INSETTI STRISCIANTI

SPECIE MENZIONATE

Parlando di “insetti striscianti” vengono subito in mente vermi, bruchi, e larve, eppure con questo termine chi opera nel settore dell’igiene ambientale comprende quelle specie, infestanti che colonizzano prevalentemente le superfici (pavimenti, pareti, ripiani, strutture, ecc.).

Inoltre il termine insetto è usato talvolta impropriamente poiché in tale raggruppamento vengono inclusi acari, zecche, ragni, scorpioni, millepiedi, e porcellini di terra. Quindi possiamo affermare che questa classificazione, lungi dall’essere propriamente entomologica, risulta invece ottimale in termini pratici, in quanto presuppone una certa uniformità nella modalità di trattamento disinfestante, mirato alle superfici maggiormente frequentate dagli artropodi in questione.

Tra gli insetti striscianti i più classici ed anche i più diffusi sono rappresentati dalle blatte, dalle pulci e dalle formiche; vi sono inoltre le lepisme, i dermestidi dei tappeti e delle case, nonché agli artropodi quale già citati scorpioni, ragni ed acari.

Altri ancora sono dal punto di vista del disinfestatore di importanza relativa, per 1′ occasionalità della loro presenza a livelli di danno; citiamo ad esempio i grilli del focolare, le forbicine, i coleotteri delle cantine, i pidocchi dei libri (psocotteri), i collemboli, ecc.

BLATTE

Le blatte sono insetti arcaici, di ogni dimensione, da molto piccole a gigantesche; hanno forma appiattita, lunghe antenne filiformi, zampe spinose e un paio di vistose appendici addominali (cerci).

Generalmente sono provviste di due paia di ali, di cui le anteriori, leggermente coriacee, vengono tenute piatte sul dorso; volano comunque raramente ed alcune specie, come la Blatta orientalis, hanno femmine con ali ridotte.

Delle 3.500 specie conosciute, 400 circa sono presenti in Italia, ma sono pochissime quelle dannose per l’uomo, poiché la maggior parte vive tra la vegetazione. Le più note e diffuse sono lo scarafaggio comune (Blatta orientalis) e la blatta grigia (Blattella germanica), ma gli operatori d’igiene ambientale devono sapere riconoscere anche altre due specie ampiamente diffuse; il grande scarafaggio americano (Periplaneta americana) e la blatta dei mobili (Suppella longipalpa = Suppella suppellectilium).

Forniamo una classificazione riferita ad alcuni tra gli habitat di elezione (naturalmente da non considerare in maniera troppo rigorosa). Aggiungiamo un ulteriore classificazione di tipo “climatico”.

AMBIENTI FRESCHI
Blatta orientalis
AMBIENTI CALDI
Supella longipalpa
AMBIENTI CALDO/UMIDI
Blattella germanica e Periplaneta americana
AMBIENTI FRESCO/UMIDI
Periplaneta americana

LA LOTTA ALLE BLATTE

CICLO BIOLOGICO

Varia in funzione della specie ed è importante conoscerlo ai fini di un corretto programma di disinfestazione.

Per quanto riguarda la B. germanica: l’ooteca schiude in 14-20 giorni; lo sviluppo delle forme giovanili (simili nell’aspetto agli individui adulti, ma senza ali -neanidi- e successivamente con abbozzi di alari -ninfe-) si svolge in 1-2 mesi richiedendo 5-7 mute.

L’ooteca di Supella Longipalpa schiude 40 giorni dopo la sua deposizione ed il ciclo completo ha la durata di 3 mesi in condizioni ottimali.

Periplaneta Americana depone ooteche che schiudono dopo 1-1,5 mesi. Il ciclo può variare in relazione alla temperatura e alla umidità da 6 mesi a 3 anni.

Gli stadi giovani crescono attraverso una decina di mute.

 

Per tutte le specie citate i cicli, durante l’anno si accavallano e troviamo nello stesso tempo adulti, neanidi e ninfe di ogni età, nonché ooteche. E’ bene ricordare che queste ultime sono le forme più resistenti agli agenti ambientali, fisici e chimici, quindi insetticidi compresi.

Il potenziale biologico della B. germanica consiste in 4-8 ooteche per femmina contenenti ciascuna 37-44 uova, per un totale di 148-352 discendenti per femmina.

Il numero degli eredi di una B. orientalis femmina sarà invece 128-144 fuoriusciti da 8 ooteche contenenti ognuna 16-18 uova.

ETOLOGIA

Le blatte vivono in maniera gregaria e tale comportamento sembra essere sollecitato da feromoni, chiamati infatti “di aggregazione”, contenuti nelle feci.

Posseggono inoltre delle ghiandole speciali, poste nell’addome, che secernano un liquido nauseabondo che funziona da repellente per gli altri insetti; tali ghiandole prendono il nome di “ghiandole repugnatorie” e 1’odore emesso è percepibile anche dall’uomo in quei luoghi in cui vi è una elevata concentrazione di blatte.

Generalmente sono attive nelle ore notturne; vederle alla luce del giorno presuppone l’esistenza di una notevole infestazione.

Infatti in tali orari solitamente riposano in zone oscure e riparate. Istintivamente rifuggono la luce; infatti se di sera accendiamo improvvisamente l’interruttore della luce in un locale infestato, vedremo le blatte, che stavano liberamente scorrazzando, precipitarsi fulmineamente nelle zone più riparate ed oscure della stanza.

Dal punto di vista alimentare sono onnivore e banchettano indifferentemente tra i rifiuti o sui piatti della più raffinata “nouvelle cuisine”. Hanno capacità corsorie notevoli (sono velocissime!) ma, differenza fondamentale ai fini di una corretta disinfestazione, la B. germanica si arrampica con perizia su superfici verticali lisce e soffitti, che verranno quindi trattati, mentre la B. orientalis non è in grado di competere in quanto non possiede ventose sotto le zampe.

SCHEMA DI LOTTA

Riconoscere innanzitutto la specie infestante. Definire quindi il perimetro dell’area su cui intervenire in modo da evitare pericolose fughe in zone adiacenti non infestate e di conseguenza non trattate, che diverrebbero vere e proprie “zone rifugio”.

Occorre quindi prima di incominciare i lavori di disinfestazione veri e propri effettuare un attento monitoraggio, utilizzando delle trappole collanti e/o degli spray che abbiano un attività stanante come ad esempio quelli a base di piretro.

PROTOCOLLI DI INTERVENTO

LOTTA RESIDUALE

  • Scegliere le superfici da trattare e valutarne l’estensione.
  • Preparare le superfici: lo sporco eccessivo può inattivare rapidamente il prodotto usato, vanificando il piano d’intervento.
  • Preparare con attenzione la soluzione/sospensione d’uso.
  • Verificare le attrezzature.
  • Operare secondo le corrette norme di sicurezza: rispettare le indicazioni riportate in etichetta sui dosaggi, avvertenze e modalità d’uso (attenzione a sostanze alimentari, persone e animali presenti nell’ambiente); utilizzare sistemi di protezione adeguati.
  • Trattare in senso centripeto, ossia partendo dal perimetro esterno dell’area seguendo una “tattica di accerchiamento del nemico”. Irrorare le zone del battiscopa, gli angoli, le fessure, le crepe e sotto e dietro mobili, macchinari, lavelli, ecc.
  • Intervenire sugli impianti elettrici con insetticidi apolari e, comunque, non utilizzare mai per queste soluzioni acquose o insetticidi contenenti acqua.
  • Se l’infestazione è causata da B. germanica operare anche sulle superfici verticali, soffitti, cappe, ecc. dove si possono annidare gli insetti.
  • Attendere che le superfici asciughino ed arieggiare i locali prima di soggiornarvi nuovamente.
  • Verificare i risultati in maniera oggettiva.
  • Certificare sempre i trattamenti su appositi moduli o diario dei lavori.

LOTTA ABBATTENTE

In alcuni casi è inoltre consigliata, con le dovute precauzioni, una nebulizzazione finale a forte carica abbattente.

TRAPPOLE

Ad attrattivo alimentare o feromone di aggregazione, con superficie collante: sono utili soprattutto per il monitoraggio e per l’identificazione della specie infestante, per la valutazione del grado d’infestazione e per l’individuazione dei punti di maggior concentrazione degli insetti.

BONIFICA AMBIENTALE

  • Pulizia dell’ambiente.
  • Corretta gestioni di alimenti e rifiuti.
  • Ristrutturazione degli edifici.

CALENDARIO DEI TRATTAMENTI

Intervenire periodicamente con trattamenti cadenzati nelle strutture a rischio (p.es. ospedali, cucine, ristoranti, ecc.).

L’intervallo varierà in funzione della specie, della gravità della infestazione, dei fattori ambientali predisponenti lo sviluppo delle blatte (temperatura, umidità, presenza di cibo e anfratti per gli insetti, ecc.). Si potranno quindi eseguire da 4 a 13 trattamenti in un anno.

Far coincidere le date dei trattamenti programmati con i periodi di maggior proliferazione che in genere coincidono con l’accensione e lo spegnimento degli impianti di riscaldamento.

PERCHÈ INTERVENIRE: LE MALATTIE

La blatta è morfologicamente predisposta a raccogliere germi e sporcizia che trova sul suo cammino.

Oltre a veicolare microbi col corpo con le zampette spinose e con le lunghe antenne li dissemina nell’ambiente attraverso le deiezioni e rigurgiti.

 

Quante volte siamo stati colti da leggera dissenteria dopo avere mangiato in luoghi pubblici, mense o alberghi poco puliti? Abbiamo così incolpato il cibo, forse non proprio fresco, ma è più probabile che siano stati gli scarafaggi i quali, durante le loro scorribande notturne hanno trasportato qualche enterobattero, rimasto poi su pane o cibi non protetti o sulle stoviglie.

Poteva andarci peggio: una salmonellosi! Queste sono le forme patologiche più diffuse dalle blatte, ma non bisogna scordare che in luoghi a rischio, quali ospedali e comunità in genere, il potenziale biologico d’infezione e contagio è superiore e più pericoloso.

Ricordiamo infatti che oltre i batteri responsabili di gastroenteriti (Escherichia coli) e salmonellosi (Salmonella spp.), gli scarafaggi sono vettori Staphylococcus responsabili di ascessi, Pseudomonas che producono infezioni, Shigella, Proteus, Mycobacterium e addirittura Pasterella pestis (rilevata sugli insetti in un focolaio di peste ad Hong Kong), per un totale di ben 48 ceppi di batteri patogeni.

Possono inoltre diffondere protozoi, nematodi e cestodi, pericolosi per l’uomo.

LE PULCI

Sono gli infestanti più comuni, dopo le blatte, in ambiente urbano. Il randagismo per lo più felino e la presenza di ratti sono le fonti di infestazione di scantinati, solai, aree dismesse, depositi, ecc.; da questi le pulci possono poi invadere abitazioni ed uffici adiacenti.

Le specie relative agli ospiti specifici sono la pulce del gatto (Ctenocephalides felis), la pulce del cane (C. canis) e quella del ratto (Xenopsylla cheopis).

Ogni femmina produce nella sua vita, che dura anche un anno, diverse centinaia di uova. Le larve vermiformi vivono negli interstizi dei pavimenti, nei ricoveri degli animali, tra i peli di tappeti e moquette; si mimetizzano ricoprendosi di detriti, polvere e rifiuti, fonti tra l’altro di cibo.

Dopo tre brevi stadi di crescita, le larve mutano in ninfe, immobili ed anch’esse ben mimetizzate, dalle quali usciranno le pulci adulte pronte a saltare su un ospite specifico per succhiarne il sangue.

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In mancanza di questo possono assalire e pungere persone che si trovino a passare nei paraggi.

In condizioni ottimali il ciclo completo si conclude in circa tre settimane. Possono quindi susseguirsi parecchi cicli in un anno, concentrati in particolare nei mesi estivi.

Per il controllo delle pulci bisogna fare un pri mo trattamento ad elevato potere abbattente per risolvere il problema immediato determinato da gli insetti adulti.

Quindi eseguire un’accurata pulizia per eliminare polvere, detriti, rifiuti e con essi uova e stadi giovanili. Utilizzare aspirapolveri forniti di sacchetto di carta asportabile, che verrà distrutto. Lavare tutte le superfici che saranno nuovamente trattate con un insetticida residuale.

Anche le pulci possono trasmettere patologie all’uomo e agli animali, per esempio la teniasi provocata dal Dipilvdium caninuni.

LE FORMICHE

Le specie più comuni che possono penetrare nelle abitazioni, nei magazzini, negli ospedali e negli edifici in genere sono le seguenti:
FORMICA ARGENTINA
(Iridomyrmex humilis)
FORMICA FARAONE
(Mononzorium pharaonis)
FORMICA NERA
(Lasius niger)
FORMICA ROSSA
(Pheidole pallidula)
FORMICA RIZZACULO
(Crematogaster scutellaris)

Vivono in colonie (formicai) formate da una o più regine fertili e da parecchie operaie sterili che si occupano della gestione del nido: accudiscono regina e uova, allevano e nutrono le larve, curano le pupe, mantengono pulito il formicaio, lo riparano e lo allargano, quando è necessario, raccolgono e immagazzinano cibo.

Alcune operaie, chiamate soldati e morfologicamente differenti (hanno la testa più grossa), si dedicano infine alla difesa della colonia. Le formiche sono presenti tutto l’anno negli ambienti riscaldati e sono generalmente più invadenti nei mesi primaverili ed estivi, quando la ricerca del cibo è una delle attività preponderanti e le colonie sono in fase di sviluppo. La sciamatura delle alate, maschi e femmine fertili che fonderanno nuove colonie, avviene in estate.

Le formiche sono onnivore; alcune specie prediligono alimenti zuccherini, altre sostanze proteiche, altre fanno incetta di semi, altre ancora allevano afidi e cocciniglie per la melata.

Quando trovano una fonte di cibo, per es. rifiuti, vi arrivano seguendo sempre lo stesso percorso. Lo schema di lotta prevede l’individuazione e la distruzione dei nidi.

A questo scopo si possono anche utilizzare delle esche alimentari avvelenate che agiscono quando vengono trasportate dentro il formicaio. Questo metodo diventa poco efficace quando la disponibilità alimentare è elevata e la scelta dei cibi varia.

I nidi possono trovarsi dentro gli edifici infestati, sotto i pavimenti, entro i muri, in fessure, interstizi e cavità varie, oppure all’esterno negli angoli dei palazzi o dei marciapiedi, nelle zone sterrate, nei prati o nei tronchi degli alberi, persino in luoghi distanti dalla infestazione.

Nel caso in cui le formiche provengano dall’esterno ed i nidi non siano stati individuati è necessario l’uso della lotta residuale che serve per creare delle barriere provvisorie e risolvere la situazione temporaneamente anche se con efficacia.

In seguito dovranno essere valutate caso per caso le tecniche e le ristrutturazioni atte ad impedirne nuovamente l’accesso.

La presenza di formiche negli ambienti confinanti è indice di scarsa igiene.

LE LEPISME

Più note come pesciolini d’argento per il loro aspetto, le lepisme che possiamo reperire negli edifici sono classificate secondo il tipo di ambiente.

La prima è più frequente negli appartamenti, nei magazzini, nella biblioteche, negli archivi; la seconda predilige le panetterie e le cucine.

 

Lepisma saccarina è ricoperta di squame argentate mentre Thermobia domestica ha una livrea più scura ed antenne e cerci molto più lunghi.

Questi insetti praticano una sorta di danza nuziale che permette la fecondazione indiretta della femmina, senza accoppiamento. Ogni femmina di lepisma saccarina depone 1-3 uova giornaliere, per un totale di 50-100 nella sua lunga vita, dalle quali fuoriescono neanidi simili agli adulti, ma più piccoli.

Dovranno compiere ben 50 mute per diventare degli insetti completi e questa crescita richiederà almeno 4 mesi.

Le lepisme sono attive di notte, così il loro numero aumenta progressivamente inosservato ed anche i danni commessi.

Si nutrono con tutto ciò che trovano sul loro percorso privilegiando le sostanze amilacee. Sono attratte dalla colla della carta da parati e da quella dei libri rilegati. Digeriscono anche carta, stoffa e pelli; possono così rovinare volumi pregiati, quadri, stampe, tappeti, moquette e carta da parati.

La lotta residuale è efficace ma bisogna scegliere prodotti che non alterino le caratteristiche dei manufatti di valore.

I RAGNI

I ragni non sono insetti, ma appartengono alla classe degli aracnidi, che si distinguono per avere 4 paia di zampe ed il corpo diviso in due sezioni, cioè capo e torace saldati ed addome; si riconoscono infine per assenza di antenne.

Formano l’ordine degli Arameidi che costituisce il gruppo più numeroso di aracnidi, contando ben 30.000 specie.

Tutti producono seta, che non sempre viene utilizzata per comporre ragnatele, ma anche per proteggere le uova ed i piccoli o per costruire la propria tana.

Tutti sono inoltre predatori e paralizzano le vittime inoculando veleno.

I maschi sono generalmente più piccoli delle loro compagne e si riconoscono per i palpi rigonfi.

In Italia non esistono ragni letali per l’uomo benché viva in un’areale limitato alla zona di Volterra un parente della Vedova Nera (Latrodectes Mactans); questo ragno nostrano, detto per l’appunto ragno volterrano (Latrodectes Tedecimguttatus) si riconosce per le 13 macchioline rosse sull’addome nero, vive nel terreno tra la vegetazione e se morde l’uomo può causare una grave forma di avvelenamento spesso accompagnata da febbre.

Comune nei nostri giardini è il ragno crociato (Araneus Diadematus) che tesse le tipiche ragnatele circolari con fili a spirale su una raggiera. Sverna, come molti altri rappresentanti di questo gruppo, alla stadio di uovo, protetto all’interno da piccole sfere di seta.

olcidi e Salticidi frequentano le nostre case: i primi colonizzano gli angoli, dove costruiscono vistose ragnatele, i secondi percorrono gli ambienti a piccoli salti (da cui il nome) alle ricerca di prede.

La Tegenaria domestica, grosso ragno peloso e invece comune nelle cantine, dove realizza tele non appiccicose che servono ad avvisare il predatore del passaggio di una vittima. Magazzini, depositi ed industrie sono spesso visitate dagli aracnidi che possono trovare un habitat ideale per proliferare.

Per il loro regime dietetico, le infestazioni di ragni seguono solitamente quelle di altri insetti. Anche in questo caso è indicata la lotta residuale con prodotti di contatto.

Naturalmente è consigliabile eseguire prima del trattamento un adeguata pulizia comprendente la rimozione delle ragnatele.

La presenza di ragni è indice di scarsa igiene e trascuratezza ambientale.

I DERMESTIDI

Nelle abitazioni sono comuni due specie di piccoli coleotteri dei tappeti: Anthrenus verbasci e Attagenus pellio.

 

Gli adulti sono floricoli ed entrano nelle case per deporre (circa un centinaio di uova per femmina). Le larve, riconoscibili dal corpo ricoperto di setole (A. verbasci) e dal lungo ciuffo di peli all’estremità addominale (A. pellio), sono responsabili di danni a tappeti di lana, pellicce, piumini, manufatti in pelle ed animali impagliati.

In condizioni ottimali il ciclo si svolge in tre mesi anche se in genere si ha una sola generazione in un anno.

Lavaggi, spazzolature, uso di aspirapolvere sfavoriscono lo sviluppo di questi insetti.

Nel corso di forti infestazioni si attua la lotta residuale che garantisce una protezione duratura. Anche in questo caso bisogna scegliere prodotti che non alterino le caratteristiche di manufatti di valore.

GLI SCORPIONI

Anche gli scorpioni non sono insetti che appartengono anch’essi alla classe degli aracnidi.

Posseggono due appendici boccali trasformate in pinze ed un addome allungato e terminante con un uncino ricurvo: il pungiglione.

Gli scorpioni italiani appartengono al genere Euscorpius e non sono pericolosi per l’ uomo nonostante possono pungerlo.

Le specie più comuni sono Euscorpius flavicaudis (scorpione dalla coda gialla) originaria dell’Europa meridionale e l’affine Euscorpius italicus (scorpione italico) sono piccoli rispetto alle pericolose specie straniere (già nella vicina Francia esistono scorpioni velenosi come il Buthus occitanicus, giallastro e di dimensioni superiori); misurano infatti da adulti 3-5 cm (E. italicus) e 3-4 cm (E. flavicaudis) e sono di colore bruno scuro.

Nell’Italia settentrionale, soprattutto in Alto Adige troviamo anche l’ Euscorpium germanus (scorpione germanico), presente fino a 2.000 m di altezza.

Le femmine sono delle madri premurose che accudiscono la prole, portandola costantemente sul dorso fino a quando i piccoli non diventano autosufficienti.

Questi sono di aspetto simile all’adulto e per crescere compiono diverse mute.

Vivono in luoghi riparati, bui ed umidi; possono trovare un habitat ideale in sottoscale, cantine, lavanderie, legnaie di case rustiche. Gli scorpioni sono predatori attivi nelle ore notturne.

Si cibano di altri artropodi che catturano con i cheliceri (le pinze) ed uccidono con il pungiglione.

Quando è necessaria si attua la lotta residuale.

GLI ACARI

Si tratta di una sottoclasse appartenente anche questa al gruppo degli aracnidi. Se vogliamo essere pignoli definiremo le zecche, di cui parleremo in seguito come acari dell’ordine Parasiti formes; mentre gli acari, come generalmente vengono intesi, fanno parte dell’ordine degli Acari formes.

Questi ultimi hanno colonizzato ogni habitat: piante, terreno, esseri viventi, derrate immagazzinate e perfino gli ambienti domestici.

Tra gli acari che infestano il verde ricordiamo gli Eriofidi che formano galle ed i Teranichidi o ragnetti rossi che si nutrono della linfa delle foglie decolorandole (per esempio Panonycus ulmi); possono anche ricoprire la vegetazione con una fitta tela sericea sotto la quale vive la popolazione di acari (per esempio Tetranvcus urticae).

Gli acari che vivono, come parassiti o come soprofiti, su altri esseri viventi sono parecchi. Gli ospiti possono essere innumerevoli, dagli insetti, come api, formiche, mosche, ai mammiferi, finanche all’uomo: ricordiamo l’acaro della scabbia (Sarcoptes scabiei), l’acaro della mietitura (Tionzbicula autnzzniialis) che provoca l’eritema autunnale e il più innocuo Deniodex folliculorum che vive nei follicoli piliferi umani soprattutto nelle pieghe nasali.

Nelle nostre case infine abitano minuscoli inquilini: sono gli acari della polvere, ragnetti dal corpo globoso ricoperto di setole.

 

I Piroglifidi, i maggiori rappresentanti di questo gruppo, si sviluppano in condizioni ottimali in un mese. La femmina depone diverse decine di uova (circa una al giorno) nel corso della sua lunga vita (100-150 giorni). Da queste schiudono larve esapode che, in breve tempo, attraverso una fase quiescente di due giorni, mutano in protoninfe con 8 zampe, quindi in tritoninfe ed infine, sempre attraverso una fase quiescente, si trasformano in adulti. In ambienti favorevoli le generazione si susseguono e si accavallano.<

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Gli acari possono essere causa di reazione allergiche di varia entità (rinite, asma, dermatiti).

Spesso ci si accorge dell’insorgere di forti infestazioni dall’aggravarsi di tali reazioni allergiche.

Ciò di solito coincide con la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno; si creano infatti le condizioni ottimali per lo sviluppo degli acari della polvere, cioè un’elevata umidità ambientale (U.R. 60-90%) ed una buona dose di caldo (20-25°C). Inoltre ambienti caldo-umidi possono incrementare la presenza di muffe e spore fungine, base alimentare di alcuni acari Glicifagidi.

Anche rappresentanti della famiglia Acaridi si possono reperire nella polvere, ma in misura limitata, prediligendo come habitat le derrate alimentari.

La lotta agli acari è problematica e non standardizzabile. Si può intervenire sia agendo sui fattori limitanti lo sviluppo, che utilizzando mezzi chimici. Nel primo caso di minuendo l’umidità e la temperatura ambientale ed eliminando dai locali moquette, tendaggi, tappeti, peluches ed altro che posso trattenere polvere ed acari. Nel secondo caso con trattamenti ambientali di vario genere (abbattenti e/o residuali) dopo attenta valutazione di un perito.

LE ZECCHE

Le zecche appartengono alla sottoclasse degli acari e rappresentano fin dall’antichità un grande pericolo per l’uomo e per numerosi animali a causa delle numerose malattie che possono trasmettere: borelliosi (malattia di Lyme), rickettosi (febbre Q.), spirochetosi, arbovirosi, piroplasmosi, ecc.

Le zecche più comuni appartengono alla famiglia degli Ixodidi (zecche dure) e a quella degli Argasidi (zecche molli dei colombi).

Il ciclo biologico (uovo, larva, ninfa, adulto) può essere complesso interessando più ospiti intermedi ed anche la durata è assai variabile da pochi mesi ad alcuni anni.

Questi artropodi succhiatori di sangue presentano alcune curiosità, ad esempio le forme giovanili hanno sei zampe mentre gli adulti otto come ogni aracnide che si rispetti e, cosa ancor più stupefacente, riescono a sopportare lunghi periodi di digiuno, anche più di un anno, nell’attesa di poter parassiterizzare il loro ospite.

La lotta può interessare grandi aree soprattutto ove viene praticata la pastorizia oppure ove vi siano problemi di randagismo canino nonché nelle aree urbane a grande infestazione di piccioni.

Da ciò consegue la necessità di tenere sotto controllo il fenomeno del randagismo e di occuparsi attivamente degli stormi di colombi delle nostre città.

Per quanto concerne la lotta nelle aree infestate o potenzialmente a rischio è importante effettuare trattamenti residuali con irrorazioni di prodotti ad attività insetticida-acaricida avendo cura di bagnare bene.

Pratica di una certa importanza risulta anche l’intervenire asportando le feci dei colombi e procedendo anche ad interventi complementari di disinfezione.

Per i ricoveri degli animali da reddito o d’affezione è bene organizzare interventi periodici in quanto la diffusione di questi parassiti sta interessando sempre più vaste aree con catene “epidemiologiche” sempre più ramificate dalle piazzole di parcheggio e ristoro delle autostrade (zecche dure dei cani) ai sottotetti delle nostre case (zecche molli dei piccioni).

LE COMPETENZE PROFESSIONALI

Le risorse umane e le relative competenze e motivazioni sono di fatto il nocciolo della questione.

A nostro avviso la consapevolezza dell’importanza igienica dei servizi di disinfestazione dovrebbe rappresentare lo stimolo professionale di partenza. E’ doveroso in questo contesto fare un accenno all’ Integrated Pest Management come la realizzazione di un sistema di lotta integrata in cui interagiscono anche visioni gestionali di più ampio respiro.

Come nella Qualità, anche in questi nuovi approcci professionali, l’importante è crederci, non come atto di fede, ma come un razionale e dovuto tributo alle nuove necessità produttive.

INFORMARE/FORMARE ED ADDESTRARE

Abbiamo in questo contesto utilizzato la terminologia che il legislatore adotta nell’ambito della sicurezza in quanto la professionalità di un “disinfestatore” deve comprendere in maniera inscindibile sia la competenza tecnica che le relative norme di sicurezza intesa in senso lato: la propria, l’altrui, senza dimenticare l’ambiente.

Per tornare al profilo professionale del disinfestatore possiamo sottolineare la necessità di conoscere le caratteristiche tecniche dei prodotti che utilizza, delle attrezzature e dei dispositivi di protezione individuali. Deve inoltre essere ben informato sulle tecniche applicative: dove, come e quando operare e a ciò si aggiunge una competenza generale dei parassiti e la tossicologia dei principali prodotti e relativi principi attivi utilizzati.

Il profilo professionale si completa con un po’ di familiarità nel contesto dell’impiantistica, soprattutto elettrica, e con un discreto grado di capacità nell’eseguire piccole manutenzioni.
Soprattutto deve essere nelle condizioni di sapere quello che non deve fare e perciò dovrebbe disporre di dettagliati protocolli operativi. Anche la capacità di avere buoni rapporti interpersonali è un bagaglio professionale di una certa importanza. Certamente il mestiere del disinfestatore, o del PCO (Pest Control Operator) per dirla all’inglese, sconfina un po’ nella tuttologia, e ciò rappresenta l’onere e l’onore di questa professione.

GLI ASPETTI BIO-ETOLOGICI DEI PARASSITI

Se, come consigliano i testi di strategia bellica, per combattere meglio il proprio nemico bisogna conoscerlo a fondo, anche nell’ambito della disinfestazione, che per l’appunto spesso si definisce come “lotta”, si deve attuare questo concetto.

Infatti la conoscenza dell’entità infestante è basilare per poter scegliere sia la tecnica che i mezzi più idonei allo scopo.
Innanzitutto è necessario definire di quale/i specie si tratta in base a molteplici indicazioni fornite dall’ambiente in cui si è determinata l’infestazione: danni, tracce, tane o rifugi possono aiutare, ma molto meglio è prelevare un campionamento per effettuare l’identificazione diretta tramite le caratteristiche morfologiche specifiche; molto spesso occorre l’esame microscopico.

Dopo questa fase si dovranno conoscere quante più informazioni possibili cominciando dal ciclo biologico, anche in funzione delle condizioni ambientali (temperatura, umidità e persino cibo possono far variare notevolmente i tempi di sviluppo).
Queste variabili sono anche importanti per definire le condizioni ottimali di vita e quelle limitanti. Per esempio, per ostacolare alcuni tipi di infestazione, si può agire variando la temperatura e/o l’umidità ambientale.

Studiare il ciclo biologico in questi termini consente di sapere quando agire, quale stadio colpire e fornisce gli strumenti per stabilire degli intervalli fra i trattamenti, quando questi, come ad esempio nel caso di blatte e pulci, non sono attivi verso rispettivamente le ooteche e le ninfe quiescenti.

Infine, ma di grande importanza, non bisogna tralasciare gli aspetti etologici dei parassiti: attrattività alla luce o fotofobia sono gli aspetti più sfruttati dal mercato, basta ricordare le trappole luminose per insetti volanti o i formulati spray stananti per le blatte.
Ma altri aspetti del comportamento si possono dimostrare utili ai fini di una lotta ragionata: per esempio sapere quando sono più attivi, se sono buoni volatori, quali preferenze alimentari hanno o che tipo di ripari ricercano solitamente. Conoscere è quindi il punto di partenza per ben operare.

CONCLUSIONI

Quanto esposto voleva indicare i vari ingredienti costituenti la “ricetta disinfestazione”.
Disporre degli ingredienti è un passo avanti per realizzare un buon servizio, ma così come nell’arte culinaria per ottenere dei manicaretti è necessaria l’opera di un cuoco preparato, anche nel nostro lavoro bisogna essere professionalmente preparati.

Pur rischiando di cadere nell’ovvio ricordiamo che il nostro lavoro di operatori ambientali richiede prudenza, competenza e buon senso. Concludiamo ricordando a tutti che il fatto di intervenire in qual si voglia settore migliorandone il livello igienico, quindi anche disinfestando, non rappresenta una spesa, ma un lungimirante e razionale investimento.

GLI INSETTI VOLANTI

SPECIE MENZIONATE

Certamente il metodo di classificazione (il criterio tassonomico, per gli accademici) è discutibile e al limite dell’ortodossia scientifica, ma sicuramente pratico anche se le specie che andremo ad approfondire, mosche e zanzare, ci pongono subito di fronte ad una contraddizione: la forma larvale di queste specie non volano affatto, ma è, innegabile che in ognuno di noi, anche il più accanito entomologo, quando sente parlare di ditteri, si affaccia alla mente un’entità volante. Questo però non ci farà trascurare anche gli aspetti tecnici di questo fondamentale tipo di lotta.

Inoltre, è innegabile che i lepidotteri (farfalle) sono anch’essi, nella forma adulta, insetti volanti e saranno trattati nel raggruppamento degli insetti delle derrate alimentari. Tutto ciò è fatto in nome della praticità, con la finalità di rendere “operativa” la consultazione del trattato.

MOSCHE

Per mantenerci fedeli al principio di semplicità classificheremo questi insetti raggruppandoli per habitat di elezione (vedi tab. 1).

CICLO BIOLOGICO

Uova

Tempo di schiusa: da 2 a mezza giornata in funzione della temperatura
Sviluppo larvale (due mute): da 20 a 4 giorni
Tempo di “sfarfallamento”: da 20 a 4 giorni dallo sfarfallamento all’accoppiamento passano da 1 a 2 giorni circa.
Dall’accoppiamento all’ovodeposizione trascorrono mediamente 3 giorni (min. 2 – max 9, sempre in funzione della temperatura).
La femmina depone le uova in gruppi di 100-200 per volta (circa 1.000-2.000 uova nell’arco della sua vita).
Il potenziale biologico è enorme, ma la sopravvivenza è mediamente dell’ 1 %.
Il numero di generazioni nell’arco dell’anno è di 10-15. Lo svernamento può avvenire in ogni stadio larvale.

ETOLOGIA

Le mosche allo stadio adulto possono cibarsi di alimenti liquidi; possono altresì liquefare sostanze solide (zuccheri) attraverso il rigurgito della saliva.
Allo stadio larvale si cibano di sostanze organiche, per lo più in fase di fermentazione. In genere gli adulti non si spostano molto dall’area da cui sono sfarfallati, ma non sono rare migrazioni di più ampio respiro allorquando avvengono per trasporto passivo (soprattutto su treni e/o aerei).
In genere la M. domestica si ritrova all’interno delle strutture durante le ore fredde, mentre si sposta all’esterno nelle ore più calde.

SCHEMA DI LOTTA (RIFERIMENTO MOSCA DOMESTICA)

In primo luogo è necessario chiarirsi bene gli habitat ove è più significativo intervenire (vedi tab.).

PROTOCOLLI DI INTERVENTO ADULTI

LOTTA RESIDUALE

  • Scegliere le superfici da trattare e valutarne l’estensione
  • Preparare le superfici (facoltativo) – spolverare – lavare per irrorazione
  • Preparare con attenzione la soluzione/sospensione d’uso.
    N.B.: è importante verificare lo stato d’efficienza delle attrezzature prima dell’intervento
  • Operazioni complementari (facoltative) – aggiungere alla soluzione: zucchero, melassa, latte in ragione dell’1%.
  • Lo scopo è quello di aumentare nella fase iniziale la frequentazione delle superfici trattate da parte delle mosche, soprattutto se si trattano parzialmente (a strisce) oppure se si impiegano superfici di richiamo, quali fogli di plastica (in particolare quando l’intervento avviene in locali vetusti, con pareti fatiscenti, sporche e molto assorbenti).
Vedi anche  Il disinfestatore impertinente

Norme di sicurezza:

  • Avere cura di ottemperare alle avvertenze riportate in etichetta, con particolare attenzione per quanto riguarda le sostanze alimentari e la presenza di persone o animali.
  • Controllare il proprio corredo: maschere, filtri, abbigliamento
  • Effettuare con cura il trattamento rispettando i dosaggi unitari
  • Attendere che le superfici asciughino prima di “riattivare” i locali, magari con arieggiamento preliminare.
  • Valutazione obiettiva dei risultati.

LOTTA RESIDUALE DI INGESTIONE

Posizionare con attenzione i punti di avvelenamento rispettando le indicazioni riportate in etichetta.

TRAPPOLE

A collante vischioso
Ad attrattivo alimentare o a feromone.
Questa tecnica si presta bene al monitoraggio.

LOTTA ABBATTENTE

Tecnica da usare solo se non è possibile farne a meno: in presenza di infestazioni di particolare gravità, in occasione di eventi epidemici in cui le mosche siano un importante anello della catena epidemiologica, limitatamente ad aree “a rischio” di massima frequentazione muscina (zone rifiuti, concimaie, ecc.). Rispettare scrupolosamente i dosaggi privilegiando i prodotti a rapida degradazione e a profilo tossicologico “favorevole”.

LARVE – LOTTA RESIDUALE DI CONTATTO

Fatte salve le indicazioni generali del punto 1. avere cura di bagnare bene, in modo da far penetrare il liquido nell’area di riproduzione larvale e attenersi ad un calendario dei trattamenti coerente con la gestione del letame o dei rifiuti.
N.B. = CERTIFICARE I TRATTAMENTI SU APPOSITO MODULO, AGENDA O DIARIO DEI LAVORI, PENA LA VANIFICAZIONE DEI LAVORI SVOLTI

CALENDARIO DEI TRATTAMENTI

Abbiamo indagato sul come intervenire, sul dove intervenire, ora vediamo quando intervenire e concluderemo sul perché intervenire (anche se a questo punto è ormai un dato ovvio).
Un concetto, mai abbastanza approfondito, è quello della necessità di integrare le varie parti del mosaico affinché il tutto rappresenti, in modo compiuto, l’intero disegno nulla trascurando: i prodotti giusti, applicati in modo corretto, nei luoghi dove è necessaria l’applicazione, rispettando con un adeguato calendario d’intervento il ciclo biologico della specie bersaglio ed il relativo susseguirsi delle generazioni nell’arco dell’anno. Il tutto, con scrupolosa attenzione nei riguardi della nostra e altrui sicurezza (vedi tab.).

PERCHÈ INTERVENIRE? ASPETTI ECONOMICI

Non a caso il termine BEELZEBUB (dall’ebraico Ba al zebub = signore delle mosche) ha assunto nel Nuovo Testamento il significato di diavolo. Le mosche sono un vero e proprio flagello: la loro presenza è sinonimo di sporcizia e rappresentano un rischio sanitario umano e veterinario ed igienico industriale e zootecnico non trascurabile (lo vedremo in dettaglio nella tabella dedicata alle malattie veicolate dalle mosche). Inoltre, la loro presenza costituisce un fattore non trascurabile di depressione della produttività di qualsiasi allevamento, ma anche nel contesto turistico e dello sport (equestre in particolare) le mosche sono indice di una cattiva immagine e di possibili incidenti. Va aggiunto che un corretto programma di lotta alle mosche deve essere attuato con l’intendimento di raggiungere concreti risultati al di sotto dei quali è inutile parlare di costo/beneficio.
Infatti, per i cultori della matematica, ma non solo per loro, se il beneficio tende a zero il rapporto tende all’infinito: in termini pratici il denaro viene gettato in interventi alibistici, privi di logica economica.

ZANZARE

Con il termine “zanzare”, che già nella pronuncia ricorda il ronzare di questi fastidiosi insetti, sono indicate numerose specie di insetti per lo più pungenti che gli specialisti chiamano “culicidi”.

E’ indubbio che le zanzare costituiscono un grande pericolo per l’uomo in quanto sono il vettore della malaria, malattia che in alcune parti del mondo rappresenta un pericolo mortale tanto da far lanciare appelli su appelli all’Organizzazione Mondiale della Sanità (O.M.S.) sui pericoli del contagio soprattutto per il fatto che gli interventi terapeutici sembrano perdere sempre più la loro efficacia per la resistenza che i vari plasmodi vanno acquisendo.

L’Italia ha eradicato questa malattia negli anni appena successivi alla seconda guerra mondiale, ma attualmente sorgono dubbi sul rischio di reintroduzione dovuti al turismo esotico e ai lavoratori in missioni estere nelle aree a rischio. Specie menzionate.

IMPORTANTE

Numerose città del Nord e Centro Italia sono colonizzate dalla specie originaria del Sud-Est asiatico: Aedes albopictus, nota anche con il suggestivo nome di “zanzara tigre” per gli anelli chiari della sua livrea.

Nelle aree d’origine è vettrice di pericolose patologie improbabili nelle nostre latitudini; resta però un esempio eclatante della possibilità di colonizzazione dei nostri territori di specie esotiche e la necessaria attenzione che dovrebbe essere posta al problema.

Esempi similari di notevole portata sono l’affrancarsi della Tingide del platano, ormai una epidemia diffusa in tutte le alberature cittadine. I nostri platani ormai sono di un verde clorotico, indice di uno stato di sofferenza consolidato. La rapida espansione dell’ Ifantria americana nella pianura padana ci appare nella sua drammatica realtà soprattutto nei mesi estivi, ove numerose specie arboree e arbustacee mostrano apparati fogliari devastati dalle mandibole delle larve di questo lepidottero introdotto in Europa dalle truppe alleate nord-americane. Nei prossimi capitoli ci limiteremo alla lotta urbana nei confronti del gruppo Culex pipiens in quanto rappresenta più dell’80% del problema. Ciò non deve farci dimenticare l’importanza di identificare anche le altre specie anche dal punto di vista quantitativo e “topografico” affinché il programma di lotta sia veramente mirato, adeguato, e quindi efficace.

LOTTA ALLA ZANZARA DI CITTA’ – CICLO BIOLOGICO

Dal momento della ovodeposizione allo “sfarfallamento” della zanzara adulta passano mediamente due settimane.
La variabilità è soprattutto in funzione della temperatura.
Ciò va riferito al “gruppo” Culex pipiens in quanto in alcune specie di Aedes l’uovo, in quanto tale, può rimanere quiescente anche alcuni mesi, in genere tutto il periodo autunnale e invernale.
In dettaglio possiamo indicare che l’uovo nella specie di riferimento (C. pipiens) schiude dopo due/tre giorni dall’ovodeposizione.
La giovane larva passa dallo stadio L1 allo stadio L4 con tre mute, ogni fase dura da due a tre giorni, un’ulteriore muta porta la nostra zanzara allo stadio di pupa (mobile) che dopo quarantotto ore dà origine all’adulto volante il quale, dopo alcuni giorni, effettua l’accoppiamento. Successivamente, il ciclo così come esemplificato ricomincia ripetendosi nell’arco dell’anno una dozzina di volte, ovviamente in relazione all’andamento climatico. Gli adulti vivono alcune settimane, fatta eccezione per gli adulti che vanno incontro all’inverno ai quali è delegato il compito di sopravvivere ai rigori della fredda stagione rifugiandosi negli scantinati, nella rete fognante, nei luoghi riparati, non troppo freddi.

ETOLOGIA

Si ricorda che la zanzara pungente è la femmina la quale deve fare il cosiddetto “pasto di sangue” per approvvigionarsi di alcuni aminoacidi che non è in grado di metabolizzare e che le sono indispensabili per portare a termine la maturazione dell’embrione. I maschi si nutrono di liquidi zuccherini di origine vegetale e si riuniscono in gran numero, in occasione dei voli nuziali.
Le larve invece si nutrono di materiale organico in sospensione nell’acqua, alghe e microrganismi.

SCHEMA DI LOTTA (RIFERIMENTO AL GRUPPO CULEX PIPIENS)

Anche in questo caso è bene identificare gli habitat ove è più efficace l’intervenire (vedi tab.).

PROTOCOLLI DI INTERVENTO ADULTI SVERNANTI – LOTTA RESIDUALE – ABBATTENTE

  • identificare le aree e le nicchie da trattare.
  • preparare con attenzione le soluzioni d’uso.
  • la scelta del prodotto può essere rivolta verso un’azione abbattente nel caso si renda necessario non avere residui attivi, in genere una certa azione residuale è però auspicabile.
  • verificare le attrezzature e regolarle in modo da ottenere il tipo di erogazione e la portata necessaria per rispettare i dosaggi.
  • norme di sicurezza attenersi alle indicazioni riportate in etichetta (norma generale). controllare il proprio corredo
  • stimare i risultati e verificare i risultati nella stagione calda.

ADULTI ATTIVI – LOTTA ABBATTENTE (RESIDUALE)

Tecnica da usare solo in caso di reale necessità: in genere si attua in concomitanza di manifestazioni e feste tenute all’aperto nei mesi caldi; in luoghi di aggregazione sociale; in luoghi di ristorazione come anguriere, trattorie, ristoranti ecc.

Vengono utilizzati atomizzatori a medio, basso volume con dosaggi calibrati, i minimi possibili. Si adottano prodotti a destino ambientale breve eccezion fatta ai trattamenti sulla vegetazione spontanea o addirittura infestante o ornamentale in cui una azione residuale risulta di indubbia maggior efficacia.

LOTTA LARVICIDA

È indubbiamente la tecnica da preferire in quanto colpisce l’entità infestante all’origine, una forma di intervento preventivo.
I risultati si ottengono solo se è possibile intervenire su una percentuale di focolai di riproduzione significativa.
La scelta dei prodotti deve tener conto del grado di inquinamento dell’acqua in cui si intende agire.

N.B. LA LOTTA ALLE ZANZARE DEVE SVOLGERSI CON PRECISI RIFERIMENTI CARTOGRAFICI E CON ATTENTA, PRECISA E TEMPESTIVA ELABORAZIONE DEL LAVORO SVOLTO CALENDARIO DEI LAVORI

Ripeteremo i concetti chiave in più di un’occasione in quanto, anche se ovvi sono sovente trascurati.
Ad esempio, la lotta agli adulti svernanti è spesso non realizzata, così come la fase progettuale e di monitoraggio.
Orbene, dopo avere visto come e dove intervenire è bene occuparci di quando intervenire: un’attenta pianificazione rappresenta uno dei punti fondamentali per ottenere buoni risultati in una logica di economia di esercizio (vedi tab.).

PERCHÉ INTERVENIRE? ASPETTI ECONOMICI

La lotta alle zanzare il più delle volte è effettuata per la molestia che queste “siringhe volanti” procurano; non va però dimenticato l’aspetto sanitario che la puntura delle zanzare comporta. Al di là della malaria, la zanzara può veicolare altre forme morbose, anche virali, per gli esseri umani e per gli animali: basti pensare alla filariosi del cane. Non entriamo nel dettaglio in questo capitolo per non correre il rischio di enfatizzare aspetti che i medici ben conoscono e che per i non addetti possono rappresentare una sorta di terrorismo scientifico.

Per gli aspetti economici è fondamentale, allorquando si realizza una lotta alle zanzare su territori di una certa estensione, inquadrare tale lotta in un programma ben studiato, meglio se formalizzato in un progetto, con tecniche di rilevamento e gestione dati, tali da consentire la capitalizzazione delle esperienze.

Se è vero che l’ambiente è un patrimonio comune da salvaguardare, e nulla ci autorizza a negarlo, è necessario intervenire in modo razionale e possibilmente integrato con tutto quanto in tal senso viene fatto. Solo così gli obiettivi saranno raggiunti in modo sicuro ed economico.