è diffusa in diversi paesi del Sud Est Asiatico, in particolare in Cina, Vietnam, Corea e Tailandia. L’influenza aviaria, causata da virus H5N1 ad alta patogenicità, è presente in forma pressoché endemica nei volatili. Nel sud est asiatico si sta registrando da qualche tempo, la circolazione di uno stipite di virus H5N1, un sottotipo verso cui la popolazione umana non ha immunità, e che può infettare l’uomo, ma non è ancora in grado di trasmettersi efficacemente da uomo a uomo, caratteristica fondamentale per provocare una pandemia.

L’attività di sorveglianza sull’influenza aviaria in Italia è coordinata dal Dipartimento della Prevenzione e della Comunicazione — Direzione Generale Sanità Veterinaria e degli Alimenti del Ministero della Salute, che si avvale del supporto del Centro di referenza Nazionale per l’influenza aviaria presso l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie. Su tutto il territorio nazionale è in atto un sistema di sorveglianza che interessa le varie fasi produttive della filiera avicola (allevamento-macello).

Tale sistema è in grado di identificare in tempi brevi nuove introduzioni di virus influenzali.

La diffusione di ingiustificati allarmismi sul rischio di pandemia di influenza aviaria, ha causato effetti negativi sul consumo alimentare delle carni bianche, con pesanti ripercussioni economiche ed occupazionali sull’intero settore avicolo. Dallo scoppio dell’allarme mediatico, in Italia abbiamo assistito a una reazione da parte dei consumatori senza paragoni in Europa: negli altri paesi dell’UE il calo medio dei consumi di carni avicole è stato solo del 2-3%, da noi ha toccato punte del 60%.

Un’indagine condotta dalla Coldiretti sulle opinioni degli italiani in fatto di alimentazione ha dimostrato come le notizie sull’influenza aviaria abbiano cambiato le abitudini di acquisto del 53% degli italiani. Tutto questo ha danneggiato uno dei settori zootecnici più importanti del nostro paese: da agosto a fine novembre 2005 sono state invendute circa 25.000 tonnellate di pollame.

Occorre quindi che i media facciano uno sforzo comune per promuovere una corretta informazione, e riavvicinare i consumatori all’utilizzo delle nostre carni bianche, di alta qualità e così importanti per una dieta alimentare equilibrata.

GLI ALLEVAMENTI

Gli allevamenti avicoli in Italia sono più di 500.000, dislocati soprattutto in Veneto, (oltre 70.000), in Campania (circa 61.000) nel Lazio (più di 58.000), inToscana ed Emilia Romagna (oltre 40.000) e decrescendo: le Marche, l’Abruzzo, il Piemonte, l’Umbria.

Se andiamo invece a controllare il numero dei capi per ogni regione, al primo posto troviamo ancora il Veneto, che distanzia notevolmente Emilia-Romagna e Lombardia; molto indietro le altre regioni italiane.

PRODUZIONE DI CARNE

Dagli anni ’90 l’attenzione è stata rivolta a tutti gli aspetti correlati con il benessere, la salute degli animali e la qualità delle produzioni.

Il binomio igiene-qualità, peraltro più o meno intimamente connesso con la classificazione merceologica delle carni, ha dunque assunto un’importanza preponderante, non solo per il notevole interesse scientifico-applicativo, ma anche per la maggiore attenzione rivolta, specie in questi ultimi anni, dalla Commissione della Comunità Europea alla tutela del benessere degli animali e alla salute del consumatore.

Per il pollo da carne si è preferito l’allevamento a terra, su 7-10 cm di lettiera permanente, con l’applicazione del “tutto pieno – tutto vuoto” ed un intervallo sanitario di 7-14 giorni fra un ciclo e l’altro (da 4 fino a 7-8 cicli l’anno), per le pulizie e la disinfezione.

La densità non deve superare i 30-35 Kg di peso vivo/mq al carico per la macellazione (da 9-10 a 15-18 capi/mq, secondo l’età di macellazione, il ceppo, il sesso, il sistema di ventilazione del pollaio, la stagione). Infine non va dimenticato che la gestione oculata degli animali e la cura, in termini ragionevoli, del loro benessere hanno contribuito a ridurre gli stress legati all’allevamento intensivo, ampiamente criticato, ma che rappresenta un male necessario.

PRODUZIONE DI UOVA

Gli allevamenti avicoli per la produzione di uova possono essere di varia tipologia:

  • allevamento all’aperto, le galline per alcune ore del giorno possono razzolare in un ambiente esterno, le loro uova sono deposte nei nidi oppure deposte sul terreno e raccolte in seguito dall’allevatore;
  • allevamento a terra, le galline ovaiole si muovono liberamente, ma in un ambiente chiuso, solitamente un capannone. Anche in questo caso le uova sono deposte nei nidi oppure vengono raccolte dagli allevatori sulla lettiera dove sono state deposte;
  • allevamento in gabbia (o batteria), le galline si trovano in ambienti confinati, dove depositano le uova su un nastro trasportatore che le porta direttamente al confezionamento;
  • allevamento biologico, si differenzia da quelli sopra riportati solo per il luogo in cui sono allevate le galline ovaiole, l’allevamento biologico obbedisce alle regole stabilite per tale tipologia di produzione e gli animali razzolano all’aperto per alcune ore al giorno.

In Italia, le uova prodotte a livello intensivo, negli allevamenti che hanno più di 350 capi, sono state nel 2003, 10 miliardi e 405 milioni, di queste ben il 96% è stato prodotto in batteria. In Europa la situazione non cambia molto, l’87% degli allevamenti sono orientati al sistema in batteria.

I PROBLEMI IGIENICI NEGLI ALLEVAMENTI

Il Decreto Legislativo 26 marzo 2001 n. 146, dà indicazioni in relazione alla protezione degli animali negli allevamenti e alla igienicità degli ambienti in cui sono allevati, tra l’altro:

  • i materiali che devono essere utilizzati per la costruzione dei locali di stabulazione e, in particolare, dei recinti e delle attrezzature con i quali gli animali possono venire a contatto, non devono essere nocivi per gli animali e devono poter essere puliti e disinfettati;
  • i locali di stabulazione e i dispositivi di attacco degli animali devono essere costituiti e mantenuti in modo che non vi siano spigoli taglienti o sporgenze tali da provocare lesioni agli animali;
  • la circolazione dell’aria, la quantità di polvere, la temperatura, l’umidità relativa dell’aria e le concentrazioni di gas, devono essere mantenute entro limiti non dannosi per gli animali;
  • le attrezzature per la som¬inistrazione dei mangimi e di acqua devono essere concepite, costruite e installate in modo da ridurre al minimo le possibilità di contaminazione degli alimenti o dell’acqua e le conseguenze negative derivanti da rivalità tra gli animali.

Nell’allevamento intensivo sono numerosi i fattori che condizionano direttamente la salute degli animali e ne compromettono di conseguenza la produttività. Tra questi le condizioni igienico-sanitarie dell’allevamento stesso; queste fanno parte di un piano più ampio di controllo, la cui attuazione rappresenta il presupposto per il mantenimento di un livello elevato di salute degli animali e, di conseguenza, anche della salubrità dei prodotti alimentari da loro ottenuti.

L’allevatore agisce sull’ambiente dove vivono gli animali, deve cercare di impedire l’ingresso dei microrganismi nell’allevamento, e se presenti, alla loro diffusione mediante l’eliminazione; lo scopo è in ogni caso di ridurre la carica microbica ambientale, eliminando al massimo il rischio di contatto per gli animali con gli agenti patogeni.

Occorre quindi provvedere a tutte quelle operazioni di pulizia e disinfezione che si applicano per il risanamento delle strutture ed attrezzature presenti negli allevamenti, compresi gli spazi esterni. Tali misure possono essere applicate anche in presenza di animali; in questo caso non si tratta di procedure radicali e per questo non permettono di ottenere un risultato assoluto, obiettivo questo della disinfezione in assenza di animali.

In questi casi può essere ben utilizzato un sanificante a bassa tossicità a base di polibiguanide, ad una concentrazione dello 0,5%.

DETERSIONE DEI CAPANNONI

A fine ciclo, quando non c’è più la presenza di animali, si svuota il ricovero di tutte le strutture ed attrezzature che si possono spostare e si procede al trattamento della lettiera con antiparassitari e sostanze ad azione disin¬ettante, in modo tale da poter essere asportata senza il pericolo della diffusione degli agenti patogeni nell’ambiente esterno.

A questo punto si procede ad una detersanificazione con detergenti a schiuma a base clorattiva: il prodotto viene applicato con una particolare lancia schiumogena utilizzando idropulitrici ad alta pressione.

Si lascia agire il detersanificante per 15 minuti circa in modo tale da poter penetrare nello sporco e di ammorbidirlo, successivamente si procede al risciacquo ad alta pressione (100-150 bar) in modo da eliminare facilmente tutte le incrostazioni di materiale organico, substrato indispensabile alla sopravvivenza e alla persistenza dei microrganismi patogeni nell’ambiente. Particolare attenzione dovrà essere data ai soffitti dei capannoni, alle superfici verticali e alle vetrate dove lo sporco si annida ed è più difficilmente eliminabile di quello presente sui pavimenti.

DETERSIONE DEGLI ABBEVERATOI

Queste attrezzature sono normalmente incrostate di calcare, molte volte frammisto a sostanza organica, si opera quindi con detergenti sanificanti a base di acidi forti quali l’acido cloridrico, che inglobano sostanze tensioattive cationiche a base di poliquaternari d’ammonio. Si procede per immersione e successivo risciacquo con idropulitrici.

SANIFICAZIONE

I batteri e i virus possono sopravvivere per alcuni mesi se protetti dal materiale organico, mentre le spore di alcuni batteri possono mantenersi all’infinito nel suolo o nelle anfrattuosità degli edifici. Gli stessi coccidi possono sopravvivere per anni negli allevamenti.

Con la sanificazione si vuole distruggere i microrganismi patogeni, la maggior parte dei quali non sopravvive a lungo fuori dell’organismo animale, ma spesso anche se breve, il tempo è sufficiente per causare infezioni.

Operata quindi l’operazione di detergenza, si procede ad una disinfezione con prodotti chimici. I prodotti più usati, oggi, negli allevamenti avicoli sono:

  • a base di cloro attivo (ipoclorito di sodio stabilizzato, fosfati clourati);
  • a base di acido peracetico e acqua ossigenata, fortemente ossidanti;
  • a base di polibiguanide (bassa tossicità);
  • a base di aldeide digluatarica e poliquaternari d’ammonio. A base di fenoli, questi prodotti erano una volta molto utilizzati ma ora sono in forte diminuzione d’uso.

Poco utilizzati l’acido formico e la formaldeide, quest’ultima in quanto sospetta di cancerogenicità.

DISINFESTAZIONE

Comprende l’insieme delle misure destinate a controllare gli agenti di parassitosi, endoparassiti ed ectoparassiti, con trattamenti a base di sostanze antiparassitarie ad azione insetticida, acaricida, vermifuga, antiprotozoaria ed antimicotica.

Di particolare importanza è la lotta contro le mosche ed altri insetti che possono trasmettere agenti patogeni di malattie infettive.

Gli edifici devono essere tenuti in buono stato di manutenzione, in modo da prevenire l’accesso agli animali ed eliminare i potenziali luoghi di riproduzione e in particolare:

  • le porte verso l’esterno devono essere a tenuta e, possibilmente, a chiusura automatica, nel caso non fosse possibile, è bene apporre chiare indicazioni sull’obbligo di mantenere le porte chiuse;
  • le finestre apribili verso l’esterno devono essere munite di una rete protettiva, rimuovibile e lavabile;
  • le aperture esterne di condotte e tubazioni devono essere protette per impedire l’ingresso di animali infestanti;
  • all’interno dello stabilimento devono essere eliminate tutte le possibili sedi di rifugio degli animali, quali crepe e buchi sui muri e sui pavimenti;
  • evitare che sostanze organiche (materie prime o rifiuti) siano abbandonati senza protezione.

È necessario un programma di intervento programmato: il monitoraggio e la disinfestazione è bene siano fatte da una ditta esterna speciaLizzata (iscritta all’apposito registro previsto dalla normativa vigente).

DERATTIZZAZIONE

La lotta sistematica ai roditori, in particolare topi e ratti, deve essere compresa in un piano di profilassi diretta in modo da ottenere la loro eliminazione, se non totale, almeno portata a livello elevato, per evitare:

  • fatti di panico tra gli animali;
  • consumo di mangime;
  • introduzione negli allevamenti di malattie come la salmonellosi, la leptospirosi ecc.

Per prevenire l’infestazione di ratti e topi, è necessario porre in atto tutte le misure atte a evitarne l’ingresso, la movimentazione, l’insediamento e la proliferazione all’interno dei locali dell’allevamento.

Il controllo di roditori, topi e ratti, si effettua:

  • adottando norme generali di prevenzione che consistono nell’applicazione di mezzi per impedire l’accesso e la moltiplicazione, installando griglie e reti a maglie strette ai chiusini di scolo e agli apparati di ventilazione; in ogni caso prestare attenzione a chiudere tutte le aperture chiudibili;
  • concentrare in un’unica zona, lontana dal luogo di produzione, tutti i contenitori di raccolta e stoccaggio dei rifiuti;
  • con trattamenti a base di sostanze topo-ratticide.

PREVENZIONI GENERALI

È buona norma posizionare all’ingresso dell’allevamento delle vasche riempite con una soluzione disinfettante, in modo tale che gli automezzi passino nelle vasche e si attui una disinfezione delle ruote dei mezzi di trasporto. È un fattore importante soprattutto quando gli automezzi passano presso molti allevamenti e quindi potrebbero essere i portatori involontari di microrganismi patogeni.

Altra norma importante è quella di dotare di calzari e camici i visitatori dell’allevamento la cui presenza deve essere rigorosamente regolata da un protocollo disposto dal responsabile dell’allevamento.

Il futuro è verde

L’attenzione all’ambiente, di questi tempi, è scontata. Il fatto che poi si prendano reali provvedimenti per ridurre l’impatto ambientale e che si ricerchino prodotti ecocompatibili, non lo è invece così tanto.

Lo scontro con la politica del minor prezzo è battaglia di ogni giorno e modificare consuetudini consolidate nel tempo significa impegnarsi sia sul fronte economico sia sul versante della conoscenza.

Anche se ormai si parla di appalti verdi (i Green Public Procurament), in base ai quali i prodotti a basso impatto ambientale dovrebbero avere una corsia preferenziale e rappresentare almeno il 30% di quelli scelti dagli enti pubblici nelle gare d’appalto, la realtà dei fatti spesso risulta contraddittoria, e gli operatori di settore sembrano poco propensi a mettere in pratica ciò che a livello teorico trova tutti concordi.

LA BIODEGRADABILITÀ

Per legge un prodotto viene definito bio-degradabile quando la sua presenza nell’ambiente risulta ridotta del 90% in 28 giorni e quindi ogni prodotto che diminuisca questo lasso di tempo è ovviamente in grado di offrire all’utilizzatore una marcia in più.

Ma che cosa si intende per biodegradabilità? La biodegradazione è un processo che comprende una complessa serie di trasformazioni operate da agenti biologici che attaccano, mutano, disgregano e infine metabolizzano un materiale, fino a ridurlo a molecole elementari quali anidride carbonica, acqua e sali minerali, in modo da renderlo, in tempi più o meno lunghi, adatto a essere riciclato nell’ambiente anziché accumularsi in esso.

Tutto questo percorso richiede un tempo più o meno lungo.

Quella della biodegradabilità del prodotto è un problema particolarmente sentito nel settore dei detergenti proprio per il grande impatto che questi hanno sull’ambiente, tenendo conto del grande uso che se ne fa nei paesi industrializzati (si parla di un consumo di detergente intorno ai 30 kg pro capite all’anno).

La legislazione ha tenuto d’occhio il problema, se ne è occupata e continua ad occuparsene, creando però anche qualche perplessità poiché, per legge, la biodegradabilità di un detergente è riferita al grado di biodegradabilità dei soli tensioattivi contenuti ed è valutata attraverso test di laboratorio con i quali viene verificata in un periodo lungo 28 giorni.

Trascorso questo tempo, se i componenti tensioattivi (e non il prodotto finito) risultano biodegradati in misura superiore al 90%, il prodotto viene accettato, ma questo è un parametro giudicato dagli esperti troppo permissivo e inadeguato.

UNA STRADA INNOVATIVA

La Rivista Italiana delle Sostanze Grasse, nel 2003 ha pubblicato uno studio sulla formulazione di detergenti caratterizzati da elevata biodegradabilità e basso impatto ambientale. Tale studio, cofinanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e messo a punto con la collaborazione dell’Università di Pisa a dei Laboratori Archa di Pisa e dall’UNI.RA, prendeva in considerazione il detergente come prodotto finito e non solamente alcuni dei suoi componenti, e cioè i tensioattivi.

Al momento in cui è stato effettuato questo studio – che ha impegnato i partecipanti ai lavori per ben due anni – risultava che neppure a livello internazionale fossero segnalate ricerche orientate in questa direzione.

Con un impegno così protratto nel tempo, l’azienda di Cecina ha quindi messo a punto una serie di 12 formulati che sono andati a comporre una linea di prodotti denominata BIO-Green Line con biodegradabilità superiore al 98% in 24 ore.

I test riguardanti questi prodotti sono stati eseguiti, sia nei laboratori, sia negli impianti di ristoranti, campeggi, hotel dove, per molti mesi, i chimici dell’azienda hanno monitorato i risultati negli scarichi.

LA SCARSA CONOSCENZA

La BIO-Green Line indica quindi una gamma completa – detergenti per lavatrice, lavastoviglie, disincrostanti e così via – che uniscono alle elevate prestazioni da prodotti di origine industriale un bassissimo impatto ambientale. Purtroppo, è sempre difficile indicare strade diverse a quelle tradizionali e quindi, quando ci si trova a diffondere una scelta diversa e a portarla a conoscenza dei consumatori, la difficoltà è grande.

Le altre aziende e la Grande Distribuzione sembrano infatti seguire percorsi paralleli che non sempre portano a uno sviluppo reale della sensibilità ambientale e, spesso, non creano neanche consapevolezza nell’utilizzatore finale. UNI.RA, con Bio-Green Line, vuole intraprendere un percorso che ha come obiettivo quello di minimizzare l’impatto sull’ambiente, impiegando prodotti e sistemi “realmente” ecocompatibili e cerca di trainare anche altre società a intraprendere l’unico percorso ritenuto sostenibile nel futuro.

Il mondo delle mani

Forse non tutti sanno che le nostre mani sono la parte del nostro corpo (dopo la bocca) con il maggior numero di batteri.

Sappiamo bene come esse siano sempre in movimento ed in contatto con quasi tutto quello che incontriamo. Ciò significa che attraverso le nostre mani si possono diffondere una quantità indefinibile, ma alta, di batteri.

La cultura, perché di cultura si tratta, del lavaggio delle mani varia non solo da regione a regione, da nazione a nazione e da popolo a popolo, ma anche da persona a persona.

I batteri sono, invece, pressoché sempre gli stessi in uno stesso posto, sulle mani di tutti. Ciò significa che a secondo delle abitudini di ciascuno, in un dato posto, alcune persone contribuiscono di più ed altre di meno alla diffusione dei batteri tramite le loro mani.

La preoccupazione maggiore che dovremmo avere è verso quegli sporchi che…non si vedono.

Sono infatti i batteri la fonte della sporcizia più diffusa e meno visibile. Ma sono piccoli esseri osservabili dall’uomo quando li osserva il laboratorio e li studia. I batteri sono presenti quasi dappertutto.

Alcuni sintetici dati. Un batterio, messo in terreno di coltura, in sole sei ore genera una colonia di 250.000 batteri per centimetro quadro.

Ci sono luoghi che sono da ciascuno di noi frequentati ogni giorno su cui si può rilevare una presenza realmente elevata di batteri ( in grado poi di generare nella proporzione detta): le maniglie del tram, la cornetta del telefono, l’asse del water e tutti i pulsanti o le maniglie della zona delle toilette: su questi oggetti si possono ritrovare da 20 a 300 batteri per centimetro quadrato.

Attenzione però: non sono gli sporchi visibili quelli più pericolosi. Spesso accade che ci laviamo le mani quando sono evidentemente sporche. In tal caso ci riteniamo soddisfatti se abbiamo eliminato le tracce visibili dello sporco, ma il pericolo non è sicuramente passato.

Ma anche ci pulissimo perfettamente le mani in un bagno pubblico usciremmo contaminati perché… usciamo dalla toilette toccando la maniglia a mano nuda… quella stessa che noi e tanti altri hanno toccato con le mani ancora sporche.

Non credo che sia atteggiamento diffuso l’aprire la porta della toilette per uscire con un pezzo di cartigienica o una salvietta usa e getta…

Un consiglio riassuntivo e generale: per ottenere un buon risultato nel lavaggio delle mani occorre utilizzare acqua calda, naturalmente sapone e fare durare il lavaggio qualche minuto.

L’evidente importanza che riveste la problematica della cura dell’igiene delle mani ha favorito lo sviluppo di alcune normative che riguardano anche il settore dei prodotti per il loro lavaggio.

Si tratta di normative e direttive che mirano a rendere più sicuri e “trasparenti” i prodotti che quotidianamente utilizziamo. Troviamo, infatti, sui prodotti a norma delle indicazioni che, tutelando il consumatore, ne illustrano le caratteristiche per quanto riguarda la sicurezza e la durata, la composizione e l’utilizzo.

Tutte queste informazioni sono sicuramente un passo avanti verso la chiarezza del prodotto che viene utilizzato e una garanzia di qualità non indifferente.

La scritta “DERMATOLOGICAMENTE TESTATO” indica che il prodotto cosmetico sottoposto a test non contiene alcuna sostanza di cui è proibito l’uso in prodotti cosmetici e di igiene corporale (secondo la legislazione CEE); che gli agenti conservanti introdotti nella formula del prodotto figurano nella lista positiva approvata dalla CEE e che essi sono utilizzati ad una concentrazione conforme all’uso previsto da questa legge.

IL PERIODO POST-APERTURA (PAO)

La VII Modifica alla Direttiva Cosmetici comunitaria introduce un nuovo requisito che devono avere le etichette dei prodotti cosmetici. Si tratta del PaO (dall’inglese Period after Opening) che indica il tempo durante il quale il prodotto, aperto dal consumatore, rimarrà utilizzabile e cioè conforme ai requisiti di sicurezza.

Il tutto, chiaramente, se il prodotto sarà stato conservato in modo corretto. Il PAO è rappresentato da un nuovo simbolo sull’etichetta (sia quella esterna all’imballo sia quella apposta sul prodotto).

Accanto a questa figura che stilizza un barattolo di crema aperta, è indicato il tempo massimo di durata del prodotto aperto attraverso una M (che indica il mese) ed un numero (6 per 6 mesi, 12 per 12 mesi e così via).

Tutto questo nasce con lo scopo di rendere più sicuro il consumatore del prodotto cosmetico che ha durata minima superiore ai 30 mesi dalla data di produzione. Per questi prodotti, infatti, fino ad oggi non c’era necessità di apporre una data di scadenza, come è, invece, obbligatorio nel caso di alcuni prodotti per bambini.

Con questa nuova norma, si risponde al bisogno di conoscere per quanto tempo possiamo effettivamente continuare ad utilizzare una confezione di cosmetico dal momento della sua apertura.

GLI ALLERGENI

La stessa modifica alla norma sopra citata introduce un nuovo obbligo per quanto riguarda l’indicazione in etichetta di 26 sostanze, se presenti nel prodotto cosmetico sopra una certa percentuale.

La precauzione nasce dalla constatazione del rischio allergico per alcuni consumatori.

Attraverso questa nuova comunicazione il consumatore può compiere una scelta più consapevole del prodotto cosmetico.

Ad oggi, infatti, si è maggiormente in grado di identificare le sostanze potenzialmente responsabili di allergie, sebbene la compatibilità cutanea dei prodotti cosmetici sia completamente testata.

Il tutto permetterà anche ai dermatologi di essere maggiormente efficaci nell’individuazione delle allergie.

Le 26 sostanze sono state individuate sulla base delle loro capacità di indurre reazioni allergiche, su soggetti sensibili, in maggiore percentuale rispetto alle altre molecole. I più frequenti componenti documentati come responsabili di dermatiti da contatto da cosmetici sono: i profumi (10,2%), i coloranti usati nelle tinture per capelli (6,8%), gli eccipienti (6,1%), i conservanti (4,9%).

LE SOLUZIONI PIU’ SICURE SUL MERCATO

Si capisce da quanto esposto sopra che la buona qualità di un prodotto sarà determinata anche dal rispetto che il produttore opera di tutte queste norme. Occorre, inoltre, trovare delle soluzioni che permettano ad un buon prodotto di rimanere tale nel tempo del suo utilizzo.

Ad oggi la soluzione migliore per garantire l’igiene dei prodotti per il lavaggio delle mani è certamente quella offerta dai distributori di sapone. Fatta salva la bontà del prodotto secondo tutte le norme suddette, questi sistemi offrono valori aggiunti.

Il prodotto viene erogato e non più prelevato a mano da secchielli o taniche. Non c’è quindi contaminazione dall’esterno, né passaggio da mano a mano del sapone: il rischio di contaminazione batteriologica è praticamente ridotto a zero.

Normalmente questi distributori vengono utilizzati da cartucce o ricariche in sacche, proprio per venire incontro all’esigenza di evitare i rischi di contaminazione del prodotto: il contenuto delle sacche, imbarattolato all’origine, non viene più in seguito manipolato né aperto o travasato: la sostituzione delle sacche ne garantisce la perfetta igienicità ed anche una più sicura conservazione.

Il rischio c’è

IL RISCHIO BIOLOGICO È STRETTAMENTE LEGATO AL MESTIERE DELL’OPERATORE SANITARIO, SIA PER LE PATOLOGIE INFETTIVE DEI MALATI, SIA PER IL CONTATTO CON SANGUE, LIQUIDI ORGANICI, MATERIALE POTENZIALMENTE INFETTO, PER CITARNE SOLO ALCUNI

Il rischio biologico è la possibilità di un contatto fortuito con strumenti o materiale contaminati da sangue e/o altro materiale biologico proveniente da pazienti o materiali potenzialmente infetti.

Parlando del rischio biologico nelle strutture sanitarie, la doverosa premessa è che si tratta di un problema estremamente complesso da affrontare, e per molti motivi. Innanztutto, il rischio è molto diversificato, sia per il grande numero delle variabili (ambienti, personale, materiali…) sia anche per la difficoltà nel misurare l’esposizione al rischio con i metodi che si utilizzano per esempio nell’industria (come il monitoraggio ambientale e biologico dell’esposizione), e di conseguenza diventa anche difficile attivare efficaci misure di prevenzione.

Nella struttura sanitaria sono esposti al rischio biologico sia i lavoratori, sia i pazienti (o utenti, come si voglia chiamarli, ma in ogni caso, per chi è ricoverato in un luogo di cura, la pazienza è una dote obbligatoria, non un ghiribizzo semantico).

METODI DI VALUTAZIONE

Per avere parametri su cui basarsi per valutare questo tipo di rischio, gli esperti hanno studiato anche modelli matematici, ma nell’elaborarli, oltre alla complessità intrinseca, hanno dovuto affrontare anche la difficoltà data dalla mancata denuncia di molti casi (si pensa addirittura al 50%), con conseguente sottostima del fenomeno.

PREVENZIONE E PROTEZIONE

L’informazione e la formazione del personale, di visitatori e utenti è un punto di partenza importante, come importanti sono anche i fattori legati alla giusta scelta e al corretto uso di dispositivi di protezione individuale e collettiva.

A livello collettivo è necessario considerare le diverse aree e i differenti dispositivi utilizzati: si parla quindi di controlli nelle aree in depressione, che vanno fatti monitorando il parametro di contenimento di pressione e direzione dei flussi e i sistemi di filtrazione dell’aria in entrata e in uscita con filtri assoluti (tipo Hepa “High efficiency air filter”).

Anche la scelta di principi attivi o formulazioni per la disinfezione va effettuata con attenzione, considerando anche i tempi di contatto, i substrati, le caratteristiche di tossicità.

Per le cappe a flusso laminare e cabine di sicurezza, le caratteristiche di funzionalità ed efficienza vanno verificate non solo all’acquisto e installazione ma periodicamente, mentre il trattamento di decontaminazione delle reti di distribuzione dell’acqua è di grande importanza nella prevenzione dei rischi da Legionella o da altri agenti biologici che contaminano l’impianto idrico.

Per la prevenzione delle punture accidentali vanno usati dispositivi di sicurezza che eliminino o minimizzino i rischi per utilizzatore e operatori durante e dopo l’uso, attenzione quindi anche nella fase dell’eliminazione: i contenitori devono essere specifici per taglienti, liquidi biologici e reperti anatomici (per oggetti taglienti i contenitori devono essere rigidi, a bocca larga e imperforabili, con le caratteristiche indicate dal British Standard 7320. Per eliminare gli aghi chirurgici è corretto usare astucci calamitati e appositi attrezzi per rimuovere le lame dei bisturi).

I DISPOSITIVI DI PROTEZIONE INDIVIDUALE

Per la cute: guanti – Utilizzare guanti protettivi monouso, in lattice (considerando anche il rischio allergico) e altro materiale idoneo, con marcatura CE come Dpi di terza categoria per la protezione da microrganismi (norma En 374, Dlgs 475/92).

Indossare guanti puliti prima del contatto con mucose e cute non integra, in presenza di soluzioni di continuo sulle mani dell’operatore, durante la pulizia e la raccolta di rifiuti o biancheria sporca. I guanti vanno tolti rivoltandoli verso l’esterno e, dopo la rimozione, ricordarsi di lavare sempre le mani.

È opportuno scegliere guanti monouso resistenti alla penetrazione di microrganismi, che però non proteggono a sufficienza in caso di punture o lacerazione: se non esistono guanti antitaglio efficaci in assoluto contro tagli e abrasioni, quelli in fibra para-aramidica offrono una buona resistenza al taglio, si sterilizzano in autoclave a vapore, e si possono utilizzare come sottoguanto in interventi chirurgici ad alto rischio di taglio/abrasione, lavaggio ferri chirurgici taglienti/pungenti.

Per il volto: maschere, occhiali, schermi facciali – Per proteggere le mucose di occhi, naso e bocca durante procedure e attività che potrebbero generare schizzi o spruzzi di sangue, liquidi corporei, secreti e/o escreti è necessario indossare maschera e occhiali protettivi, oppure schermi facciali, ricordandosi che proteggono da schizzi di liquidi o da particelle solide ma non in caso di aerosol.

I Dpi di viso e occhi devono limitare il meno possibile il campo visivo dell’utilizzatore, vanno trattati o dotati di dispositivi che impediscano la formazione di vapore acqueo, e i modelli per chi utilizza correzioni oculari devono essere compatibili con l’uso di occhiali o lenti a contatto; devono essere in materiale infrangibile e non devono recare danno in caso di rottura delle lenti. Questi Dpi devono avere ampio campo di visibilità e il sistema di chiusura sulla fronte conformato in modo che il bordo superiore sia chiuso il più possibile, per evitare che, in caso di contaminazione di fronte o testa, il liquido coli sugli occhi; la visiera deve consentire l’uso di occhiali correttivi e mascherina di protezione delle vie respiratorie.
Il dispositivo deve pesare poco, il materiale deve consentire la disinfezione chimica con disinfettanti d’uso comune senza compromettere le prestazioni del dispositivo.

Per le vie respiratorie – La scelta dell’adeguato Dpi va fatta secondo la dimensione delle particelle infettanti, considerando le caratteristiche dell’agente biologico che può essere trasmesso.

I dispositivi per essere efficaci devono racchiudere naso e bocca e avere buona tenuta sul viso, tenuta che non è garantita se l’operatore è mal rasato o porta barba e/o baffi. I materiali e i componenti di questo Dpi vanno attentamente scelti e strutturati in modo da assicurare l’igiene delle vie respiratorie durante l’uso.

La maschera (facciale filtrante) si deve da usare in situazioni che sottopongono l’operatore a esposizione diretta d’aerosol, ad alte concentrazioni di agenti infettanti oppure durante procedure che possono portare alla formazione di aerosol contagiosi, e la sua conformazione deve garantire aderenza al viso.

Per il corpo: indumenti di protezione – Devono proteggere l’operatore dalla contaminazione della cute ed evitare che gli indumenti si imbrattino per schizzi e spruzzi di sangue, liquidi corporei, secreti ed escreti. Sono quindi necessari camici adeguati, disponibili in diversi materiali, monouso e riutilizzabili, che devono garantire la protezione delle parti esposte.
Per questo, i camici devono essere lunghi 10-15 cm sotto il ginocchio e avere maniche lunghe, con estremità che aderiscono ai polsi, mentre la chiusura deve essere posta sul retro. Il grembiule monouso impermeabile, che viene usato in particolari situaoni (lavaggio e disinfezione degli strumenti chirurgici, svuotamento di contenitori con liquidi biologici) deve essere chiuso in vita e sul collo.

IL FATTORE UMANO

Le norme ci sono, l’attenzione sulla carta è ineccepibile. Ma nelle strutture sanitarie da tempo esiste un grave problema attualmente non in via di risoluzione: la carenza di infermieri.

Secondo l’Ipasvi, al Centro Nord mancano 60.000 operatori: 26.000 per carenze rispetto agli organici; 32-35.000 alla mancanza dei posti dal 1997 al 2005 nei corsi di laurea triennale. Quale è la conseguenza? Facile la risposta, gli infermieri in servizio sopperiscono con straordinari e sul territorio i servizi non sono certo all’altezza delle aspettative (non parliamo di eccellenza, ma di “decoro”).

Il Rapporto Oasi 2005 del Cergas Bocconi, che fa il punto su questo fenomeno, afferma che a questa situazione si cerca di fare fronte importando infermieri dall’estero: sono stati 6.730 gli iscritti all’albo nel 2005 (in Italia soprattutto dai Paesi dell’Est), ma la soluzione non è vicina. E si sa che quando le condizioni non sono accettabili, vuoi per eccesso di lavoro vuoi per carenze strutturali, il rischio – ogni tipo di rischio – da possibilità eventuale diventa troppo spesso realtà da gestire.

I tarli nemici del legno

Le cornici, le travi del tetto, gli stipiti delle porte, i mobili ed i pavimenti a parquet possono essere seriamente danneggiati da una serie di insetti comunemente chiamati “tarli del legno”. Di rado si riesce a scorgere l’insetto responsabile, ma la sua presenza è indicata dalla comparsa di piccoli fori rotondi sui manufatti lignei e da una fine segatura (rosume), che cade dalle gallerie scavate dentro il legno.

Il rosume permette di diagnosticare l’infestazione, il tipo di attacco e a volte anche la specie responsabile dell’infestazione. Può essere composto da frammenti grossolani e distinguibili tra loro, cosa che indica uno scavo effettuato per creare un rifugio, mentre quando il rosume assomiglia ad una segatura fine e farinosa, a volte ammassata a pallottole, indica che il materiale legnoso è passato attraverso l’apparato digerente dell’infestante. È più facile accorgesi della segatura nei periodi in cui non si effettuano pulizie giornaliere, perché in questo modo si permette l’accumulo del rosume vicino ai mobili colpiti.

Innanzitutto occorre verificare se l’infestazione è ancora attiva o se si tratta di un problema ormai risolto. Colorando di scuro una parte del legno infestato si noteranno i nuovi fori perché appariranno chiari. Oppure si possono fotografare parti del mobile e mettere a confronto le immagini nel tempo.

Particolarmente a rischio sono gli oggetti lignei che si trovano in zone umide: la presenza di funghi del legname favorisce l’attacco dei tarli, sotto il cui nome generico sono incluse numerose specie di insetti silofagi (mangiatori del legno). Alcuni si sviluppano a spese di piante vive, dentro cui scavano gallerie nei vasi che trasportano la linfa (floema), altri si sviluppano invece su piante morte o sul legname lavorato. Alcuni preferiscono le parti dure delle piante, altri quelle più tenere, alcuni privilegiano il legno stagionato, altri il legno recente, alcuni si limitano scavare lunghe gallerie da cui fuoriescono quando raggiungono lo stadio adulto, altri, invece, divorano completamente l’oggetto ligneo riducendolo in polvere.

Alcuni legni sono particolarmente presi d’assalto, altri (ad esempio il legno di pino marittimo) non vengono graditi dai tarli.

LE SPECIE PIÙ COMUNI E PIÙ TEMIBILI IN ITALIA

Anobidi

I più frequenti nelle abitazioni sono alcune specie di piccoli coleotteri, delle dimensioni di 2-9 mm, appartenenti alla famiglia degli Anobidi, insetti di forma cilindrica e ricoperti di fini setole, che sporchi della segatura da loro stessi prodotta, appaiono impolverati.

Tra le specie più diffuse ci sono Anobium punctatum, Nicobium hirtum, Nicobium castaneum, Oligomerus ptilinoides, Xestobium rutovillosum, ogni specie con caratteristiche del tutto particolari.

Anobium punctatum è un insetto lungo dai 3 ai 5 mm, di colore bruno; le larve si sviluppano in 1-2 anni, l’adulto si vede raramente, perché vive solo 20-30 giorni dopo l’uscita dal legno, attraverso un foro rotondo di pochi mm di diametro (1-1,5 mm), che si verifica in giugno-agosto.

Ogni femmina produce 20-40 uova, che inserisce nelle piccolissime fessure e negli anfratti del legno, nelle venature e negli incastri dei mobili e delle strutture; risultano quindi salvi quei manufatti composti da legno lucidato con resine o vernici, mentre vengono attaccati i manufatti di legno ben stagionato, i vecchi mobili, le travi di sostegno, le suppellettili nelle chiese, le statue, i libri antichi, le opere d’arte raccolte nei musei; si può trovare in molti tipi di legno, quali abete, pino, pioppo, noce, acero, tiglio, pero e melo.

Le larve hanno mandibole robuste con cui scavano lunghe gallerie che hanno un andamento tortuoso e irregolare che segue la direzione delle venature del legno, e una sezione che aumenta con man mano che le larve crescono d’età. Possono digerire il legno che ingeriscono grazie alla presenza, nel loro intestino, di organismi endosimbionti (protozoi e batteri).

Il rosume è formato da particelle a forma di limone, è grossolano e mescolato agli escrementi della larva (può essere utilizzato per il riconoscimento dell’insetto). Gli anobidi attaccano solo gli strati più esterni del legno, per questo non producono, di norma, danni strutturali ma esclusivamente estetici, dovuti ai fori di uscita, degli adulti.

Oligomerus ptilinoides è molto comune nel legno delle bacheche (faggio, noce) e delle suppellettili in genere.

Lictidi

Per quanto riguarda i coleotteri della famiglia dei Lictidi, citiamo per importanza due specie Lyctus linearis, di origine europea, e Lyctus brunneus, di origine tropicale, ma trasportato in tutto il mondo con il legname d’importazione, risulta ora la specie più diffusa, favorito nelle colonizzazione dal riscaldamento delle case.

Si tratta di insetti di piccole dimensioni (3-5 mm), di colore rosso-bruno con corpo appiattito antenne piccole e rivolte in avanti. La femmina depone le uova all’interno dei vasi del legno, che devono affiorare alla superficie; il ciclo di sviluppo delle larve dura 1-2 anni, a seconda delle condizioni ambientali (a temperature elevate e umidità inferiore al 30% possono essere sufficienti 8-10 mesi, con aumento rapidissimo della diffusione), l’adulto esce dal legno in primavera (aprile-maggio). Il foro d’uscita è molto sottile (1,5mm), ed è il primo indizio per scoprire una infestazione da Lyctus.

Le femmine appena sfarfallate possono deporre le uova sullo stesso legno in cui si sono sviluppate, aumentando quindi il danno e l’infestazione. Le uova vengono deposte in profondità (sono quindi difficili da eliminare) e schiudono in un paio di settimane.

Questa specie attacca esclusivamente i legni teneri ricchi di amidi, non riesce infatti a digerire la cellulosa. Il legno viene sminuzzato con le mandibole, ingerito ma non digerito, per cui si forma un rosume sottile come farina, che riempie le gallerie.

Soprattutto predilige il legno di quercia e numerose latifoglie nostrane a legno tenero e con grossi vasi floematici (acero, noce, frassino, castagno, olmo, nocciolo, ciliegio, olivo e robinia). Non vengono invece attaccati il ciliegio, il faggio, l’ontano, il pioppo, il salice, la betulla, il tiglio, il melo e il pero. Spesso attacca pavimenti in parquet, i battiscopa, le intelaiature e gli stipiti delle porte, i rivestimenti, i compensati e le impiallicciature.

Quando la presenza degli insetti è considerevole il legno può risultare completamente distrutto trasformandosi in un ammasso unico di rosura compressa. A volte distrugge completamente lo strato interno mentre lascia intatta la superficie esterna trattata da vernici. La lotta deve avere assolutamente carattere preventivo e iniziare appena l’attacco comincia. L’adulto, fuoriuscito dalle gallerie larvali, può essere avvistato sui muri o sulle tende di casa.

Cerambicidi

Tra i cerambicidi va citato Hesperophanes cinereus Villers, specie diffusa in tutta l’arca mediterranea, colpisce latifoglie quali cerro, robinia, faggio, pioppo, noce e castagno. Le femmine, di colore bruno, depongono 100-200 uova allungate nelle fessure e negli anfratti del legno (travature dei tetti, mobili, pavimenti in legno, ecc). Lo sviluppo larvale dura 2-3 anni e i danni alle strutture possono essere gravissimi, a causa delle gallerie di grosse dimensioni scavate dalle larve (quando le infestazioni sono elevate, possono giungere a fare crollare tetti o soffitti).

Uno dei maggiori nemici del legno è il cosiddetto Capricorno delle case (Hylotrupes bajulus), coleottero cerambicide cosmopolita lungo fino a 20 mm, di colore bruno-grigiastro, le cui larve provocano danni estremamente gravi alla struttura e alla consistenza dei manufatti specialmente se si tratta di conifere (abete rosso, abete bianco, larice, pino silvestre).

Si può trovare nelle travi dei tetti e dei solai, ma anche all’interno delle abitazioni, negli infissi e nei mobili, dove le larve, di grosse dimensioni, si sviluppano in un tempo che varia dai 3 ai 10 anni a seconda delle condizioni di temperatura e di umidità dell’ambiente (temperatura ottimale: 28-30°C).

Gli adulti, di colore bruno-nero, lunghi 1,5-2 cm, con lunghe antenne nodose lunghe fino a 1 cm, escono dal legno quando la temperatura è elevata e il clima piuttosto secco (giugno-agosto), attraverso fori ellittici da cui esce una rosura molto abbondante e molto fine, mescolata con gli escrementi cilindrici. Dotati di ali, gli adulti possono spostarsi e infestare luoghi diversi da quelli in cui si sono sviluppati.

Le uova vengono deposte nelle fessure del legno, nelle spaccature e nelle giunzioni, dopo 1-2 settimane escono le larve, e un nuovo ciclo ha inizio. Spesso è possibile udire l’incessante attività notturna delle larve, che possono raggiungere i 4 cm di lunghezza, mentre scavano le loro gallerie e cunicoli. Prediligono i legni asciutti, e le gallerie si portano dalla superficie fino all’interno del manufatto, raggiungendo il diametro di 6-8 mm.

Le gallerie vicine possono essere separate da un diagramma molto sottile, tanto che le forti infestazioni possono provocare la rottura della stabilità meccanica delle travi. I fori di uscita sono ovali, larghi 4-5 mm, ma non sempre gli adulto escono dalle gallerie. Visto che l’attacco non viene rilevato se non dopo l’uscita della prima generazione, e visto che la superficie esterna non viene mai intaccata, è difficile individuare prontamente questi insetti, se non per il rumore provocato dalle grandi e robuste mascelle delle larve, che si può sentire anche a distanza di 1-2 metri.

Allo stesso modo è facilmente riconoscibile, in primavera (aprile-maggio), il ticchettio ritmico dell’Orologio della morte (Xestobium rufovillosum), che non è altro che il richiamo amoroso per l’accoppiamento, prodotto battendo ripetutamente il capo contro le pareti delle gallerie (10 colpi ogni 2 secondi) ad intervalli regolari che ricordano il ticchettio di un orologio.

Il coleottero misura 7 mm di lunghezza e attacca di preferenza il legno umido, meglio se aggredito da funghi, di Querce, Olmi, Noci, Ontani, Pioppi, salici. Il suo ciclo si completa in un periodo variabile da 1 a 6-10 anni, la larva si impupa in prossimità della superficie del legno, e gli insetti adulti usciranno forando la sottile pellicola che rimane, oppure si possono accoppiare all’interno del legno, nelle gallerie.

Le parti gravemente danneggiate vanno eliminate e bruciate, per evitare la diffusione delle larve. Il rosume ha la forma di palline schiacciate, i fori di sfarfallamento misurano 2-4 mm.

Curculionidi

Fra i Curculionidi xilofagi, in Italia è presente il Pentarthrum huttoni. Si tratta di insetti di piccole dimensioni, di colore bruno, con un lungo rostro anteriore su cui sono inserite le antenne. Sia gli adulti che larve scavano gallerie lungo le fibre del legno; le gallerie sono molto più piccole di quelle degli anobidi e il foro di uscita è di forma ovale.

Attaccano prevalentemente legno su cui siano presenti dei funghi.

MEZZI DI LOTTA

Accertata la presenza del tarlo occorre intervenire con prodotti che possano raggiungere e uccidere le larve senza danneggiare il legno. Possono venire impiegati insetticidi disciolti in solventi organici (evitare le soluzioni acquose che fanno gonfiare il legno) o gas tossici.

L’uso di insetticidi ad azione residuale sul legno attaccato dai tarli può solo bloccare lo sviluppo delle larve neonate, che si trovano negli strati più superficiali del legno, ma non può nulla contro le larve che sono ormai giunte in profondità.

Per infestazioni limitate si possono impiegare insetticidi specifici trattando con abbondante spennellatura le parti non verniciate (interno dei mobili), previa rimozione della polvere superficiale; è consigliabile smontare l’oggetto per riuscire a trattare fino agli angoli più nascosti inoltre sarebbe meglio richiudere per giorni le parti trattate in contenitori a tenuta in cui introdurre l’insetticida, per creare delle camere a gas.

Gli oggetti di minori dimensioni possono essere immersi nel prodotto antitarlo. Le gallerie favoriscono la penetrazione del liquido all’interno. Nei fori il prodotto va iniettato in profondità. Va ricordato che nei trattamenti contro i tarli deve essere ripetuto a distanza di 7-10 giorni, dopodichè occorre attuare un attento monitoraggio per verificare la progressiva diminuzione dell’infestazione (diminuzione dell’emissione di rosura del legno e della comparsa di nuovi fori di sfarfallamento).

Occorre fare attenzione ai prodotti impiegati che possono, macchiare o rovinare le superfici trattate (fare preventivamente delle prove su parti nascoste dell’oggetto, soprattutto se si tratta di legni laccati o verniciati). La segatura va raccolta e bruciata per evitare la diffusione delle uova e delle larve.

È inutile fare un trattamento antitarlo ad un solo mobile o ad una sola stanza, bisogna individuare ogni tratto infestato. Potrebbe trattarsi dello zoccolo di un armadio, di una listella usata per chiudere una fessura, l’importante è attuare un attento controllo per identificare ogni possibile focolaio residuo.

Le ditte specializzate, cui si raccomanda di ricorrere soprattutto per infestazioni di una certa rilevanza, per mobili di pregio e per le strutture portanti, effettuano diversi tipi di trattamenti. I metodi fisici (alte temperature, basse temperature, irraggiamento, microonde e infrarossi) sono curativi, ma nel tempo il legno può essere di nuovo attaccato da insetti. Possono essere anche previsti interventi in camere a gas con atmosfere controllate che soffocano gli insetti (durata del trattamento: 10 giorni). Il vantaggio è che la struttura lignea non viene minimamente intaccata.

L’azione con sostanze chimiche ha una durata nel tempo che dipende dal tipo di sostanza impiegata e dalle modalità di applicazione. Gli insetticidi agiscono per contatto (assorbiti dal tegumento degli insetti), ingestione o inalazione (fumigazioni). I manufatti possono poi essere trattati con sostanze preservanti con azione fungicida o insetticida od ad azione combinata.

Se il legno è molto degradato può essere necessario preservarlo con resine sintetiche che, una volta evaporato il solvente, formano con il rosume degli insetti una massa solida all’interno delle gallerie (evitare il fai-da-tè). Ultimo consiglio: ai tarli non piace mordere la cera d’api, per cui se se la trovano davanti di norma cambiano strada. Non si tratta di un antitarlo, ma può comunque essere utile usarla per riempire buchi, fessure, crepe, anfratti e giunzioni.

Si raccomanda di prevedere un trattamento mirato ad opera di professionisti quando si tratta di posizionare un mobile tarlato in un ambiente arredato con manutatti lignei indenni, per evitare il proliferare dell’infestazione. Inoltre non sottovalutare il problema quando l’attacco è rivolto a strutture portanti della struttura (travi, solai, … ) o del mobile (piedi, gambe delle sedie, … ). Tecnici specializzati riescono a riconoscere il tipo di infestazione e il tipo di infestante anche grazie all’impiego di trappole per gli insetti adulti e di esami radiografici delle strutture lignee. In tal modo si potrà individuare il metodo migliore da applicare per limitare i danni.

Si ricorda che associato ai tarli del legno può comparire un piccolo acaro (Pyemotes ventricosus), di piccole dimensioni (0,2 mm), di colore giallo-verde, che si nutre pungendo anobidi e lictudi, ma può provocare sulla pelle degli uomini delle vescichette che danno un forte prurito.

Per accertarne la presenza occorre ricercare il parassita sul legno tarlato e negli accumuli di polvere. Un altro fastidioso ospite associato ai tarli è un pic colo imenottero aculeato appartenente alla famiglia dei Betilidi (Scleroderma domesticus) di aspetto e dimensioni simil ad una piccola formica (2-4 mm). Ha un sottile aculeo che usa per paralizzare le larve dei tarli su cui depone le sue uova. Nel periodo primaverile-estivo esce dalle gallerie e può pungere gli uomini con punture molto dolorose associate a un gonfiore locale arrossato, che scompare in una decina di giorni. In soggetti sensibili si possono verificare febbre alta e malessere generale. Per risolvere il problema occorre intervenire con interventi mirati ai tarli, sue vittime.

TERMITI

Negli ultimi decenni sono stati segnalati in tutte le regioni attacchi di termiti a manufatti ii legno di interesse storico. In natura hanno l’importante compito di distruggere il legno di radici e tronchi delle piante morti per permettere il riciclo della materia, ma presso i manufattI umani possono essere davvero pericolose.

Vivono in colonie (termitai) costruiti nel terreno o dentro il tronco di un albero, in cui sono presenti da centinaia a migliaia di individui divisi in 3 caste: le operaie, lunghe 6-8 mm, bianche e sterili, i soldati bianchi e simili alle operaie ma con enormi mandibole dentate sul capo, usate per difendere la colonia, un re e una regina di grandi dimensioni, gialli o neri, con due paia di ali trasparenti, che si occupano della riproduzione.

In primavera si verifica la sciamatura degli individui fertili, dopo l’accoppiamento le ali si staccano, e le coppie formate da re e regina raggiungono un luogo adatto dove dare origine ad una nuova colonia. A parte che durante la sciamatura le termiti non escono mai all’aperto perché non sopportano la luce del sole: costruiscono gallerie impastando insieme legno e terra dentro cui si muovono per cercare il cibo.

Si nutrono di tutto ciò che è fatto di cellulosa (legno e carta). Hanno bisogno di una certa umidità (è quindi buona norma fare sempre circolare aria nei locali) e sono favorite dalle alte temperature. Il loro attacco alle strutture è silenzioso e segreto nei legni teneri, dove scavano in profondità, mentre è facilmente evidente nei legni duri, dove scavano gallerie superficiali. Risultano repellenti per le termiti solo i legni resinosi, il mogano e il tek. A volte ci si accorge della loro presenza solo per il crollo di una trave, di un solaio o del pavimento.

In Italia sono presenti tre specie: Reticulitermes lucifugus, Kalotermes flavicollis, Cryptotermes brevis.

Le prime sono termiti sotterranee che costruiscono il nido nel terreno umido e raggiungono il legname vicino, per cibarsene, costruendo gallerie di protezione con terra e legno impastati. Distruggono il legno scavando gallerie parallele alla direzione delle fibre, riempite da escrementi. La superficie esterna del legno risulta intatta, per cui è difficile riconoscere un attacco. Formano colonie di decine di migliaia di individui, ma spesso ci si accorge corge della sua presenza quando è troppo tardi, per il crollo di una trave, di un palo di sostegno, di un tetto o delle tavole di un pavimento.

Il legno consumato presenta ampie lacune alternate da strati sottili allungati nel senso delle fibre. La segatura non viene gettata all’esterno, ma l’interno delle gallerie viene tappezzato da un impasto fatto con escrementi, legno e saliva con cui le operaie costruiscono il cosiddetto “legno di sostituzione”.

Reticulotermes non tollera la salsedine quindi è rara nelle aree costiere mentre è più frequente nelle regioni interne soprattutto se particolarmente umide.

Kalotermes flavicollis attacca principalmente il legno secco, come battiscopa e telai delle porte. Il nido è costruito all’interno del legno stesso e la colonia non raggiunge mai grandi proporzioni (un migliaio di individui). I loro cunicoli sono mantenuti liberi dagli escrementi (cilindrici a sezione esagonale con scanalature longitudinali) che vengono allontanati attraverso piccoli fori, per cui l’attacco può essere individuato per la presenza degli escrementi che si accumulano sotto al legno attaccato. Manca in questa specie la casta degli operai, che è sostituita dagli individui giovani (neanidi). Re e regina presentano il collo giallo.

Cryptotermes brevis è una specie di origine orientale importata con legnami infestati e segnalata per la prima volta in Italia nel 1997. Ha caratteristiche simili a Kalotermes, infatti attacca il legno secco sopra il terreno. Le colonie sono poco numerose (300-2000 individui).

La presenza delle termiti può essere scoperta cercando le gallerie di camminamento (simili a colate), verificando la consistenza del legno con un punteruolo, notando la sciamatura o le ali che vengono abbandonate dopo tale fenomeno. Occorre costruire una barriera attorno all’edificio da difendere, per impedire l’accesso dal nido attraverso anfratti e fondamenta. I muri di cemento possono frenare l’avanzata solo se non ci sono fessure.

Occorre quindi fare attenzione ai passaggi lungo le giunture, agli ingressi dei tubi e dei cavi, presso gli scoli, le intercapedini e le prese d’aria. L’impiego di insetticidi generici e la scarsa esperienza rischiano di fare spostare la colonia in un punto diverso della stessa struttura. Il problema principale è la localizzazione del nido che deve essere distrutto con accorgimenti particolari. Vengono in tal senso usati prodotti regolatori della crescita, forniti sotto forma di esche alimentari, che bloccano lo sviluppo della colonia che a poco a poco diminuisce fino a scomparire. Il trattamento può durare mesi o anche anni se la colonia è particolarmente estesa. Occorre comunque ricordare le attività preventive che sfavoriscano il più possibile l’infestazione.

Intanto è bene creare condizioni micro-ambientali sfavorevoli allo sviluppo delle termiti, isolare le testate delle travi dalle murature a rischio, aerare le strutture e i sottotetti controllare la risalita dell’umidità nelle pareti, eliminare le infiltrazioni di acqua, impedire fenomeni di condensa, effettuare controlli periodici delle strutture a rischio.

Inoltre occorre evitare l’immissione di legni a rischio (mobili antichi, legna da ardere, artigianato orientale). Fare attenzione all’eventuale formazione dei camminamenti (simili a colate terrose), che possono presentarsi su pareti umide e travature, lungo le soffittature o i battiscopa.

LA CERTIFICAZIONE IGIENICA DELL’ALBERGO

Per prevenire le patologie, in generale, in ogni circostanza è bene evitare il più possibile gli eccessi, sia nel campo dell’alimentazione, sia in quello fisico e di qualsiasi altra attività e adottare particolare attenzione e adatte contromisure per gli ambienti ad alto uso promiscuo.

Le patologie provocate dalla trasmissione di microrganismi attraverso le superfici degli arredi e delle suppellettili costituiscono da sempre un problema rilevante: responsabili ne sono la polvere, i residui, i rifiuti che si creano e possono generare situazioni a rischio, proprio per la grande frequenza di contatti tra le persone e la grande movimentazione delle attrezzature.

Nonostante l’uso di nuove tecnologie per garantire la pulizia, il rischio di una diffusione di cariche batteriche negli ambienti rimane alto. L’albergo può essere a pieno titolo annoverato tra questi luoghi, poiché le attività che il cliente svolge generano tipi di sporco e si possono creare dei fattori di rischio igienico; infatti, in albergo si muovono e si alternano persone provenienti da ogni parte del mondo, che possono essere portatori delle più svariate patologie.

GLI ACCORGIMENTI E LE PRECAUZIONI

È in questa ottica che riteniamo si debba applicare, pur con le dovute variazioni, una norma che ricalchi i concetti dell’HACCP adottati per la lavorazione e la conservazione degli alimenti e le pulizie degli ambienti dove si svolgono le suddette operazioni. Allo stesso modo, i materiali destinati all’uso – come gli stessi prodotti di cortesia – devono essere conservati in magazzini utilizzando tutti gli accorgimenti per evitare il deposito della polvere o il contatto con elementi a rischio.

Tuttavia, il fattore più importante è determinato dalla pulizia degli ambienti e dall’igiene della persona che opera all’interno della camera (cameriera ai piani) e delle sale congressi (facchini). Il pulito conforme alle esigenze di un ambiente come l’albergo si ottiene operando su tre fronti, è perciò necessario:

  • determinare i punti critici dei vari ambienti e locali;
  • istruire il personale sulla corretta applicazione della prassi igienica, operativa e personale, dotandolo di un set operativo adeguato che sia nel contempo efficiente ed efficace;
  • condividere e partecipare alle attività di controllo.

QUALI SONO I PUNTI CRITICI

Per determinare i punti critici all’interno di un locale si può procedere in vari modi relativi a diversi profili: prima di tutto quello igienico, conseguentemente quello estetico e infine si può analizzare la funzionalità in relazione al buon funzionamento delle apparecchiature e dei servizi. In questa occasione ci occupiamo prevalentemente della determinazione dei punti critici rappresentati da oggetti e superfici – o parti di esse – che, per la promiscuità dei contatti, diventano veicoli di trasmissione batterica:

  • I bagni – Le esigenze igieniche, estetiche e funzionali dei bagni destinati al pubblico sono elevate, in virtù del fatto che può essere utilizzato sia dai clienti, sia dagli ospiti dei centri congressi, sia dai fornitori. Senza dimenticare anche l’immagine che può offrire dell’albergo una pulizia inadeguata, il disordine, il mancato funzionamento degli impianti o i prodotti di cortesia esauriti (saponi, deodoranti, asciugamani, carta igienica). Il locale in questione può rappresentare uno dei maggiori fattori a rischio per la salute degli ospiti e dello stesso operatore che deve provvedere alla pulizia. Per mantenere i livelli igienici, estetici e funzionali conformi alle attività fisiologiche che si svolgono all’intemo dei bagno (l’uso del water, i lavabi), sia per la formazione del calcare causato dai sali contenuti nell’acqua, sia per l’uso delle superfici con la possibilità che permangano residui che possono propagare batteri, occorre sempre avere attenzione alle maniglie delle porte, alla rubinetteria e tutte quelle superfici con cui facilmente le persone entrano a contatto.
  • Le parti comuni – La pulizia delle parti comuni interessa la hall, le scale, gli ascensori, la reception, le aree esterne adiacenti, e ha come obiettivo anche l’estetica, oltre che prevenire i rischi di natura igienica: l’albergo è un’azienda commerciale che vende spazi e servizi e le aree comuni sono soggette al giudizio di molti. Le parti comuni dell’albergo iniziano dalla porta d’ingresso, dove la maniglia rappresenta il primo punto critico. Poco più avanti, anche il piano del bancone della reception è da considerarsi un punto critico, poiché chiunque arrivavi si appoggia nell’atto dello sbrigare le pratiche di accoglienza. Nell’area riservata alla sosta e al relax, che il cliente utilizza per incontri, i piani d’appoggio, le poltrone e i divani rappresentano un punto critico estetico e igienico, e non è infrequente il caso di riscontrare residui (come briciole per esempio), lasciati dall’ospite che ha utilizzate quelle aree in precedenza.
  • Le sale – Data la loro destinazione d’uso, le sale hanno esigenze prevalentemente estetiche e funzionali, il rischio igienico non è trascurabile, infatti, è presumibile che sulle suppellettili e sulle superfici, a causa dell’intensità d’uso e varietà delle persone, vi sia la presenza di microrganismi.
  • Camera in partenza – Camera in fermata – Pur trattandosi dello stesso locale, la camera in partenza assume una dimensione diversa dal punto di vista dell’igiene rispetto a quella in fermata Il fattore a rischio per l’ospite è basato sul fatto che il precedente occupante poteva avere, durante il soggiorno, trasferito “suoi” microrganismi sulle diverse superfici, e in particolare su quelle a uso corrente che rappresentano un facile veicolo di trasmissione.

LA FORMAZIONE AL PERSONALE

L’istruzione del personale deve imperniarsi su tre temi: capire e condividere il motivo degli interventi; utilizzare le tecniche e il relativo uso degli attrezzi; peoccuparsi dell’igiene della persona e del rapporto con i clienti e i colleghi.

Tutto il personale addetto deve trovarsi in condizioni sanitarie idonee e comunque tali da non essere causa di contaminazione. In qualsiasi momento il personale deve potere dimostrare la propria idoneità mediante libretto sanitario, aggiornato in base ad apposite visite e analisi mediche, e che deve essere conservato presso la sede di lavoro. A tale scopo, l’operatore è tenuto a denunciare ai responsabili eventuali problematiche relative al proprio stato di salute, con particolare riferimento a malattie che possano essere causa di contagio.

Prima dell’inizio del rapporto di lavoro, il personale deve essere sottoposto a visita medica, così come ogni qualvolta se ne verifichi la necessità per cause clinico-epidemiologche (per esempio in seguito a malattie respiratorie, gastrointestinali, infettive, ferite e così via). Soltanto a seguito del parere positivo del medico, riportato nella documentazione da archiviare, potrà riprendere il lavoro.

LA CORRETTA TECNICA

Le tecniche di intervento devono fare riferimento alla corretta prassi igienica, per cui occorre evitare che le operazioni di pulizia nella realtà si trasformino in un elemento inquinante. La stessa igiene personale ha delle priorità e alcune regole semplici da rispettare, quale è per esempio il lavaggio delle mani prima di iniziare a pulire un locale, mantenere la divisa in buono stato, i capelli raccolti, le scarpe chiuse e così via.

Inoltre, è necessario collaborare e condividere le attività di controllo, che devono avere una base operativa rappresentata da schede che riportano le domande relative a ogni parte soggetto a controllo, e dove sarà riportato l’esito, mentre altri schemi più descrittivi saranno utilizzati per controllare gli aspetti comportamentali.

UN ESEMPIO

Nella scheda controllo del bagno per ogni parte in oggetto si porrà la domanda: – Come si presenta al tatto? – Come si presenta alla vista? – E come risponderebbe all’esame microbiologico? Stessa domanda verrà posta per le parti della camera che sono stati incluse nell’elenco dei punti critici. Dopo aver creato i presupposti di base con la presa di coscienza dei rischi igienici legati alle superfici e alle persone operanti, la legittimazione avviene attraverso: – un piano degli interventi l’applicazione delle corrette tecniche operative; – un set operativo adeguato alle esigenze.

UN’ORGANIZZAZIONE EFFICIENTE

Il piano degli interventi scandisce ogni giorno le operazioni da svolgere e nel contempo consente la gestione e il controllo degli imprevisti tipici dell’attività dell’albergo. Dal piano degli interventi sono esclusi tutti gli interventi a carattere straordinario e quelli specialistici che prevedono l’isolamento sia dello spazio che del locale. Per pianificare gli interventi in relazione alle esigenze, è necessario scomporre il locale in tre linee di produzione: tale metodo consente una programmazione articolata degli interventi sia quelli di natura igienica, estetica e funzionale:

  • Linea D’uso (rossa). È rappresentata da parti soggette a contatto o che facilitano il deposito dello sporco.
  • Linea Luce (gialla). È rappresentata dalle parti soggette a un minor contatto, generalmente situate in posizione verticale, fatto che non facilita il deposito dello sporco
  • Linea Ombra (blu). È rappresentata dalle parti più nascoste o protette.

Per ogni linea saranno fissate delle frequenze di intervento, che terranno conto dell’uso più o meno intenso dei locali e degli elementi a rischio. Le tecniche di intervento si suddividono in obbligatorie e quelle scelte in base alle situazioni.

Quelle obbligatorie appartengono a operazioni e gestualità che si devono non si devono o compiere, come:
I) evitare di trasportare acqua sporca;
2) evitare che i panni sporchi siano a contatto con altri componenti del set;
3) evitare che un panno venga usato per pulire altre superfici;
4) evitare inutili operazioni di lavaggio nel corso delle altre operazioni di pulizia;
5) evitare che i prodotti miscelati con acqua ristagnino e si deteriorino.

UNA PARTICOLARE ATTENZIONE

È necessario fare particolare attenzione alle tracce che rivelano possibili infestazioni (topi, blatte, pulci eccetera). Il cattivo odore proveniente dagli scarichi denuncia la presenza di batteri, occorre quindi versarvi un prodotto a base di cloro.

Nei controlli delle camere, verificare che le bottigliette nel frigobar non siano manomesse e riempite con liquidi diversi da quelli originali, onde evitare sgradevoli sorprese al cliente successivo. Ricordarsi che i movimenti rotatori sono di per sé faticosi e spesso inutili: praticarli solo per le operazioni strettamente necessarie che li richiedano (lucidare e così via).

Nei periodi di massima occupazione e rioccupazione immediata dell’albergo, il segreto per non commettere errori è quello di procedere speditamente nella prima fase del riassetto della camera, per poter svolgere le fasi conclusive senza concitazione.

Gli interventi richiedono un set operativo, che rappresenta un fattore ad alto rischio igienico, perché è sempre a contatto con lo sporco: lo stesso aspiratore utilizzato nelle camere deve essere potente, silenzioso e dotato di microfiltro per evitare che una parte aspiri la polvere, e dallo sfiatatoio fuoriescano microrganismi; pertanto richiede manutenzione e una pulizia mirata. I panni, poi, devono essere lavati a fondo ed eliminati dopo un certo numero di lavaggi, perché perdono la loro proprietà pulente, e divengono a loro volta pabulum per i batteri.

LINEE GUIDA SU CONFEZIONAMENTO E STERILIZZAZIONE A VAPORE ED OSSIDO DI ETILENE

STERILIZZAZIONE E NORME TECNICHE

La serie delle Norme UNI-EN 9000 designa come “speciali” certi processi di produzione se il loro risultato non può essere interamente verificato a mezzo di ispezioni successive e da prove sul prodotto. La sterilizzazione è un esempio di processo speciale in quanto l’efficacia del processo stesso non può essere verificata a mezzo di prove di ed ispezioni sul prodotto stesso.

A tal fine i processi di sterilizzazione devono essere convalidati prima dell’utilizzo, il controllo del funzionamento dell’apparecchiatura eseguito regolarmente. Un valido aiuto alla soluzione dei problemi relativi alla sterilizzazione è fornito dalle normative europee che disciplinano la materia. Le norme tecniche sono documenti che definiscono le caratteristiche di un prodotto, processo o servizio secondo quello che è lo stato dell’arte tecnico/tecnologico e hanno lo scopo di tutelare le persone che vengono in contatto con esso.

Su apposito mandato della Commissione Europea, il CEN (Comitato europeo di normazione) ha preparato delle norme riguardanti le apparecchiature di sterilizzazione e i metodi per il controllo e la convalida dei processi di sterilizzazione, con l’obiettivo di tradurre in specifiche tecniche i requisiti essenziali della direttiva, la cui formulazione è di carattere generale. Si presumono conformi ai requisiti suddetti i dispositivi che soddisfano le norme armonizzate, ovvero normative europee il cui elenco è periodicamente pubblicato e aggiornato sulla Gazzetta Ufficiale della Comunità Europea.

GENERALITÀ SUL PROCESSO DI STERILIZZAZIONE

Il processo di sterilizzazione si inserisce in un più vasto e complesso sistema comprendente tutte le operazioni che vanno dalla decontaminazione alla corretta conservazione nel tempo di un dispositivo sterile. La sterilizzazione vera e propria è il risultato finale di procedimenti fisici c/o chimici che attraverso metodologie standardizzate, ripetibili e documentabili, hanno come obiettivo distruzione di ogni microrganismo vivente sia esso patogeno o no, in fase vegetativa o di spora. Ma i modelli teorici e sperimentali hanno dimostrato che una popolazione microbica sottoposta a un processo di sterilizzazione viene distrutta con un andamento che è costante in percentuale per unità di tempo: se ad esempio, nel primo minuto si registra la morte del 90% della popolazione presente, nel secondo minuto morirà il 90% dei microrganismi sopravissuti e così via.

Solo un trattamento di durata infinita potrebbe dare la certezza di avere zero colonie; tale certezza non può, d’altra parte, essere acquisita con i test di sterilità che hanno carattere distruttivo. E’ per questo che oggi si dà al concetto di sterilizzazione un valore relativo che viene definito come livello di sicurezza di sterilità (SAL= Sterilità Assurance Level); sterilizzazione è quindi un processo che assicura una probabilità accettabilmente bassa che uno degli articoli trattati non sia sterile. E’ quindi corretto definire la sterilità come la condizione in cui la sopravvivenza di un microrganismo è altamente improbabile. Poiché la carica microbica è strettamente legata alla presenza di materiale organico, la rimozione totale di quest’ultimo è condizione essenziale per ottenere la sterilizzazione.

PREPARAZIONE DEL MATERIALE DA SOTTOPORRE A CICLO DI STERILIZZAZIONE

La preparazione del materiale da sterilizzare comporta l’adesione ad una serie di fasi temporalmente susseguenti:
1. decontaminazione termica o chimica del materiale
2. pulizia del materiale
3. lavaggio
4. risciacquo
5. asciugatura
6. selezione del materiale e del processo di sterilizzazione
7. confezionamento
8. sterilizzazione
9. ritiro e stoccaggio

DECONTAMINAZIONE TERMICA E/O CHIMICA DEL MATERIALE

La procedura di decontaminazione del materiale si rende necessaria al fine di tutelare l’operatore dedicato alla preparazione dello strumentario dal contatto con possibili patogeni (Decreto Ministeriale 28/9/90) durante le fasi di lavaggio, il decontaminante ha inoltre l’effetto di abbattere la carica microbica residente sullo strumento favorendo l’efficacia del processo di lavaggio.

Ai fini della decontaminazione “i presidi riutilizzabili debbono, dopo l’uso, essere immediatamente immersi in un disinfettante chimico di riconosciuta efficacia antivirale prima delle operazioni di smontaggio o pulizia, da effettuare come preparazione per la sterilizzazione.”

PULIZIA DEL MATERIALE

Pulizia manuale:
l’utilizzo di sostanze enzimatiche proteolitiche facilita le successive operazioni di pulizia e trattamento dei dispositivi.
Lo strumento deve essere smontato, quando necessario, sottoposto a lavaggio e spazzolatura ponendo particolare attenzione a zigrinature, cavità, ed incastri, devono essere indossati guanti in gomma e dispositivi di protezione individuale per la protezione di occhi e corpo dal possibile contatto con materiale biologico; le spazzole utilizzate per il lavaggio dovranno essere sottoposte a decontaminazione, lavaggio e disinfezione al termine dell’uso.
Il risciacquo del materiale deve essere effettuato con acqua corrente; l’asciugatura è di fondamentale importanza al fine di consentire la corretta esposizione del materiale all’agente sterilizzante, particolare attenzione deve essere rivolta all’asciugatura dei dispositivi da sottoporre a processo di sterilizzazione a gas plasma, e per l’uso di sterilizzanti chimici ad immersione.
Pulizia meccanica
Per il lavaggio in lavastrumenti:

  • posizionare sulle griglie i vari strumenti aperti e/o smontati, introdurre le griglie nel vano della lavaferri e selezionare il programma desiderato;
  • trascorso il tempo necessario, rimuovere la griglia dal contenitore Attenersi alle indicazioni del produttore dell’apparecchiatura per il lavaggio dello strumentario

IDONEITA’ DEL MATERIALE DESTINATO AL PROCESSO DI STERILIZZAZIONE

La selezione ed il controllo del materiale consente di evitare la sterilizzazione di strumenti, dispositivi e materiali tessili in condizione di fuori uso.
Non devono essere sottoposti a sterilizzazione dispositivi che evidenzino:

  • rotture
  • macchie
  • ruggine
  • dispositivi monouso non riutilizzabili La selezione del processo di sterilizzazione deve necessariamente essere compatibile con le caratteristiche del dispositivo stesso, pertanto occorre prevedere cicli e processi di sterilizzazione finalizzati al materiale ed all’uso del materiale stesso.

SCELTA DEL METODO E PROCEDURA DI CONFEZIONAMENTO DEL MATERIALE

Il corretto processo di confezionamento dei materiali è una componente essenziale per garantire l’efficacia del processo di sterilizzazione, non essendo previste leggi specifiche riferite al trattamento dei materiali, universalmente si fa riferimento alle norme DIN, alla CM 56/83 ed alle norme EN 556 sui dispositivi recanti la dicitura “STERILE”.

Il confezionamento dei materiali ha lo scopo di:

  • conservare la sterilità dei materiali fino al momento del loro uso
  • permettere la penetrazione ed il contatto degli oggetti con gli agenti sterilizzanti
  • ridurre il rischio di contaminazione al momento dell’apertura.

Prima di effettuare il confezionamento del materiale occorre accertarsi che vengano rimossi tappi e coperchi, che vengano protetti i taglienti e che vengano lasciati aperti, se possibile, gli strumenti.

La scelta del metodo deve essere funzionale alle caratteristiche del dispositivo. È ottimale la metodologia del confezionamento che consenta di evitare il prelevamento frazionato e consenta l’utilizzo monopaziente.

STERILIZZAZIONE

Sterilizzazione ad ossido di etilene (ETO) 
Fare riferimento alla norma UNI EN 550 e 556, ed alla Circolare Ministeriale Ministero della Sanità n°56/1983

Sterilizzazione con calore umido
Il vapore d’acqua, saturo e sotto pressione, è il mezzo di sterilizzazione più usato nelle strutture sanitarie in quanto il più veloce, economico e privo di tossicità rispetto ad altri agenti sterilizzanti, è il metodo daconsiderarsi d’elezione qualora i materiali lo consentano. I valori di temperatura e pressione da usarsi sono i seguenti, tali tempi sono in grado di garantire un processo efficace su tutti i ceppi patogeni.
Le caratteristiche di costruzione, installazione ed utilizzo delle sterilizzatrici a vapore sono definite dalla normativa UNI EN 285. Sono comunque da considerarsi requisiti minimi per la sterilizzazione di carichi porosi e di materiale confezionato:

  • sistema di rimozione preventiva dell’aria e di asciugatura finale
  • sistema di monitoraggio e controllo delle fasi di sterilizzazione con rilascio di registrazione dei parametri del ciclo di sterilizzazione permanente ed identificabile
  • cicli operativi a 121° C e 134° C
  • possibilità di effettuare test di Bowie & Dick e test di vuoto
  • dispositivo che consenta la disposizione omogenea del carico all’interno della camera di sterilizzazione

CARICAMENTO DELL’AUTOCLAVE

I pacchi vanno messi in posizione verticale, in modo che il vapore possa fluire attorno ad essi; è necessario inoltre lasciare uno spazio di 10 cm tra materiale e parete. I pacchi grossi vanno messi sotto i pacchi piccoli. L’autoclave non va caricata troppo per non impedire il fluire del vapore. Per ogni ciclo di sterilizzazione è indispensabile seguire scrupolosamente le indicazioni prescritte dalla ditta costruttrice dell’autoclave

SCARICO DELL’AUTOCLAVE

Il materiale rilasciato al termine della sterilizzazione deve recare in maniera leggibile sull’involucro di sterilizzazione e le seguenti indicazioni:

  • data di sterilizzazione e scadenza
  • nome o sigla codificata dell’operatore che ha effettuato il ciclo di sterilizzazione e/o confezionamento
  • sigla dell’apparecchiatura utilizzata e numero progressivo del ciclo
  • eventuale reparto o servizio di provenienza del materiale

TEMPI DI CONSERVAZIONE PER I MATERIALI STERILIZZATI

Tali tempi sono da considerare validi per metodologie di conservazione che prevedano armadi chiusi e riparati da luce, calore, umidità.
Qualora si renda necessaria una risterilizzazione per il materiale confezionato dalla centrale di sterilizzazione e scaduto, si dovranno ripetere le procedure di controllo e confezionamento come sopra descritte. Il materiale risterilizzabile prodotto da Ditte commerciali deve essere ricondizionato secondo le specifiche dettate dal produttore.

COMPITI E RESPONSABILITA’ DEL PERSONALE ADDETTO AL CONFEZIONAMENTO

  • scelta del procedimento di detersione e preparazione del materiale nell’ambito delle indicazioni e delle linee guida aziendali
  • controllo e giudizio di idoneità del materiale e dei contenitori
  • scelta e controllo del metodo di sterilizzazione
  • scelta e controllo del metodo di confezionamento
  • operazioni di carico e scarico delle apparecchiatura
  • controllo e verifiche del corretto funzionamento delle apparecchiature di sterilizzazione
  • segnalazione di anomalie e guasti agli organismi competenti
  • tenuta dei registri di funzionamento e validazione delle apparecchiature
  • tenuta dei registri di carico e scarico del materiale Le responsabilità sopra descritte coinvolgono direttamente il personale e se alcune di queste procedure possono essere delegate a personale di supporto (OTA/OSS), la responsabilità del processo e dell’esito è dell’infermiere dedicato alla sterilizzazione; a tal fine auspicabile la presenza di questa figura professionale durante l’intero arco di operatività dell’unità di sterilizzazione.

METODOLOGIA DI VERIFICA E CONTROLLO

Convalida: è una procedura documentata per ottenere, registrare ed interpretare i dati necessari a dimostrare che un processo risulterà sistematicamente conforme a predeterminate specifiche; consiste in:

  • accettazione in servizio: concerne delle verifiche successive all’installazione del dispositivo di sterilizzazione
  • qualificazione della prestazione: concerne la verifica sul risultato del processo per cui la macchina viene destinata

Riaccettazione in servizio: deve venire eseguita ogniqualvolta che:
1. la macchina subisce modifiche tecniche o lavori di manutenzione tali da poter influire sulle prestazioni della sterilizzatrice;
2. l’esame delle certificazioni di processo e delle registrazioni relative al controllo sistematico, o dei test di verifica, mostrano deviazioni inaccettabili dal processo previsto ed ai dati definiti durante la convalida.
La riqualificazione della prestazione deve essere eseguita ad intervalli stabiliti ed ogni volta che viene introdotta una modifica al carico di sterilizzazione che non rientrava nella precedente qualificazione della prestazione.
Tutte le fasi previste nella convalida devono essere assegnate a persona designata con esperienza nel settore così come specificato nelle norme UNI EN 9001 e 9002

METODOLOGIE DI CONTROLLO DEL CICLO DI STERILIZZAZIONELE

I processi di sterilizzazione sono di fondamentale importanza in ambito ospedaliero, dove i rischi di contaminazione e, quindi di infezione sono elevati, per degenti, operatori e utenti in genere. Una centrale che utilizzi, quale agente sterilizzante, il vapore saturo necessita di una serie di controlli atti ad accertare l’efficacia della procedura di sterilizzazione; i controlli sono basati su metodi:

  • Fisici
  • Chimici
  • Biologici

CONTROLLI FISICI

Sono controlli che vengono effettuati a mezzo di strumenti di misurazione associati all’apparecchiatura di sterilizzazione:

  • manometri
  • registratori
  • grafici di controllo
  • sonde termometriche I controlli necessari sono i seguenti:
  • Ciclo a vuoto: da eseguire all’inizio dei cicli utili di sterilizzazione, serve a mettere a regime l’autoclave. Con tale operazione si mette in temperatura la porta e le pareti della camera di sterilizzazione a mezzo dell’evaporazione dell’acqua contenuta nella camicia.
  • Prova di tenuta della camera – Vuoto test -: ha lo scopo di verificare che durante le operazioni di sterilizzazione non penetri aria all’interno della camera di sterilizzazione. Il test indica una perdita se la pressione aumenta oltre il valore di 1 mBAR al minuto, per un totale di 10 mBAR. Si considerano accettabili valori V.T. uguali od inferiori a 10 mBAR per 10 minuti. Il grafico della prova deve essere conservato per 2 anni. Il test è possibile in automatico nelle autoclavi dotate di microprocessore che lo preveda; altrimenti è possibile effettuarlo secondo le indicazioni seguenti (UNI):
    1. effettuare il ciclo
    2. Verificare che la pressione residua non aumenti di oltre 1 mBAR al minuto, per un tempo di osservazione pari a 10 minuti
  • Test di Bowie – Dick o prova di penetrazione del vapore con metodo indiretto: ha la funzione di controllare in maniera indiretta la capacità dell’apparecchiatura di mettere in contatto il materiale da sterilizzare con l’agente sterilizzante (vapore). La temperatura di sterilizzazione dipende direttamente dalla pressione del vapore saturo, è necessario inoltre che temperatura e pressione vengano mantenute costanti per tutto il periodo di sterilizzazione. Temperatura, pressione e tempo sono i tre parametri fondamentali per la sterilizzazione. Per ottenere la giusta esposizione occorre che l’aria contenuta nella camera di sterilizzazione venga pompata al di fuori della stessa, altrimenti verrebbe spinta al centro della stessa dalla pressione del vapore, costituendo la cosiddetta bolla d’aria. L’aria di cui è costituita la bolla è un cattivo conduttore di calore, la conseguenza è che dove c’è aria la temperatura risulta inferiore facendo venire meno uno dei parametri fondamentali di sterilizzazione. La normativa di costruzione del pacco test è prevista a norma UNI, esistono in commercio pacchi pronti con lo scopo di standardizzare la procedura. Occorre procedere come segue:
    1. Predisporre il pacco test secondo norma (UNI o Pacco pronto unificato)
    2. Disporre il pacco sullo scarico della camera senza altro materiale aggiunto
    3. Effettuare un ciclo di sterilizzazione completo a 134° C con un tempo di sterilizzazione di 3’30”
    4. Esaminare, a ciclo terminato, il foglio contenuto nel pacco o le strisce di nastro indicatore, se il viraggio di colore risulta effettivamente uniforme il test si considera superato
    5. Conservare il foglio test per 2 anni
  • Riconvalida su parametri fisici, prova termometrica (UNI EN 554 punto a 3.3): la prova può essere realizzata effettuando delle misurazioni con l’utilizzo di un numero adatto di sensori di temperatura distribuiti in tutta la camera per determinare l’andamento della temperatura nella camera di sterilizzazione durante il tempo di mantenimento. Inoltre deve essere determinata la temperatura di penetrazione del calore in ogni tipo di carico di sterilizzazione in base alla temperatura misurata all’interno di un certo numero di confezionamenti di prodotto. Tale numero dipende dalle dimensioni della camera. Viene consigliata una riconvalida annuale o quando viene effettuata una manutenzione importante sulla macchina.

CONTROLLI BATTERIOLOGICI

I batteri in forma vegetativa ed i virus vengono inattivati dalle procedure di sterilizzazione in funzione del log. 10-6 , in base a questo principio si utilizzano preparati batterici innocui per testare l’effettiva capacità sterilizzante del processo. Si utilizzano spore di bacillo StearoThermophilus poste in provette o con strisce di carta bibula che vengono distrutte nel tempo di esposizione o sterilizzazione. Le prove biologiche sono previste dall’ultima edizione della Farmacopea Ufficiale (X ed.) con una frequenza annuale.

CONTROLLI CHIMICI

Il principio di funzionamento si basa sull’uso di inchiostri o cere in grado di reagire se esposte a stimoli quali: calore, vapore e pressione. Si dividono in due tipi:
1. Indicatori di processo
2. Indicatori di sterilizzazione
1. Indicatori di processo (nastri o etichette): consentono di verificare il raggiungimento di una determinata temperatura, ma non consentono di valutarne il tempo di esposizione, ne sono un esempio i nastri indicatori. Il cambiamento di colore deve essere uniforme sulla totale superficie dell’indicatore, in caso contrario potrebbe indicate una insufficiente esposizione ai parametri. Vengono applicati all’esterno dei contenitori per poter distinguere il materiale processato da quello ancora da processare.
2. Indicatori di sterilizzazione: Consentono di valutare le sovraesposizioni e le sottoesposizioni all’agente sterilizzante. Non sostituiscono, ma integrano gli indicatori biologici. Si presentano come strisce metalliche contenenti inchiostri che virano in funzione dei parametri di sterilizzazione (temperatura, tempo, umidità relativa e per l’ETO concentrazione del gas), vengono posizionati all’interno dei contenitori, al centro del materiale, e devono essere valutati al momento di utilizzo del contenitore. Non sono specificatamente richiesti dalle norme.

MANUTENZIONE

È opportuno definire uno schema di manutenzione programmata che comprenda le operazioni che devono essere eseguite e la loro periodicità. Le operazioni devono essere assegnate a personale addetto esperto e qualificato. Ogni modifica dell’impostazione parametrica della macchina deve venire preventivamente autorizzata e deve essere segnalata su un apposito verbale di intervento firmato dall’operatore tecnico che esegue l’intervento e controfirmato dalla persona designata come responsabile. Pare utile la tenuta di un registro della manutenzione sul quale annotare i guasti, gli interventi effettuati e le eventuali modifiche.

DOCUMENTAZIONE DA CONSERVARE NEL FASCICOLO RIGUARDANTE LA STERILIZZAZIONE

  • scheda dell’apparecchiatura (descrizione, codice, fabbricante, data collaudo,etc)
  • specifiche tecniche
  • prove di convalida
  • manuale delle istruzioni per l’utilizzo
  • registro di manutenzione
  • registro dei processi e dei carichi sterilizzati
  • documentazione dei controlli sistematici

L’IMPORTANZA DELLA SANIFICAZIONE AMBIENTALE PER LA PREVENZIONE DELLE INFEZIONI NEI REPARTI ONCOLOGICI

Le infezioni nosocomiali, cioè le infezioni che vengono contratte durante un ricovero in ambiente ospedaliero, costituiscono un importante problema di sanità pubblica, sia in relazione alla loro diffusione sia perché possono comportare serie conseguenze per il paziente, sino al rischio per la sua stessa vita.

Del resto, l’ospedale rappresenta un luogo particolarmente critico per la diffusione di infezioni, anche di notevole gravità, per differenti motivi, tra cui, principalmente, la presenza nello stesso ambiente di numerosi malati (anche portatori di infezioni), l’afflusso di visitatori, la pratica di manovre ed interventi che favoriscono di per sé la propagazione di agenti infettanti, la selezione di microrganismi resistenti e particolarmente virulenti.

Studi condotti nel nostro Paese hanno evidenziato come le infezioni contratte in ambito ospedaliero interessino il 2-7% dei ricoverati, con tassi specifici per sede più elevati per le infezioni di ferita chirurgica, del tratto urinario e delle vie respiratorie.

Le punte di maggiore frequenza si registrano in reparti che ospitano soggetti in condizioni più critiche, in cui il maggior rischio di infezione può essere determinato da una più elevata suscettibilità propria (immaturi, neonati, pazienti debilitati, diabetici, traumatizzati, shockati) oppure da una suscettibilità indotta dalle stesse terapie praticate (soggetti sottoposti a t terapia intensiva, operati, in trattamento con farmaci che riducono le difese immunitarie, cateterizzati o intubati).

E’ per questi motivi che tutti gli operatori in ambito ospedaliero devono essere consapevoli dei rischi correlati con la diffusione di agenti infettivi tra i pazienti ricoverati e devono mettere in pratica le misure idonee alla prevenzione ed al controllo, al massimo livello possibile di efficacia, di tali condizioni; l’adesione a pratiche assistenziali corrette, la messa a punto di assetti organizzativi adeguati e l’adozione di comportamenti sicuri sotto il profilo igienico sanitario appaiono di cruciale importanza in questa prospettiva.

Relativamente ai rischi di infezione propri dei pazienti neoplastici ricoverati in strutture ospedaliere, si evidenzia anzitutto come tali malati presentino una particolare suscettibilità alle infezioni e come queste possano essere sostenute in tali pazienti da agenti biologici particolarmente aggressivi, in grado di determinare quadri di estrema gravità clinica (polmoniti, setticemie, meningo encefaliti, infezioni urinarie, ascessi, gastroenteriti, ecc.). Essi devono essere pertanto considerati pazienti ad alto rischio infettivologico e le misure di controllo nel periodo di ricovero devono essere particolarmente curate.

In generale, i principali fattori predisponenti le infezioni nei pazienti neoplastici sono da ricercare tra quelli di seguito elencati:

  • deficit immunologici
  • chemioterapia
  • radioterapia
  • interventi chirurgici
  • manovre diagnostico terapeutiche invasive (esami endoscopici, presenza di cateteri)
  • trapianto
  • patologie concomitanti (diabete, AIDS, malnutrizione, ecc.)
  • stadio avanzato di malattia

I principali microrganismi in causa sono rappresentati dai batteri (gram positivi e gram negativi), seguiti da miceti (candida, aspergilli), virus (herpes virus, citomegalovirus, virus epatici), parassiti (toxoplasma, giardia). Oltre la metà delle infezioni nei pazienti oncologici derivano da microrganismi presenti nell’ambiente, mentre la restante metà dei casi è sostenuta dalla riattivazione di germi costituenti la flora saprofitica endogena.

Indagini mirate hanno evidenziato che le sorgenti di infezione in ambito ospedaliero per questi pazienti sono molteplici e possono essere costituite dall’aria (sistemi di ventilazione e condizionamento), dall’acqua (bagni, umidificatori, vaporizzatori, acqua di rubinetto), dallo strumentario (cateteri, tubi di drenaggio), dal cibo (carni, vegetali), dal personale (malato o portatore sano) e dalle strutture ambientali.

In particolare, il ruolo giocato dall’ambiente appare di estrema importanza, in quanto è dimostrato come le superfici strutturali dell’ambiente, gli arredi e gli oggetti in generale possano ospitare normalmente numerosi microrganismi.

Il tipo e la carica presenti sono in funzione di differenti fattori: il numero di persone che frequentano la struttura, il tipo di attività svolta, il tasso di umidità, la ventilazione, la temperatura, la natura dei materiali che possono costituire un valido substrato per lo sviluppo dei microrganismi.

E’ di estrema importanza che le superfici ambientali, il letto ed i suoi accessori, le attrezzature con cui il malato è posto in contatto, i servizi igienici e tutte le altri superfici toccate dal malato vengano sottoposte a rigide procedure di pulizia, detersione e disinfezione, secondo modalità e frequenza corrette.

Appare quindi chiaro come le pratiche di sanificazione ambientale costituiscano un elemento cardine nella prevenzione e nel controllo delle malattie infettive negli ambienti ove vengono ricoverati pazienti particolarmente suscettibili di infezione, quali appunto i malati oncologici, e come al contempo la scarsa adesione ai provvedimenti di natura igienica nella pratica di sanificazione ambientale possa costituire un serio rischio per la salute di tali pazienti.

E’ per questa ragione che le strutture ospedaliere adottano specifiche modalità di sanificazione ambientale in relazione al livello di rischio dei soggetti ricoverati in determinate aree ed alla particolare circolazione di agenti infettivi, regolando tale attività con protocolli specifici che dettano le azioni di sanificazione ambientale secondo rigidi capitolati che definiscono il servizio di pulizia e di sanificazione ambientale.

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SANITA’ E AMBIENTE

L’ospedale è una struttura complessa, in cui vengono svolte attività di genere molto diverso, che spaziano dalle applicazioni tecnologiche ad attività educative, da attività amministrative ad altre che si orientano in campi che richiedono una gestione integrata sempre più articolata.

Qual è allora l’impatto che una struttura sanitaria ha sull’ambiente? È possibile effettuare scelte che, a parità di efficacia ed efficienza, portino un ridotto impatto ambientale?

La struttura ospedaliera già nel suo utilizzo primario delle risorse naturali ed energetiche svolge un ruolo importante nel contesto ambientale in cui opera, inoltre, anche prima di considerare “ciò che produce”, cioè che immette nell’ambiente, ha approvvigionati materiali potenzialmente pericolosi, che in caso di dispersione accidentale possono provocare un potenziale inquinamento.

Nella sua attività, poi, l’ospedale immette anche emissioni in atmosfera, con conseguente eventuale inquinamento dell’aria, mentre i reflui, gli scarichi idrici sono potenziali inquinanti delle acque, e percolamenti o dilavamento nell’area di stoccaggio rifiuti possono portare a una contaminazione del suolo.

Problema primario, quello dei rifiuti, perché quelli solidi (sanitari pericolosi e assimilati agli urbani, e quelli che richiedono una raccolta differenziata), oltre a portare a significativo aumento di volume delle discariche possono diffondere odori molesti, emettere in atmosfera fumi conseguenti alla termodistruzione presso impianti di smaltimento. I rifiuti liquidi (reflui di radiologia, di laboratorio) possono portare a una potenziale contaminazione del suolo così come a potenziali contaminazioni, possono portare i rifiuti radioattivi

LA POLITICA AMBIENTALE

Questo microcosmo che è la struttura sanitaria ha quindi un impatto ambientale non trascurabile: e se la sensibilità in tema di politica ambientale ha coinvolto da tempo i paesi più responsabili, in Italia, a differenza di altri paesi europei, per la forte pressione istituzionale per il contenimento del budget sanitario, molti operatori hanno preferito posporre l’innovazione ambientale, non comprendendone appieno le implicazioni economiche.

Così l’impegno nei confronti della politica ambientale è stato piuttosto scarso, o meglio è venuto sempre dopo altri investimenti considerati prioritari, non valutando il fatto di come una corretta politica ambientale potesse essere significativa in termini di economia, sia di risorse, sia gestionale.

Nel corso degli anni, però, in generale la sensibilità ambientale è cresciuta, e nei vari stati europei sono maturate diverse esperienze. L’Unione Europea aveva approvato nel 1993 il primo Regolamento Emas (Environmental Management and Auditing System), con l’obiettivo di promuovere l’adozione di principi di protezione ambientale all’interno dei sistemi di gestione aziendale dell’industria europea, che prevede che le aziende rendano palese, con una dichiarazione pubblica, la natura e l’estensione dell’impatto che la propria attività esercita sull’ambiente, e che le organizzazioni dei lavoratori all’interno dell’azienda siano coinvolte.

La norma Emas nasce come Regolamento (e non come Direttiva di Armonizzazione), quindi è diventata operativa senza dovere aspettare il recepimento della legislazione nazionale, e dopo un periodo transitorio di 5 anni, è divenuta applicabile nei servizi pubblici, e dunque anche nella sanità.

È stato negli anni intorno al 1995 che in Europa sono iniziati i primi esperimenti di applicazione dell’Emas negli ospedali: in Germania, per esempio, è stata costituita un’associazione delle istituzioni sanitarie che avevano deciso di adottare lo schema, con lo scopo fornire assistenza e coordinamento, mentre in Austria le strutture sanitarie della Stiria avevano assunto un ruolo pilota.

In Olanda l’ospedale Universitario di Utrecht sperimentò Emas ma si certificò poi con uno schema alternativo (Efqm), mentre poi nel 2001 si certificò con il secondo regolamento Emas.

Diversa la situazione in Italia dove, malgrado buona esperienza di schemi di tipo generale (come per norme tipo Iso 9000), Emas (o anche Iso 14001) non sono ancora state considerate uno strumento di gestione.

L’IMPORTANZA DELL’ESPERIENZA

Nel corso degli anni il percorso effettuato dalle varie strutture sanitarie nei diversi paesi ha portato a una somma di conoscenze tecniche e gestionali, un patrimonio che diventava importante condividere, per procedere a una sempre maggiore integrazione e a una migliore gestione delle politiche ambientali.

Occasione significativa di incontro e di conoscenza è stata la partecipazione a Cleanmed Europe di oltre 300 operatori appartenenti a strutture ospedaliere, a società e organizzazioni diverse provenienti da 28 paesi, in prevalenza dall’Europa occidentale ma anche dagli USA, Cina, Hong Kong, oltre a molti paesi dell’Europa dell’Est, in rappresentanza di molte istituzioni, (come I’International Council of Nurses, la World Health Organisation, il network Health Promoting Hiospitals, la European Environmental Agency e l’Unido), che si sono riuniti nell’ottobre dell’anno scorso aVienna per fare il punto delle politiche ambientali, in differenti settori, quasi dieci anni dopo dall’approvazione del primo regolamento Emas (1836/93), che ha introdotto il tema dell’integrazione di elementi di tutela ambientale all’interno dei sistemi di qualità.

Si è trattato della prima conferenza indipendente in Europa per definire le politiche di rispetto ambientale e per diffondere le esperienze già acquisite; Cleanmed 2004 ha puntato l’attenzione sui principali temi sviluppati negli ultimi anni dalla ricerca applicata negli ospedali europei, integrando elementi di conoscenza e aree di innovazione già avviate negli USA (come i consorzi d’acquisto per gli ospedali; green building: architettura ambientalmente qualificata eccetera) utilizzando i risultati dei precedenti convegni Cleanmed United States.

L’esperienza dimostra come oggi sia più semplice valutare l’impatto organizzativo ed economico dell’introduzione di misure di protezione ambientale, vi sono i primi elementi di giudizio, che forniscono interessanti indicazioni sul modo di procedere in questo campo.

I settori in cui l’Europa ha dato il suo principale contributo interessano la riduzione dei rifiuti (waste minimization), l’integrazione delle politiche di tutela ambientale: nei sistemi di gestione aziendale (indicato come obiettivo del Regolamento Emas), la conservazione delle risorse naturali, in particolare acqua ed energia, e le politiche di acquisto.

LA TEORIA CALATA NELLA PRATICA

Tra le esperienze austriache è significativa la campagna interna organizzata dal Gottfried von Pryer Children Hospital per sensibilizzare e formare i dipendenti: un team apposito ha redatto un manuale organizzativo che definisce le responsabilità funzionali in materia ambientale. I progetti di miglioramenti riguardavano:

  • le procedure di gestione della biancheria e lavanderia interna;
  • la diminuzione dei materiali monouso;
  • l’addestramento del personale per una corretta separazione dei rifiuti;
  • la diminuzione dei rifiuti e della raccolta differenziata per i rifiuti organici;
  • la diminuzione di rifiuti tossici;
  • la razionalizzazione dell’uso dei detergenti per le pulizie;
  • la messa al bando di alcuni agenti a elevata tossicità;
  • l’attuazione di una campagna educativa “Economia nelle scuole”;
  • l’installazione di dispositivi per limitare l’utilizzo di acqua e illuminazione, e di contatori locali per monitorare i consumi per aree di utenza.

Il progetto è divenuto poi procedura aziendale. In questo caso è stato importante sottolineare il peso del supporto da parte dell’alta direzione (approccio top down). II costo di preparazione, istruttoria, consulenza esterna e formazione è stato ammortizzato in un anno e mezzo di gestione, realizzando risparmi per circa 60 mila euro all’anno.

Altri casi hanno segnalato come significativa la diminuzione dei rifiuti (- 30%), con un risparmio di circa il 25% sul totale dei costi di smaltimento, ottenuto con interventi che hanno portato a ridurre le quote di rifiuti avviate alla smaltimento (40%), con conseguente riduzione dei costi e dell’impatto ambientale.

Anche se limitata, per estensione e per durata, l’esperienza italiana mostra tuttavia dei dati significativi.

Nel 1996 un Ospedale di Bologna aderisce a un progetto europeo con altri 4 ospedali in rappresentanza di Austria, Germania, Olanda e Belgio, sotto il coordinamento dell’Istituto di Medicina Ambientale dell’Università di Friburgo. Il progetto italiano mostra come l’introduzione di un sistema ambientale sia in grado di produrre risparmi di costo che incidono sul conto economico complessivo dall’ 1,5 al 2,5%.

Il punto critico dell’impatto ambientale dell’ospedale è la quantità dei rifiuti che si formano nei servizi collaterali all’attività clinica (manutenzione edilizia, cucine, farmacia eccetera), che potrebbero essere diminuiti seguendo diverse politiche d’acquisto e un corretto iter riciclo-recupero.

Nel primo anno di progetto organizza sei giornate di informazione ambientale: la risposta del personale va al di là delle previsioni e sorprende lo stesso gruppo di progetto, che nella relazione finale argomenta come lo schema Emas risulti applicabile anche con meccanismi volontaristici (bottom up).

L’esperienza italiana mostra un altro carattere significativo, perché si è visto che il sistema ambientale sviluppato sperimentalmente, se non avviene un costante follow up operativo e senza sanzioni della direzione, viene abbandonato nel giro di pochi mesi dal termine del progetto.

In un altro caso è risultata significativa anche la valutazione del problema del monouso e della riutilizzazione dei presidi medico-chirurgici, scelte che influenzano fortemente il volume dei rifiuti infetti.

La considerazione finale che emerge dalle varie esperienze portate a Cleanmead 2004 è che attuare procedure compatibili con l’ambiente (utilizzando risorse già presenti negli ospedali) si traduce in un significativo risparmio dei costi di gestione: quindi è l’approccio “sistemico”, che integra fattori clinici, gestionali e ambientali, a risultare vincente.

La strada è tracciata, il prossimo appuntamento sarà per il 19 e il 20 aprile negli Usa, a Seattle, dove si svolgerà Cleanmed 2006.

Sanificazione degli Ambienti

Sanificazione Contro COVID-19

Mai più come in questo periodo si è resa necessaria la sanificazione di ambienti ospedalieri, ormai intasati da persone positive o presunte da Corona Virus. Le attività di sanificazione e disinfezionecovid19 sono state potenziate in queste aree perché finora è l’unica arma che abbiamo in possesso per contrastare il proliferare del virus.

A seguito dei recenti episodi legati alla diffusione del Coronavirus Covid-19 , comunichiamo che la nostra società, in collaborazione con Anticimex, è in grado di offrire rapidamente interventi di disinfezione ambientale in tutta Italia e in Europa.

Sanificazione degli Ambienti

La sanificazione degli ambienti consiste nell’applicazione di una soluzione detergente sulle superfici piane degli stessi variamente dislocati negli ambienti oggetto del servizio di sanificazione; tale soluzione detergente ha il compito di rimuovere lo sporco dalle superfici con le modalità precedentemente descritte.

La mancata applicazione di un corretto processo di lavaggio non consente l’efficacia dei procedimenti eventuali di disinfezione delle superfici, rendendo, di fatto, non raggiungibile l’obiettivo d’igiene per l’ambiente oggetto del trattamento. La scelta dell’utilizzo di codici colore, al fine di rendere identificabili i dispositivi destinati alle diverse aree di rischio per la sanificazione, consente di evitare la possibile commistione di questi dispositivi, con il rischio di trasferire potenziali contaminanti ambientali da zone ad alto e medio rischio a zone a basso rischio, dove la frequenza di sanificazione è inferiore.

  • Ai fini della sanificazione degli arredi sono necessari:

secchiello blu per interventi su arredi in area degente; secchiello giallo per interventi su arredi in area lavabo; secchiello rosso per interventi su arredi in area wc; panno di colore blu per applicazioni su arredi in area degente; panno di colore giallo per applicazioni su arredi in area lavabo panno di colore rosso per applicazioni su arredi in area wc; detergente da utilizzarsi per la preparazione della soluzione sanificante.

Sequenza d’intervento: predisporre un quantità d’acqua in ciascun secchiello e procedere alla preparazione della soluzione sanificante dosando nell’acqua preparata la quantità di detergente concentrato previsto dalle indicazioni d’uso riportate in etichetta; immergere il panno di lavoro nella soluzione preparata nel secchiello di colore a esso corrispondente e mantenerlo costantemente immerso nella soluzione; bagnare uniformemente le superfici dei vari arredi da sanificare utilizzando il panno di colore corrispondente all’area di suo riferimento; lasciare agire il detergente per il tempo necessario all’asciugatura e, comunque, per almeno 5 minuti; riassorbire, eventualmente, con il panno ben strizzato, la soluzione precedentemente applicata; rinnovare la soluzione nei secchielli a ogni cambio di locale; a termine lavoro svuotare e sciacquare i secchielli, lavare i panni e predisporli in modo che sia assicurata una rapida asciugatura.

Sanificazione degli ambienti

Pulizia e Disinfezione dei Servizi Igienici

La prestazione consiste nella pulizia e disinfezione di pavimenti, pareti e apparecchiature igienico sanitarie presenti nei locali adibiti a servizio igienico, docce, vuotatoi, bagni. I servizi igienici nelle aree sanitarie rivestono una particolare importanza determinata sia dalle variabili igieniche connesse all’utilizzo specifico dell’area, sia con riferimento all’impatto visivo e percettivo che in generale assume il servizio igienico nell’opinione di qualità percepita dall’utenza. Per la prestazione sono necessari: carrello di servizio provvisto di pianali per l’alloggio dei materiali d’uso e di rifornimento: secchielli di diverso colore, portasacco per raccolta rifiuti e sistema duo mop; paletta per immondizia e scopa; panni di diverso colore, panno spugna, guanti, flaconi vaporizzatori, flaconi applicatori, materiali di rifornimento igienico sanitari; detergente e disinfettante; detergente disincrostante non corrosivo verso cromature e smalti; profumatore per ambienti.

  • Sequenza d’intervento:

controllare che il carrello di servizio sia predisposto con tutto l’occorrente per le prestazioni da eseguire; fare scorrere l’acqua all’interno del lavabo e tazze wc al fine di eliminare eventuali residui presenti sulle superfici; vaporizzare il detergente pronto per l’uso, contenuto nel flacone vaporizzatore, su tutte le superfici delle apparecchiature igienico sanitarie e sui rivestimenti murali adiacenti; svuotare i contenitori porta rifiuti e sostituire i relativi sacchetti se presenti; controllare ed eventualmente rifornire i distributori di materiale igienico sanitario; raccogliere con paletta e scopa i residui di varia natura che giacciono sul pavimento; preparare nei secchi colorati la soluzione di detergente, immergendo in ognuno il panno di colore corrispondente; strizzare il panno e, dopo averlo debitamente ripiegato, rimuovere la soluzione di detergente precedentemente vaporizzata, utilizzando il panno di colore corrispondente alla superficie cui è destinato, risciacquandolo; bagnare periodicamente le superfici soggette a scorrimento d’acqua, utilizzando la soluzione detergente decalcificante preparata nell’apposito secchio e applicata mediante il panno spugna; risciacquare abbondantemente con acqua le superfici precedentemente irrorate; vaporizzare il disinfettante sulle superfici precedentemente trattate con il detergente; vaporizzare il profumatore d’ambiente nel locale; stendere sul pavimento, mediante il mop, la soluzione detergente preparata, procedere all’asciugatura della superficie trattata; stendere un velo uniforme di disinfettante sul pavimento e lasciare asciugare: a termine del lavoro lavare e bonificare i materiali e gli attrezzi usati.

Pulizia delle Superfici Verticali

La prestazione consiste nel rimuovere lo sporco aderente alle superfici verticali lavabili di varia natura, comprese quelle vetrate, mediante soluzioni detergente e successiva asciugatura eseguita manualmente. Ai fini della prestazione sono necessari: tergivetro, vaporizzatore, asta telescopica, raschietto; secchio; pelle scamosciata, panno spugna; nastro adesivo in materiale cartaceo o, meglio, isolante; detergente neutro per superfici interne; detergente sgrassante per superfici vetrate esterne; detergente disincrostante per superfici piastrellate soggette a scorrimento d’acqua. Sequenza d’intervento: coprire eventuali prese elettriche con nastro isolante; rimuovere possibili incrostazioni tenaci mediante l’apposito raschietto; preparare nel secchio di lavoro la soluzione detergente utilizzando il prodotto specifico per tipo di sporco da rimuovere; bagnare la superficie con il vaporizzatore o il panno spugna impregnati di soluzione detergente, procedendo dal basso verso l’alto e interessando i bordi con l’ultimo passaggio di bagnatura; asciugare inizialmente i bordi alti e laterali e i relativi infissi mediante il panno strizzato (nel caso di superfici vetrate); procedere alla completa asciugatura dell’intera superficie utilizzando l’apposito tergivetro e operando dall’alto verso il basso; completare l’intervento con l’asciugatura del pavimento sottostante.

Lavaggio Manuale dei Pavimenti

La prestazione consiste nell’asportazione dai pavimenti dello sporco aderente, attraverso ‘impiego di soluzioni tensioattive, di conseguenza la prestazione necessita dei seguenti dispositivi e materiali: carrello duomop, dotato di due secchi per l’acqua di colore differente, pressa e pinza per frangia mop con manico; frangia mop; detergente neutro universale per lavaggi di manutenzione; detergente sgrassante di superfici con sporco grasso; detergente “lavaincera” per ripristino di trattamenti polimerici; detergente disincrostante per lavaggi decalcificanti. Sequenza d’intervento: in uno dei due secchi si predispone l’acqua in cui si aggiunge la quantità precisa e stabilita, secondo le indicazioni del produttore, del prodotto chimico detergente concentrato scelto; immergere il mop nel secchio per farlo impregnare della soluzione; ridurre l’eccesso di soluzione strizzando lievemente il mop; passare il mop sulla pavimentazione per bagnare la superficie; immergere il mop nell’altro secchio per sciacquarlo e liberarlo dai residui sporchi raccolti: strizzare il mop energicamente: successivamente si riprendono le operazioni come nelle fasi precedenti: lavare materiali e attrezzi usati a fine lavoro.

DISINFEZIONE DEI PAVIMENTI

La prestazione consiste nello stendere su pavimenti, già puliti, una soluzione disinfettante uniformemente distribuita. Ai fini della prestazione sono necessari: spazzolone autoalimentato, dotato di serbatoio incorporato, piastra erogatrice a pavimento snodata e sistema di regolazione per la distribuzione controllata della soluzione disinfettante; tanica graduata per la preparazione della soluzione con cui alimentare il serbatoio dell’attrezzo di lavoro; tessuti applicatori; in alternativa al precedente sistema duomop con frange dedicate: disinfettante concentrato per la preparazione della soluzione da distribuire sul pavimento.

Sequenza d’intervento: preparare nella tanica graduata la soluzione disinfettante da tenere a disposizione per il regolare rifornimento del serbatoio dello spazzolone autoalimentato: riempire i serbatoio per i 3/4 della sua capacità: posizionare il tessuto applicatore sotto la piastra erogatrice dello spazzolone e inumidirlo preventivamente prima di farlo scorrere sul pavimento; per l’utilizzo del sistema duomop provvedere alla preparazione della soluzione in secchio dedicato; procedere alla distribuzione della soluzione sul pavimento in maniera uniforme in modo tale che il pavimento rimanga bagnato almeno per 5 minuti; intervenire prima lungo i bordi del locale per poi coprire il resto della superficie operando dalla zona opposta al punto di entrata e retrocedendo verso l’uscita del locale; sostituire il panno applicatore usato a ogni cambio di locale o in ogni caso dopo 30/40 mq di superficie trattata; sostituire la frangia mop, qualora utilizzata, al passaggio ad altro locale; provvedere a fine lavoro al lavaggio dei tessuti applicatori e delle frange mop impiegate.

Prodotti per Sanificazione

Opomicrobia è un battericida, funghicida, disinfettante, antimicrobico, insetticida e deodorante, (indicato per ambienti pubblici ed abitazioni, utilizzabile anche per zone frequentate da animali) è anche un insetticida naturale, estratto dai fiori del ‘chrisanthemum’, quindi altamente biologico.

Il Trattamento di Sanificazione viene applicato, dopo una pulizia intensiva ed accurata, su arredamenti in tessuto ed imbottiti (salotti, tappezzerie, tendaggi), materassi, moquettes, tappeti, combatte e previene lo sviluppo di batteri, acari, funghi, microbi etc. ed è quindi indicato contro le allergie, rimuovendo inoltre gli odori generati da macchie organiche preesistenti.

L’Opomicrobia, un disinfettante ad ampio spettro utile contro la maggior parte di batteri e microbi, è anche molto efficace contro gli scarafaggi di tappeti e moquettes, pidocchi e altri parassiti. Indicato per trattamenti contro formiche, forbicine, cimici da letto ed altri insetti nocivi, efficace contro pulci e zecche (presenti soprattutto nelle cucce e giacigli di animali in genere), è idoneo per l’eliminazione di millepiedi, mosche, zanzare e vespe inoltre è efficace contro la maggior parte di germi gram positivi e gram negativi, batteri e virus influenzali, è consigliato quindi:

  • negli ospedali
  • sale operatorie e di pronto soccorso
  • sale d’attesa mediche e dentistiche
  • corsie ospedaliere
  • obitori, laboratori di patologia, nursery
  • ambulatori e cliniche veterinarie
  • scuole
  • hotels
  • motels
  • ristoranti
  • abitazioni

La sua applicazione è indicata nella Sanificazione di:

  • Stanze deposito rifiuti
  • Servizi di rimozione rifiuti
  • Aree di stoccaggio e cantine
  • Aree di raccolta e condensazione di acque e drenaggio
  • Servizi di Ristorazione
  • Servizi di disinfestazione
  • Negozi di mobili usati e merci usate, come abiti e calzature
  • Cinema, (gallerie, platee, stands)
  • Corridoi di Bowlings
  • Palestre
  • Ambulatori veterinari
  • Lavanderie e tintorie (in particolar modo dove viene raccolto il guardaroba sporco)
  • Negozi di antiquariato e brocantage
  • Negozi di mobili usati etc…