Nel contesto generale, vastissimo e dalle molte implicazioni, quale quello della lotta e del contenimento delle infestazioni murine in senso lato, mi limiterò a considerare soltanto gli aspetti che concernono le industrie alimentari, cioè la difesa delle derrate in tutte le loro fasi di lavorazione, dalla condizione di materia prima fino alla condizione di prodotto finito, confezionato e pronto per essere avviato al consumo umano.

E questo certamente un contesto decisamente speciale e delicato nel quale un certo modo di operare, che può avere un senso in occasione di disinfestazioni, in tante altre situazioni, nel caso esula da qualsiasi logica responsabile di applicabilità e dobbiamo giocoforza dare importanza estrema ad altri principi e ad altre logiche di intervento con una determinazione ed una convinzione che può stentare assai ad essere acquisita da chi di dovere.

E prima di essere più esplicito su quella che in tempi abbastanza rapidi, a mio avviso, dovrà essere l’unica possibilità e l’unica logica ragionevole per una difesa efficace delle industrie alimentari, debbo richiamarmi ancora ad una considerazione di fondo, di valenza più generale e da me già espressa in altre occasioni.

IL METODO DELLE ESCHE

Ancora oggi, quando tutto da tempo ormai si evolve sulla base di continue innovazioni tecniche, talvolta anche assai sofisticate, è preoccupante constatare quanto sia ancestrale, saldamente persistente, sostanzialmente immutato e di gran lunga prevalente il criterio seguito per risolvere il problema dei roditori infestanti gli ambiti in cui l’uomo vive e svolge le sue attività: cioè quello di fare assumere a questi animali, in quantità adeguata e veicolandolo e camuffandolo in una sostanza ritenuta appetita, un principio tossico che, alternandone gravemente alcuni meccanismi fisiologici, ne induca la morte in tempi più o meno brevi.

Tutto ciò che in epoche a noi sempre più prossime può avere rappresentato qualche forma di progresso non ha riguardato la sostanza del criterio medesimo, ma soltanto la disponibilità di principi attivi più efficaci, caratterizzati da nuovi meccanismi di azione e sotto certi aspetti più sicuri, ed un modo in qualche misura più responsabile di impiegarli.

C’è poi da rilevare che tale atteggiamento riguarda tutto il mondo civile e su di esso continua ad essere assestato il settore dei formulatori di principi attivi e di esche, di coloro che concepiscono, realizzano e distribuiscono congegni che dovrebbero renderne più ecologica ed efficace l’applicazione, delle imprese di disinfestazione, di tutti coloro che svolgono il ruolo di esperti, di consulenti, di ispettori, con apparente soddisfazione (soprattutto economica) di tutti, salvo di coloro che soffrono del problema roditori e non se lo vedono mai risolvere in misura soddisfacente.

LA PREVENZIONE

Nel contempo, sempre parlando a livello generale, l’alternativa della realizzazione di seri e consistenti interventi di prevenzione delle infestazioni (con tutti i risvolti che essa può assumere nei diversi contesti), che pur costituisce un capitolo fondamentale in tutti i manuali di lotta ai roditori (e dovrebbe rappresentare una integrazione sostanziale anche nel caso di necessità di impiego del mezzo chimico) non ha mai trovato e continua a non trovare una adeguata considerazione e a non essere compresa nel suo reale significato, tanto da restare una mera opzione che si è restii a realizzare seriamente, soprattutto perchè implica investimenti cospicui quando il problema che deve prevenire non è ancora insorto.

L’INDUSTRIA ALIMENTARE

Fatta questa considerazione di carattere generale vorrei affermare con la massima convinzione che se questo modo di procedere (esche tossiche gestite con varie strutture protettive e scarsa ed inesistente prevenzione) può trovare ancora ragionevole e duraturo impiego in tanti altri ambiti antropici, esso trova ormai difficoltà crescenti ad essere accettato ed applicato utilmente nel settore delle industrie alimentari.

Nel contesto specifico infatti, al di là delle esigenze sempre più perentorie e specifiche da parte dell’opinione pubblica in materia di igienicità degli alimenti (che già di per se comportano provvedimenti legislativi sempre più restrittivi e vincolanti), tutta una serie di incongruenze e di limiti che caratterizzano le esche tossiche ed il loro uso (ancorchè limitato alle aree più esterne) lascia ragionevolmente intravedere il loro abbandono in tempi abbastanza rapidi e l’affidamento della difesa esclusivamente ad opere di prevenzione. Opere rigorosamente eseguite nella fase stessa di progettazione degli edifici, prima che le infestazioni insorgano, e quindi, esclusivamente dipendenti dalla convinzione, dalla lungimiranza e da una politica di adeguati investimenti degli imprenditori-produttori di alimenti. La coscienza che nel settore specifico le cose si stiano evolvendo in questo senso è ormai molto più diffusa di quanto in realtà, per evidenti ragioni commerciali, non venga apertamente manifestato.

Ciò che ha consolidato ulteriormente la mia convinzione in tal senso è stato anche il fatto che per la prima volta, in un contesto internazionale, quale è stata la Conferenza appena conclusa, mi è capitato di cogliere chiaramente, nelle relazioni degli esponenti di due grosse società straniere impegnate fino a pochi anni fa in una determinata promozione di esche tossiche di nuova concezione, il disagio, per quanto riguarda le industrie alimentari, di insistere eccessivamente sull’uso del mezzo chimico, e la decisione di sollecitare una maggiore attenzione ad opere di prevenzione o, quantomeno, all’uso di alcuni mezzi alternativi la cui validità è comunque al momento tutta da dimostrare. Voglio anche aggiungere che anche molti rappresentanti di imprese che offrono servizi di disinfestazione e che, quando i risultati non sono quelli attesi, sono i primi ad essere messi sotto accusa sia da coloro che commissionano i servizi sia da eventuali loro consulenti, sono i primi a rendersi conto ed a lamentarsi delle difficoltà cui vanno incontro, soprattutto per la scarsa manutenzione degli stabili o per una pulizia poco accurata o inadeguata: tutti aspetti che spesso vanificano il loro impegno.

L’IMPIEGO DELLE ESCHE TOSSICHE

Resta comunque assodato, che l’esclusione di materiali tossici quantomeno dai locali ove si manipolano e si conservano alimenti è già una pratica adottata da qualche tempo e una condizione pretesa da coloro che sono preposti a garantire e/o a verificare una adeguata condizione di igienicità dei luoghi di produzione.

Per quanto riguarda invece le affermazioni da me espresse relativamente al fatto che anche destinare l’uso di esche tossiche alla sola realizzazione di cinture perimetrali più o meno esterne agli edifici può creare più problemi di quanti si pensi di risolvere (convinzione da me maturata solo in occasione di specifiche recenti esperienze), è opportuno che adduca qual ulteriore chiarimento:

  • tali cinture periferiche si possono realizzare solo con esche a base di un principio attivo anticoagulante e debbono risultare distribuite ad intervalli regolari, in appositi contenitori, tutto intorno all’edificio da proteggere. L’intercettazione di tali esche da parte di topi e/o ratti che si avvicinano all’edificio dovrebbe avvenire prima che essi possano entrarvi attraverso qualche varco. In realtà accade nella maggior parte dei casi che l’azione cronica (cioè in qualche misura ritardata) dell’anticoagulante ammesso che ne sia stata assunta una dose letale, consente comunque ai soggetti intossicati di raggiungere l’edificio, di penetrarvi e di morire all’interno;
  • è poi stato inequivocabilmente dimostrato che una buona parte del materiale tossico, disposto in contenitori protettivi che subiscono una prolungata esposizione solare, risulta rapidamente degradato e reso inservibile dalle alte temperature che vengono a determinarsi all’interno dei contenitori medesimi;
  • un ulteriore inconveniente per le esche disposte nei locali periferici o all’esterno dei medesimi deriva dal fatto che in certe fasi stagionali esse subiscono un significativo consumo e un deciso abbattimento dell’appetibilità da parte di una congerie di animali invertebrati che ne sono attratti, non ne sono intossicati e finiscono per vedere favorire l’incremento delle loro popolazioni in prossimità degli edifici dai quali è opportuno che gli stessi siano esclusi.

CAMBIARE METODO

Nel caso delle industrie alimentari la ormai riconosciuta limitatezza del mezzo chimico (dipendente da una serie di fattori dei quali alcuni sono stati appena illustrati), mi fa ritenere che sia venuto il momento di sostenere con convinzione che gli imprenditori che desiderino effettivamente garantirsi la migliore protezione possibile debbono cambiare radicalmente atteggiamento di fronte al problema ed impegnarsi in un’opera radicale di "impermeabilizzazione" e di adeguamento delle strutture interne ed esterne dei propri locali di produzione.

E’ evidente che il perseguimento di questo obbiettivo non è cosa da poco e non può comunque accadere in tempi brevi. Tanto che si rende necessaria un’opera di persuasione pervicace, assidua e che parta da più fronti contemporaneamente.

Questo nuovo approccio, oltre che non facilmente comprensibile ed accettabile nell’immediato da tutti gli imprenditori, richiede investimenti iniziali sicuramente onerosi (anche se largamente ripaganti in tempi lunghi) e potrebbe risultare insostenibile per molti di essi.

È evidente che la soluzione ottimale, sulla linea di questo approccio, dovrebbe consistere nel poter disporre di nuovi edifici per i quali, già in fase di progettazione, siano state previste opere, materiali e accorgimenti tali da risultare in grado di impedire, a qualsiasi livello, la penetrazione di individui della dimensione di un topo domestico.

In realtà al momento siamo ben lungi da questa condizione, in quanto gli imprenditori già cercano di economizzare sui budget da destinare a limitate opere di risanamento che potrebbero ridurre il problema di infestazioni già in atto e l’idea di costruire ex novo edifici a prova di topo è ben distante da essere presa in seria considerazione.

Allo stato attuale, poi, non esistono per quanto io sappia, progettisti che dispongono delle essenziali nozioni di base che potrebbero realmente permettere loro di capire quali sono le soluzioni tecniche ed i materiali idonei per consentire una reale esclusione di questi animali.

Pertanto posso concludere con le seguenti affermazioni:

  • Nel settore della difesa delle derrate alimentari la lotta ai roditori non potrà mai portare a risultati soddisfacenti e duraturi fintanto che l’uomo cercherà la soluzione solo nell’impiego di esche rodenticide (che è in sostanza quello che oggi si fa per larga parte). Troppi e spesso insuperabili sono i fattori di natura biologica, comportamentale e chimica che limitano o invalidano pesantemente il successo di questa tecnica; 2) una protezione adeguata delle nostre derrate si potrà avere soltanto con opere e provvedimenti tempestivamente e specificamente progettati, che al l’atto pratico garantiscono una efficace inaccessibilità dei roditori a contatto delle derrate medesime, costi quello che costi. Si parla in sostanza di quella parte sostanziale del capitolo prevenzione che auspica il perseguimento di una reale esclusione. Condizione, quest’ultima, che qualora fosse perseguita per edifici fin dalla loro fase di progettazione (e non come conseguenza di un riadattamento secondario) automaticamente renderebbe inutile il ricorso alle esche tossiche.
  • E’ ovvio che, queste impegnative considerazioni di fondo possono portare ad un nuovo modo di operare solo in tempi abbastanza lunghi. Tanto che al momento rimangono tutti i problemi di sempre cui quotidianamente è necessario in qualche modo far fronte responsabilmente con i mezzi di cui disponiamo. Accade in sostanza di trovarsi spesso di fronte ad una scarsa incisività dei mezzi correntemente adottati e ad un continuo tamponamento di situazioni critiche di problematica soluzione che, con un po’ più di impegno e determinazione potrebbero anche essere almeno in parte superate.
  • A tal proposito debbo poi rilevare che alla base di queste situazioni critiche spesso persiste ancora, da parte degli imprenditori, una buona dose di ignoranza e di disinteresse per il problema. Infatti, accanto alla cronica inadeguatezza delle strutture degli edifici, esistono (dobbiamo dirlo senza riserve) motivi di ordine psicologico o di ordine più o meno speculativo, connessi con l’atteggiamento di molti imprenditori (in particolare dei panificatori), soprattutto piccoli e medi, che li porta a conservare, ancor oggi, una totale o comunque discreta ignoranza circa la reale portata di questo tipo di problema, oppure ad avere una eccessiva tolleranza o una scarsa attenzione nei con fronti del medesimo, con tendenza, finché possibile, a minimizzarlo, se non quando richiamati alla realtà da situazioni evidentemente sconvenienti o da regole ineludibili imposte da qualche normativa.

L’IGIENE

In non pochi casi a ciò si associa anche il mantenimento di una sostanziale scarsezza di igiene dei locali di lavorazione e di deposito delle materie prime e del prodotto finito, cosa che diversi imprenditori sono in realtà poco propensi a considerare e a modificare. A tale proposito, sulla base di quanto mi è capitato di rilevare in questi ultimi tempi in diverse regioni italiane, come considerazione conclusiva mi viene da osservare che neppure l’ormai famoso decreto legislativo n° 155/97 sull’autocontrollo nelle aziende alimentari (sistema HACCP), che prevede l’individuazione e la gestione dei rischi chimici, fisici e biologici nell’ambito delle stesse, e che certamente può dare un contributo determinante anche ad un consistente ridimensionamento del problema specifico dei roditori abbia fino ad oggi inciso significativamente su questo atteggiamento.

Cosa che sembra dipendere dal fatto che le stesse visite di controllo degli ispettori delle ASL rimangono al momento dei fatti piuttosto aleatori e, nel caso, con valutazioni spesso non conformi tra provincia e provincia.