La posa e la manutenzione delle piastrelle

Nei corsi di formazione e nei seminari sul trattamento del cotto si parla molto raramente e in maniera sintetica dei sistemi di posa delle pavimentazioni. Generalmente a questo tema è concesso un passaggio molto breve per illustrare i principali sistemi di fissaggio delle piastrelle, e le relative ricadute in tempi di intervento sul dopo posa.

Si dice che qualsiasi intervento di lavaggio di pavimenti appena posati deve essere eseguito dopo 15 giorni nel caso di un pavimento incollato, oppure di 45 giorni nel caso di pavimenti attaccati a cemento.

Recentemente ho seguito molto da vicino alcuni cantieri di posa di pavimentazione e di piastrelle in genere, raccogliendo così immagini e notizie per affrontare in maniera sintetica ma efficace il tema della posa.

Per l’incollaggio delle piastrelle si utilizzano due tecniche: quella a cemento che a seconda delle zone prende il nome di magrone, toppa o battuto, e quella a colla.

La prima detta a “magrone” prevede la preparazione di un impasto di sabbia e cemento in rapporto 3:1, da cui l’appellativo di magro, cioè povero in cemento.

Il “magrone” si utilizza essenzialmente per tirare in piano sottofondi con dislivelli, oppure per ragioni economiche poiché costa molto meno di una colla. Nella posa a magrone si getta l’impasto per la realizzazione del sottofondo, o massetto, e una volta tirato il piano alla quota desiderata, si attaccano le piastrelle sull’impasto ancora fresco.

LE COLLE

Dai dati ufficiali forniti da Assopiastrelle, nel 2004, in Italia, almeno il 95% delle pavimentazioni e dei rivestimenti è stata attaccata a colla.

La colla per piastrelle compare sul mercato agli inizi degli anni ’50. Si trattava allora di una vera e propria colla cioè un qualcosa di simile al Bostik. Con il passare degli anni la ricerca ha realizzato prodotti sempre più innovativi, arrivando ad utilizzare le nano-tecnologie.

Le colle attualmente utilizzate sono delle miscele allo stato solido di cemento, resine e inerti. In base alla qualità e alla quantità dei componenti le colle hanno utilizzi e prestazioni anche estremamente diversi tra loro.

Esistono colle per la posa in interno o esterno, colle rapide o colle a tempo aperto prolungato, colle per pavimenti o per rivestimenti verticali dal comportamento antiscivolo per favorire la messa in opera.

Esistono colle che si utilizzano per monocotture e bicotture altre che si utilizzano per i mosaici di vetro e il gres porcellanato. Come si capisce si tratta d un mondo molto complesso ma anche molto affascinante.

La normativa Uni En I 2004 stabilisce i criteri per caratterizzare una colla in base agli elementi che la compongono e definirne il comportamento e l’utilizzo in cantiere.

Innanzitutto la normativa definisce la tipologia di colla, o per meglio dire il meccanismo con cui avviene l’incollaggio.

Le sigle D, R, caratterizzano rispettivamente colle che operano per Dispersione, caso classico il Bostik, o per Reazione, si tratta generalmente di bi-componenti come le epossidiche o le poliuretaniche, dove il mescolamento di due elementi provoca la reazione che porta all’incollaggio. In questi casi il collante viene spalmato sulle superfici e quando si essicca, le parti rimangono attaccate tra loro.

Le sigle C1 e C2 definiscono le colle a composizione cementizia che operano come leganti idraulici, e possono contenere resine e additivi che migliorano la presa, e la resistenza meccanica.

La sigla E, caratterizza colle a tempo aperto prolungato, in cui il tempo di presa e l’indurimento si raggiungono tra i 45 e 60 minuti.

La sigla F caratterizza colle che fanno presa rapidamente generalmente sotto i 30 minuti. Le colle rapide si utilizzano per l’incollaggio in condizioni critiche, cioè materiali che reagiscono al contatto con l’acqua contenuta nell’impasto come le pietre naturali, oppure condizioni di cantiere particolari, si pensi ad esempio a sostituire alcune piastrelle in un supermercato che non può chiudere.

La sigla T caratterizza colle che hanno comportamento tixotropico, cioè si comportano come liquidi quando sono mescolate, e come solidi quando cessa qualsiasi sollecitazione meccanica. Sono colle molto apprezzate per la loro lavorabilità e spalmabilità ma soprattutto per il loro comportamento antiscivolo che permette l’incollaggio di piastrelle in verticale, quindi a rivestimento.

Come si capisce le varie sigle possono coesistere e combinarsi fra di loro arrivando ad avere un numero relativamente elevato di tipi differenti di colle.

La scelta della colla da utilizzare deve essere fatta in base a quello che sono le condizioni del sottofondo, della localizzazione e del tipo di pavimento o piastrella che si deve mettere in opera.

Il mercato delle colle è fortemente legato all’andamento delle vendite di piastrelle, non solo nei volumi ma soprattutto nelle tipologie utilizzate.

I materiali maggiormente venduti sono i famosi gres porcellanati. L’industrializzazione del processo produttivo del gres porcellanato ha portato le case produttrici a sfornare materiali estremamente duri, compatti e vetrificati. Ciò significa che questa tipologia di piastrella ha un peso specifico superiore a quello di una normale ceramica e soprattutto, un assorbimento d’acqua estremamente più basso.

Pertanto per l’incollaggio di questi materiali sono necessarie colle ad altissime prestazioni che garantiscano l’adesione di piastrelle dal fondo con assorbimento inferiore al 0,2%.

In questi ultimi anni, si assiste allo sviluppo e alla diffusione di colle ad elevate prestazioni, classificate C2TE o addirittura C2FTE. Anche in questo caso i trend di mercato dimostrano che le vendite si stanno spostando verso colle di tipo C2 e sta aumentando la quota percentuale di consumo di colle ad alte prestazioni rispetto a quelle di tipo C1.

Infine, in questi ultimi anni, sono stati sviluppati prodotti da incollaggio a base di nano-tecnologie. Si tratta di componenti estremamente fini, del diametro di pochi micron, cioè di un capello, che vengono aggiunti agli inerti che compongono l’impasto.

Questi nanoelementi hanno la capacità di andare a riempire e fissarsi su cavità estremamente piccole come, appunto, le microporosità che sono presenti sulla superficie di un gres porcellanato “tutta massa”, o di un mosaico di vetro, garantendo una capacità di adesione su qualsiasi sottofondo e per qualsiasi tipologia di piastrella utilizzata.

Anche nel caso de prodotti a base di nanoelementi il trend di mercato di mostra un forte interesse e una rapida conquista di consistenti quote di mercato a discapito di altre tipologie di prodotti.

LE FUGHE

Una volta che la piastrella è attaccata al sottofondo si deve poi procedere alla stuccatura dei giunti, chiamati anche commenti o più semplicemente fughe. La presenza delle fughe permette di eliminare alcune imperfezioni dovute alla irregolarità delle piastrelle (calibratura), a sottofondo, o alla presenza d fuori squadra. Pertanto la posa con fuga permette di ottenere un effetto esteticc gradevole e di evitare alcune insidie connesse ai material o alle condizioni di posa.

Il riempimento delle fughe si esegue impastando il preparato per le fughe, o stucco, con la giusta proporzione di acqua. Si possono utilizzare stucchi colorati per assecondare la tonalità delle piastrelle o per esaltare i colori delle stesse. L’impasto, abbastanza liquido, viene versato sulla superficie e spalmato fino ad avere un riempimento omogeneo e consistente.

Lo stucco deve riempire soprattutto tutto la sezione esistente tra piastrella e sottofondo, oltre che naturalmente tutta la larghezza della fuga.

Una buona stuccatura serve a saldare perfettamente le piastrelle al sottofondo e tra di loro.

Anche nel caso degli stucchi colorati si sono avvicendate diverse mode.

Oggi, analizzando i dati forniti da Assopiastrelle, il 98% dei pavimenti e dei rivestimenti è stuccato con gli stucchi colorati.

Anche per quello che riguarda gli stucchi esiste la normativa UNI EN 13888 che stabilisce i criteri di caratterizzazione degli stessi. Anche i n questo caso esistono stucchi a base cementizia tipo C1 o tipo C2 quindi migliorati.

E esistono stucchi bi-tri-componenti di composizione epossidica e poliuretanica. I primi vengono utilizzati nell’edilizia civile, gli altri sono richiesti nell’industria alimentare, nell’industria chimica o per la stuccatura di piscine. Anche nel caso degli stucchi colorati si stanno affacciando sul mercato prodotti a base di nano tecnologie e stucchi epossidici a basso rilascio di solventi.

Come nel caso delle colle anche queste ultime due tipologie si stanno rapidamente affermando e conquistando nuove quote di mercato.

TECNICHE DI PULITURA

Arrivati a questo punto il lettore si potrebbe chiedere cosa abbia a che fare tutto questo con il mondo del cleaning.

Se si vogliono analizzare le implicazioni tecniche si capisce come l’utilizzo di colle e di stucchi di tipo C1 o C2 influenzi fortemente la pulizia di superfici appena posate.

A causa della loro composizione cementizia è doveroso l’utilizzo di un detergente disincrostante a PH acido per rimuovere i residui che rimangono attaccati sulla superficie, ma si deve anche tenere in debito conto che i pigmenti colorati degli stucchi tendono a virare in presenza di PH acido e a cambiare di colore.

A volte l’utilizzo di soluzioni acide troppo concentrate, o formulate con acidi non inibiti, porta alla corrosione e allo svuotamento delle fughe. Questo fenomeno è spesso associato ad una cattiva preparazione dell’impasto, dove c’è un rapporto sbagliato tra inerti e acqua.

Impasti con poca acqua tendono a seccare prima e a sbriciolarsi. Negli impasti troppo liquidi, le frazioni pesanti tendono a sedimentare sul fondo della sezione stuccata, e in superficie rimangono le frazioni sabbiose più leggere. In entrambi i casi le stuccature si svuotano facil mente quando si lavano con monospazzola e detergente acido.

Le stuccature alla pari di tutti i prodotti cementizi, sono caratterizzate da una discreta porosità, per questo motivo assorbono e trattengono lo sporco e possono macchiarsi.

Gli stucchi di colore bianco, molto usati nei bagni, e quelli di colore grigio chiaro,tendono invece a ingrigire. In questi due casi oltre ad utilizzare prodotti detergenti che incidano sulla tenuta del colore e sulla consistenza della stuccatura, si dovranno anche prendere in esame interventi di trattamento con impregnanti idro-oleorepellenti a effetto naturale.

Un altro elemento degno di attenzione è la maggiore diffusione dei gres porcellanati. Questi materiali hanno un valore dell’assorbimento di liquidi molto basso, spesso inferiore allo 0.5%, però hanno una capacità di rilascio di quanto assorbito, molto bassa.

In presenza di stucchi colorati, specialmente se a base di nanotecnologe o di pigmenti molto forti come il nero o il grigio antracite, assorbono il colore, e si sporcano spesso indelebilmente.

La stessa cosa dicasi per gli stucchi epossidici che se non sono rimossi prontamente dal posatore in fase di messa in opera, diventano pressoché inamovibili dopo 24 ore.

Sempre per quanto riguarda l’utilizzo di disincrostanti acidi, si deve prestare attenzione alle nuove tendenze del mercato che propone piastrelle dal tono lucido o lappato.

Su questi materiali ho già avuto modo di verificare i danni prodotti da un disincrostante acido, comunemente utilizzato per ripulire gli stucchi, che opacizza le piastrelle.

Infine un parallelo si può fare dal punto di vista delle logiche commerciali e di marketing. Dalla metà degli ’80 sono profondamente cambiate le abitudini e le tecniche di posa.

In questi ultimi venti anni il mondo dell’edilizia ha subito una vera e propria rivoluzione nei modi di concepire e realizzare gli edifici.

Dall’esterno sembrerebbe un mondo monolitico e immobile, invece è un settore in fermento e in continuo progresso tecnologico. Si è passati dall’utilizzo di prodotti a basso valore aggiunto, come sabbia e cemento, alle nano-tecnologie con una rapidità impressionante.

Il mercato delle colle è considerato maturo e fortemente competitivo.

Il mercato italiano, in particolare è molto difficile da penetrare, per la presenza di due forti gruppi nazionali, per la parcellizzazione della rete distributiva e per le nano-dimensioni dei singoli operatori. Tutte condizioni che svolgono la funzione di barriera d’ingresso a nuovi competitore, soprattutto se stranieri. Tuttavia si sta affermando un trend che richiede prodotti con più alte prestazioni, e maggiore valore aggiunto, a scapito proprio di quei prodotti a basso prezzo e di bassa qualità.

Inoltre proprio da parte dei produttori stranieri la sfida viene portata sul campo dell’innovazione tecnologica, e sulla introduzione di prodotti innovativi e di forte rottura. Ciò comporta la conquista di quote di mercato, oggi ancora esigue in termini di volumi, ma importanti e appetibili in termini di valore aggiunto.

Questo significa che in un mondo di rapidi cambiamenti, l’importante è occupare posizioni, che oggi sembrano di nicchia o relegate alla soluzione di casi disperati, ma un domani possono rappresentare il business quotidiano.

Solo venti anni fa era improponibile l’utilizzo di stucchi colorati, oggi si è addirittura persa la cultura di preparare un impasto di cemento e sabbia di fiume.

Questi trend non sembrano appartenere all’universo del cleaning, dove si assiste, continuamente, sia nei servizi che nei prodotti, ad una rincorsa selvaggia al prezzo, e alla mancanza assoluta di qualità.

Non esiste solo il prezzo per vendere un prodotto\servizio, ma serve anche la qualità. Non contano solo i volumi di vendita, ma sono importanti anche i margini per prodotto\servizio.

Forse è il caso di fare una seria riflessione su questo aspetto, perché credo che anche in momenti difficili, esista una forte richiesta di prodotti di qualità, innovativi, dalle alte prestazioni, e probabilmente di un atteggiamento di “rottura” verso certe logiche appartenenti tutte al modo di pensare nazionale.

Anzi soprattutto in momenti come questi è imperativo conquistare posizioni di qualità e di eccellenza, anche se di piccola entità. Basta solo cogliere il trend.